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Full text of "Storia di Torino"

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STORIA 



DI 



TORINO 



STORIA 



DI 



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DEL CAVALIERE 



LUIGI CIBRARIO 



VOLUME SECONDO. 




TORINO. 



PER ALESSANDRO FONTANA 

MDCCCXLVr. 



Con permissione. 



V, "2- 



CORSE RETROSPETTIVE 

NELLE STRADE DI TORINO 

E NEI DINTORNI. 



543919 



Digitized by the Internet Archive 

in 2012 with funding from 

University of Illinois Urbana-Champaign 



http://archive.org/details/storiaditorino02cibr 



LIBRO 1. 



LIBRO PRIMO 



CAPO PRIMO 



Sito, ampiezza, fortificazioni, ed altre materiali vicissitudini della 
città, dai tempi più remoti fino al secolo xvi. 



La citta di Torino è situata sul dolcissimo estremo 
pendio della sinistra riva del Po, la dove questo re 
de' fiumi riceve le acque della Dora Riparia. Giace 
al grado 5° 21' 25" di longitudine orientale dall'Os- 
servatorio Reale di Parigi, e 45° 4' 81" di latitudine 
boreale. Se la scaldano i raggi del sole d' Italia, i 
geli dell'Alpi, che si drizzano poco lontane, a ponente, 
Voi. n 2 



10 LIBRO PRIMO 

causano improvvisi mutamenti di temperatura, e i 
lieti colli che incassano a levante il corso del Po, 
arrestando le esalazioni fluviali, le tramandano umi- 
dita, e la involgono spesso di nebbia. 

Turrita e murata anche prima de' Romani esser 
dovea la città capitale de' popoli Taurini, poiché 
vietò il passo ad Annibale l'anno 221 avanti l'era 
volgare. 

Divenuta sotto Cesare colonia Romana, s'adornò 
di tutti que' monumenti, di cui si vestivano, ad imi- 
tazione di Roma, i municipii e le colonie. Templi, 
teatri, anfiteatri, circhi, bagni pubblici, trofei, archi 
trionfali dovettero nobilitarla. La porta meridionale 
fu chiamata Marmorea, a perenne indizio della sua 
magnificenza, e sorgeva al di qua dal sito dove la 
via di S. Tommaso riesce a quella di S ta Teresa. La 
medesima via metteva alla porta settentrionale {'porta 
palata ), che, edificata nel secolo d'Augusto, è ancora 
in piedi; ed è Pedifìzio che s'intitola dalle due 
torri che lo fiancheggiano; costrutte colla schietta 
eleganza delle opere militari del popolo Romano, di 
que' mattoni che sfidano il tempo e i morsi distrug- 
gitori de' venti aquilonari, assai meglio che i marmi 
e le pietre. 

La porta Marmorea fu demolita nel 1675. 1 suoi 
marmi furono destinati all'abbellimento della chiesa 
di S ta Teresa, che s 1 innalzava a non molta distanza 
od un po' a levante della medesima 



CAPO PRIMO 1 1 

Alle torri della porta settentrionale vennero ag- 
giunti, nel 1404, i merli che le incoronano, e più 
tardi la specie d' attico che sormonta 1' edifizio in- 
termedio (1). In gennaio del 1519, cominciando a 
far rumore le prave dottrine di Lutero, s'aggiunse, 
per decreto de' decurioni, sopra la porta quell'occhio 
dove si vede lo sfolgorante monogramma di Cristo, 
a solenne protesta che Torino manterrebbe sempre 
inviolato il deposito della cattolica fede (2). 

Nel 1699, essendosi aperta più a ponente, presso 
l'antica porta di S. Michele (nella piazza delle Frutta) 
un'altra porta, che si chiamò porta Vittoria, fu chiusa 
la porta Palatina. Ma prevalse nel popolo l'uso di 
chiamar col nome dell' antica porta la nuova, che 
s' era aperta da Vittorio Amedeo n. Si trattò allora 
ne' consigli del duca di demolire la porta Palatina 
colle sue torri, ma Antonio Bertola, ingegnere ed 
architetto valentissimo, s' oppose, mostrando l' im- 
portanza di quella mirabile struttura; e il duca, me- 
glio consigliato, la rispettò (3). 

11 popolo chiamava quelle torri il carcere d'Ovidio. 
Su che si fondi questa tradizione non è agevole il 
dirlo. Non appare che Ovidio sia mai venuto in Pie- 
monte. Ne si può supporre che qui passasse quando 
andò in esiglio, poiché non è la region Subalpina la 
via di Tomi. 

Oltre a questo monumento rimangono molte are 
votive, molte iscrizioni onorarie, molte funebri, avanzi 



12 LIBRO PRIMO 

di frontoni, di pubblici edifizi e di trofei, raccolti la 
più gran parte ed ordinati nelle logge della Regia 
Università. 

Nel 1830, scavandosi nella piazza delle Frutta i 
fondamenti del nuovo palazzo della Sacra Religione 
de' Ss. Maurizio e Lazzaro, trovossi lungo l'antico 
muro romano un deposito d' anfore vinarie, che fu- 
rono tema d' erudite investigazioni al collega cava- 
liere di S. Quintino. E quando si formò la gran 
chiavica in via di Dora Grossa, abbiam veduto ad 
oltre du£ metri di profondità il battuto della strada 
romana, formato di grossi e larghi macigni, poligoni 
irregolari, ed il muro romano poco oltre la chiesa 
de' Gesuiti. 

Negli scavi fatti non molto dopo in piazza Castello 
pe' ristauri dell' edifizio a cui fa capo la galleria di 
Beaumont, si è scoperto il muro romano di cinta 
che correva dal sud al nord, appoggiandosi da V un 
lato alla torre, su cui è costrutta la specola^ Era 
formato di grossi e perfetti mattoni, alcuni de'quali 
con impugnatura, e col bollo del fabbricante. 

Appare da questi riscontri manifesta la forma e 
l'estension di Torino, quand'era colonia romana. Era 
quadrata, appunto come un accampamento. Le sue 
mura circoscriveano lo spazio che corre tra il pa- 
lazzo di Madama e la metà dell' isola de' Gesuiti, le 
torri del Vicariato e la casa del conte di Sant'Albano 
nella via di S. Tommaso. 



CAVO PRIMO 15 

Era citta piccola, ma forte per mura e per torri, 
e più ancora per l'indole bellicosa de' popoli Taurini. 

Ai tempi di Vitellio, quando i Baiavi e i Britanni, 
che teneano guernigione in Torino, levarono il campo, 
alcuni fuochi lasciati accesi misero in fiamme la città. 

Più volte probabilmente, al tempo dei re barbari 
e dei duchi Longobardi, Torino, fatta campo di bat- 
taglia, ebbe a patire l'istessa sorte. E sebbene il 
fuoco essersi vegga sovente causa di migliorare e 
d' ampliar le strutture, e di convertire il legno in 
mattoni, i mattoni in pietre ed in marmi, tuttavia, 
perchè perite erano le arti che aveano, al tempo 
della grandezza romana, ingentilito la faccia del 
mondo, la città ne rimase deformata, non abbellita; 
e solo in epoca ignota si estese dal lato d'occidente 
per la lunghezza di due isolati, fin alla linea della 
metà di piazza Susina o Paesana. E ciò prima del 
secolo x, nel qual tempo il novello ingrandimento 
conteneva (4) la chiesa di Sant'Andrea, la più bella 
che fosse allora in Torino, riedificata dal monaco 
Bruningo in capo della città, in mezzo alle case dei 
nobili (5) (ora la Consolata). 

Sul finire del secolo ìx era il muro della città 
armato di densissime torri, e girava tutto all'intorno 
una comoda galleria, sopra la quale ergevansi forti 
opere di difesa. 

Amolo, vescovo di Torino, avendo quistione coi 
cittadini, fu cacciato dalla propria sede, e durò tre 



li LIBRO PRIMO 

anni in esiglio. Tornato poi con un esercito, distrusse, 
per castigare i cittadini, le torri e le mura della città(6). 

È da credersi che siffatta distruzione non fosse 
che parziale, e che non molto dopo il comune risto- 
rasse que' danni se non col magisterio delle costru- 
zioni romane, tuttavia con un'arte assai più soda e 
durativa che la moderna. 

Ninna variazione si fece al perimetro delle mura 
fino al secolo xvn, come si può vedere nelle geo- 
grafie del cinquecento, che tutte descrivono la nostra 
città di forma quadrata; e nella più antica pianta 
di Torino che si conosca, unita alla prima edizione 
de\Y Augusta Taurinorum diFiliberto Pingone(l 577), 
e delineata da Giovanni Carracha, pittor fiammingo. 

Nel secolo xiv, dopo l' invenzione delle armi da 
fuoco, usavansi a difendere le porte della città ante- 
murali, o barbacani, detti anche false braghe costrutte 
innanzi alle medesime, o que' corpi di fortificazione 
staccati e triangolari, che chiamansi rivellini. Era- 
vene uno, nel 1385, a porta Fibellona (7). 

Nel 1410 la città soddisfece a Giorgio Fosello la 
mercede dovutagli pel rivellino che avea costrutto 
a porta Fibellona. Nel 1426 il consiglio, essendosi 
mostrato men pronto a far eseguire le opere di 
fortificazione prescritte dal capitano generale del 
Piemonte, fu posto in arresti, e provvide il 10 di 
agosto in conformità dei desiderii d' un uomo che 
usava argomenti così efficaci. 



CAPO PRIMO 15 

Nel medesimo secolo costruivansi baluardi o ba- 
stioni ; ma non erano che ripari di terra. Fra le opere 
di fortificazione prescritte in dicembre del 1467 alla 
città di Torino da Claudio di Seyssel, maresciallo di 
Savoia, trovasi una cannoniera da farsi nella torre 
grossa di porta Fibellona, che batta per lungo la 
strada che conduce ad essa porta (quae verberet a 
longo itineris ipsius portae ) : opere di difesa da farsi 
nei due rivellini della medesima; un terzo rivellino 
presso alla riva della stessa porta, con una canno- 
niera che spazzi lungo lo stesso rivellino; un ba- 
luardo fra la torre nuova e la vecchia (all'est); un 
baluardo alla prima torre di porta Marmorea (al 
sud); un altro baluardo avanti a porta Nuova (al 
sud); una cannoniera alla torre di porta Susina; tre 
baluardi da porta Susina fino alla torre di Nostra 
Donna (Consolata); una cannoniera nella torre di 
S. Michele; una torre fuor delle mura, innanzi al 
vescovado; un'altra fra la torre lunga e quella di 
S. Lorenzo; un baluardo presso al castello. 

Ciascuna torre doveva armarsi d' una spingarda, 
d'una colovrina e di varie balestre (8). 

Sul cominciar del secolo xvi nacque in Italia, e 
per opera d' Italiani, l' arte della moderna fortifica- 
zione co' bastioni terrapienati ad angoli, che spazzano 
i fossi e battono la campagna. Con tali principii Giu- 
liano da S. Gallo edificava nel 1509 la fortezza di 
Pisa, e Andrea Bergauni da Verrua fabbricava nel 



16 LIBRO PRIMO 

1519 i baluardi di Nizza, dove Bartolomeo di Cam- 
pigliene fabbricava fin dal 1449 un castello ed una 
cittadella (9). 

Nel 1533 un maestro, di cui si tace il nome, ve- 
niva chiamato dal duca a Torino per fare i bastioni 
e fortificar la citta. Quattro grossi se ne costrussero 
agli angoli della medesima ; ma quando giunsero i 
Francesi in aprile del 1536, erano appena cominciati 
piccoli e deboli ripari di terra, uno innanzi al ca- 
stello, gli altri agli angoli della città (10). 

1 Francesi, dopo d'aver distrutto nel 1536 i borghi, 
si diedero a fortificare la città, e compirono ed ingros- 
sarono i bastioni già cominciati, circondando la città 
di nuove mura, adoperandovi il danaro e le braccia 
de' cittadini che sosteneano vanamente, al re, non 
a loro appartenersi il carico delle fortificazioni. 

Nel 1546 si rispianò piazza Castello. Nel 1555 
si ricostrusse il bastione di S. Giorgio, ossia della 
Consolata. Nel 1558 fu compiuto il bastione degli 
Angioli all'angolo nord-est della città. In gennaio 
del 1559, maestro Vittonetto fabbricò la gran piat- 
taforma di porta Susina (11). 

Emmanuele Filiberto migliorò ogni cosa, e ponendo 
ad esecuzione un pensiero che i Francesi aveano 
avuto e ventilato, costrusse sui disegni di Francesco 
Pacciotto d'Urbino, all'angolo sud-ovest della città, 
una cittadella pentagona, che fu tra le prime e più 
celebrate opere di simil genere. Ciò nel 1564 (12). 



LIBRO PRIMO, CAPO PRIMO \7 

Delle fortificazioni d'essa citta a' tempi d'Emma - 
nuele Filiberto discorre quell'alto ingegno di Nicolò 
Tartaglia nel suo libro : De" quesiti et inventioni di- 
verse ; ivi si legge: Che le quattro fazze di questa 
città con li detti baluardi ovver bastioni sono state 
fatte modernamente de muraglia noua grossissima, 
et hanno lasciato dentro di se tutta la muraglia vec- 
chia con alquanto de internatio tra la muraglia noua 
et la muraglia vecchia, et cadmio de' quattro baluardi 
a due cannoni di dentro della noua muraglia, che 
guardano quello spazio ovver internatio eh' è fra la 
muraglia noua et la vecchia. Nel mezzo di ciascuna 
muraglia, due forme piatte, ovver cavalieri che guar- 
dano li baluardi, e fosse che circondano la città, 
larghe passi quattordici, e nella, sommità , ovvero 
bocca, passi sedici, e alte passi quattro, 

Lo stesso autore soggiunge, che i lati nord e sud 
delle mura correvano lo spazio di 360 passi; gli 
altri due lati, un po' meno. Era dunque Torino di 
forma quadrilunga, e di circa millequattrocento passi 
di giro. 

Ne' tre secoli seguenti, l'ingrandimento di Torino, 
divenuta ferma residenza de' monarchi , progredì 
molto veloce fino all'ampiezza di cui la veggiamo; 
ma prima di discorrerne, ragion vuole che si parli 
della regione circostante, che allora era campagna, 
ed ora in gran parte s' ammanta di nobili palagi, 
e di pulitissime case. 

Voi. II o 



IN T E 



(1) 8 luglio 1404. Patto con maestro Nicolino, perchè faccia i merli alle 
torri di porta Palazzo, e perchè debba claudere el murare fenestras el 
vaydengas. — Liber consiliorum civitalis Taurini. 

(2) Ordinetur quod sindaci depingi faciant nomen Chrispus in palatio 
comuni, et quatuor portis ciuitalis ; item et depingi facere in mercato 
grani apud S. SUuestrum picturas prò memoria corporis Chrispi, quod 
inuenlum fuit ibi alias per miraculum. — Ordinati della città, mira. 90, 
fol. 4. — Quest'ordine era già stato dato fln dal 2G d' agosto 1510, ma non 
pare che fosse stato eseguito. Ed il 19 maggio I5H s'ordinava parimente 
ohe sulle quattro porte della città si scrivesse in lettere d'oro il nome 
Jhesus. 

(3) Risulta da annotazione ms.del Berlola ad un esemplare dell' Archi- 
tettura del Busca, che gli apparteneva, ed ora è da me posseduto. Le torri 
furono poi con men felice consiglio concesse ad uso di carceri del Vica- 
riato, in maggio del 1724. 

(4) Neil' opuscolo intitolato: Torino nel 1335, sulla fede d'un documento 
dell' Archivio arcivescovile, del 127 1, ho affermato che S. Dalmazzo era extra 
et prope muros civitatis Taurini. Ora studiando più di proposito questa ma- 
teria, e trovando molti indizii, anzi prove che m'avvertivano che fin dal 
1260, ed anche assai prima S. Dalmazzo era una delle parrocchie urbane, 
esaminai di nuovo quel documento, il quale contiene la cessione fatta da 
Gaufrido, vescovo di Torino, ai frati di Sant'Antonio delle chiese di S. Dal- 
mazzo e di S.Giorgio, in vai d'Oc; e trovai che l'indicazione extra el 
prope muros dovea intendersi della sola chiesa di S.Giorgio, e non della 
chiesa parrocchiale di S. Dalmazzo. 



CAPO PRIMO, NOTE 19 

(5) Jam r editi tegratur ut foret praestantior cunctis sepia nobiìibus Ito- 
minibus in capite civitatis. — Chronicon Novalic, lib. v, cap. xxvn. 

(6) Ammulus, episcopus Taurinensis, qui ejusdem ciuitalis titrres et 
muros peruersitate sua destruxit : fuerat haec siquidem ciuitas conden- 
sissimis bene redimita turribus et arcus in circuitu per tolum deambula- 
torios cum propugnaculis desuper atque anlemuralibus. — Chron. Nova- 
tic., lib. ni, cap. xxi. 

(7) Lib. consil.—Ldi porta Fibellona era allato al castello ; onde si chiamò 
più tardi porta Castello. 

(8) Ordinati della città di Torino, num. 79, fol. 15. 

(9) Conto del tesorìer generale. 

(10) Cambiano, Historico discorso — Monum. hist.patriae. — Scriptores, 
toin. I, col. 1833. 

Non trova appoggio ne' documenti e negli autori contemporanei quanto 
si narra dal signor Milanesio intomo ad un bastione di S.Lorenzo, comin- 
ciato nel 1461, e finito, nel 1464, da un ingegnere chiamato Canale. — 
V. Cenni storici sulla città e cittadella di Torino. 

(11) Dai libri degli Ordinati, Archivi della città, e dalle informazioni 
prese sulla vendita del palazzo arcivescovile, fatta al duca nel 1583. Ar- 
chivi di corte. 

(12) La cittadella, quale fu formata da Emmanuele Filiberto, occupava 
nel 1568 74 giornate, tavole 63 l[2. Colle aggiunte di Carlo Emmanuele i 
nel 1697,, giornate 93, tavole 15, la cui indennità si liquidò in favor dei 
Gesuiti, a scudi 35 d'oro la giornata. Archivi camerali. 



CAPO SECONDO 



Giro intorno alle mura di Torino, e nel suo territorio, 
ne' secoli xiv, xv e xvi. 



Un viaggiatore che venisse da Moncalieri a Torino, 
verso la metà del secolo xiv, nello avvicinarsi alla 
citta, vedeva sul monte che s' alza dispiccato dalla 
collina, dove ora torreggia la chiesa de' Cappuccini, 
una picciola fortezza costrutta più d'un secolo 
prima a difesa del passo, e chiamata motta o bastia, 
perchè formata di ripari di terra, e d'un castelletto 
di legname. Dopo qualche passo aveva innanzi a sé 
la chiesetta di S ta Maria di Binavasio (1), sur una 
riva poco elevata, ed a sinistra il ponte del Po. 

A capo di esso, verso la città, difendevalo una 
torre guernita d' uno schioppo, o piccolo cannone, 
e di varie balestre. Il ponte era di legname parte 
fermo e parte mobile. La parte ferma era verso il 
colle. Presso la torre s'alzava e s' abbassava un ponte 



LIBRO PRIMO, CAPO SECONDO %\ 

levatoio; passando poi sotto al vólto d'essa torre, 
pervengasi alla sponda torinese. 

A sinistra del ponte s'alzava una chiesuola inti- 
tolata ai Ss. Marco e Leonardo, sede d' un' antica 
confraternita (2). Quella chiesa era patronato dei 
Barrachi, potenti cittadini torinesi, che l'aveano ri- 
fabbricata nel 1335. Nel 1351 il principe d'Acaia 
la distrusse, perchè da quella si poteva offendere 
il ponte di Po, e die' a Francesco Barraco 100 fiorini 
d'oro, perchè edificasse un'altra cappella di S. Leo- 
nardo dentro le mura (3). Nondimeno la chiesa del 
ponte fu riedificata. Assai più tardi, divenuta par- 
rocchia, estendeva la sua giurisdizione sul borgo di 
Po, a destra ed a sinistra del fiume, e sa otto isole 
dell'interno della città. Questa chiesa ricostrutta 
nel 1740, secondo i disegni dell'architetto Bernardo 
Vittoni, perle pie sollecitudini del rettore Giovanni 
Tesio, fu distrutta nel 1811, perchè avrebbe impe- 
dito la via al nuovo ponte di pietra, frutto della ma- 
gnificenza Napoleonica. In questa chiesa era sepolto 
sotto al pulpito l' avvocato Angelo Carena, morto di 
ventinove anni, nel 1769, volontario nell'ufficio del 
procurator generale di S. M., membro dell'Accademia 
delle scienze di Torino, chiamata allora ne' suoi 
primordii Società reale. Da' suoi discorsi storici mss. 
manifesta apparisce non solo la dovizia delle erudi- 
zieni, ma la grandezza della mente, la quale abbrac- 
ciava le scienze storiche e le economiche nella loro 



i22 li imo primo 

più vasta significazione. 11 Vernazza, che molto im- 
parò dal Terraneo, molto dal Carena, ma V ingegno 
del quale amava raccogliersi e meditare punti spe- 
ciali d' erudizione e di critica, senza tentar voli più 
alti, pose all'amico un' iscrizione (4). 

Ascendevasi quindi la lunga costa^ per cui si sale 
dal fiume al palazzo detto di Madama, ed allora chia- 
mato castello di porta Fibellona. Quel lungo spazio 
era splendido di palazzi, era coperto di pascoli, di 
campi e di piante. La porta orientale della citta era 
allato al castello, verso il meriggio. Ma senza entrarvi 
per ora, continuiamo in ispirito la nostra breve pe- 
regrinazione attorno alle mura torinesi. 

Dal ponte di Po piegando a destra, e così verso 
il nord, incontravasi la chiesa di S. Lorenzo (5), che 
dipendeva dall' abate di S. Mauro, ma che nel se- 
colo seguente fu unita al capitolo della cattedrale. 
Poco lontano eravi la casa del recluso ; cioè una cella 
dove un divoto s' era fatto rinchiudere e murare per 
vivere e morire in volontaria prigione, facendo pe- 
nitenza de'proprii e degli altrui peccati. Una fine- 
stretta dava passaggio ai cibi che la carità pubblica 
gli recava. Siffatte straordinarie austerità non erano 
allora tanto rare, ed interveniva a consacrarle l'au- 
torità della religione. 

Seguitando la linea delle mura della città verso 
il nord, trovavasi la porta del vescovo a capo dei 
vicolo che mette dalla piazza di S. Giovanni al bastion 



capo secondo 23 

Verde; i suoi giardini occupavano il tratto compreso 
tra questa porta e la porta Fibellona; e rispondeano 
al sito, in cui dentro le mura erano collocate le sue 
case. 

Procedendo sempre in ver ponente, scorgeasi la 
porta di romana struttura, chiamata Palatina o Do- 
ranea, flancheggiata da due torri. 

Poco più oltre vedevasi la porta di S. Michele, 
allo sbocco della via d'Italia; la qual porta si chiamò, 
come abbiam veduto ufficialmente, porta Vittoria, e 
popolarmente porta Palazzo, quando fu chiusa, nel 
1699, l'antica porta Palazzo. E ben degna era di 
chiamarsi porta Vittoria, perchè in prospetto di quella 
fu la celebre battaglia del 1706, nella quale Savoia 
ruppe il campo francese, uccise il maresciallo di 
Marsin, ferì il duca d'Orleans; e per quella porta 
entrarono, dopo sì segnalato trionfo, Vittorio Ame- 
deo ii ed il principe Eugenio. 

Nello spazio che abbiam percorso, compreso fra 
la citta e la Dora, non appariva cosa degna d' os- 
servazione; ma sulla opposta sponda di Dora erge- 
vasi la chiesa di S. Secondo, membro della badia 
di Rivalta, e sulla medesima riva, presso al ponte 
di pietra, vedevansi la chiesa e lo spedale di S ta Mad- 
dalena e di S. Lazzaro, fondato nel 1195 da Berta, 
vedova d'Oberto Arpini, e da' suoi figli, e dato ai 
monaci di Rivalta. 

Nel 1226 Pietro de' Masii, prevosto di Chieri, 



%\ LIBIU) l'RlMO 

avendo lasciato nel suo ultimo testamento che la sua 
vigna di Chierici libri ed i panni si dessero come 
risolverebbe Giacomo, vescovo di Torino, e vicario 
dell'Impero, ed il prevosto di S. Benedetto, il ve- 
scovo volle se ne facesse dono al detto spedale (6). 
Questo spedale, ruinato poi dalle guerre, fu unito 
nel 1548 allo spedale di S. Giovanni. 

Nel 1584, monsignor Peruzzi, vescovo di Sarcina 
e visitatore apostolico, trovò a S. Lazzaro tre uomini 
e tre donne lebbrose, nove donne tocche da morbo 
incurabile, e quattro altri letti per uomini presi 
da uguale infermità (7). 

Dietro la chiesa di Sant'Andrea, e probabilmente 
allo sbocco della strada delle Orfane, s'apriva la 
porta Pusterla. Due sobborghi stendeansi da questa 
parte sulla sponda destra della Dora. Quello diporta 
Doranea, ora borgo del Pallone, e quello di porta 
Pusterla, nel sito ov'ora sono le case dello spedale 
Cottolengo, e più in là, fin verso il fiume, dove allora 
vedeasi lo spedale di S. Biagio de' Crociferi. 

Verso P angolo di Sant 1 Andrea, o della Consolata, 
trovavasi la chiesa di S. Giorgio in Valdocco, ceduta 
nel 1271 insieme con quella di S. Dalmazzo ai frati 
di Sant' Antonio dal vescovo Gualfredo. 

Volgendo ora a mezzodì, e seguitando il corso 
delle mura a ponente, incontravasi a diritta della 
strada di Rivoli il borgo di S. Donato e di Colleasca, 
che protendevasi verso il Martinetto, ed era formato 



CAPO SECONDO 25 

d'una sola strada che chiudevasi con una porta. 
Eranvi in quel borgo la chiesa di S. Donato, la 
chiesa e lo spedale di S. Cristoforo dell'ordine degli 
Umiliati, la chiesa di S. Bernardo di Mentone, sog- 
getta al preposto di Montegiove (Gran S. Bernardo). 
In quel borgo si tennero alcun tempo le donne mon- 
dane. 

Nel 1589 il comune supplicava il papa si degnasse 
d' applicare le rendite della prepositura degli Umi- 
liati al ponte di Po, essendoché la chiesa non si uffi- 
ciava, ne v' erano nelle case frati o monache; anzi 
vi si commetteano molte disonesta (8). Dopo la metà 
del secolo seguente vi si trasferirono gli Agostiniani, 
i quali nel 1457 ebbero dalla città aiuto a costruirvi 
lor celle. E il Pingone ricorda due altre chiese che 
vedeansi in sul principio del secolo xvi, e forse 
prima in quel borgo, S. Rolandino, e Santo Sepolcro 
de' Crociferi. 

Distrutto quel borgo dai Francesi, gli Agostiniani 
vennero trasferiti in città, nella chiesa di S. Bene- 
detto, e poi in quella di S. Giacomo. 

Incontravasi poi la porta Segusina difesa da due 
torri, con un corpo di fabbrica intermedio, onde 
portava nome di Castello. Anzi prima del 1200 era 
fortezza di qualche importanza, e la sola che si ve- 
desse in questa città. Camminando sempre al mez- 
zodì s' incontrava all' angolo sud-ovest della città , 
dove ora sorge la cittadella, il magnifico monastero 

Voi. II 4 



20 LIBRO PRIMO 

di S. Solutore maggiore de' monaci Benedettini (9). 
Piegando quindi all' est, e seguendo il corso delle 
mura meridionali, dovea vedersi qualche vestigio del- 
l'antico anfiteatro romano , non so se tra la porta 
Nuova, o di S. Martiniano, e la porta Marmorea, ov- 
vero a sinistra di quest'ultima, e così nel sito dove 
ora s' apre la bellissima piazza di S. Carlo. A qual- 
che distanza dalla citta, un po' a manca della porta 
Marmorea, sorgea la chiesa di S. Salvatore di cam- 
pagna, di cui si ha memoria da' primi anni del se- 
colo xiu (10). Sulle rive del Po eravi qualche casa 
che avea preso probabilmente fin dai tempi romani 
il nome di Valentino ; seppure non derivava quel 
nome da una cappella dedicata a S. Valentino. 

Verso l' angolo sud-ovest della città, accanto allo 
stagno delle rane , sorgea la casa e lo spedale dei 
santi Severo e Margarita, già magion de' Tempieri, 
ed a breve distanza dall'angolo della porta Fibellona, 
incontravasi S. Solutore minore, un tempo chiesa 
rurale dell' ordine di Vallombrosa , poi divenuta di 
patronato del feudo di Pollenzo, e così dipendente 
dalla nobilissima schiatta de' Romagnani. 

Nel 1446, essendo mezzo in rovina, la città di To- 
rino supplicava Felice v, perchè l'assegnasse agli 
eremitani di S. Agostino, versoi quali aveano i To- 
rinesi allora particolar divozione, pe'gran frutti che 
faceva tra loro fra Giovanni Marchisio predicatore 
di detto ordine (11). Ma la cosa non ebbe effetto. Agli 



CAPO SECONDO '27 

Agostiniani fu dismessa invece, come abbiam veduto, 
la chiesa di S. Cristoforo nel borgo di S. Donato, 
prima ufficiata dagli Umiliati : e la chiesa di S. Solu- 
tore minore fu ceduta nel 1461 , dal vescovo Lu- 
dovico di Romagnano, ai frati minori della stretta 
osservanza (Zoccolanti), e ciò ad istanza del duca 
Ludovico, del clero e del popolo torinese (12). Ma 
non vi entrarono, o non vi poterono rimanere (13), 
perchè quattr' anni dopo si murò loro un convento 
presso al sito ove sono i molini della città; la chiesa 
fu dedicata alla Madonna degli Angeli, ed ivi già erano 
nel 1469. Distrutta poi la medesima dai Francesi nel 
1536, furono trasferiti in citta nella chiesa di S. Tom- 
maso, di cui pigliarono possesso nel 1542. 

Nel 1450, in seguito ad un voto fatto in occasione 
della pestilenza, la città fece costrurre presso la 
porta Marmorea, al di qua del sito dove ora sorge 
1' arsenale, una chiesetta in onore di S. Sebastiano 
che venne poscia ufficiata dai Carmelitani (14) ; i 
quali, rovinato dai Francesi il loro convento, si tra- 
sferirono nel 1545 a S ta Maria di piazza, e nel 1729 
alla chiesa del Carmine, fabbricata nell'ingrandi- 
mento della città a ponente. 

La giurisdizione della campagna torinese era 
divisa tra il capitolo, che avea la cura spirituale 
delle parti settentrionali, ed il parroco di S. Eusebio 
che governava la parte meridionale. Oltre queste 
sei porte della città, un' altra ne trovo ricordata nel 



93 LIBRO PRIMO 

1388, quella cioè del sig. Gillio della Rovere. Ma 
in quo' tempi, in cui era gran ventura se passava 
un anno intero senza guerra, o sospetto di guerra, 
poiché ogni uomo che potesse pagar quattro soldati 
arrogavasi l'autorità di farla, le porte non erano 
tutte aperte. Nel 1379 ve n' erano aperte due sole, 
la Susina e la Fibellona. Nel 1389 eran chiuse la 
Doranea, o Palatina, la Pusterla, e la porta di S. Mar- 
tiniano, o porta Nuova. Ed il principe d'Acaia ordi- 
nava si chiudesse la porta di S. Michele perchè non 
era fortificata (15). 

Che se ci dilungheremo alquanto da Torino, tro- 
veremo presso la strada di Rivoli la torre, la chiesa, e 
lo spedale di S ta Maria di Pozzo di Strada, de' monaci 
di Vallombrosa. Sul monte eccelso, dove ora sorge la 
basilica di Superga , vedremo carbonaie fumanti, e 
in mezzo ai boschi una cappelletta già dedicata alla 
Vergine Santa (16), la qual cappella nel 1461 fu dalla 
citta convertita in chiesa uffìziata poi sempre da 
un cappellano, da lei deputato. Nella selva di Mi- 
schie, verso S. Mauro, s' alzava una torre, ove dimo- 
rava , in tempi sospetti , una guardia. Un' altra 
guardia vedremo al ponte di Stura sul campanile 
di S ta Maria, un' altra sulla torre di Lucento de' 
Beccuti, una sulla torre di Pozzo di Strada, una 
sulla sponda di Dora alla ficca Pellegrina , in una 
guardiola di legno eretta sopra un albero (bico- 
cha)(17), un' altra ne'prati di Vanchilia. Quest'era 



CAPO SECONDO 29 

il lato dal quale il nemico poteva piti facilmente 
assalirci; poiché al di la della Stura cominciava Io 
Slato del marchese di Monferrato. Al passo di Stura 
aveano i monaci di Vallombrosa uno spedale pe' po- 
veri, manteneano un ponte sul fiume ed una barca 
per comodo de' viaggiatori; i navaroli non pigliavan 
mercede , salvochè fosse loro data a titolo di ca- 
rità. Questa era la casa di S ta Maria del ponte di 
Stura, dipendenza del vicino monastero di S. Gia- 
como di Stura, insigne badia degli stessi monaci Val- 
lombrosani (18). 

Della Madonna di Campagna si ha notizia fin dal 
principio del secolo xiv. Dicesi che i Cappuccini vi 
si stabilissero fin dal 1538. Io trovo che nel 1557 
questi buoni religiosi , tanto utili a sparger tra il 
popolo i semi delle dottrine evangeliche, ottennero 
dal consiglio civico la facoltà d'uffiziarla. 

Tre anni dopo la città li sovveniva d' elemo- 
sine. Nel 1567 dava ai medesimi aiuto per la fab- 
brica del loro convento, che è il primo della pro- 
vincia. 

In questa chiesa è sepolto il maresciallo di Fran- 
cia Ferdinando di Marsin,il quale, ferito mortalmente 
alla battaglia di Torino del 1706, e trasportato in 
una casa vicina, morì all' indomani , non meno di 
sua ferita che del fumo d'un magazzino attiguo con- 
sumato dalle fiamme. Vittorio Amedeo n lo onorò di 
splendidi funerali , e gli fé' porre questa iscrizione 



50 Minio primo 

che ritragge ancor molto del non lontano seicento: 



d. o. M. 

D. FERDINANDO DE MARSIN GOMITI 

FRANCIAE MARESCALLO 

SVPREM1 GALLIAE ORD1MS EQVITI TORQVATO 

VALENT1NARVM GVBERNATORl 

QVO IN LOCO 

DIE VII SEPTEMBRIS MDGCVI 

INTER SVORVM CLADEM ET FVGAM 

EXERCITVM ET VITAM AMIS1T 

AETERNVM IN HOC TEMPLO MONVMENTVM 

Se mai vi fu monumento degno di rispetto, quest' 
era sicuramente, testimonio d' una delle maggiori 
nostre glorie. Pure non so qual mano barbara e stolta 
disfece il sepolcro, trasferì le ossa nella cappella di 
Sant'Antonio, coprendole con angusta pietra che dice: 

DE MARCH1N 

1806. 

falsando in tal guisa la data, V ortografia del nome 
e il criterio di chi legge, in modo da far credere 
che si tratti d'un qualche giacobino, contem- 
poraneo di Marat e di Robespierre, o al più di 
qualche emigrato. Sulle pareti laterali della cappella 
è stata poi più modernamente ripetuta l'antica iscri- 
zione che abbiam riferita, conservando l'errore di 



CAPO SECONDO 51 

data, e la falsa ortografia di Marchia in luogo di 
Mar sin. 

Merita gran compassione il tenue intelletto 
di coloro che si pensano disfar la storia disfacendo 
i monumenti o alterandoli. E merita gran biasimo 
la facilità con cui da gente improvvida o ignorante 
o codarda si manomettono o si mutan di luogo. 

Il triplice viale, che guida alla chiesa, fu piantato 
dai Cappuccini nel 1689. 

Verso al 1522 sorgeva presso alle fontane di 
S ta Barbara, il Lazzaretto degli appestati attiguo alla 
chiesetta di S. Rocco. 

Ma oltre ai borghi di porta Doranea, di porta 
Pusterla e di S. Donato e Colleasca, de'quali si ha 
memoria nel secolo xiv, s'erano, moltiplicandole 
abitazioni, formati altri due borghi, uno di poche 
case a mezzodì, tra la città e S. Salvano, Y altro 
insigne a levante, con portici, protendeasi dalla 
porta del Castello, ossia dal palazzo di Madama 
fino al fiume Po. Questi borghi, che faceano come 
una seconda città, vennero dai Francesi quasi inte- 
ramente distrutti nel 1536, onde rendere Torino 
più forte. 



;-<}t***< 



NOTE 



(1) Chiamata poi de'Ss. Bino ed Evasio, rifatta dal conte Gregorio Jo- 
hnnnino Bruco, nel H59. 

(2) Contraria pontis Padi. 

(3) Lib. consti., 1352. 

( 4 ) ANGELO PAVLO FRANCISCO CARENA 

IGNATII MEDICI F. 

DOMO CARAMANIOLA 

IVRISCONS. TAVRIN. 

IRID. R. SOCIETATIS CONLEGAE 

KEl LITTERARIE IMMATURE ADEMTO 

JOSEPH VERNAZZA ALBEN. POMPEJ. 

AMICVS INFELICISS1M. POSVIT 

VIXIT ANN. XXIX., M. VII , DIES X 

DECESS. XVII KAL. NOVEMB. MDCCLXIX. 

Dalla raccolta d'iscrizioni patrie, nell'Archivio di corte. 

(5) In ingressi* Vanquiliae. 

(6) Badia di Bivalta, Archivi di corte. 

,7) Altre volte ho creduto che S.ta Maria Maddalena e S. Lazzaro fossero 
due diversi spedali; ma leggo in un documento del 30 d'agosto 1238: Ho- 
spitali B. Mariae Magdalene sive S. Lazari pontis petre; e trovando d 
poi parlarsi sempre dello spedale di S.ta Maria Maddalena, o d, quello di 
S. Lazzaro, solamente, non mai dell'uno e dell'altro, argomento che fosse 
una sola e medesima cosa. 

(8) Liber consti. 

(9) 11 più antico documento da me veduto, in cui si trovi chiamato col 



CAPO SECONDO, NOTE 53 

nome di S. Solutore Maggiore, è del 1277; onde argomento che verso quei 
tempi fosse stato edificato l'altro S. Solutore, distinto col nome di Minore. 

(10) Pietro Tirurgol, rettore di S.Simone, dà alla chiesa di Sant'Agnese 
beni situati ad crucem S. Salvatoris de campagna ( 1211, vili kal. martii). 

Lo stesso sacerdote acquistava, due anni dopo, una pezza di terra in 
territorio Taurinensi, retro ecclesiam S. Salvatoris de campagna (1213, 
vi kal.septembris). 

La chiesa di S. Salvatore era nel secolo xvi priorato dei Benediltini. 

(11) Liber consti., Archivi di città. 

(12) Archivio arcivescovile. 

(13) Il titolo di questa chiesa prima abbandonata, poi distrutta, fu tra- 
sferito ad una cappella del duomo. 

(14) Apud et extra portam Marmoream. Liber consil., 1529. 

(15) Liber consil., Archivio della città. 

(16) Saropergia comugnia Taurinensis. Liber consil., annorum [389,, 
1461. Nel I5l8era cappellano di Superga fra Antonio Ranotto, dell'ordine 
di Sant'Antonio. Prima di quei tempi parecchi canonici della cattedrale 
aveano posseduto quel benefizio, facendone, ben inteso, adempir li pesi da 
un cappellano. Nel 1520 la chiesa di Superga fu ceduta agli Agostiniani. — 
Dai libri degli ordinati. 

(17) Un po' al di qua di Lucento. 

(18) Nel 1393. Liber consil. Le fini di Torino erano verso il meriggio : 
Ultra Sangonum ad ripas subtus castrum de Grassis, usque ad vallem 
de Silis, et a dieta valle usque ad ecclesiam S. Marie, usque ad Dro- 
xium, et a Drosio versus Sluponicum. — La croce de Colleriis era il ter- 
mine divisorio con Rivoli. 

Questi confini non hanno variato. 



-o®ch 



Voì. IT 



CAPO TERZO 



Ingrandimenti di Torino dal regno d'Emmanuele Filiberto fino a 
quelli del re C.blo Alberto, e così dal secolo xvi fino a quest. 
tempi. 



Abbiamo veduto che il primo ingrandimento di 
Torino ebbe luogo verso ponente, quando nella cer- 
chia delle mura furono compresi gli isolati che con- 
tengono la chiesa di S. Dalmazzo ed il monastero 
di S ta Chiara, coi terreni adiacenti, conservando sem- 
pre la citta la sua antichissima forma rettangolare. 

L' epoca nella quale questo primo ingrandimento 
si sia operaio non è manifesta. Ma tutto concorre 
a farci credere che ciò avvenisse prima del mille; 
per cinque e più secoli la cerchia della città rimase 
la stessa, sebbene crescessero di numero case e 
chiese ne' borghi. 

Nel secolo xui la citta era divisa in quattro quar- 
tieri, che pigliavan nome dalle porte e chiamavans. 



LIBRO PRIMO, CAPO TERZO 55 

di porta Doranea (o del palazzo), di porta Pusterla, 
di porta Nuova , di porta Marmorea (1). - 

Nel 1600, con editto del 28 novembre, Carlo Em- 
manuele i partiva similmente la città in quattro 
quartieri, in ciascun de'quali destinava una piazza 
d'armi, dove potessero far capo ed ordinarsi le 
genti da guerra. 

11 primo quartiere stendevasi da porta Castello alla 
torre del comune ed a quella di S. Michele; la piazza 
d'arme era avanti al palazzo di città. Perlocchè con- 
vien ritenere, che si considerava come linea divi- 
soria la Dora che dava il nome alla strada principale, 
e dividea la città per lungo in parte settentrionale 
e parte meridionale. Questo primo quartiere com- 
prendea pertanto la parte nord-est della città. 

11 secondo quartiere stendevasi dalla torre del 
comune e da quelle di S. Michele (piazza delle frutta), 
fino a porta Susina (quartiere nord-ovest),* la piazza 
d'arme era avanti a S. Dalmazzo. 

Il terzo quartiere era da porta Susina fino alla 
torre di Marignano (allo sbocco della via di S. Fran- 
cesco); la piazza d'arme era avanti alla chiesa di 
S. Martiniano (quartiere sud-ovest). 

11 quarto quartiere stendeasi dalle torri del co- 
mune e di Marignano sino a porta Castello: la piazza 
d'arme era avanti a S. Tommaso (quartiere sud : est). 

Pochi anni dopo il medesimo principe cominciava 
il secondo ingrandimento della città verso mezzodì. 



5(J LIBRO PRIMO 

Si è già osservato come da quella parte il corso 
delle mura era alquanto più indentro della linea che 
segna la strada di S ta Teresa, occupata allora dai 
bastioni, e che due porte davano da quel lato l'ac- 
cesso a Torino, la Marmorea allo sbocco della via 
di S. Tommaso, la Nova poco oltre S. Martiniano. 
Carlo Emmanuele ampliò la citta da quel lato , e 
costrusse a qualche distanza dalla citta dieci isole 
nello spazio compreso tra il mercato delle legna e 
l'isolato della Madonna degli Angeli in elusivamente ; 
e rinchiuse quell'ingrandimento con una zona di 
cinque bastioni, lasciando in piedi internamente il 
muro vecchio; oltre alle antiche porte che da quel 
lato davano l'accesso dalla citta vecchia alla città 
nuova aprì, per mezzo alle isole che s' alzavano al 
meriggio di piazza Castello, una via ed una porta 
che si chiamarono via Nova e porta Nova. Tutto 
questo chiaro apparisce dai documenti, e meglio an- 
cora si vede nelle carte che furono pubblicate nella 
guerra civile del 1640 (2). 

Poscia, ai tempi della reggente Cristina, si unì, 
distrutto il muro, la città antica alla nuova mediante 
la vaghissima piazza di S. Carlo. 

Il borgo di Po che protendevasi dalla porta del 
Castello, chiamata negli antichi tempi Fibellona, fin 
presso al fiume, nello spazio di cent' anni che eran 
corsi dopo la distruzione fattane dai Francesi erasi 
rifabbricato più bello di prima. Maria Cristina, 



CAPO TERZO 37 

duchessa reggente , fece nel 1639 atterrar varie 
case per rendere la citta più forte da quel lato, 
minacciata com'era dagli Spagnuoli, ma Carlo Em- 
manuele n, figliuolo di lei, principe famoso per magni- 
ficenza piucchè regale di concetti, e per gli splen- 
didi edifizii de' quali arricchì il Piemonte, nel 1669 
e negli anni seguenti comprese il borgo di Po nel 
nuovo giro delle mura e delle fortificazioni, sicché 
il castello, che prima era estremo limile della città, 
ne diventò quasi il centro, come diventò il centro 
della piazza a cui diede il nome la quale, con uni- 
forme disegno e colla medesima misura, venne fab- 
bricata a levante quale già si vedeva al ponente 
del castello; il che non potè per altro compirsi che 
nel 1739, quando per ordine di Carlo Emmanuele ni 
s' alzò il palagio che comprende le segreterie di 
Stato e gli Archivi di corte. Ne solo Carlo Emma- 
nuele n diede cittadinanza a quel borgo, ma ne 
nobilitò la via principale con uniforme architettura, 
e con queir ampio ed alto porticale perpetuo che i 
forestieri, ora lodando, ora biasimando sempre e' in- 
vidiarono, ma non hanno ancor saputo imitare. 

Questa maravigliosa strada del Po non fu termi- 
nata se non dopo il 1718 (3). Carlo Emmanuele n 
aprì ancora la via della Zecca , e di mano in mano 
sotto al suo regno e nella reggenza di Madama Reale 
Maria Giovanna Battista, s'andarono fabbricando gli 
isolati che sono a mezzodì della via di Po fino alla 



58 imuo pkimo 

passeggiata dei ripari , e così la bella piazza Car- 
lina (1678) nella quale si fabbricavano quattro tet- 
toie (halles) in cui si doveano trasportare i mercati, 
e particolarmente quello del vino che prima era sulla 
piazza della cittadella. Sei nuovi bastioni ed un mezzo 
bastione colle loro opere esteriori sorsero a difen- 
dere il vasto spazio aggiunto per tal guisa alla città. 
Del quarto ingrandimento siamo debitori al re 
Vittorio Amedeo n , il quale accrebbe la citta di 
diciotto isolati verso ponente. La linea delle mura 
correndo dal meriggio a settentrione, tagliava quasi 
per mezzo V odierna piazza Paesana. La parte ag- 
giunta dal re Vittorio è quella che forma anche al 
dì d' oggi il compimento della citta da quel lato. 
A questo ingrandimento lavoravasi nel 1718. Abbat- 
tevate varie case per formare la piazza di porta 
Susina (piazza Paesana). Nel 1719 erano già for- 
mati i due stupendi quartieri all' estremità del 
nuovo ingrandimento sul disegno del Juvara, e nel 
1722 erano totalmente terminati i lavori di quella 
notevole ampliazione (4), finita la quale, la porta di 
Susa, che prima era allo sbocco della via Dora 
Grossa, fu invece aperta al finir di quella che pas- 
sava innanzi alla nuova chiesa del Carmine. 

Con due bastioni ed un mezzo bastione che dalla 
chiesa della Consolata si protendeano alla cittadella, 
muniva il re Vittorio Amedeo i il novello ingrandi- 



mento 



CAPO TERZO 59 

Dopo il regno di questo sovrano il perimetro della 
città non patì variazione fino al regno di Carlo Felice. 

La città di Torino, che fu sempre tanto scarsa di 
pubblici monumenti , poteva per altro mostrare con 
qualche orgoglio due nobili porte, porta Nuova e 
porta di Po. 

Molto bella, se non di purissimo stile, era per certo 
la porta Vittoria o Nova, edificata nel 1620 dalla 
città per segno di pubblica letizia nel matrimonio 
del principe di Piemonte con Cristina di Francia. 

Era di marmo, a bugne, con quattro colonne di 
ordine jonico scanalate e fasciate; negli interco- 
lunnii, entro apposite nicchie, vedeansi le statue di 
S. Luigi re di Francia, e del beato Amedeo ix, duca 
di Savoia. 

Sul frontone cimato dell'armi ducali di Savoia, 
declinante a guisa di cartoccio ai due lati, ed ac- 
costato dagli scudi accollati degli augusti sposi leg- 
geasi la seguente iscrizione: 

CAROLO EMANVELl SAR. DVC1 

QVOD L1RERTATE ARMIS VINMCATA 

PACE BELLO PARTA SECVRITATE PVBLICV 

VICTOR1S AMEDEI F. ET CHRISTIANAE 

CHRISTIANISS. CONIVGIO FIRMATA 

IN EORVM AUVENTV 

NOVAM VRBEM INSTITVERIT ET 

ANTIQVAM ILLVSTRARIT 

S. P. Q. T. A. MDCXX. 



40 LIBRO PRIMO 

Accenna, come vediamo,l'iscrizioneainngrandimento 
della citta operato da Carlo Emmanuele i dal lato 
di mezzodì; e rammenta ancora il perpetuo com- 
batter che fece per Ja propria indipendenza e per 
la liberta d' Italia contra gli Spagnuoli che V occu- 
pavano, e contra i Francesi che voleano occuparla: 
dominazioni ambedue, ma più la spagnuola, non solo 
ingrate, ma fatali alla povera Italia, la quale avendo 
senno e forza, se avesse maggior unita e rinnovasse 
le virtù antiche da regger sé e gli altri, fu pur troppe 
volte costretta a lasciarsi suggere , e governare o 
sgovernare dagli stranieri. 

La porta Nuova, chiamata allora Vittoria in onor 
dello sposo, imaginata in occasione di quell'ingresso, 
fu in sulle prime fatta di tele dipinte; ma tre anni 
dopo, con celerità di cui si rinnovò rade volte 
P esempio, sorgea marmorea, secondo i disegni del 
conte Carlo Castellamonte. Più magnifica, ma di 
stile assai più licenzioso, era la porta di Po, d'ordine 
dorico, a forma d'un segmento di circolo con due 
angoli sporgenti e sei colonne. Sur un dado in cima 
alla medesima levavasi la statua di un guerriero, 
forse di S. Maurizio, colla bandiera di Savoia; allato 
a quello, sull'attico, il Po e la Dora versavano 
dall'urna la dovizia delle loro acque; e sui canti 
rizzavansi le statue di Pallade e di Mercurio , em- 
blemi delle scienze e del commercio. Era disegno 
del P. Guarino Guarini Teatino. Vi si leggeva la 



CAPO TERZO 41 



seguente iscrizione: 



AMBITVM VRBIS 

AD ERIDANI RIPAS AMPLIOBEM 

CAROLVS EMANVEL II 

DVM VITAM ET REGNVM CLAVDERET INCOHAVIT 

MARIA IOANNA BAPTISTA 

DVM FILIVS BEGNO ADOLESCERET AVXIT 

VICTOR AMEDEVS 

DVM REGNVM 1NIRÈT ABSOLVIT 

AETERNO TRIVM PRINCIPVM BENEFICIO 

AETERNVM MONVMENTVM GRATA ClVITAS POSVIT 

ANNO MDCLXXX. 

È questa una delle migliori iscrizioni del Tesauro, 
perchè meno infetta di seicentismo; sebbene si sco- 
sti dalla elegante semplicità dello stile lapidario 
il principio e il fine. Ma il vero stile delle iscrizioni 
non si conosceva punto , primachè Morcelli coll'alto 
giudicio e col profondo studio de' classici ne ap- 
prendesse l' arte e la rivelasse al pubblico ; nel qual 
tempo il nostro Giuseppe Vernazza, uomo di copiosa 
e scelta dottrina, già ne aveva, per un certo senti- 
mento del vero bello, indovinato il magistero. 

La porta Palazzo aperta da Vittorio Amedeo n , 
era stata eziandio ornata di marmi. La più meschina 
di tutte era la porta di Susa. 

I Francesi, che occuparono Torino dal 1801 al 
1814, smantellarono la città e ne distrusser le 
porte, lasciando solamente in piedi l'alto bastione 
m. ìi 6 



42 Mimo primo 

che sostiene il giardino del re, ed il baluardo che 
circonda la città da levante a mezzodì, convertito 
ora in giardino pubblico. 

Ma i lavori di spianamento vennero continuati ed 
ultimati sotto al regno di Vittorio Emmanuele, il che 
permise di formare tutto all'intorno del perimetro 
della citta i larghi ed ombrosi viali che sono, non 
meno che i portici, una prerogativa della sola Torino. 
Furono essi viali formati nel 1818. Già prima gli olmi 
annosi della cittadella, dei doppi viali del Valentino, 
e dei ripari di porta Nuova accomodavano di liete 
ombre e di galanti memorie i passeggianti (5). 

Né men salutare nei grandi caldi era, ed è la me- 
ridiana passeggiata sotto agli alti castagni d' India 
del giardino del re , o la vespertina sotto alle basse 
volte fronzute del viale dei platani piantato dai 
Francesi , che da porta Nuova scende al fiume Po. 

Ma già l'abbondanza del popolo facendo rincarar 
le pigioni, mostrava la necessità di nuovi ingrandi- 
menti. Rotta l'importuna cerchia delle fortificazioni, 
nulla piti vietava i novelli aumenti ; onde Vittorio 
Emmanuele, con editto del 19 di febbraio 1819, con- 
cedette varii privilegi a chi pigliasse a fabbricar case 
attorno ad una gran piazza che dovea congiungere 
la città al ponte di Po, ed al tempio che il Corpo 
Decurionale avea fatto voto di costrurre al di là 
d' esso ponte in memoria del fausto ritorno del re. 

La soverchia vastità del piano ne diffìcullò 



CAPO TERZO 45 

l'esecuzione, onde ai tempi del re Carlo Felice si vuol 
riferire il quinto ingrandimento della città. Modi- 
ficati allora i progetti, sorse, quasi per incanto, la 
maestosa piazza Vittorio Emmanuele, sorse al di 
là del fiume sull'altissimo suo basamento la rotonda 
dedicata alla gran Madre di Dio; a mezzodì s'ag- 
giunsero i due ultimi isolati della via di porta Nuova, 
si formò la piazza Carlo Felice, e si cominciarono gli 
isolali che fronteggiano verso mezzodì il viale de' 
platani. 

La sesta ampliazione di Torino onora il regno di 
Carlo Alberto. Quella nuova ciltà che pigliò nome 
di Borgo Nuovo, movendo da porta Nuova segue 
l'andamento de'pubblici giardini, e allargandosi fino 
al Po va a ricongiungersi cogli isolati della piazza 
Vittorio Emmanuele. 

Già lo spazio che è tra il viale de' platani ed il 
viale più meridionale del Valentino comincia a po- 
polarsi di case. Bentosto al di là di quello spazio 
s' alzerà lo stupendo edilizio del nuovo spedai mi- 
litare, e la Chiesa di S. Salvano, ed il Castello Beale 
del Valentino faranno corpo colla città, che comin- 
cierà a meritar veramente, anche per questo rispetto 
della material estensione, l'antico suo nome d'Au- 
gusta. 

Son rari ancora i monumenti pubblici. Non torri, 
non obelischi, non fontane. Ma anche a questo prov- 
vederà , ne siam certi , la munificenza del Be. 



NOTE 



(1) Archivio del capitolo della metropolitana di Torino. 

(2) Vedi l'editto 12 agosto 1621, nel Borelli. 

(3) In una patente di quell'anno, di nomina di cantoniere in favore di 
Lorenzo Franchino, sta scritto: Essendo ormai terminata la costruzione 
de' portici nella gran contrada di Po, ecc. 

(4) V.i registri degli Ordinati. 

(5) I viali che dalle vie di S.ta Teresa e del Gambero vanno alla cittadella, 
si piantarono nel 1724 e nel 1725 ; quelli che da casa (tossalo procedono verso 
1' austro, nel 1729 ; quelli di S. Salvano e del Valentino, nel 1730. I vani 
rondeaux, a porta Nuova, nel 1755, sui disegni dell' architetto Feroggio {Or- 
dinali della città). 

Neil' anno 17 il si è dato principio alla strada Reale di Rivoli, colla 
assistenza del conte Francesco Malliano, vicario di politica e pulizia; e nel 
1712 fu terminata. 

in quest'ultimo anno si è cominciata la nuova fabbrica del castello di 
Rivoli, rovinato nelle precedute guerre. 

Memoria delle cose rimarcabili dall'anno 1710 ih avvenire. MS. del- 
l' Archivio della città di Torino. 



>^§f=tèOì=l§^ c 



CAPO QUARTO 



Il colle torinese. — Villa del Pingon. — La collina durante il con- 
tagio del 1650. — Villa di Madama Reale Cristina ( ora Prever), 
e del principe Maurizio di Savoia (ora vigna della Regina). — 
Il monte de' Cappuccini e le infanti donna Maria, donna Catterina, 
donna Isabella di Savoia, di santa memoria. — Filippo d'Agliè. — 
Eremo de' Camaldolesi. — Superga. — Il convitto delle vedove nobili. 



Dalle tante deliziose ville di cui s'ammanta per 
lo spazio di cinque miglia all' incirca il colle tori- 
nese, sicché ne sembra ingemmato, e forma quasi 
un'altra città, niuna io penso ne sorgesse nel se- 
colo xiv, fuor dei rustici casolari de' vignaiuoli , 
niuna memoria avendone potuto rinvenire. E diffatto 
a quel tempo, in cui per le continue guerre e de- 
predazioni non v'era sicurtà fuorché nei luoghi chiusi, 
sarebbe stato follia l'avventurar la persona e la 
roba in residenze tanto selvagge, e lontane da ogni 
speranza di soccorso. 

Ne' lunghi ozi di pace che ebbe l'Italia fra la 



4(j LIBRO PRIMO 

guerra Sforzesca e V impresa di Carlo vili , nel se- 
colo seguente , parmi che si sarà cominciato a mu- 
rar qualche fabbrica piti gentile sul colle torinese. 
Nel secolo xvi già abbondavano. Una ne comprò 
nel 1565, affine di fuggire la pestilenza, Filiberto di 
Pingone co' danari di Filiberta di Bruello sua mo- 
glie, in vai de' salici; e vi lasciò monumento del- 
l' amor suo coniugale in questa iscrizione , non rara 
per lo stile, rarissima pel soggetto : 

HAEC VINETA MAPALIBVS SVB HISCE 

CONVALLEIS DOMINAS OBOSCVLANTVR 

HEIC NEC NON PHILIBERTA RVRIS EMPTRIX 

NOSTRAS EXCIP1T OSCVLATIONES 

PHILIBER { ™ S CONJVGES 

PINGONII 
CVSIACEN. BARONES 
AD MVTV1 AMORIS 
PERP. MEM. (0 

Nei travagli della pestilenza che pur troppo al- 
lora di frequente si succedeano, continuò il colle 
torinese a ricevere i fuggiaschi confidati nell' aria 
piti salubre, e nel rezzo delle solitarie sue piante. 
Cristoforo Pellagnino, lettore di leggi nell'università 
di Torino, morì in una di queste ville in settembre 
del 1599. Nel 1630 furono le medesime campo di 
luttuose scene e di militare licenza ; alcuni ripara- 
tisi in fretta alla campagna, dopo d'aver veduto 



CAPO QUARTO 47 

cadere vittima del contagio tutti i loro congiunti, 
soli, inosservati infermavano, senza soccorsi mori- 
vano. Altri men fortunati, mentre eran vicini a spi- 
rar l'anima, vedean giungersi addosso una man di 
soldati francesi, o spagnuoli, che senza paura e 
senza riguardo maltrattandoli e ferendoli togliean 
loro lenzuola coltri e materassi, crescendo dolore 
al dolor della morte. 

Tutte le campagne, tutte le strade che mettono 
a Torino si vedevano allora coperte di cadaveri di 
questi crudeli soldati che aveano rubato il veleno 
degli appestati da loro uccisi perchè si volean difen- 
dere, degli altri uccisi dal morbo e depredati ; sicché 
i beccamorti, scarsi di tempo, più scarsi di carità, li 
levavano su carrette che si vuotavano nel fiume Po. 

« Nella vigna e nel proprio letto del medico Em- 
manuel Roncino si trovò un cadavero incognito, al 
quale non restò un minimo segno di carne, ne pelle, 
ne anco de'ligamenti degli ossi, i quali però si 
trovarono aggiustati con l'ordine et disposizione da- 
tagli dalla natura, che lasciò molto tempo acciò gli 
servisse, come di sicura guardia, contra l'accostu- 
mato svaligiamento degli Alemanni i quali, entrando 
et vedendo quell'orrendo spettacolo, subito abban- 
donavano l'impresa et si ritiravano (2) ». 

Ben si può dire che la pestilenza fece allora l'estre- 
mo di sua possa. Per buona sorte quella terribil visita 
fu visita di congedo, ne Torino l'ha più riveduta. 



4fc LIBRO PRIMO 

Nuove delizie sottentrarono allora, secondo Fu- 
mana vicenda, a quelli orrori: tra le quali voglionsi 
ricordare la vigna di Madama Reale , e quella del 
principe Maurizio di Savoia costrutte l'una e l'altra 
quasi ad un punto verso il 1650. 

Madama Reale Maria Cristina, riavutasi dai tra- 
vagli della guerra civile, e dal feroce ed oltraggioso 
predominio del Richelieu scelse, sopra il colle tori- 
nese a breve altezza in faccia al Valentino, un luogo 
di lieti, felici ed amabili riposi, dove fin dal 1622 
ella possedeva una villetta, già ampliata in detto 
anno colla compra fatta di quella che possedeva lì 
presso il conte Ludovico Tesauro, lettor primario di 
leggi nell'università di Torino (5). 

Meglio rispianato pertanto il poggio onde aver 
largo spazio ed a fondar la fabbrica e al piantar 
viali, e peschiere, e labirinti, e giardini, e pergo- 
lati, alzò sui disegni del padre Andrea Costaguta, 
Carmelitano scalzo del convento di S ta Teresa, suo 
teologo e consigliere, un grandioso edifìcio con 
tre piani, che, cominciato neli' autunno del 1648, 
fu condotto al termine nel 1653 (4). Dieci altri anni 
spesero le arti nello abbellirlo. Avea tre piani ; l'in- 
feriore era destinato a stanza de' cavalieri ; il su- 
periore era abitato dalle dame; quel di mezzo o 
nobile veniva riservato a Madama Reale, e compo- 
nevasi di dodici camere di bella proporzione, che un 
gran salone divideva in quattro appartamenti. 



CAPO QUARTO 49 

11 salone era istoriato degli avvenimenti più no- 
tabili della vita di Madama Reale; vedevasi e quando 
nasceva da Arrigo iv e da Maria de'Medici, e quando 
dava la mano a Vittorio Amedeo, principe di Pie- 
monte; e quando era assediata dai principi, e quando 
faceva pace con essi, e quando resisteva al re suo 
fratello, o piuttosto al Richelieu a Grenoble, e salvava 
l'independenza dello Stato, e quando maritava Carlo 
Emmanuele secondo suo figliuolo a Madama Fran- 
cesca di Valois che per la sua bellezza e la sua can- 
dida innocenza veniva chiamata alla corte di Savoia 
Colombina d'amore. Ancora quando, ritraendosi dalle 
cure mondane al silenzio de'chiostri, passava lunghe 
ore nel monastero delle madri Carmelitane da lei fon- 
dato sulla piazza di S. Carlo. Nelle fasce della vòlta 
stavano effigiate le armi ed i genii de'principi è delle 
principesse viventi della famiglia reale; ed anche delle 
due principesse maritate al duca di Parma, ed all'È - 
lettor di Baviera. Quella di virili spiriti, e già desti- 
nata a Ludovico xiv, esperta al par di qualunque 
più ammaestralo cavaliero a maneggiar destrieri; 
questa di vivace ingegno e di maravigliosa bellezza; 
epperò il genio di lei veniva espresso da una gio- 
vanetta vestita di bianco ed azzurro, vaga, sorridente 
nel volto, sparse le bionde chiome, coronata di rose, 
portando fra le mani un cuore da cui usciva una 
fiamma. 

Negli appartamenti eransi, secondo il costume 

Voi. II 7 



50 LIBRO l'ili MO 

di que' tempi, esercitate non meno l'arte che l'in- 
venzione; imperocché erano que'tempi sovranamente 
poetici, non, come i nostri, freddi , compassati, in 
cui non v'ha quasi più calore che pel guadagno; 
tempi in cui una certa lima morale tende a rispianar 
tutti gli angoli, a toglier tutto ciò che v'ha di risen- 
tito e di potente nel carattere, a renderci tutti lisci, 
lucidi, scorrevoli, uguali, come altrettanti esemplari 
d'una stessa stampa e d' un medesimo getto. Ma tor- 
niamo alla Vigna di Madama Reale. 

Una camera era destinata alle piante, e là erano 
ritratte, secondo i miti Greci tanto leggiadri, tutte 
le trasformazioni con cui la pietà degli Dei avea 
temperato il dolore o ¥ error de' mortali. Vedevasi 
la storia del Berecinzio pino, della quercia Dodo- 
nea, del moro Celso, dell'Apollineo lauro, e della 
tremula canna. Ciascun quadro era accompagnato 
da una moralità espressa in un verso solo. Sotto la 
favola di Siringa e del dio Pane era scritto : 

Chi vaneggia in amor vento raccoglie. 

Un'altra stanza era destinata a rappresentare le de- 
lizie de'fìori. In mezzo a quelle dipinte morbidezze 
levavasi per ogni lato la parola di verità: 

Cade il fior, cade amor, gli sferza il tempo. 



CAPO QUARTO 51 

Spiegavano in altra camera le loro utili pompe 
le fruita. 

In breve, ogni stanza era consecrata ad una rap- 
presentazione speciale. 

Qua vedeansi i giocondi ricreamenti d'ogni ma- 
niera di musica, là gli esercizi della caccia e della 
pesca, ed ogni altro esercizio del corpo o il sibari- 
tico piacer della mensa, e le fonti, e il mare. 

E sempre alla scena effigiata , rispondeva un 
verso : eccone alcuni ; non sempre puri dell'umor pec- 
cante del secolo, V affettazione, i giochetti di parole: 

Concorde amor fa 1' armonia dell'alme. 
Dolce è il morir ov' è canoro il pianto. 
Soave canto è un amoroso incanto. 
Bellezza è luce che dal ciel discende. 
Degno è il valor che fra i perigli ha il pregio. 
L' onda faconda dolce stil feconda. 

Qui parla del fonte d'Ippocrene (5). 

Questa villa ebbe sorte infelice. Nel 1684 Maria 
Giovanna Battista v'allogò i poveri dello Spedale di 
carità, i quali vi rimasero qualche anno finche, pel 
disagio che pativano nella stagione invernale i su- 
periori che vi si dovean recare , furono rimessi in 
città. Più tardi cadde in mani private (6), ed ap- 
pena se ne vedono le reliquie. 

La villa o vigna (secondochè noi appelliamo siffatte 
case di campagna) del principe Maurizio fu fondata 



52 LIBRO PRIMO 

a breve distanza dalla citta sopra un benigno de- 
clivio del colle in faccia al ponte di Po. Dice il 
Grossi esserne stato architetto un Viettoli romano. 
Il principe ne fé' dipingere le mura a fresco, effi- 
giandovi fatti di storia antica. E la seguendo il lo- 
devol costume che usava, essendo cardinale a Roma, 
raccoglieva un fiore d'eletti ingegni in accademiche 
conversazioni. Chiama vasi qui accademia àe'Solinghi 
quella che a Roma intitolavasi de' Desiosi, nò consi- 
stevano i suoi esercizi nel recitar sonetti o madri- 
gali, ma in ricerche filosofiche, in dotte disputazioni, 
in indagini matematiche. Ora si discorreva dell'arte 
del fortificare, ora del maneggio delle cose di Stato. 
Ora si fìngeva che uno dei Solinghi tornasse da un' 
ambasciata, e gli si imponeva di leggere una rela- 
zione sulle condizioni del paese da cui tornava. 
Usanza preziosa stata prima introdotta dai Veneziani. 

Infine ogni arte cavalleresca, ogni filosofica disci- 
plina, ed anche la scienza pratica degli statisti 
trattavasi in quella virtuosa palestra, che si racco- 
glieva per l'ordinario in un sito appartato del giar- 
dino che s'attiene alla vigna di cui parliamo (7). 

Dopo la morte del principe Maurizio, accaduta 
nel 1657, con gran lamento di tutti i buoni, e mas- 
sime degli uomini di lettere (8), Luisa di Savoia, 
nipote e vedova di lui, lunghi anni abitò questa 
villa, della quale, assai si piaceva. Chiamavasi allora 
villa Ludovica; e solo ai tempi d'Anna d'Orleans, 



CAPO QUARTO 55 

moglie di Vittorio Amedeo n, pigliò nome di Vigna 
della Regina. 

La guerra guastò più volte questa e l'altre delizie 
dell'agro torinese. Ma molte volle ancora fu ripa- 
rata e restaurata. 

L'ampliò fin dal secolo xvh il conte Amedeo di 
Caslellamonte; nel 1779 ne rinnovò la facciata l'ar- 
chitetto Paolo Antonio Massazza (9), conte di Val- 
dandonna; e dieci anni dopo vi fé' lavorare l'archi- 
tetto Moraris a tenore dell'istruzione datagli dal 
conte Giuseppe Novellone di Scandaluzza (10). La 
Vigna della Regina è adorna di nobili dipinti del 
Corradi, di Giuseppe Dallamano e di Gio. Battista 
Crosato, quegli Modonese, questi Veneziano (11). 

11 principe Maurizio aveva eziandio edificato verso 
l'austro una cappella dedicata ai santi Michele, Mau- 
rizio e Grato per comodo principalmente de' villeg- 
gianti, come si raccoglie dalla seguente iscrizione 
che leggesi sul muro che costeggia la strada di 
S ta Margherita: 

D. o. m. 

SS. MIKAELI MAVRITI0 GRATO 

PATRONIS ET TVTELAR. 

SACELLVM VIATORIR. ET PER AGRVM 

CIRCVMFVSVM RVSTICANT1B. ORVIVM 

SIB1 OPPORTVNVM 

MAVRITIVS PRINCEF'S A SABAVDIA 

DIE S. MIKAELI S. MAVRITIO OCTAV. 

Ili KAL. OCTOB. MDCIL FB. EB. DD. B. 



54 LIBRO PRIMO 

Alia Vigna della Regina fu servita in aprile del 
1782 una merenda ai conti del Nord. Ne rammen- 
terei questa futile circostanza, se non volessi sog- 
giungere che la bella e santa principessa di Pie- 
monte, Maria Clotilde, erasi legata di sì tenera ami- 
cizia colla moglie di Paolo i, che durante la dimora 
di quegli illustri ospiti a Torino, stavano insieme 
il maggiore spazio di tempo che potevano, e quando 
erano separate si scrivean biglietti caldi d' un raro 
affetto (12). Questa principessa, seconda moglie del 
granduca Paolo, era Sofìa Dorotea Augusta di Wur- 
temberg. 

Nulla diremo dei tanti palagi e casini privati 
che incoronano tutti i poggi, che sorgono su lutti 
i clivi , molti de' quali nobilitati da belle architet- 
ture, ingentiliti dalle arti, e soprattutto alcuni di essi 
da quel nostro torinese Pietro Olivero, emulo de' 
Fiamminghi. Faremo invece breve parola della chiesa 
de' Cappuccini del Monte, dell'Eremo de' Camaldo- 
lesi, della Basilica di Superga e delle Vedove nobili. 
Quel poggio che, dispiccato dalle circostanti col- 
line, tondeggia presso al ponte di Po e chiamasi per 
antonomasia il Monte fu, nei secoli xm , xiv e xv, 
surmontato da una piccola fortezza con torre e ba- 
stioni, chiamata Motta o Bastia, che serviva a difen- 
dere il passo ed il ponte vicino. 

Essendosi intanto molto perfezionata l'arte del 
fortificare, la bastia del ponte di Po parve meno 



CAPO QUARTO 55 

importante e fu prima negletta, e poi infeudata a pri- 
vati. L'ebbero, nel secolo xvi, i Maletti, e poi gli 
Scaravelli, dai quali la riebbe, per compra fattane, 
Carlo Emmanuele i, quando nel 1583, volendo con- 
secrare a Dio quel luogo, fece por mano all' edilì- 
zio della chiesa e del convento sui disegni del 
Vittozzi. Quel duca teneva, e con ragione, in molta 
stima l'ordine de'Cappuccini, e in gran numero sono 
i conventi di que' religiosi da lui fondati, o soccorsi 
in tutto il Piemonte. Anche nel convento del Monte 
desiderò d' averli ; ed essi vi fecero il loro solenne 
ingresso nel 1590. Nel 1596 il duca die ai Cappuc- 
cini del Monte 665 volumi stati del fu vescovo d'Asti 
Panigarola, di chiara memoria , con altri assai della 
propria biblioteca, con legge che non potessero 
essere estratti dal Convento ne trasferiti altrove. 
La chiesa non potè venir ufficiata prima del 1611, 
e solo nel 1658, regnando Vittorio Amedeo ì, si 
terminò d' adornarla di marmi, di stucchi e d'altri 
fregi, che la rendono cospicua sopra tutte le chiese 
dell' Instituto cappuccinesco, le quali d'ordinario non 
rilucono se non per nettezza, e per una venusta 
sebben povera semplicità (15). Qui il tabernacolo 
è ricco d'agate e di lapislazzuli. La tavola dell'As- 
sunta all' aitar maggiore è di Pier Francesco Maz- 
zuchelli detto il Morazzone, egregio coloritore, 
il cui ingegno era più adattato ai forti che ai 
gentili argomenti. Fu molto adoperato da Carlo 



50 LIBRO PK1MO 

Emmanuele i , che lo creò cavaliere. 11 S. Francesco 
della cappella a mano destra è di Giambattista Crespi 
detto Cerano, creatura del gran cardinale Federigo 
Borromeo, pittore e scultore, quel medesimo che 
rizzò presso Arona la statua colossale di S. Carlo. 

Il martirio di S. Maurizio, che si vede nell'op- 
posta cappella, è di Guglielmo Caccia detto il Mon- 
calvo, pittore mirabile per la freschezza del colorire, 
ma non sempre corretto nel disegno. Ne' quattr'an- 
goli recisi della croce greca vedonsi quattro statue 
di Stefano Maria Clemente statevi allogate nel 1732; 
sotto alle quali, sui disegni del conte Benedetto Al- 
fieri, s' eressero nel 1745 e 1747 quattro graziosi 
altarini. Tanto le statue che gli ovali degli alta- 
rini rappresentano santi dell' ordine de' Cappuccini. 
Gli altari delle due grandi cappelle laterali ven- 
nero ornati da due divoti, Lorenzo Georgis e Gio- 
vanni Antonio Ferraris, come raccontano due la- 
pidi che vi sono affisse. Nel coro, dietro l'aitar mag- 
giore, sono sepolte le viscere del principe Maurizio 
di Savoia. 

In uno stanzino che s'apre a cornu epistolae della 
cappella di S. Francesco v' è il deposito del vene- 
rabile servo di Dio, fra Ignazio da Santià, sacerdote 
di quest' ordine, di cui s' aspetta la beatificazione. 
Gran voce di santità egli ebbe e in vita e in morte, 
e i nostri vecchi i quali V aveano conosciuto di per- 
sona ne parlavano con molto amore, e con molta 



capo quarto 57 

divozione. Ne vanno attorno molte imagini, e se ne 
ha la vita stampata. 

Nel 1629 le infanti donna Maria e donna Cat- 
terina di Savoia, figlie del gran Carlo Emmanuelei, 
donarono alla Madonna che si venerava nella chiesa 
del Monte due corone gemmate , colle quali essa e 
il bambino vennero con gran solennità incoronale 
da monsignor nunzio Alessandro Castracane, il dì 
cinque d' agosto. E ciò in presenza di Carlo Emma- 
miele, della sua famiglia e di tutta la corte. Queste 
due sorelle erano P esempio della corte e Pedifica- 
zion di Torino. Neglette le pompe mondane, neglette 
le regie nozze offerte e trattate, riponevano la loro 
speranza e la loro consolazione in Dio. Negli ultimi 
giorni di carnovale, quando gli altri perdevansi nel- 
P eccesso de' piaceri, esse, ristrettesi in sito ap- 
partato , con alcune delle loro dame , aspramente 
si flagellavano. Una volta passando vicino al loro 
appartamento Carlo Emmanuele 1 , con alcuni prin- 
cipali cavalieri, intese il rumor delle percosse, e 
rivolto a'suoi cortigiani con aria di compunzione 
disse: Non udite voi la graziosa musica e la de- 
licata armonia che vanno formando le nostre figlie 
colle loro dame ? Nell'anno medesimo, a' 4 d'ottobre, 
queste due principesse, desiderose di servir Dio nel- 
P umilia e nel silenzio, pigliarono l'abito del terzo 
ordine Francescano dalle mani del P. provinciale 
de' Cappuccini, fra Paolo Mattia Pergamo d'Asti; 

Voi. IT 8 



58 LIBRO PRIMO 

la professione differita per varie contrarietà si fece 
addì 13 dicembre 1635. 

Queste due sante sorelle, finche rimasero in Torino 
pareano, orando insieme innanzi all'altare del SS. Su- 
dario, due cherubini avanti all'arca; ma non del solo 
orare contente provvedeano non meno alla propria 
che all'altrui santificazione; fondarono il monastero 
delle Cappuccine, quello delle Convertite, procura- 
rono la riforma de' Carmelitani di S ta Maria di Piazza 
caduti in gran fiacchezza di disciplina, infine lunga 
corona intesseano d' opere buone. Ricoveratesi poi a 
Biella in ottobre del 1640, onde allontanarsi dal teatro 
della guerra civile, in una divotissima visita al San- 
tuario d' Oropa, l' infanta Catterina, già fiacca di sa- 
lute, fu presa dai freddo , onde le si scoperse una 
gran febbre di cui morì a' 20 di quel mese in età di 
46 anni, con somma edificazione di tutti que' che la 
videro e Y udirono. La calca del popolo, dopo il suo 
passaggio , fu continua e grande attorno al corpo , 
a tagliare pezzetti dell'abito, a fargli toccar corone, 
come co' corpi creduti santi si suole (14). L'infante 
donna Maria, perduta l'indivisibil compagna, si recò 
a Nizza e stette alcun tempo col principe Maurizio 
suo fratello, poi convertita la propria corte in mo- 
nastero, fu il resto della sua vita quasi un continuo 
pellegrinaggio, secondochè la santità de' luoghi o 
la pia conversazion delle monache la invitava. Fu a 
Milano, a Pavia, a Loreto, ad Assisi, ma più lungo 



CAPO QUARTO 59 

tempo dimorò a Bologna ed a Roma, ed in quest'ul- 
tima citta chiuse, con una santa morte, una vita 
fervorosa, penitente e divota il dì 13 di luglio del 
1656. Deposto il corpo provvisoriamente nella chiesa 
de' Ss. Apostoli, fu poi trasferito, secondochè essa 
aveva comandato, in Assisi e nella chiesa di S. Fran- 
cesco (15). 

Mentre dimorava in Bologna, le mancò una delle 
sue monache, che la serviva in ufficio di cameriera, 
Maddalena Turinetti (di famiglia patrizia torinese, 
trasferitasi poco dopo ad Orbassano), la quale, imi- 
tando le virtù dell'augusta padrona, morì con grande 
opinione di santità. Anzi lo scrittor della vita della 
serenissima infante Maria, dice che il cadavere fu 
accompagnato alla sepoltura da Sua Altezza, che 
molto la stimava e l'amava; e narra un insigne mi- 
racolo, con cui sarebbonsi illustrate le esequie di 
quella serva di Dio. 

Veramente fortunato fu Carlo Emmanuele i e be- 
nedetto da Dio nella sua prole, perchè, oltre alle 
due principesse di cui abbiam parlato che vissero 
in istato religioso, altre due che andarono a marito, 
cioè donna Isabella duchessa di Modena, e donna 
Margarita duchessa di Mantova, furon donne di 
rara virtù e di somma pietà ; e tanta efficacia 
ebbe la luce degli esempi d'Isabella di Savoia, 
che il duca Alfonso ni, dopo la morte di lei, la- 
sciato lo scettro, pigliò P abito de' Cappuccini , col 



GO LIBRO PRIMO 

nome di fra Giovanni Battista, il 13 luglio del 
1629 (16). 

L' abate Giovanni Boterò nel suo poema della pri- 
mavera, parlando di queste principesse, quando an- 
cora fiorivano di prima giovinezza scrive: 



Ma che si potrà dir che degno sia 
Della cortese e amabile Isabella., 
Della vermiglia e candida Maria, 
( Non contenda con lei qual sia più bella ) 
Di Catterina, graziosa e pia, 
Qual divota e da Dio gradita ancella ! 

Qual fia più vago fior che Margarita, 
Di gentilezza e di valore idea, 
Cui cede in arme Vittorina ardita 
In pudica onestà Penelopea, 
Atalanta in beltà gaia e fiorita, 
In studio e in zelo di drittura Astrea? 
Questa dal materno alvo portò seco 
Quanto di grazioso ha il mondo cieco. 



Ma tornando al Monte, che ci ha dato causa a cosi 
lunga digressione, noteremo che in quella chiesa fu 
sepolto, il 19 di luglio 1667, il famoso conte Filippo 
S. Martino d'Agliè, stato lungo tempo principal mi- 
nistro e favorito della reggente Cristina. Carcerato 
per violenza dal Richelieu, perchè non volle ven- 
dersi alla Francia, perchè disse altamente che era 



CAPO QUARTO GÌ 

sazio dei regali francesi, perchè ricusò con nobilis- 
sima lettera alti onori offertigli da quel cardinale, 
ed impedì la consegna di Monmegliano, chiesta con 
alterezza di comando, a nome di Ludovico xin, 
illustrò con questi meriti incontrastabili la sua fama 
alquanto, per accuse di diverso genere, intorbidata. 

La militare importanza del sito procurò a quel 
pacifico recesso non pochi disturbi. Nel 1639, quando 
il principe Tommaso s' impadronì di Torino, fortificò 
e trinci ero il Monte. 

Ma i Francesi pigliarono quel posto d" assalto, ne 
valse ai vinti ricoverarsi in chiesa, ne li protesse 
la tremenda maestà degli altari; perocché appiè di 
quelli dai crudeli vincitori furono trafitti , lacerati , 
sgozzati; appiè di quelli, sottentrando al furore del- 
l' ira il furor della libidine, si fece forza all'onestà 
delle donne. 

Nel 1690 Vittorio Amedeo n, in guerra colla 
Francia, pose presidio di soldati in quel convento. 
Nel 1703, fu risoluto per ben due volte ne' consigli 
del duca d'abbattere il convento pel comodo che 
avrebbe potuto dare ai nemici , di fulminare da 
quella vetta la citta colle artiglierie. Ma per buona 
sorte non si perseverò in quel pensiero (17). 

Nel 1799 Vukassowich cogli Austro-Russi oc- 
cupò il Monte, e piantovvi batteria di cannoni e 
mortai, onde stringere alla resa la citta di Torino, 
tenuta dai Francesi capitanati dal general Fiorella. 



62 LIBRO PRIMO 

E dopo non lunga tempesta di quelle bocche da 
Cuoco, ottenne l'intento (18). 

Aboliti poi dal governo provvisorio, il 1° settem- 
bre del 1802, gli ordini religiosi, gli edifìzi del 
Monte alienati ad un privato, servirono ad uso di 
collegio; nel 1816 fu ricomperato, e poi renduto 
dal governo regio ai Cappuccini, che ne ripigliarono 
il possesso addì 22 di settembre del 1818(19). Nel 
1840 il re Carlo Alberto aggiungeva al convento una 
nuova fabbrica ad uso d'infermeria, come appare 
dalla lapide con busto che gli posero i Cappuccini 
riconoscenti. Questo stesso principe, in luogo delle 
due corone date dalle infanti Maria e Catterina, ed 
involate ne' torbidi della rivoluzione, due altre ne 
surrogò nel 1844, con cui venne di nuovo incoro- 
nato T antico simulacro di Maria Santissima. 

Un voto fatto dal duca Carlo Emmanuele ì, nella 
cruda pestilenza del 1599, die causa alla fondazione 
dell'Eremo de'Camaldolesi cominciata due anni dopo. 
Ne fu ministro principale un uomo di vita venera- 
bile, fra Alessandro de' marchesi di Ceva, monaco 
di quella religione (20). Il duca avea ceduto a quel 
tempo appunto la Bressa ed il Bugey alla Francia 
in cambio del marchesato di Saluzzo. La Certosa di 
Pietracastello, cappella dell'ordine supremo dell'An- 
nunziata veniva a trovarsi in dominio straniero. Carlo 
Emmanuele ì elesse in sua vece a tale ufficio l'E- 
remo camaldolese. 



CAPO QUARTO 65 

Sopra la porta d' entrata nella clausura leggevasi 
la seguente iscrizione : 



CAROLVS EMANVEL DVX SABAVDIAE INVICTISSIMVS 

HANC SACRAM EREMVM CAMALDVL. ANNO 

CIDI3XC1X POPVLIS EPIDEMIO LABORANTIBVS 

VOTO ACCEPTISSIMO ERECTAM ET SOLEMNEM 

TORQVATORVM ANNVNTIATAE VIRGINIS AEDEM 

PRO AVITA DECLARATAM DOTAVIT DEDICAVIT 



La chiesa fabbricata nel 1602 sui disegni dell'ar- 
chitetto Valperga, venne nel 1780 ristaurata ed 
accresciuta di quattro cappelle, e d' un alto cam- 
panile con architettura del conte De Lala di Bei- 
nasco; di modo che gli altari sommarono a sette. 
11 gran quadro ovale dell' aitar maggiore raffigu- 
rante la Vergine Annunziata era del cavaliere 
Beaumont ; vedevansi inoltre quattro tavole laterali, 
due grandi e due piccole di Pietro Metay, morto a 
Lione verso il 1765. L'altare a sinistra entrando 
avea un' imagine di S. Romualdo, dipinta da Seba- 
stiano Ricci e intagliata in rame dal Wagner. 

Nella cappella del Rosario vedevansi dodici bei 
paesi, in cui erano effigiati altrettanti eremiti nelle 
loro solitudini, dipinti da Vittorio Amedeo Cignaroli 
nel 1753 (21). 

Tutte le scolture in legno erano opere di Stefano 
Maria Clemente. Nel refettorio, un gran quadro che 



Cì4 LtftBO PRIMO 

rappresentava la cena di Cristo con gli Apostoli era 
stato dipinto da Baldassarre Maltheus d'Anversa, 
scolaro del Rubens, che la dipinse nel 1657 (22). 

La sagrestia era ornata d'armadii di legno di noce, 
squisitamente intagliati dal padre D. Carlo Amedeo 
Botto, torinese, monaco eremita Camaldolese, con 
ovali dipinti dal Cignaroli. Dai fratelli Pozzi erano 
state dipinte le vòlte così della chiesa come della 
sagrestia. In una camera attigua alla medesima 
splendeano i blasoni de' sovrani e dei cavalieri del- 
l'Annunziata defunti. Gli stemmi del gran mastro 
e de' cavalieri viventi vedeansi in fondo alla chiesa 
sopra la porta. 

L'Eremo possedeva una ricca biblioteca ed una 
galleria ornata di copiosi intagli de' migliori artisti 
antichi e moderni. 

Una cappella sotterranea, il cui ingresso era or- 
nato di due colonne di marmo nero, conteneva i de- 
positi de' cavalieri. 

Nel giardino miravansi regolarmente disposte le 
celle degli eremiti in numero di ventuna. Ciascuno 
avea una comoda abitazione composta di due ca- 
mere coll'oratorio, ed un orticello. 

Il sacro Eremo di Torino, ridotto dopo la rivolu- 
zione ad usi profani, è ora una proprietà privata. In 
sua vece fu dichiarata cappella dell'ordine supremo 
dell'Annunziata la Certosa di Collegno. 

Sulla Basilica di Superga, come su monumento 



CAPO QUARTO G5 

eonosciutissimo, non mi dilungherò molto. Fu, come 
abbiam veduto, conseguenza di un voto fatto da Vit- 
torio Amedeo il, ne' primi giorni di settembre del 
1706, quando si trattava di liberar Torino dal- 
l' assedio, di salvar lo Stato dall'imminente ruina. 
Sorge maestosa con mirabili proporzioni sulla più 
alta cima del colle torinese; è disegno del celebre 
abate cav. don Filippo Juvara Messinese. Fu comin- 
ciata nel 1715, aperta nel 1731, e costò più di tre 
milioni di lire antiche. I tre altari principali sono 
ornati di bassi rilievi in marmo; quello dell'aitar 
maggiore, che allude alla liberazione di Torino per 
intercession della Vergine, è del cav. Bernardino 
Cametti Romano, oriondo di Gattinara, che lo scolpì 
nel 1735; quello della Natività, all'altare a destra 
di chi entra, è dello stesso Cametti. L' Annunziata 
a sinistra è del Cornacchini. Nelle due prime cap- 
pelle ai due lati dell'ingresso, sono due tavole di- 
pinte da Sebastiano Ricci da Belluno. Neil' una si 
raffigura S. Morizio, nell'altra S. Ludovico re di 
Francia che mostra la corona di spine al popolo. 

Le tombe reali sono state costrutte per ordine di 
Vittorio Amedeo ni, e si terminarono nel 1778, seb- 
bene fin dal 1732 la Basilica di Superga fosse de- 
stinata a sepolcro de' principi, di cui vi si recavano 
i corpi. Diffatti, il corpo di Vittorio Amedeo n fu 
depositato prima nel coro d'inverno, poi collocato 
in un mausoleo erettogli nella cappella della Madonna, 

fol. II o 



GG LIBRO PRIMO 

donde fu rimosso e trasferito ne' sotterranei la mat- 
tina del 25 febbraio 1773, per dar luogo a quello 
di Carlo Emmanuele hi (23), che vi rimase finche 
furono condotti a termine i regii sepolcri. 1 due 
mausolei di Vittorio Amedeo n e di Carlo Emma- 
nuele in, sono disegno dell'architetto Martinez. Le 
statue sono di mano d'Ignazio e di Filippo, fratelli 
Collini. Nel mausoleo di mezzo, innanzi all'altare, 
si ripone il cadavere dell'ultimo re defunto. Ora vi 
giace Vittorio Emmanuele, perchè il re Carlo Fe- 
lice, come non avea voluto vivendo occupare il pa- 
lazzo del fratello, così non volle occuparne la tomba, 
e scelse a luogo de' suoi perenni riposi la cappella 
di Belley in Altacomba. La pia regina vedova Maria 
Cristina fondò pur anche in questa cappella sotter- 
ranea un anniversario perpetuo pel defunto sovrano 
suo consorte, e ne rende memoria un' apposita iscri- 
zione. 

Nel grandioso fabbricato attiguo v'è un'accade- 
mia ecclesiastica, in cui distinti ecclesiastici d'ogni 
diocesi dello Stato attendono a perfezionarsi nelle 
scienze teologiche e morali e nei doveri del sacer- 
dozio. 

In un sito poco discosto dal Monte de'Cappuccini, 
dov'era la villa delle nobile famiglia Giajone, ma- 
dama Felicita di Savoia, figlia del re Carlo Emma- 
nuele ni, cominciò nel 1787 un edifizio destinato 
al ricovero delle vedove nobili o di civil condizione, 



CAPO QUARTO 07 

sul disegno dell'architetto Faletti, e ciò sull'istanza 
e coi consigli del suo confessore il padre Giambat- 
tista Canaveri, dell'Oratorio di Torino, che fu vescovo 
di Biella e poi di Vercelli. La fabbrica signoreggia 
un recinto di 45 giornate destinate ai passeggi ed 
alla ricreazione delle convittrici. 

Una iscrizione rammenta il benefìcio e la bene- 
fattrice così: 



MARIA FELICITA A SABAVDIA 

REGVM FILIA SOROR AMITA 

REGIVM HVNC VIDVARVM CONVICTVM 

MIRA PROVIDENTIA EXClTAT 

SVMMA AVCTORITATE TVETVR 

Questa principessa morì a Roma nel 1802, e fu 
sepolta nella chiesa de' Ss. Apostoli. 



NOTE 



(1) Arrèl de la R. Chambre des comptes, concernant les armoiries de 
la maison de Pingon, pag. 50. 

(2) Fiocchetto, Trattato della peste di Torino, 121. 

(3) Inslromento del 3 d'ottobre 1622. Neil' Archivio camerale. 

(4) Conto della fabbrica della vigna di Madama Reale. Archivio ca- 
merale. 

(5) Delitie della vigna di Madama Reale Cristina di Francia. 

(6^ Ora appartiene all'avvocato Prever. Per giudicare di quello che era, 
si vegga la stampa nel Theatrum staluum ducis Sabaudiae, e si legga 
l'opera da noi già citata: Delitie della vigna di Madama Reale. 

(7) Vallauri, Delle società letterarie del Piemonte, 96. 

(8) V il Cilindro, orazione panegirica del Tesauro. - Staffetta del do- 
lore inviata all'universo nella morte del serenissimo principe Maurizio d» 
Savoia. -Tonino, Riscontro della dottrina ippocratica col tumulo del 
serenissimo principe Maurizio di Savoia. 

(9) Grossi, Corografia del territorio di Torino, vol.n, 142. 

(10) Autore del libro intitolato: L'arco antico di Susa. 
(il) Derossi, Nuova guida della città di Torino, 1781. 

(12) Gariel, Description de la reception des comtes du Nord à Turiti. 

(13) La chiesa del Monte fu consecrata il 22 d'ottobre 1656, ir. presenza 
della celebre regina Cristina di Svezia. 



CAPO QUARTO, NOTE 69 

(14) Arpio, Vita dell'infanta Cutter ina di Savoia. 

(15) Alessio, Vita della serenissima infanta Maria di Savoia. Questa 
principessa, di vaghi sembianti, per una strana particolarità ebbe i capelli 
di color cinericcio. 

(16) Le infante Isabella e Margarita di Savoia portarono, vivendo, il cor- 
done di S.Francesco, e morte, vollero essere seppellite in quell'abito. 

(17) Arnaud, Storia del monte dei Cappuccini. 

(18) Botta, Storia d'Italia. 

(19) Arnaud, loc. cìt. 

(20) Morto nel 1612 in odore di santità. 

(21) Grossi, Corografia del territorio di Torino, 

(22) Non fu mai piltor di corte, come dice il Ticozzi ; anzi questa tavola 
era l'unica opera che di lui si conoscesse in Piemonte. 

(23) Libro dei cerimoniali degli arcivescovi di Torino, ms. dell' Ar- 
chivio arcivescovile. 



CAPO QUINTO 



Agro Torinese. — 11 Parco, antica delizia de' principi di Savoia. — 
Campo Santo. — Mirafiori. — Carlo Emmanuele i, suoi versi. — 
Giambattista Truchi, celebre ministro delle finanze nel secolo xvn. 
— Sua villa e suo palazzo. — Chiesa della Crocetta — Di S. Sai- 
vario. Serviti. Come fossero chiamati a Torino. Uomini illustri 
vissuti nel convento di S. Salvarlo. — Santuario della Madonna 
del Pilone. — Opera Manzolina alla Generala , poi ricovero di 
donne mondane. In ultimo Casa di correzione e Instituto agrario 
pei giovani discoli. — L' Ergastolo ; prima stabilito pe* giovani 
discoli, ora Casa di correzione e Ospedal sifilitico per le donne 
traviate. — Instituti della signora marchesa di Barolo. Il Rifugio 
ed il Rifugino. Il monastero di S.ta Maria Maddalena. La casa 
di Sant' Anna. — Piccola Casa della Divina Provvidenza. — Il 
monastero di Nostra Signora di carità del Buon Pastore. 



À settentrione del giardino del Re si stende una vasta 
campagna compresa tra i fiumi Dora, Stura e Po. 
Emmanuele Filiberto la destinò a luogo di ricrea- 
mento e di delizia, ed insieme a podere modello. E 
però ivi si videro grotte, fontane, uccelliere, pe- 
schiere, pergolati, viali, labirinti, boschi, monti e 
valli , torrenti spumanti , tranquilli canali , rocce 



LIBRO PRIMO, CAPO QUINTO 71 

e ponti alla foggia di que'giardini che più tardi si 
chiamarono inglesi, e sono pure italiani d'origine 
e di trovato e d'esecuzione. 

Chiamavasi quel luogo il Parco; e là pure sten- 
deansi prati, campi e vigneti. La piantavansi migliaia 
di gelsi, seminavasi il miglior grano di Sicilia, edu- 
cavansi le razze migliori di buoi, di vacche, di bu- 
fali (1). 

Più tardi vi si teneano anche tigri e cinghiali, 
daini, cervi e camozze. Vi s'alzava un magnifico pa- 
lazzo chiamato Viboccone, e vi s'edificava una chiesa 
nel 1605. Il fresco pennello del Moncalvo (2) ornava 
di bei dipinti il soffitto di quel casamento, posto 
all'estremità del parco. Questa fabbrica coperta di 
una graziosa cupola, con portici e colonne, e immense 
scalee esteriori, era, a giudicarne dai disegni, splen- 
didissima cosa; ma Carlo Emmanuele, impedito dalle 
guerre, non potè condurla a termine. 

Ma già dai primi anni del regno di lui le delizie di 
quell'ampio sito erano famose : eran frequenti le feste 
che vi si davano, convegno d'una delle corti più fiorite 
e più spiritose che fossero al mondo; ne altrove at- 
tinse Torquato Tasso la sua idea del giardino d'Ar- 
mida siccome lo dichiarava per sua lettera egli stesso. 

Favole pastorali recitavansi nel parco al 1601. 

Ad una festa era colà invitato il maresciallo di Crequy 
in luglio del 1629 (3). Accenna a queste delizie del 
Parco monsignor Giovanni Boterò nel suo poema 



72 LIBRO PRIMO 

della primavera là dove, parlando di Carlo Emma- 
nuele 1 , scrive : 



Intanto Carlo tra le spesse fronde 

Di faggi e d' olmi, e tra 1' erbette e i fiori 

Temprando va le cure sue profonde 

Dietro al concerto degli alati cori; 

E parte in queste, parte in quelle prode, 

Di primavera il dolce aspetto gode. 

Ma via miglior stagion che primavera 
Al Parco suo qualor voglia egli adduce. 
Questo è il drappello e 1' onorata schiera 
De' figli e figlie, onde ogni grazia eluce. 
Quindi favor l'afflitta Europa spera; 
Quivi i disegni suoi tutti riduce; 
Quindi salute Italia attende e pace, 
E frutto di vittoria non fugace. 



Scesero poi i Francesi nel 1706 a' danni d'Italia 
e ai nostri, ed i giocondi riposi del Parco furono il 
primo campo in cui s'attelarono apparecchiando l'as- 
sedio di Torino. A quel tempo il Parco, il Valentino, 
Mirafìori ebbero tali guasti che il primo non potè ri- 
storarsene e tornò a far corpo colle campagne circo- 
stanti da cui la mano di Emmanuele Filiberto l'avea 
dispiccato. Il Valentino e Mirafìori non mostrano che 
una pallida ombra dell'antica magnificenza. 

Ora, strana vicenda delle umane cose, dove Tor- 
quato rinveniva l'idea archetipa degli orti d'Armida 



CAPO QUINTO 73 

si stende il campo dell'eterno riposo benedetto nel 
1829 e surrogato ai due antichi cenotafìi. 

Un ombroso viale, fiancheggiato da un largo fosso, 
per cui corre veloce come il tempo ampio volume 
di torbid' acque, emblema di queste mondane mi- 
serie, fa capo ad una piazzetta, su cui sorge una 
chiesuola del Santo Sepolcro, rialzata su varii gra- 
dini, ed accostata da due case. La chiesuola è tonda 
e riceve poco lume dall' alto, oscurità conveniente 
a luogo sepolcrale, e propizia al raccoglimento. In 
un andito laterale è il busto del marchese Tancredi 
Falletti di Barolo, con iscrizione che narra come fosse 
autore del consiglio di formare questo Campo Santo, 
e aiutatore dell' opera coli' usata sua liberalità. 

Fra la chiesuola e le case, due cancellate danno 
l'accesso al campo del riposo, in mezzo al quale, 
sopra un calvario che si fa centro a quattro viali di 
cipressi, torreggia un' alta croce di pietra, simbolo 
di redenzione e di misericordia, scudo e speranza 
de' peccatori. 

Il vasto campo è cinto da un muro elevato, e 
foggiato a nicchie d' uno stile che ritrae dell' egi- 
ziano. In faccia a queste nicchie, interrotte a quando 
a quando da cappellette, si stendono altrettante 
aiuole, divise tra loro da scompartimenti d' ardesia; 
sono sepolcri di proprietà privata. Tutta la parte 
centrale della funebre campagna è occupata dai se- 
polcri comuni. 

Voi. II 10 



74 Limo PMMo 

Entro alle nicchie allogano lapidi e monumenti 
quelli che non amano meglio di contrassegnarne la 
fossa medesima che racchiude il caro estinto. 1 bei 
monumenti ancor vi scarseggiano, ma sono da citarsi 
quelli d'Anna, marchesa di Monforte, del Bruneri, e 
quello della madre della rara attrice Carlotta Mar- 
ehionni, del Bogliani. 

Questo Campo Santo era stato dall'architetto Lom- 
bardi disegnato, secondo il pensiero del marchese 
di Barolo, col fine principalmente che ogni cadavero 
giacesse in fossa separata, e più non fossero come 
prima i corpi de' non facoltosi accatastati nei pozzi 
comuni. Questo pietoso scopo è stato raggiunto. 

Ma provveder si doveva anche alle classi agiate; 
non neir interesse d' un' ambizione che affatto insana 
dee riputarsi, se non s' arresta almeno alla tomba, 
e sotto alla falce che piccoli e grandi miete insieme 
ed agguaglia; ma per servire all' affetto de' superstiti 
ed alla gloria dell'arti, che poche altre occasioni 
avrebbero di spiegar il volo, se questa mancasse. A 
questo bisogno provvedeva la vigile cura della città 
di Torino, la quale nell'agosto del 1841 ordinava 
che, in ampliazione del Campo Santo, un'altr'area 
gli si aggiungesse, in cui le sepolture private fossero 
coperte, sicché i monumenti da allogarvisi nulla 
avessero a temere dall' inclemenza d' un cielo che 
spesso obblia di essere italiano; e die commissione a 
Carlo Sada, architetto della Real Casa, di formarne 



CAPO QUINTO 75 

il disegno, ed all'avvocato Carlo Pinehia, suo decu- 
rione, di sopraintendere all' opera. Ora questa giunta 
è in molta parte eseguita; e già sorge un ampio e 
nobil giro di portici, sicché si può congetturare che 
il nostro Campo Santo poco avrà da invidiare alle 
più celebri necropoli italiane. 

La nuova parte del Campo Santo ha la forma d'un 
parallelogramma basalo sul lato nord dell'antica. Sul 
lato parallelo a questa, di fronte all'entrata, spie- 
gasi un' area semicircolare, in cui si è progettato di 
elevare un monumento alla memoria degli uomini 
celebri nazionali ; i due laterali del parallelogramma 
servono di diametro a due altri semicircoli, i quali 
vengono a formare le estremità di una croce. 

Su tulle le sopra descritte linee ergesi un por- 
ticato, che ne divide l'area in tre parti: il paral- 
lelogramma di mezzo, col suo grande spazio semi- 
circolare ne forma una parte, e le due altre sono 
formate dai semicircoli laterali, chiuse dal porticato 
che forma i lati minori del suddetto parallelogramma. 

Si ha T accesso a questa ampliazione dall'antico 
Campo Santo per mezzo di un atrio aperto sulla 
linea centrale, e per mezzo di due archi, in fronte 
ai due porticati laterali. 

I portici levansi su di una gradinata di tre scalini, 
e sono divisi in 269 arcate, che formano ciascuna 
una cella, i cui pilastri ed archivolti ne sostengono 
la volta a calotta. Questi portici, formanti il perimetro 



76 LIBRO PRIMO 

dell' ingrandimento, sono divisi in varii scomparti- 
menti per mezzo di ventuna edicole, o cappelle mor- 
tuarie, le quali, simmetricamente disposte, elevansi 
con risalto al disopra del porticato ed interrompono 
gradevolmente la lunga linea orizzontale. 

La fronte degli archi e delle edicole è decorata 
da 342 colonne di granito, doriche, colla loro tra 
beazione $ sotto al portico, e per tutta la sua esten- 
sione, corrono le catacombe, divise in altrettanti 
scompartimenti, con celle corrispondenti a quelle 
superiori: e lateralmente, in nicchie aperte nel muro, 
si seppelliscono i cadaveri in casse murate, ih ma- 
niera che su ciascun tumulo si possa scrivere il 
nome del defunto. 

L' area che lasciano i portici e le strade, si è di- 
visa in scompartimenti per sepolture private e mo- 
numenti isolati. 

Fra i monumenti che già campeggiano nel nuovo 
Campo Santo, è da notarsi quello eretto alla me- 
moria di due vaghe e dolci sorelle, Elisabetta e 
Maria di Stackelberg, rapite anzi tempo, V una agli 
amplessi dello sposo ( marchese della Rovere), l'altra 
all' amore del fidanzato. Conviene lo stile gotico che 
vi fu leggiadramente dal già lodato signor Sada ado- 
perato, ed al pensiero di racchiudere due monu- 
menti in uno, ed alla patria da cui moveano le due 
bionde, e bianche, e virtuose fanciulle. 

Tutto italiano invece, e dei tempi che chiamansi 



CAPO QUINTO 77 

del rinascimento, è il sepolcro del conte Giuseppe 
Barbaroux, di venerala memoria. Fu disegnato se- 
condo i migliori esempli dal professore Tecco. Il 
busto del defunto e il bassorilievo rappresentante 
la Madonna degli Angioli furono lavorate con isqui- 
sito sentimento del vero e del bello dal valente 
scultore Carlo Canigia (4). Il lavoro di quadro e gli 
intagli vennero eseguiti con molta diligenza da Fran- 
cesco Gussoni. Ed io mi sono trattenuto con amore 
su questo monumento, non solo per V onor di chi vi 
giace, e per la maestria con cui ne furono riprodotti 
i sembianti, ma anche perchè è uno dei rari esempi 
che fra noi si vedano di quella schietta eleganza, 
che consla non del numero, ma della qualità, e della 
sobria ed armoniosa distribuzione degli ornati. 

Fra pochi mesi vi sarà pure allogato il mausoleo 
che la materna pietà consacra alla memoria d'un raro 
e caro giovane, mio amico e collega, rapito anzi tempo 
alla patria, alle lettere, il marchese Felice di S. Tom- 
maso, nobile ingegno e nobil cuore. Il monumento, 
opera egregia del professore Gaggini, rappresenta 
l'angelo della morte che al giovane tutto intento 
a' suoi studi, pone una mano sulla spalla in atto di 
dir : vieni ; e di mostrargli un' altra non marcescibii 
corona. 

Fra gli alti intelletti, le cui spoglie già dormono 
nel Campo Santo, sono da citare il botanico Balbis, 
il naturalista Franco Andrea Bonelli, Giuseppe Grassi 



78 unno primo 

filologo, l'anatomico Ludovico Rolando; Bagelti pittor 
di paesi; Carlo Boucheron, principe della latina elo- 
quenza; Giovanni Giorgio Bidone, matematico; Mi- 
chele Buniva, introduttore del vaccino nel Piemonte; 
Lorenzo Martini, fisiologo e letterato; ed Agostino 
Biagini, filosofo giureconsulto: grande ingegno che 
per morte immatura non lasciò ai posteri orma ade- 
guata del valor suo ; ma che bene apprezza chi lo co- 
nobbe, com'io, in confidente domestichezza d'amico. 

Più in la, a settentrione del Campo Santo, e dove 
alzavasi il palazzo di Viboccone, è la fabbrica dei 
tabacchi, chiamata del Parco, innalzata nel 1768 se- 
condo i disegni dell'archi f etto Ferroggio. 

Un altro luogo di delizia aveano i principi di Sa- 
voia all'austro di Torino, ed è Miraflores o Mirafiori. 
Era dapprincipio un piccolo podere chiamato la Spi- 
netta, dove il referendario Filiberto Pingon e sua 
moglie avevano edificato un casamento. Nel 1581 
Giacomo di Savoia, duca di Nemours, ne fece acquisto 
e v'edificò una villa che fu poi venduta, quattr'anni 
dopo, da Carlo Emmanuele suo figliuolo, al duca Carlo 
Emmanuele ì per scudi trentamila d'oro (5). 

Questo principe, nella cui mente nonnasceano che 
grandi concetti, intese a far di Mirafiori una delizia 
che non avesse la pari. Racchiusa fra graziosi e larghi 
canali per cui andavan le barche, l'isola di Flora ren- 
dea piena ragione del nome dato alla villa; la quale 
delincata a forma di stella vodea partire dal suo centro 



CAPO QUINTO 79 

altrettanti ombrosi viali, per entro ai quali spaziava 
per lungo tratto e si ricreava lo sguardo. Inestima- 
bile era poi e per mole e per magnificenza il palazzo; 
ma, sia per le continue guerre, sia per una super- 
stizione di Catterina d'Austria moglie del duca, la 
fabbrica mai non fu condotta a compimento, e morto 
Carlo Emmanuele 1, Mirafìori fu poco frequentato dai 
principi di Savoia. 



Non ullus ager tam dignus amari 
Negligitur nullus tam indigne. 



Così cantava l'Audifredi nell'elegante sua opera 
intitolata Regiw Villce, rammentando a Vittorio x\me- 
deo ii che l'oro e i marmi ornai consumava il tempo; 
e che senza omaggio di compassione alcuna da ogni 
lato s'aprivan mine : 



O nemora, o fontes, o gloria nobilis horti 

Nata beare oculos regum accubitusque superbos 

Versicolore ducum cetras ornare paratu, 

Est modo cum rudibus tua gloria tota bubulcis ! 



Di questo canto poetico s'onorava la caduta di Mi- 
rafìori che più non risorse. Invece Carlo Emmanuele 
in edificò poi la villa di Stupinigi sui disegni dell' 
Juvara, e Forno di pitture del Vanloo e del Vehrlin; 



80 LIBRO PRIMO 

superando anche in questa parte la memoria de'suoi 
predecessori che molte gran fabbriche con animo piii 
che regio cominciarono, ma niuna quasi ne finirono. 
Ed egli questa cominciò e finì, e con tanto splen- 
dore che Napoleone la scelse poi ad una delle sue 
residenze imperiali. 

Il Parco e Mirafìori erano i luoghi in cui, dopo 
le fatiche dell'armi, solea ritrarsi Carlo Emmanuele 1 
a udire e a scrivere versi e prose. Divisava di versi 
francesi col sire di Porcier, di versi italiani con Lu- 
dovico San Martino d'Agliè (autore ei medesimo d'un 
gentil poema intitolato V Autunno)^ di storie con 
monsig. Giovanni Boterò, precettore de' suoi figliuoli, 
e primo che desse moto a quella nuova scienza chia- 
mata più modernamente statistica. E Carlo Emma- 
nuele scrisse egli stesso versi italiani non cattivi, ed 
anche francesi e spagnuoli; e favole boschereccie, fra 
le quali La selva incantata e Le trasformazioni di 
mille fonti: cominciò una commedia francese ed un 
romanzo italiano ed un poema in ottava rima sopra 
le Stagioni. Boterò aveva cantato la Primavera : 
San Martino V Autunno , Carlo Emmanuele 1 cantava 
dell'Inverno così: 



Segue a questa stagion l'orrido verno, 
Qual a più bella età mesta vecchiezza, 
A contento dolor aspro ed interno, 
Notte a giorno ripieno di chiarezza. 



capo quinto 81 

Vediamo che levandone quel dolor interno, i versi 
dello scettrato poeta sono di buonissimo conio : ma 
abbiamo scelto i migliori. Ora vediamo un sonetto 
statogli indirizzato per esortarlo alla pace, e la sua 
risposta sulle medesime rime : 



Sire, udite urail voce, è fatto il mondo 
Del suon de le vostr' armi eco guerriera ; 
Crescer non può di vostra gloria il pondo, 
D' appressar sì bei segni altri non spera. 

Soffrirete mirar di sangue immondo 

D* Italia il seno? E che in sì bella sfera 
Risplenda infausto altrui quel che giocondo 
Sparger lume potria vostr' alma altera? 

Deponete l' invitte arme lucenti, 

Che '1 cor però non fia che si disarmi 
De' nativi magnanimi ardimenti. 

Quinci vedrem scolpito in bronzi e in marmi : 
Volle Carlo abbagliar gli occhi e le menti 
Co' lampi della gloria e non dell' armi. 



Risposta 



Italia, ah non temer ! Non creda il mondo 
Ch'io mova a' danni tuoi l'hoste guerriera; 
Chi desia di sottrarti a grave pondo 
Contro te non congiura. Ardisci e spera. 
Voi. il 11 



82 LIBRO PRIMO 

Sete di regno, al eui desire immondo 
Sembra P ampio universo angusta sfera, 
Turba lo stato tuo lieto e giocondo 
Di mie ragioni usurpatrice altera. 

Ma non vedran del ciel gli occhi lucenti 
Ch'io giammai per timor la man disarmi, 
O che deponga i soliti ardimenti. 

Se deggio alto soggetto a bronzi e marmi, 
Con rai di gloria abbarbagliar le genti, 
Non fia già senza gloria il trattar V armi. 

V'è a questa terzina una variante di man del 
duca : 



E meglio è che si scriva in bronzi e in marmi: 
Carlo per abbagliar gli occhi e le menti 
Degli ingiusti, non vuol mai depor 1' armi (6). 

Sono da notarsi nella risposta i colpi che mena 
Carlo Emmanuele all'ambizione spagnolesca da cui 
avrebbe voluto liberar l'Italia; e v'ha un altro so- 
netto vie più pungente, tutto di sua mano, in cui 
annovera i tentativi ne' quali in Irlanda, in Africa, 
in Francia, fallì all'armi spagnuole il successo. In- 
tanto, da quel che abbiamo detto, possiamo conget- 
turare che felicissima corte fosse allora quella di 
Savoia dove fiorivano Carlo Emmanuele gran capi- 
tano, grand'uom di stato, letterato e protettor delle 



CAPO QUINTO 85 

lettere; quattro sue figliuole di santa vita, e forse 
due di esse destinate all'onor degli altari; due fi- 
gliuoli, uno Francesco Tommaso capitano illustre, 
l'altro il cardinale Maurizio, maestro e fautore di 
cavalleresche, scientifiche e letterarie discipline, fon- 
datore nel proprio palazzo di dotte accademie. 

Udiamo il Marini (il ritratto del serenissimo Carlo 
Emmanuello di Savoia): 

O dove ombroso infra selvaggi orrori 
Presso P alta città bosco verdeggia, 
O dove Mirafior pompe di fiori 
Nel bel grembo d' aprii mira e vagheggia, 
Ad ogni grave ed importuna cura 
Pien di vaghi pensier spesso si fura. 

E quivi suol, volte le trombe e l'armi 

In cetre e in plettri, in stil dolce e sublime, 

Fabbricando di Marte alteri carmi, 

O tessendo d' amor leggiadre rime, 

Fra 1' ombre, 1' aure e le spelonche e i rivi 

Ingannar dolcemente i soli estivi. 

Or i foijli di Lesbo ed or di Roma 
Volge, or d'Iberia va note dettando; 
Or del Ronsardo in gallico idioma 
Va col dotto Porcier l'orme tracciando; 
Or col mio buono Agliè spendendo stassi 
Dietro al Tosco maggior gli accenti e i passi. 

Tal già lungo le chiare acque tranquille 
Alle corde accordar musica voce 



84 LIBRO PRIMO 

La sua fiamma solca cantando Achille, 
E dal canto acquistar spirto feroce; 
Tanto virtute esercitata e stanca 
Dopo gli ozii s' avanza e si rinfranca. 

Prende in privata e solitaria parte, 
Col gran Boterò a divisar talvolta, 
E de 1' antiche e ben vergate carte 
Le chiare istorie attentamente ascolta, 
E quanto scrisse il vecchio di Stagira 
Da sì faconda lingua esposto ammira. 



Vicino a MiraGori aveva murato una magnifica villa 
Giambatista Truchi, barone della Generala, principal 
ministro delle finanze di Carlo Emmanuele n. Dall'uf- 
ficio di semplice procuratore in Savigliano era salito 
per gradi a sì rilevata condizione; dimostrandosi 
sperto de' maneggi politici, ricco d'espedienti, pronto 
a trovar le vie di levar d'imbarazzo il principe; mai 
non essendo ne la sua bocca senza risposta, ne le 
risposte senza ripieghi , ne la cassa senza danari. 
Durante la reggenza di Maria Giovanna Battista gli 
fu dato un successore nel generalato delle finanze. 
Ma visse ancora molti anni. Ebbe questo ministro, 
come tutti gli uomini di gran mente, in molta stima 
le lettere e le arti. Ne queste furono ingrate. Pietro 
Arnaldo gli dedicò il suo Teatro del valore, ricco di 
molte stampe squisitamente intagliate da Giorgio Ta- 
sniere, e fra le altre del ritratto del Truchi, dal quale 



CAPO QUINTO 85 

si vede com'egli era uomo di sembiante bello e mae- 
stoso; altro aiuto ai felici successi. Appiè del ritratto 
leggesi un'epigrafe che dovea suscitargli molti nemici: 

Vere oculus regni cor regis Truchius hic est. 
Nestor ut ingenio, utinam sit Nestor et annis. 

Dall'altro lato vedesi un Atlante incurvato sotto al 
peso del mondo. Ma il globo terracqueo è contras- 
segnato della croce sabauda. Appiè di pagina sta 
scritto : 



Quod tergis gestaris Atlas jam sydera parum est ; 
Sola mente gerit Sabaudum Truchius orbem. 

Allude il poeta all'antica oscurità del Truchi con 
questi versi che ritraggono delle ardite fantasie di 
quel secolo: 

Era perla nascosta il tuo valore, 
Ma il sovran gioiellier di mezzo all' acque 
Alzolla, e fé' che più gentil rinacque, 
La legò in oro, e se la strinse al cuore. 

Finisce il sonetto così : 

Per te, Truchi, il destino è teco innato: 
Il tuo cor, la tua fé' son tua fortuna; 
È merto in te quel che negli altri è fato. 



86 li imo pitiMo 

11 qual ultimo e bellissimo verso ha trovato allora 
e poi sempre molte altre applicazioni per mercè dei 
nostri principi che tolsero ad onorar il merito in 
qualunque grado lo rinvenissero, come vera nobiltà, 
e nobiltà che procede direttamente da Dio. 

In quanto al Truchi, dopo la fortuna della fé e 
del core che rammenta l'Arnaldo, un'altra seppe am- 
massarne in iscudi d'oro fiammanti, perchè, oltre alla 
villa di cui abbiamo parlato, e della quale sono da 
vedersi nell'opera di Audiberti il prospetto e le lodi, 
innalzò pure lo stupendo palazzo in via di S. Carlo 
che rimase fino ai nostri giorni ne' suoi discendenti 
conti di Levaldigi, ed ora appartiene alla maestà di 
Marianna Carolina di Savoia, Imperatrice d'Austria. 
La prima pietra d'esso palazzo fu posta il 13 di giu- 
gno 1673 (7). Distinguesi il medesimo per la singola- 
rità dello aprirsi l'entrata principale nell'angolo reciso 
del nord-ovest che serve di facciata, e per gli stu- 
pendi e troppo ingiustamente negletti intagli in legno 
della porta. Ne fu architetto il conte Amedeo di 
Castellamonte, figliuolo del conte Carlo, che fu anche 
egli architetto dei duchi di Savoia; ma vinse la fama 
del padre colle stupende fabbriche architettate, e 
massime colle delizie della Veneria, che poi descrisse 
in un libro mandato alle stampe e che di rado tro- 
vasi, com' io lo posseggo, col compiuto corredo di 
tutte le incisioni che vi si riferiscono. 

Abbiam già detto che il nome di Valentino ai 



CAPO QUINTO 87 

casamenti situati sulle rive del Po in faccia a 
San Vito, è antico molto. Nel secolo xvi, v'avea casa 
e podere il presidente Renato Birago, da cui lo com- 
prava Emmanuele Filiberto nel 1564 (8). Dimesso 
Tanno seguente a Giovanni de Brosses , tesoriere 
della duchessa, lo riscattava dodici anni dopo (9). 
Ma il castello che ora si vede è frutto della muni- 
ficenza di Madama Reale, Maria Cristina. Fin dal 
1633 ne fu cominciata la fabbrica, e così regnando 
Vittorio Amedeo ì, marito di lei (10). Sopra inten- 
deva ai lavori con titolo di governatore Antonio 
Bobba. Vi lavoravano operai parte francesi , parte 
delle valli di Lanzo. Non trovo chi sia stato l'autor 
del disegno , e forse, essendo costruzione di stile 
affatto oltramontano, massime nell'acuto culminar 
dei tetti , Maria Cristina V ebbe di Francia : sep- 
pure l'architetto Conte Carlo di Castellamonte, che 
vedo aver diretta l'opera, non seppe piegare il pro- 
prio ingegno alle inclinazioni di quella principessa. 

Nel 1638 già vi dimorava la corte, la quale vi 
si era trasferita per festeggiare la nascita del del- 
fino, quando un male di pochi giorni estinse il pic- 
ciolo duca Francesco Giacinto; morì di febbre con- 
tinua il 3 d' ottobre a ore dieci di notte. 

Secondo le superstizioni di quell'età, non isvanitc 
del tutto all'età nostra, quella morte si disse pro- 
nunziata dalla caduta d' una saliera a tavola e dal- 
l' apparire d'una cometa caudata. Il fatto è che 



88 LIBRO PRIMO 

da lungo tempo era travagliato da una labe polmo- 
nare, per cui sempre era stato pallidissimo e de- 
bolissimo, asmatico e melanconico. Avea sei anni, 
e come accade ne' fanciulli di tempera più debole 
nel fisico, l'intelletto era svolto più assai che non 
comportasse l' età ; lord Fielding, ambasciador d'In- 
gilterra, si compiaceva infinitamente della sua tenera 
affabilità. Preso dal male, disse a Carlo Emmanuele 
suo minor fratello : Pigliati pur la corona, che io ho 
finito di regnare. 

Moribondo si fece dare il crocifisso: dopo d'averlo 
baciato finì la vita in queste parole : ora sono con- 
tento di morire. Durante la malattia fu cresimato dal 
nunzio CafTarelli, e gli fu recata a baciare l'insigne 
reliquia della SS. Sindone dall' abate Scoto, primo 
elemosiniere, accompagnato dal nunzio e dall' arci- 
vescovo (11). 

I lavori del Valentino, interrotti dalla guerra civile, 
furono ripigliati e continuati molti anni. 

Dal 1646 al 1649 , Alessandro Casella stuccò la 
camera dei gigli e delle rose; il soffitto della stanza 
della caccia, e di quella del negocio (del commercio) 
eia stanza della munificenza (12). Oltre alle camere 
summentovate trovo memoria d'una camera de'pia- 
neti, di un teatro , d' un gioco del maglio, e d'un 
infernetto cavato dal sergente Lorenzo Manuel col- 
l'aiuto d'altri suoi compagni minatori. Le ardesie 
che coprono il tetto si fecero venir di Moriana. 



CAPO QUINTO 89 

In quel castello, come in quello di Rivoli, e nel 
palazzo vecchio ducale, molto lavorò di pittura e di 
scoltura Isidoro Bianchi di Campione sul lago di 
Lugano , uno dei più distinti allievi del Moraz- 
zone, il quale, venuto ai servigi della corte di Sa- 
voia nel 1618, fatte le prove di nobiltà, fu ricevuto 
cavaliere di giustizia dell'ordine de' Ss. Maurizio e 
Lazzaro ; comprò casa nella città nuova, e vi si sta- 
bilì co' suoi tre figliuoli Pompeo, Francesco e Carlo. 
1 due primi seguitarono la professione del padre , 
e lavorarono pure nei castelli e ne' palazzi dei duchi 
di Savoia (13). 

Molte volte ai tempi di quella bella e vivace reg- 
gente fu il cortile del castello del Valentino teatro 
d' armeggerie, di giostre, di quintane, di corse e di 
altri spettacoli. Quando nacque, in maggio del 1699, 
il primogenito de' maschi a Vittorio Amedeo n, Ma- 
dama Reale Maria Giovanna Battista, avola del neo- 
nato , fé' radunare nel cortile del Valentino sedici- 
mila poveri, e die a tutti limosina per mano del 
suo primo elemosiniere abate Pallavicini (14). 

Il dì 26 d' aprile 1812 , partiva dal castello del 
Valentino nella sua ascensione aereostatica madama 
Blanchard, dando il primo esempio in Piemonte di 
viaggio sì pericoloso. Ora, scaduto quel real castello 
dai primi onori, non serve ad altra pompa, salvo 
alle esposizioni periodiche dell'industria fondate dal 
re Carlo Felice , e ordinate per la prima volta nel 

Voi. Il 12 



90 LIBRO PRIMO 

1829 dal marchese Agostino Lascaris di Venlimiglia, 
vice presidente della Camera d'Agricoltura e di Com- 
mercio. * 

Nel teatro degli Stati del duca di Savoia, come 
nell'opera dell'Audiberti già citala (RegiaeVillae), 
il Valentino compare con due corpi laterali, assai 
più lunghi di quel di mezzo che solo ora si vede, 
terminati da due padiglioni. Un muro elegante a 
pilastri e balaustre regge la sponda del Po : si ha 
l'accesso per due scale eleganti, in mezzo alle 
quali s'apre una grotta, in cui si vede la statua di 
un fiume che gitta acqua. Ai due lati sono nicchie 
con statue. Di tutto ciò non appai* più reliquia, e 
solo nel sito designato per la grotta e una fontana 
d'acqua eccellente; non so se le due ali del castello 
e gli edifizi accessorii siensi mai eseguiti; ma trovo 
che il 14 d'aprile del 1714 un vento fierissimo e 
freddissimo abbattè un padiglione del Valentino, e 
precisamente quello che era verso il parco, o giar- 
dino nobile (15). 

Nel sito che dovea occupar 1' ala sinistra del ca- 
stello v'è il bello e copioso orto botanico. Dal lato 
opposto è il luogo in cui si esercita 1' antichissima 
in Torino , e teste rinnovata società del Tiro. 

Passando ora a parlar delle chiese edificate nella 
pianura torinese, dopo Emmanuele Filiberto, accen- 
nerò in primo luogo la Crocetta posta a breve di- 
stanza da Torino tra ponente e mezzodì. Maddalena 



CAPO QUINTO 91 

Gropella da Soncino, essendo slata da Maria San- 
tissima favorita d' una grazia particolare, costrusse 
nel 1588, con limosine da lei raccolte, una cappella 
dedicata alla Madonna delle Grazie, e a' 17 agosto 
1592 la consegnò ai Carmelitani di S ta Maria di 
Piazza. 

Nel 1621 era stata ceduta ai Trinitarii calzati, 
ossia ai Frati del riscatto ; nel 1617, in ottobre, 
Maurizio cardinal di Savoia pose la prima pietra 
della chiesa, con questa iscrizione: 



DEIPARAE VIRG1N1S DE CRVCE 

CAROLO EMMANVELE SARAVDIAE DVCE 

PATRE REGNANTE 

MAVRITIVS CARD1NALIS FILIVS 

PRIMVM LAPIDEM POSVIT 

ANNO MDCXVII. 



Nel 1648 non era terminata la fabbrica. 

Nel 1679 numeravasi nel convento sei frali e due 
laici. 

Nel 1738 la chiesa era già eretta in parrocchia^ 
ed i Trinitarii chiedevano ed otteneano un sito in- 
colto, nel quale, a' tempi dell'assedio, s'erano sepolti 
soldati , onde convertirlo in cimitero. Fu soppresso 
quel convento poco prima della rivoluzione Fran- 
cese. Ora è parrocchia suburbana. La tavola dell'ai- 
tar maggiore è attribuita al Tintoretto. Attiguo alla 



92 LIBRO PRIMO 

chiesa della Crocetta è Torto sperimentale della 
R. Accademia d' Agricoltura affidato da molti anni 
alle dotte cure del celebre agronomo, cav. Matteo 
Bonafous, autore delia Storia naturale del mais o 
gran turco. 

La chiesuola di S. Salvatore, quale ora si vede 
(poiché abbiam già detto, che un'altra dell'ordine 
Benedillino esisteva a' tempi antichi), fu edificata 
da Maria Cristina, nel 1646, sul disegno del conte 
Amedeo di Castellamonte. 

Di lì a qualche tempo venne a predicar la qua- 
resima nel nostro duomo il padre Callisto Puccinelli, 
famoso oratore dell'ordine de' Servi, il quale pro- 
movendo con ogni efficacia il culto di Maria Ad- 
dolorata, a cui hanno que' religiosi particolar divo- 
zione, mosse l'animo della Real Cristina per modo, 
che nelle feste di Pasqua se slessa ed il duca suo 
figliuolo vestì del nero scapolare, propria divisa della 
compagnia, che s'intitola dalla Vergine dei Dolori; 
e deliberò poscia di donare ai Servi di Maria la 
chiesa di fresco edificata di prospetto al Real ca- 
stello del Valentino, e come una sua dipendenza. 11 
dono si fece per patenti del 28 di maggio 1653 (16). 

Intanto, mentre tratlavasi d'edificar il convento, 
incontrò la duchessa non poche difficoltà; perchè 
papa Innocenzo x, trovando più che sufficiente ai 
bisogni de' popoli il numero de' conventi che esi- 
stevano , non voleva lasciarne stabilire de' nuovi. 



CAPO QUINTO 95 

Nondimeno queste difficoltà furono superate, onde 
in novembre dell' anno medesimo entrarono i Ser- 
viti in possesso della chiesa, e, non essendovi con- 
vento, albergavano come potevano negli anditi la- 
terali. Sul finir dell' inverno giunse a Torino il padre 
Puricelli, generale dell'ordine, recando il capo di 
S. Mario, e denari per cominciar la fabbrica. Frat- 
tanto venne a morte il controller generale Chirolo, 
che avea due fratelli Serviti, e professava particolar 
divozione a quell'ordine, e lasciò ogni suo avere alla 
fabbrica del convento. 

Già fin dai tempi d'Emmanuele Filiberto l'ordine 
dei Servi era stato introdotto in Torino, in persona 
di frate Giambattista Migliavacca d' Asti, che fu 
lettore di metafìsica nelle università di Mondovì e 
di Torino, ed a cui si era data ad uffiziare la chiesa 
di S. Benigno, attigua al palazzo di citta, col titolo 
di priorato. Ma non vi fu mai convento ,* ed in ter- 
mine di pochi anni quella chiesa fu aggregata alla 
casa del comune, e ridotta ad usi profani. 

L'epoca pertanto del vero stabilimento de' Ser- 
viti a Torino è il 1653. 

Nella chiesa di S. Salvano la tavola dell' aitar 
maggiore di S. Salvatore, S. Valentino e S ta Cristina 
è del cavaliere Francesco Cayro. 

11 quadro dell'altare di S. Pellegrino si crede del 
Bassano. 

La statua della Madonna Addolorata è del priore 



01 LIBRO PRIMO 

D. Salvator Guarnerio, de'canonici regolari di S. Pietro 
advineula di Roma (17), e fu esposta alla pubblica 
venerazione 1' 8 settembre 1660. 

Abolite le comunità religiose, rimase pur sempre 
qualche Servita ad ufficiar S. Salvano. Nel 1825 vi 
fu ripristinata la congregazione de' Servi; la quale 
s'onora particolarmente in questa città del padre 
Carlo Barberis, decano del collegio di teologia del- 
l'università, e teologo del duca di Savoia; del padre 
Viani, segretario e confessore di monsignor Mezza- 
barba, che succedette al cardinale Tournon nella 
legazione della Cina. 

11 Viani, tornato in Europa, stampò una relazione 
di quelle missioni che è molto rara. 

Apparteneva pure a questo convento de' Servi fra 
Filippo Filiberto Rossi, teologo e confessore di Carlo 
Emmanuele ni, e cappellano maggiore de' Reali eser- 
citi. E recentemente vi lasciò preziosa memoria di 
rare virtii il padre Luigi Ghersi, morto nel 1842. 
Poco prima di quest'epoca i Serviti eransi trasferiti 
in città, nel convento di S. Carlo, che fu degli Ago- 
stiniani scalzi. S. Salvano fu dato alle Suore di ca- 
rità, che vi hanno il loro seminario e noviziato; e 
servono due piccioli spedali di recente instituiti, 
uno pe' cronici, cominciato dal conte Montegrandi; 
1' altro pei convalescenti, fondalo dalla confraternita 
della SS. Trinità. 

Nel 1644, vedovasi sulla riva destra del Po, 



CAPO QUINTO 05 

lungo la collina al nord-est di Torino, alla distanza 
d'un miglio, un molino chiamato delle catene. Presso 
al medesimo rizzavasi un pilone o tabernacolo sul 
quale era dipinta la Vergine SS. annunziata dal- 
l'angelo. Nel dì 29 d'aprile di quell'anno moveasi 
a quella volta con un sacco di grano da macinare, 
una Margarita Molar, moglie d'Alessandro, calzo- 
laio, e con una sua figliastra d'undici anni, e dello 
stesso nome. Giunta la madre innanzi &\ pilone, salutò 
con un' ardente giaculatoria la diva imagine. Entrata 
poi nel molino, e posto il gran nella macina, si 
fermò appoggiata col gomito al recipiente della fa- 
rina, mentre la figlia, spinta da pueril vaghezza, 
spinse una porlicella , che s' apriva accanto alia 
ruota, e s'inoltrò sul ponte che d'una breve ta- 
vola si componeva, senza nissun parapetto. Ma sdruc- 
ciolando sull'umido legno cadde nel sottoposto vor- 
tice. Alzarono lamentevoli grida la madre e il mu- 
gnaio chiamando soccorso. Ma erasi l'infelice ragazza 
impegnata nella ruota, che tre volte 1' alzò ed al- 
trettante la rituffò nell'onde, in guisa che tutti la 
giudicarono stritolala e perduta. Non disperò la 
madre, e nel fallire d'ogni umano soccorso, si confidò 
del divino, e alla Vergine del Pilone prostrandosi 
le chiedette, con quel fervoroso entusiasmo che spira 
la fede, le restituisse la figlia. Frattanto v'era calca 
di gente, e chi cercava da un lato e chi dall'altro, 
e niuno trovava l'infelice sommersa nel fiume ra- 
pido e vorticoso, e per la stagione notevolmente 



!)(j LIBRO PRIMO 

ingrossato. In queste ricerche erasi già consumato 
un'ora, e niuno più s' aspettava di rinvenir altro clic 
un cadavero lacerato e deforme, quando alla madre 
parve di vedere una matrona di celesti sembianze, 
che, dispiccatasi dal pilone, e camminando sulle 
acque fino a mezzo del fiume, si chinasse in atto di 
stender la mano a persona che là naufragasse. Ed 
ecco in quell'istante alzarsi dal mezzo del fiume, 
a vista di tutti, la fortunata fanciulla, e starsi ferma 
come una statua in mezzo all'impeto dell'acque, 
che le fremean d'intorno, gridando le centinaia di 
spettatori raccolti sopra le sponde : miracolo, mi- 
racolo ! Le giunse intanto vicino una barchetta che 
la raccolse, e viva e sana la ricondusse alla riva. 
Questo prodigioso successo, così pubblico, cosi evi- 
dente crebbe sì fattamente la divozione verso Tima- 
gine dipinta su quel pilone, che subito colle offerte 
de'fedeli si costrusse una cappella, in cui fu racchiuso, 
e poco dopo si cambiò la cappella in chiesa, ab- 
bondando singolarmente in doni Madama Reale 
Cristina di Francia, che fé' l'aliar maggiore di fini 
marmi, ed arricchì di preziose suppellettili la chiesa; 
il principe Maurizio di Savoia, Madama Reale Maria 
Giovanna Battista, e la regina Anna d' Orleans, la 
quale una o più volte la settimana solea recarsi a 
piedi, nel 1697 e 1698, al Santuario, implorando dal 
cielo, per intercession della Vergine, conforto di 
prole mascolina, che poi le nacque in maggio del 
1699. 



CAPO QUINTO 07 

Fervente nella divozione a questo Santuario, era 
anche il celebre principe Tommaso , e più ancora 
Emmanuele Filiberto figliuolo di lui, che per molti 
anni, sino al fine della sua innocentissima vita, non 
lasciò quasi passar giorno , che solo od accompa- 
gnato dalla principessa Maria Catterina d' Este sua 
consorte, non andasse a prostrarsi a pie della Ver- 
gine propiziatrice (18). 

Prima che nel 1829, per le cure e per la libe- 
ralità del fu marchese Tancredi Falletti di Barolo, 
di chiara memoria, si aprisse il Campo Santo, due 
cimiteri, uno al nord, l'altro al levante della citta 
presso al Po, accoglieano le spoglie mortali de'To- 
rinesi. Già fin dal 1736, si trattava ne' consigli del 
re Carlo Emmanuele in, di vietare l'inumazion nelle 
chiese, e di fondar cimiteri suburbani , ma per gli 
impedimenti, che sempre incontrano i pensieri più 
salutari , Y esecuzione ne fu ritardata sino al 1777, 
nel qual anno, sui disegni del conte Francesco Del- 
lala di Beinasco , si cominciarono il cimitero di 
S. Pietro in vincoli presso al borgo di Dora, e quello 
di S. Lazzaro, o della Rocca, presso al Po: ambe- 
due erano della medesima forma, quadrati, con 
portici da tre lati, in fondo la chiesa, e in mezzo 
un cortile, co' pozzi de' sepolcri comuni, in cui si 
accalcavano bare e cadaveri l'uno addosso all'altro, 
laddove i sepolcri particolari trovavansi nel sotter- 
raneo che girava sotto al portico. 

Voi. II I 3 



98 LIBRO PRIMO 

Nel cimitero di Dora è sepolto, in luogo dato dalla 
città, il dotto barone Giuseppe Vernazza, morto nel 
1822. 

Presso al medesimo cimitero è un sito chiuso da 
mura, dove si seppellivano e si seppelliscono i giu- 
stiziati insieme colla famiglia di giustizia. 

Il portico anteriore del cimitero, che serve come 
di vestibolo, ha ai due lati due camerette quadre. 
In quella al meriggio del cimitero della Rocca, ve- 
devasi il sepolcro della principessa Barbara Belo- 
selski, moglie d'un ministro di Russia, ed era il solo 
monumento di qualche splendore che decorasse i 
nuovi campi del riposo. 

Barbara Beloselski morì addì 25 di marzo del 
1792, in età d'anni ventotto. 

La statua della religione, il basso rilievo che raf- 
figura il ritratto della principessa e le altre scolture, 
sono dovute allo scalpello d'Innocenzo Spinacci scul- 
tore del granduca di Toscana (19). 

Ora quel cimitero si è trasformato in convento 
succursale de' frati di S. Francesco, della stretta 
osservanza riformati ; e quel sepolcro che s' apre sul 
giardino, è veduto da pochi. 

Nel cimitero della Rocca sono sepolti l'architetto 
conte Dellala di Beinasco, ed il cavaliere Clemente 
Damiano di Priocca, ministro dell'agonizzante monar- 
chia di Carlo Emmanuele iv, uomo di raro giudicio, 
di specchiata fede e di molte lettere, morto nel 1815. 



CAPO QUINTO 99 

Hannovi ne' dintorni di Torino due case di riti- 
ramenlo per gli esercizi spirituali ; V una edificata 
fuori di porta Nuova a tre quarti di miglio dalla città 
nel 1779, sui disegni dell'architetto Riccati dalla 
benemerita Compagnia di S. Paolo. L' altra vicino 
a Pozzo di Strada de' padri Gesuiti. 

Vi sono inoltre due case di correzione. 

La Generala, dove in gennaio del 1779, Pietro 
Manzolino, impresario generale del vestiario de'regii 
eserciti, ricoverò 122 e poi fino a 220 figlie povere, 
adoperandole in lavori adattati al suo commercio, 
e dotandole quando venivano a collocarsi in matri- 
monio. Chiamavasi allora l'opera Manzolina.In seguito 
fu riservala per casa di correzione delle donne di 
cattiva vita. 

Nel 1840 si adattò a casa di correzione de'giovani 
discoli, i quali vi sono impiegati in lavori d'agricol- 
tura nei poderi racchiusi entro al vasto attiguo re- 
cinto, ad imitazione di ciò che si pratica ad Ha- 
ckneywich, e nell'isola di Wight, in Inghilterra, a 
Horn, presso Amburgo, nell'isola di Thompson e in 
altri luoghi degli Stali Uniti d' America (20). 

L'Ergastolo pe' giovani oziosi e discoli fu costrutto 
da Vittorio Amedeo in nel 1779 sui disegni del- 
l'architetto Riccati. 

Ma nel 1838 vi furono invece trasferite le donne 
dipartito, evi venne eziandio stabilito il Sifilicomio, 
prima allogato nelle case sdrucite e malsane del 
Martinetto. 



100 LIBRO PRIMO 

L' edilìzio dell' Ergastolo restauralo , fornito di 
tutti que' comodi che la carità suggerisce, che la 
religione prescrive, e soprattutto di pulitissimi bagni, 
ammette tre classi distinte, e l'una dall'altra sepa- 
rate di persona: Meretrìci condottevi dalla forza — 
Meretrici venute volontariamente — Donne infette, 
recatevisi per farsi curare gratuitamente. Hannovi 
ancora alcune stanze appartate, destinate a dimora 
di donne di civil condizione, i cui errori parvero 
tali da meritar la repressione della pubblica podestà. 

Quest' opera, riformata con prudentissimi ordina- 
menti, è affidala alle pietose Suore di carità, e tutto 
cospira al fisico e morale miglioramento delle infelici 
che vi sono albergate (21). 

Nella regione di Valdocco, presso al borgo di Dora, 
fu stabilita nel 1822 per beneficenza della piissima 
signora marchesa di Barolo, l'opera del Rifugio, per 
le donne o zitelle colpevoli, che avendo scontata la 
pena de'loro falli, o volendo da se lasciare la strada 
del vizio, danno prove di vero ravvedimento e si 
mostrano disposte a perseverare nel bene. E gover- 
nata dalle Suore di S. Giuseppe. Più tardi vi si è 
aggiunto il piccolo Rifugio o Rifugino , il quale 
contiene numerose infelici giovanette, che nella prima 
adolescenza furono già da abbominevoli persone con- 
laminate, o da mali esempi domestici corrotte. Tutte 
ricevono educazione cristiana, imparano a leggere 
e scrivere e diversi lavori donneschi. 

La stessa piissima dama aprì, allato al Rifugio, il 



CAPO QUINTO 101 

monastero di S la Maria Maddalena, composto d'alcune 
fra quelle che, dopo d'essere state migliorate nel 
Rifugio, bramano di consecrarsi a Dio. Devono fare 
lunghissima prova, ed in capo a sei anni di perse- 
veranza s' ammettono a far i voti. Queste religiose 
penitenti sono le institutrici delle giovanette. 

Presso ai suddetti edifizi, la slessa mano pietosa 
fabbricò uno spedale per fanciulle inferme, che è 
stato aperto pur ora. In altro luogo, cioè nella 
scesa della via della Consolata sul viale del nord, la 
marchesa di Barolo ha costrutto la casa religiosa 
di Sant'Anna, ove dalle Suore di Sant'Anna da lei 
fondate, si da educazione a circa 80 fanciulle oneste, 
le cui famiglie possano pagare la tenue pensione di 
lire quindici al mese. 

Queste medesime Suore si distribuiscono a far da 
maestre: 1° in due sale d'asilo in casa Barolo, una 
pe' maschi e l'altra per le femmine ; 2° in due altre 
simili sale d' asilo stabilite dal Re presso le torri ; 
3° in due altre fondate da Sua Maestà la Regina nel 
borgo di Dora; 4° in una scuola di fanciulle fondata 
dalla stessa marchesa in Altessano; 5° in una scuola 
di fanciulle da essa fondata a Viù; 6° in una scuola 
fondata a Santena dai marchesi di Cavour. 

Ed è appunto instituto di queste Suore spargersi 
ne' villaggi dove fosser chiamate. 

Recentemente nuove abitazioni si sono aggiunte 
ni monastero di Sant'Anna, col disegno di fondarvi 



102 



Ninno primo 



un ricovero per povere orfanelle, che pure verranno 
educate dalle Suore. 

Presso ai luoghi, in cui sorgeva nel medio evo lo 
spedale di S. Biagio de' Crociferi sono varii casa- 
menti , che servono alla Piccola Casa della Divina 
Provvidenza fondata dal canonico don Giuseppe Cot- 
tolengo, di venerabil memoria, il quale è sepolto 
nell'attigua chiesuola. È noto come quest'uomo apo- 
stolico, tratto in profondo sentimento di compassione 
e di dolore dallo sgraziato caso d'una povera donna 
francese, che, mentre era portata qua e là a diversi 
spedali, niuno aprendosi per lei, si moriva senza soc- 
corsi, risolvesse di tener apparecchiati alcuni letti, 
in cui potessero adagiarsi gli infermi respinti dai 
regolamenti degli altri spedali. Cominciava neU829 
il suo pietoso ospizio nella casa della Volta Rossa. 
Obbligato poco stante dal Governo per la paura del 
cholera a cercar altro sito, si trasferì fuori di porta 
Palazzo, osservando con quel suo sorriso, pieno, se 
così è lecito d'esprimersi, d'una bonarietà malizio- 
setta che i cavoli trapiantati riescono meglio. Sprov- 
veduto di mezzi pecuniarii, senza aiuti, senza consi- 
glieri, confidò nella Provvidenza e non indarno. In 
pochi anni la sua Piccola Casa fu abbastanza grande 
per accogliere ogni maniera d' infermi , ed anche 
ciechi, e sordo-muti, e fatui, ed invalidi, ed epilet- 
tici; v'ebbe orfanotrofio, e sala di asilo, e rifugio di 
traviate, e ricovero per fanciulli e fanciulle povere • 



CAPO QUINTO 103 

gli uni sotto nome di Fratelli di S. Vincenzo e di 
Fratini destinati a diventar maestri popolari ; o sotto 
quello di Tommasini a percorrere la carriera eccle- 
siastica; le altre sotto il nome d'Orsoline e Geno- 
veffa educate nella religione, nella morale, ne' lavori 
donneschi, istrutte nel modo d'assistere gli infermi, 
vere Suore di carila. Hannovi poi case appartate, che 
formano altrettanti monasteri d' osservanza più o 
men rigorosa: come il monastero del Suffragio, le 
Suore della pietà, le Carmelitane scalze che gover- 
nano il ritiro delle Taidine, i Romiti. Le due prime 
congregazioni vivono in case attigue allo spedale; le 
Carmelitane, sul colle presso a Cavoretto; i Romiti, 
presso Gassino. 

È insomma questo spedale un picciol mondo. 

Maravigliosa instituzione, in cui la carità cristiana 
stende le braccia ad ogni sorta di bisognosi, senza 
che la Piccola Casa abbia rendita certa, ne ordini 
d'amministrazione regolati secondo le norme usate, 
tutto essendo tra le mani del direttore. Mancato 
immaturamente di vita il canonico Cottolengo, il 
dì 30 aprile del 1842, gli sottentrò nel grave in- 
carico il canonico Anglesio, il quale, dopo aver 
dato alla Piccola Casa tutta la sua sostanza, le 
fece il più prezioso de' doni dandole se medesimo. 
— La Piccola Casa fu approvata dal Re il 27 di 
agosto del 1833. 11 fondatore fu rimuneralo colle 
insegne dell'ordine de" Ss. Maurizio e Lazzaro^ che 



104 LIBRO PRIMO 

vie maggior pregio acquistarono riposando su quel 
nobilissimo cuore. E la società Monthion e Franklin 
gli aggiudicò, come a benefattore dell' umanità, la 
medaglia d'oro, la quale gli fu recata per mano di 
S. A. R. il duca di Savoia, principe ereditario. 

Nella Piccola Casa della Divina Provvidenza, e 
presso l'amico suo canonico Cottolengo riparavasi sul 
finir d' agosto 1835 V avvocato collegiato Lodovico 
Costa, colpito da infermità, che il 7 del mese suc- 
cessivo lo condusse al sepolcro. Eletto ingegno, ele- 
gante scrittore, ottimo cuore, di maggior aiuto sa- 
rebbe stato alle lettere, e più lieta avrebbe trascorsa 
la vita, se più amico fosse stato deir ordine e della 
pazienza. 

Sul viale, che dall'angolo nord-ovest della città 
corre a porta Susina, chiamato del principe Eugenio, 
incontrasi un casamento , che già apparteneva al 
conte Frichignono di Pietrafuoco, ed ora h monastero 
di Nostra Signora di carità del Buon Pastore. E 
questo uno dei ricoveri, che l'operosa carità cristiana 
ha aperti ad emendazione delle donne traviate, a 
preservazione di quelle che sono vicine a cadere. 
Non sono più che due anni, che la pietosa cura di S. 
E. il conte Solaro della Margherita chiamò da An- 
gers a Torino le monache di quest'istituto, e già vi 
si contano trentatrò penitenti, e da cinquanta fan- 
ciulle della classe di preservazione. Per le prime si 
corrisponde la modica pensione di lire 10 al mese; 



CAPO QUINTO 105 

quella di lire 12 per le seconde. Stanno le due classi 
Tuna dall'altra appartate, e si differenziano eziandio 
per l'abito; nero per le prime, azzurro per le seconde. 
Dodici monache della carità del Buon Pastore go- 
vernano questo insti tuto, a cui presiede suor Maria di 
S. Raffaele Robinaut. 

Il padre Eudes di Mezeray fondava nel secolo xvii 
a Caen una nuova congregazione, che da lui si chiamò 
degli Eudisti, e propriamente s'intitola di Gesù e di 
Maria. Affaticandosi nelle missioni a guadagnar anime 
a Dio, commosse colla santa e fervorosa sua parola 
molli cuori, o già dati, o grandemente inclinati al 
vizio. Sicché a lui raccomandaronsi parecchie donne 
e fanciulle, onde avere un luogo, in cui ripararsi, 
sia per far penitenza de' falli trascorsi, sia per con- 
servare la purità de' costumi. Il P. Eudes instituì 
allora (1642) le Suore di Nostra Signora di carità 
sotto la regola di Sant'Agostino, affinchè pigliassero 
la santa impresa di guidare ai pascoli salutari queste 
pecorelle erranti. Le Monache della carità vestono 
di bianco con velo nero. Soppresse dalla rivoluzione 
Francese ripigliarono da qualche anno novella e più 
rigogliosa esistenza, favorita dalla special protezione 
del Supremo Pastor della Chiesa, il quale diede al 
monastero d'Angers il titolo di Casa Madre; deputò 
una superiora generale, aggiunse al nome di Monache 
di N. S. di carità quello del Buon Pastore. Queste 
monache, così benemerite dell'ordine e della quiete 

Voi. TI 11 



10G LIBRO PRIMO, CAPO QUINTO 

pubblica, e dell'onore delle famiglie, sommano ora a 
circa un migliaio, ed hanno molle case in Francia, in 
Italia, nel Belgio, in Germania, una a Londra, due in 
America, una al Cairo, un'altra in Algeri. Negli Stati 
del Re hanno casa a Nizza, Ciamberì, Genova e To- 
rino. La casa di Torino, priva ancora di cappella di 
sufficiente ampiezza, e di fabbrica corrispondente 
a' suoi bisogni, si confida in quella provvidenza, che 
mai non fallisce alle imprese pie e sante, massime 
in mezzo ad un popolo di sensi così pietosi e cri- 
stiani. 



N T E 



(1) Conto di messer Donalo Familia, 1568. Arch. camerale. 

(2) Più di fiorini 690 furono pagati al pittor Guglielmo Caccia di Mon- 
calvo, a conto delle pitture che fa per la soffitta del palazzo di Viboccone. 
— Conto del tesoriere Alessandro Valla, 1605. 

(3) Conto della fabbrica del Parco di Giovanni Michele Bechis. 

(4) 11 Canigia è autore della statua del Bacco giovane, che orna il Real 
castello di Racconigi, e del monumento sepolcrale di Maria Valperga di Ma- 
sino,, fanciulla eletta e compianta, nel quale il maestro scalpello seppe 
rendere non solo le nobili e giovanili sembianze, ma la trasparenza della 
pelle, e la chioma morbidamente ondeggiante e sfilata. 

(5) Arch. di corte. 

(6) Id. 

(7) Arnaldo, Teatro del valore, pag. in. 

(8) Con instrom.del 3 giugno. Arch. camerali. 

(9) Quitanza 28 settembre 1577. 

(10) Dai conti camerali. 

(11) Castiglioni, Storie, ms. nelP Arch. di corte. 

(12) Conto della fabbrica del Valentino di Baldassarre Pansoia. 

(13) Conti camerali. Patenti d' immunità dai carichi a favore del cava- 
liere Isidoro Bianchi, e de' suoi figliuoli del 20 novembre 1635. 

(14) Mémoires de la régence de Madame B. Marie Jeanne Baptisle. 

(15) Barberis, Discorsi spirituali. 

Idem, V insegna divina o sia la croce piantata da Madama Beale 



108 CAPO QUINTO, NOTE 

di Savoia nella fondazione di nuovo convento fatta dalla medesima R. 
A. alla Religione de* Servi di Maria Vergine, in capo allo stradone del 
regio suo palazzo del Valentino. 

(16) Soleri, Diario de' fatti successi in Torino dal 1682 al 1720. MS. 
della biblioteca di Sua Maestà. 

(17) V. Garbio, continuato dal Bonfrizzeri, Annales ordinis Servorum 
Bealae Mariae, toni, ut, fol. 222. 

(18) Sacco, Origine miracolosa della Vergine Santissima del Pilone. 

(19) Questo sepolcro è stalo disegnato ed inciso in rame. 

(20) Vegezzi, Cenni intorno al correzionale della Generala. 

(21) Vegezzi, Cenni intorno al correzionale delle prostitute, ed all'o- 
spizio celtico eretti con R. brevetto del 28 maggio 1836 nell' edifizio del- 
l' Ergastolo, presso a Torino. 



CAPO SESTO 



Cittadella. — Maschio. — Prigioni. — Tortura. — Duelli. — Pietbo 
Micca. — Suo sublime sacrificio. — Genealogia di questo eroe. — 
Uomini illustri sepolti nella chiesa della cittadella, il conte de la 
Roche D Allery, Pietro Giannone. — Famosa cisterna convertita 
in sepolcro. 



Prima di cominciare le nostre corse retrospettive 
per le strade di Torino, rivolgiamo per un momento 
lo sguardo alla cittadella , splendida creazione di 
Emmanuel Filiberto, per lunghi anni e con altri or- 
dini di guerra, famoso propugnacolo della nostra 
indipendenza, della salute d'Italia. 

Abbiam già notato che la cittadella fu delineata 
dal celebre Francesco Pacciotto d'Urbino, e comin- 
ciata nel 1564. Addì 17 marzo del 1568, Emmanuel 
Filiberto vi fé' condurre 25 cannoni, armi e muni- 
zioni, e recatovisi egli stesso coll'arcivescovo Gero- 
lamo della Rovere e col gran cancelliere Langosco, 



1 10 LIBRO PRIMO 

dopo la celebrazione del santo sagrifìcio, ne die il 
governo a Giuseppe Caresana, vercellese (1). 

Varcate lo oblique opere esteriori e il lungo ponte, 
torreggia robusto e nereggiante il mastio, sulla cui 
porta vedevasi altre volte lo stemma di Savoia di 
bronzo, di squisito lavoro, opera di Mario d'Aluigi, 
Perugino, statagli allogata il dì 8 di gennaio del 
1568(2). 

Il maschio serviva altre volte di prigion di Stato 
per uomini di rilevata condizione, e fu perciò testi- 
monio di lunghi dolori , e secondo la tristizie dei 
tempi, anche d'inestimabili crudeltà. 

JNel 1692, Vittorio Amedeo n era impegnato in pe- 
ricolosa guerra con Francia, e faceva gli estremi sforzi 
per riscuoter sé e la patria da quella molesta e ver- 
gognosa dipendenza, in cui volea tenerla Ludovico ìv. 
I Francesi possedevano Pinerolo, ed aveano occu- 
pato altre citta del Piemonte. In pericolo estremo 
i rimedii erano estremi ; e Vittorio usava del dritto 
che compete a ogni sovrano, pigliandosi maggior 
porzione, che non soleva, delle sostanze de' sudditi. 
Un ufficiale del duca, il referendario Gian Giacomo 
Truchi di Savigliano (di famiglia diversa del general 
di finanze), dovendo dispensare certa quantità di 
grano ai soldati, ne fé' incetta al prezzo di lire 5 e 
mezza l'emina , e non potè ottenerne il rimborso a 
maggiore slima di soldi quarantotto. Avendo inoltre 
pagato qualche spia per essere informato de' progetti 



CAPO SESTO 1 1 1 

del nemico e salvar il paese, non n'ebbe mercede. 
Truchi era di quelli che l'aritmetica, e non la virtù 
spinge al bene; che prima di farlo cabalizzano sul 
quanto potrà fruttare. Vedendosi ingannato, concepì 
nell'animo grave amarezza. Disse dapprima tra sé: 
O perchè logoro io la mia sostanza per un ingrato! 
poi essendo i suoi beni soggetti alle devastazioni dei 
Francesi, scrisse a monsieur d'Herville, governatore 
di Pinerolo, per avere una salvaguardia. I Francesi 
cominciarono a dire che la sua condotta era stata 
fino a quel tempo tale da non meritar favori. Con- 
ducendosi meglio, si troverebbe la via di conten- 
tarlo. Appiccata una volta la pratica, da un discorso 
si entrò in un altro; e in breve si giunse a tal segno 
che l'infelice Truchi si lasciò tirare ad essere con- 
senziente al nefando progetto d'eccitare a rivolta i 
contadini della provincia di Mondovì ne' quali già 
covavano mali umori e semi di malcontento, mentre 
i Francesi venuti per mare a Portomaurizio, scende- 
rebbero per la Briga e per Tenda, e s'accozzereb- 
bero cogli altri destinati ad accorrere da Pinerolo. 
In dicembre, 1692, l' avvocato Stefano Truchi, 
figliuolo del referendario, giungeva a Mondovì, e si 
recava poscia a Montaldo da un tale Matteo Mussi, 
che doveva essere uno dei capi della ribellione. Al- 
cune sue parole imprudenti furono risapute , onde 
egli e il padre furono presi e chiusi nel maschio 
della citladella di Torino. Una commissione, composta 



1J2 LIBRO PRIMO 

del gran cancelliere, d'un primo presidente, dell' u- 
ditor generale di guerra, li esaminò e li sentenziò. 
Il 26 di gennaio del 1693, si lesse agli infelici la 
condanna; doveano strangolarsi, appiccarsi poscia 
i cadaveri per un piede e lasciarsi ventiquattr'ore, 
spiccarsi quindi le teste dal busto e porsi sulle forche 
a Mondovìj spianarsi la loro casa in Savigliano, 
senzadio si potesse più ricostrurre. Ma questa non 
era la parte più spaventosa. Spaventoso invece fu 
il tormento dato per un'ora intiera a Gian Giacomo 
Truchi, onde rivelasse i complici. Egli d'età già pro- 
vetta (54 anni), legato alla corda, alzato e trabal- 
zato per aria, tormentato poi anche coi dadi, invano 
alternava i gemiti e le strida co' versetti de' salmi, 
con cui chiamava pietosamente Dio in soccorso e in 
testimonio, invano lo pregava ad aumentar il dolore, 
se vero fosse che avesse qualche complice, invano 
protestava di non voler dannar l'anima propria, no- 
minando un innocente. I giudici non persuasi, ordi- 
navano di dargli uno sguazzo, e l'infelice affranto, 
boccheggiante per l'atroce dolore, gridava Gesù, 
Gesù misericordia. Ho detto la verità. Signor gran 
cancelliere, io pregare per lui a S. Divina Maestà. 
Domine Dominus noster quam admirabile est nomen 
tuum in universa terra. Mi facciano calare , non 

posso più. Anime del purgatorio assistetemi ! Si 

onori la sua costanza. Non nominò nessuno. 

Io per me quante volte considero l'atroce error 



CAPO SESTO H5 

di logica che fu la tortura, e penso al lungo spazio 
che durò , ed al gran numero di giudici dabbene 
ed intemerati e pietosi che l'applicarono, sento 
una grande commiserazione per la meschina specie 
umana, a cui un error comune potè per tanti secoli 
tener luogo di dritto; medito allora sulle presenti 
condizioni, e cercando se mai vi fosse ancora alcune 
di quelle pratiche fondate su principio assurdo e 
crudele ; che una mente sana a prima giunta re- 
spinge ; che le future generazioni (e giova sperarlo 
più sagge), riguarderanno come una labe dell'età 
nostra, come noi riguardiamo la tortura, trovo che 
non è un error di logica meno atroce, men funesto 
della tortura, il duello (3). 

Il giorno 1° settembre del 1704, sulle undici ore 
del mattino, una lugubre processione usciva dal ma- 
schio della cittadella ; era preceduta da uno sten- 
dardo su cui si vedeva dipinto uno scheletro col 
motto, manus Domini tetigit me. Sfilava nera e rapida 
sul ponte, cantando, con voce cupa ed interrotta, le 
preci degli agonizzanti. Erano i confratelli della Mi- 
sericordia ravvolti dentro al nero loro sacco, col volto 
coperto dal cappuccio dello stesso colore. Seguitava 
in mezzo alle guardie, sostenuto da più religiosi, il 
signor Bernard de Corbilly, comandante del forte 
di S ta Maria di Susa, condannato a perder la testa 
per aver ceduto la piazza ai Francesi , appena la 
breccia fu aperta,senza aspettar l'assalto. L'intervallo 

Voi. II 15 



114 LIBRO PKIMO 



delle ventiquattr' ore che dividono la notiflcazione 
della condanna dal supplizio, le ventiquattr'ore che 
chiamansi di cappella, o di confortatorio, pe' miseri 
condannati non sono la morte, ma vita peggior della 
morte. Le più crudeli passioni dell'anima da cui sia 
stato uom travagliato in una vita travagliatissima ne 
conquidono il pensiero ; mille diversi orizzonti si suc- 
cedono con rapida ed incessante vicenda nella sua 
mente: ma tutti illuminati da una luce sanguigna, 
e in tutti si drizza, atroce vista, un palco. Alcuna 
volta per istrazio maggiore il pensier si ritrae su 
qualche fiorita scena della sua giovanezza. Ecco la 
casa paterna ove conobbe le dolcezze ingenue de' 
primi fanciulleschi trastulli: le aiuole di fiori che gio- 
vanetto educava per l'amata fanciulla; il campanile 
della chiesa ove prima fu ammesso a gustare il pane 
degli angioli,- dove pianse e pregò sul feretro di sua 
madre.... A quella vista, due lagrime di tenerezza 
bagnano la secca ed affossata sua pupilla e scendono 
come soave rugiada sul cuore. Ma repente una me- 
moria per un momento obbliata l'invade e si tramette 
con violenza a quelle care imagini. Fra le campestri 
delizie egli vede, o veder crede, il palco, la mannaia, 
il carnefice ; sente i ferri che gli stringono il piede, e 
crede d'udir il sommesso bisbigliar della turba che 
s'accalca ed aspetta avidamente il crudele spettacolo. 
Inoltrata è l'ultima notte. La mente rotando, tra- 
balzando per mille fosche imaginazioni, visioni, paure, 



CAPO SESTO 



cade in una dolorosa spossatezza. Il fremilo, lo spa- 
simo, la febbre feroce dell'anima vien meno. L'in- 
felice chiude gli occhi e s'addormenta. Ma qual sonno, 
gran Dio ! e quai fantasmi ! 

La brezza mattutina penetra nel freddo carcere. 
Ei si sveglia: la chiarezza dell'alba comincia a vin- 
cere il lume della fioca lampa che gli arde dappresso. 
Quella luce che rallegra la terra, che ogni creatura 
saluta, è la vista la più crudele al cuor del condannato; 
perchè quella luce è l'ultima ch'egli vedrà. Allora 
un tremito generale gli scuote le membra. Le san- 
guinose imagini che l'agitavano il giorno innanzi più 
feroci e più rapide gli trasvolano in mente, coli' im- 
peto di fiotti rovinosi, di cui l'un l'altro incalza, 
sempre varii e sempre continui. 

Succede a queste ambasce un annientamento morale 
che non è morte, solo perchè non esclude la con- 
scienza di ciò che succede. E quando l'esecutore, in- 
ginocchiato innanzi al Crocifìsso, chiede perdono al 
pazien te dell'omicidio a cui la legge lo sforza, e quando 
gli stringe le mani colla fune, ogni forza morale è 
perduta, se provvida e pietosa la religion noi sostiene. 

Per tutte queste ambasce era passato Bernard di 
Corbeville; la processione uscita dalla cittadella si 
era altelata attorno ad un palco che si levava innanzi 
alla porta della medesima, e sul quale era disposta 
la macchina, che assai più tardi si chiamò Guiglio- 
tina. Il condannato appoggiandosi sui religiosi aveva 



116 LIBRO PRIMO 

montalo l'ultimo gradino della scala che non doveva 
più ridiscendere; quando giunse con tutta la velocita 
del suo cavallo dalla via di S ta Teresa un offiziale 
agitando un fazzoletto bianco. Era il conte Foschieri, 
maggiore della piazza di Torino, che recava la grazia 
falla dal duca ad intercessione di monsieur Hill, mini- 
stro d'Inghilterra. Pubblicala fra i plausi del popolo, 
Corbeville fu ricondotto in cittadella col medesimo 
accompagnamento, cantando la compagnia il Te Deum 
laudamus (4). 

Speditici oramai da queste tristi memorie, var- 
chiamo il portone che corre sotto al maschio ed 
entriamo nel recinto della cittadella. Vedremo a 
destra la casa ove dormì Pio vi quando i rivoluzio- 
narii francesi lo trassero in esiglio; a sinistra la stanza 
del governatore e la chiesa parrocchiale ; e alquanto 
più in» là il sito dell'antica parrocchia ora convertila 
in quartiere. Di prospetto nella mezzaluna a ponente 
il luogo dove Pietro Micca compì l'eroico sacrifizio. 

Questo grande, degno d'essere paragonato co'mag- 
giori eroi dell'antichità, era figliuolo di Giacomo Mi- 
cha e d'Anna Marlinazzo e nipote di Giovanni. 

Nasceva il 6 di marzo, 1677, in Andorno Sagliano 
presso a Biella, ed era battezzato col nome di Gio- 
vanni Pietro. 

Addì 29 d'ottobre del 1704, e così di ventisette 
anni e sei mesi, dava la mano di sposo a Maria del 
fu Guglielmo Pasquale Bonini dello stesso luogo, la 



CAPO SESTO 



117 



quale undici mesi dopo partoriva un figlio maschio. 
Era marito il Micca ed era padre, due dolcissimi 
nomi, coi quali molti velando la viltà dell'animo si 
studiano di sottrarsi al debito di cittadino. Pure nelle 
prime ore del giorno 30 d'agosto del 1706 avendo, 
come si è già narrato, i Francesi sorpresa la mez- 
zaluna presso la porta di soccorso della cittadella di 
Torino, ed essendo già entrati nella galleria alta e 
pervenuti alla porta che mette nella galleria infe- 
riore, avrebbero avuto libero accesso nella piazza, 
se Micca ed un suo compagno minatore prontamente 
non la chiudevano. Era la porta a capo della scala 
che metteva nella galleria inferiore, sotto al primo 
gradino erasi apparecchiata una mina. 1 Francesi 
tempestavano la porta a colpi di scure, ne v'era 
tempo di preparar la traccia di polvere che dà spazio 
al minator di salvarsi. Micca dice al compagno che 
teneva in mano la miccia di dar fuoco alla mina. 
Vedutolo esitare, lo prende per un braccio e lo al- 
lontana dicendo: Tu sei più lungo d'un giorno senza 
pane: fuggi e lascia fare a me, e tolta la miccia pose 
il fuoco alla mina. 

11 suo cadavere fu gittato a quaranta passi di di- 
stanza, ma con lui saltarono in aria tre compagnie 
di granatieri nemici ed una batteria di quattro 
cannoni. 

11 generale d'artiglieria, conte Solaro della Mar- 
garita, che scrisse il giornale di quell'assedio e 



118 LIBRO PRIMO 

registrò questi particolari, non potè risaperli che dal 
compagno del Micca che si salvò. Ed è l'azione del 
Micca di tanta bellezza, che al paragone vien meno 
la gloria degli eroi più famosi e di Grecia e di Roma, 
imperocché il sacrifizio di quelli compivasi in modo 
solenne, al cospetto del mondo , in condizioni che 
importavano una morale ebbrezza che ne accresceva 
la forza. Micca, di notte, solo in un sotterraneo 
dava la vita per la patria. Quelli antivedevano nel- 
rultim'ora celebrarsi dalle presenti e future gene- 
razioni la loro virtù, essere in perpetua benedizione 
il loro nome. Micca non poteva avere speranza che 
il suo sacrifizio potesse mai essere noto al mondo. 
Semplicissima gli parve quell'azione; e tanto sem- 
plice che comandava al compagno di farla, e solo 
potè accorgersi che non fosse azione così volgare, 
dar la vita per la patria, quando lo vide esitare. Ed 
anche allora che sublimità di coraggio in quella pia- 
cevolezza : Tu sei più lungo che un giorno senzapa?ie\ 
Ed insieme qual fraterna carità, qual riguardo nel 
non voler supporre che temesse la morte, nell'ac- 
cusarne la lentezza e non la paura!.... Era ben de- 
gno questo grande che per noi s'ingemmassero queste 
pagine di più particolari notizie intorno alla sua fa- 
miglia. La genealogia che qui si inserisce, compen- 
serà il mondo di tanti oscuri e fiacchi alberi genea- 
logici, non per altro notabili che per vedervisi un 
signor conte, figliuolo di un signor conte, e padre 



CAPO SESTO 119 

d'un signor conte; titoli degni di riverenza sol quando 
distinguono utili cittadini, o la loro non tralignante 
progenie (5). Ed utili cittadini che illustrarono colla 
nobiltà delle opere la nobiltà del sangue, la storia 
nostra ne conta pur molti. 



Giovanni Micha d'Andorno Sagliano 

con 

Bartolomea 

I 

Giacomo n. 13 d'aprile 1655 

con 

Anna Martinazzo del fu Fabiano 

I 

Giovanni Pietro n.6 marzo 1677 

t 30 agosto 1706 

con 

Maria fu Guglielmo Pasquale Bonini 

il 29 ottobre 1704 

f 21 febbraio 1740 

I 
Giacomo Antonio n.26 settembre 1705 

con 
Maria fu Carlo Zorio il 20 giugno 1728 

I 



Pietro Onorato Pietro Antonio 

n.il 29 ottobre 1729 n. il 13 novembre 1731 

(si spatriò e non se n'ebbe f 7 marzo 1803 

più notizia) sine liberis 

in lui finì ia discendenza dell'eroe 
Pietro Micca. 



Se noi parliamo con predilezione dell'illustre azione 
di Micca, non è che manchino, abbondano invece 



120 LIBRO PRIMO 

altre gloriose memorie, e d'un marchese d'Aix, che 
ferito gravemente nelle due gambe, ne potendo più 
star in piedi, si fa sostenere da due granatieri, e 
sta saldo al suo posto, e vuol vedere il fin della 
battaglia; e d'ufficiali che fanno scudo del proprio 
petto al loro principe, e ricevono il colpo mortale 
che gli era destinato; e di semplici soldati che am- 
malati in uno spedale, fuggono la vigilia d'una bat- 
taglia onde non esser frodati dell' onor di combat- 
tere (6). 

Un altro illustre difensore della cittadella, il conte 
Pietro de la Roche d' Allery, che n'ebbe il comando 
al tempo dell'assedio, moriva il 14 d'ottobre del 
1713, e veniva sepolto nella sagrestia della chiesa 
parrocchiale di S ta Barbara, nel sito appunto ove 
si legge l'iscrizione che lo riguarda (7). 

Nel 1748, a' 17 di marzo, mancava pure di vita 
nella cittadella, dov'era in cortese prigion ditenuto, 
il celebre scrittore avvocato Pietro Giannone, della 
città di Napoli, autore d'una famosa storia d'esso 
regno scritta in quel senso tutto regio ed antipapale, 
che prevaleva in molte scuole storiche dello scorso 
secolo, con non minore oltraggio della verità che 
della religione. Giannone pendeva al protestantismo, 
e noi negano i suoi medesimi fautori. Ma ritrattò i 
suoi errori; morì pentito e cattolico per le affettuose 
cure del padre Giambattista Prever, della congre- 
gazione dell'Oratorio. Fu sepolto nella chiesa vecchia, 



CAPO SESTO 



121 



dove ora si è fabbricalo un quartiere, a breve di- 
stanza dalla parrocchiale (8). 

Una delle rarità, non solo della cittadella, ma 
dell'Italia, era la stupenda cisterna, così vasta, e 
con tal arte disposta, che i cavalli per opposte 
rampe scendevano all'abbeveratoio e risalivano. Un 
pozzo simile a questo era slato prima fatto in Or- 
vieto da Antonio da San Gallo per ordine di papa 
Clemente vii (9). La cisterna torinese fu dagli Au- 
striaci, nel 1800, riempiuta di cadaveri, e convertita 
in sepolcro. 



m— 



Voi. Il 



NOTE 



(i) Notizie del Vemazza nella Guida di Torino del 1781. 
11 prezzo dell'opera fu di 600 scudi d'oro, oltre alla provvista del me- 
tallo e un dono a discrezion del Duca. 
L'iscrizione che segue era sotto allo stemma: 

EMM. PHILIBERTVS DVX SAB. X VARHS POST AMISSVM 

A SVIS AVITVM SOLIVM LABORIBVS EXANTLATIS 

PARTA TANDEM CHRISTI NOMINE IN BELGIS 

VICTORIA ET MARGARITA FRAN. REGIS SORORE 

IN MATR1M. DVCTA RECEPTISQVE PROVINCIIS HANC 

ARCEM PVB. SECVBITATI A FVNDAM. EBEXIT 

AN. CI3IDLXV. 

(2) Miolo, Cronica latina inedita della biblioteca del conte Balbo. 

(3) Due istituzioni potrebbero in breve trionfar di questo stolido pregiu- 
dicio che pone sovente i più eletti difensori della patria nella dura alter- 
nativa di mancare alle leggi religiose e civili, ed al buon senso; o di patire, 
secondo le opinioni volgari, una qualche macchia nell'onore. 

Vi vorrebbe cioè un tribunal d'onore composto di ciò che v'ha di più 
valoroso e più puro nell'esercito; al cui giudizio dovessero necessariamente 
riservarsi tutte le offese che possono essere cagion di duello, con facoltà di 
prescrivere le ammende necessarie, sicché da ambe le parti rimanga sempre 
intatto l'onore. 



CAPO SESTO, NOTE 125 

Gioverebbe poi immensamente una società per l'abolizion del duello, 
come quella testé stabilita in Inghilterra, che novera fra i capi i più notabili 
dell'aristocrazia inglese, e fra gli altri 280 uffiziali di terra e di mare. In 
questo novero sono 17 ammiragli e 20 generali. Degno sarebbe dell' alto 
senno e della soda virtù del Re Carlo Alberto rinnovar l'esempio dato dal 
suo grand'avo Amedeo vi, quando fondava l'ordine del Cigno nero nel 1350 
col fine principalmente d'impedir le guerre private. 

Ecco un articolo d'un giornale inglese che riferisce utili particolarità 
intorno alla società per l'abolizion del duello, e che debbo ad un gentile 
anonimo ch'io qui vivamente ringrazio: 

« Un secondo rapporto dell'associazione per sopprimere il duello è stato 
pubblicato ultimamente , e ci induce a dirigere la mente ad una associa- 
zione la quale tranquillamente e con giudizio, dentro la sfera del suo ope- 
rare, lavora efficacemente ad una grande e morale riforma. 

« Questa associazione ora consiste di più di 500 membri, che tutti nel di- 
ventare tali hanno dichiarato d'astenersi dal duello. Tra essi si trovano i 
seguenti,— il Duca di Manchester, i Lordi, Weslminster (Lord)— Eldon (Lord) 

— Effingham (Lord)— Burlington (Lord)— Robert Grosvenor (Lord) — Teign- 
mouth (Lord) — Glenelg ( Lord ) — Stourton (Lord) — Arundel e Surrey 
(Lord) —Ebri ngton (Lord) — Sandon (Lord) — Ashley (Lord) — e Morpeth 
(Lord) — Sir Robert Inglis M. P. — Sir Thomas Acland — Sir Thomas Ba- 
ring — Sir Harry Verner — Sir Launcelot Shadwell — Sir William Couper 
(membro del Parlamento ì — Sig. Childers (membro del Parlamento) 

— Sig. Pusey (membro del Parlamento) — e C. Verner (membro del Par- 
lamento). 

« Il duello è un vizio della moda, e quando tra i suoi opponenti trova nsi 
tali nomi, evvi da sperare che la stessa moda coopererà alla guarigione. 

« È un fatto notabile che non meno di 280 membri sono uffiziali dell' 
esercito e della Beai Marina, inclusi 17 ammiragli e 20 generali. Una simile 
associazione forte di nomi di alto grado e riputazione, diviene lo stromento 
per effettuare codesta riforma tanto desiderata. II suddetto rapporto som- 
ministra alcune particolarità interessanti, relative alla maniera in cui opera 
nella marina il nuovo articolo di guerra contro il duello, sopra la cui riuscita 
molle persone nutrivano tenui speranze. Esso porge i procedimenti di due 
consigli di guerra tenuti durante quest'anno. In uno fu congedato un luo- 
gotenente dal suo vascello per aver cercato di provocare a duello un signore 
che era a bordo non uffiziale di marina; — nell' altro tre uffiziali, cioè i 
principali ed un padrino in duello, furono congedati dal loro vascello, e 
messi in fondo della lista d' uffiziali dei loro rispettivi gradi. Ma l'esempio 
più interessante e utile del modo in cui agisce il nuovo regolamento è quello 
della decisione data da una corte d'inchiesta tenuta in conformità al terzo 



124 CAPO SESTO 

de'nuovi articoli, che esprime l'approvazione di Sua Maestà riguardo alla 
condotta d'uffìziali i quali sottomettono affari di dispute alla decisione de' 
loro superiori. 

« Non crediamo di essere indiscreti nel diffondere più eslesamente i nomi 
di due uffiziali che si sono comportati nel modo saggio, dignitoso, e vera- 
mente onorevole, come è descritto nell'estratto qui appresso: — 

« Durante l'anno scorso, mentre la squadra esperimentale dei bricki era in 
crociera, il capitano Maison scrisse una lettera al costruttore del di lui ba- 
stimento il Darinq dando un ragguaglio del suo esito, e della superiorità di 
esso in paragone d'alcuni suoi competitori, e facendo anche alcune asser- 
zioni abbassanti YOsprey.W costruttore del suddetto bastimento,esultante sul 
contenuto di questa lettera, la fece pubblicare in un giornale di Portsmouth 
senza chiederne il permesso al capitano Maison. Il comandante dell'Ocre?/, 
capitano Palten, indispettito della pubblicazione di codeste critiche, prin- 
cipiò una corrispondenza col capitano Matson, e dopo il contraccambio di 
parecchie lettere dispiacenti, ne indirizzò una contenente un deciso insulto. 

«11 capitano Matson, in circostanze tanto diffìcili, non dimenticò il suo 
dovere come cristiano ed uffiziale, neppure nell'ansietà che un uomo di sì 
alto animo naturalmente sentirebbe per guardare illibato il suo onore. 
— Dopo aver consultato alcuni suoi amici, ubbidì letteralmente alle prescri- 
zioni dell'ammiragliato, e scrisse all'ammiraglio della stazione, chiedendo 
una corte d'inchiesta per decidere sulla disputa accaduta così disgraziata- 
mente tra lui ed il suo camerata. L'ammiragliato subito nominò una corte 
d'inchiesta da tenersi a Devenport. 

« I membri di questa erano, il capitano Hope del Fircbrand, il capitano 
Mannex dell' Actxon, ed il capitano Wilford del San Josef. La corte volle 
la presentazione della corrispondenza, ed esaminò tutte le circostanze che vi 
ebbero relazione, e poi pronunziò una sentenza specificando i termini con 
cui cadauna parte dovea ritrattarsi reciprocamente. In ubbidienza a questa 
decisione, ognuno di essi firmò un foglio indirizzato al presidente. L'uno 
esprimeva il suo rammarico d'aver dato origine ad un cenno proprio a ca- 
gionare del dispiacere ad un camerata, riguardo ad un oggetto che porge da 
per sé materia a discussione, come sono le qualità veleggiami di un basti- 
mento. L'altro esprimendo il suo rammarico di aver permesso al calor del 
suo sentire d'indurlo a servirsi d'espressioni che, dopo più maturo riflesso, 
scorge aver oltrepassato la provocazione ricevuta. 

« La corte aggiunse l'assicuranza che il procedimento ch'essa ordinò la- 
sciava l'onore di ambedue le parti intatto e senza macchia ». 

(4) Denina e Saluzzo, e gli scrittori francesi chiamano questo comandante 
del forte di S. Maria monsieur de Corbeville. 11 Soleri nel Diario ms. già 
citato, registrando il fatto che abbiam narrato lo chiama monsù Bernardi. 



NOTE 



Forse Bernard era il nome suo di famiglia,- e Corbeille quello della terra da 
lui posseduta. Ad ogni modo non v'ha dubbio che si tratta della stessa 
persona. 

(5) Copia degli atti di battesimo, di matrimonio, di morte mi fu spe- 
dita dal molto Rev.° prevosto di Sagliano Giacomo Marchisio , per cortese 
interposizione dell'egregio e zelantissimo vescovo di Biella monsignor Gio- 
vanni Pietro Losana. 

(6) S. E: il cavaliere Cesare Saluzzo, cavaliere dell'Annunziata, grande 
scudiere di S.M., quando governava la Begia Accademia Militare, avea rac- 
colto una gran quantità di tali gloriose memorie, che destinava alla stampa 
onde accendere a nobile emulazione la generosa gioventù alle sue cure af- 
fidata. 

(7) UT UBI 1MMORTAUTATEM SIRI POTISSIMI^ FECERAT INTER TROPHAEA 

sua quiesceret. Così l' iscrizione. 

($) Il sig. avvocato Don Pietro Gianone della città di Napoli in questa 
cittadella detenuto, munito de' SS. Sacramenti è morto li 17 marzo 1748 
e li 18 del medesimo è stato sepolto nella chiesa vecchia di questa par- 
rocchiale. — Libri de' morti di S. Barbara della cittadella. 

(9) Milizia, Memorie degli architetti, i, 217 . edizione di Parma. 



^ 



LIBRO II. 



LIBRO SECONDO 



-O O^^O-»- 



CAPO PRIMO 



Strade di Torino. — Via di Dora Grossa. — Deposito di San Paolo. — 
Antica porta Susina. — San Dalmazzo. — I confratelli della Miseri- 
cordia. — Giustiziati. — Messa di San Gregorio. — Frati di Sant'An- 
tonio. — Barnabiti; con qual festa ricevuti. — Uomini illustri del 
collegio di Torino. — De' sepolcri nelle chiese. — Personaggi il- 
lustri sepolti in San Dalmazzo. — Povertà ed angustie delle chiese 
di Torino prima del secolo xvi, ed anche in quel secolo. — Chiese 
ora distrutte de' Ss. Andrea e Clemente, di San Benedetto e di 
Santo Stefano. — Chiesa de' Ss. Martiri. — Casa e Collegio della 
Compagnia di Gesù. — Breve storia della sua fondazione. — Uo- 
mini insigni sepolti nella chiesa dei Ss. Martiri. 



Due strade che si succedono l'una all'altra correndo 
da ponente a levante, dividono in due partila città 

Voi. ìt 17 



| 50 LIBRO SECONDO 

vecchia e la nuova; e sono la via di Dora Grossa e 

la via di Po. 

Noi volendo descrivere storicamente l'interno della 
citta, faremo capo da Dora Grossa, poi entreremo nelle 
vie che al nord ed al mezzodì di Dora Grossa, o 
sboccano in quella, o corrono in direzioni parallele ; 
e seguiteremo a percorrere colla stessa ragione la 
piazza del Castello, il corso della via di Po e delle 
strade che s'aprono a destra ed a sinistra della me- 
desima* 

Dora Grossa dovette essere la prima strada della 
citta nascente de' Taurini. Dal Castello alla meta circa 
dell'isola de'Gesuiti essa ne segna la primitiva lun- 
ghezza. Seguitando fino alla via della Consolata, ne 
misura il primo ingrandimento, d'epoca ignota. Dalla 
via della Consolata fino al termine della citta misura 
l'ampliazione fatta da Vittorio Amedeo n, re di Si- 
cilia, poi di Sardegna. 

Entrando in Dora Grossa dalla strada reale di Fran- 
cia si ha a mano manca uno dei quartieri di fanteria 
edificati dallo stesso sovrano sui disegni di don Fi- 
lippo Juvara. Ma se ne vede qui solamente la parte 
posteriore ingentilita dal conte di Borgaro con una 
bella facciata per ordine di Carlo Emn^anuele ni 
quando si rettilineo la via di Dora Grossa. 

In fine della seconda isola a destra, voltando il 
canto, s'incontra la porta del Deposito di San Paolo. E 
questo un instituto d'educazione per fanciulle civili, 



CAPO PRIMO 151 

governato dalla congregazione di San Paolo , della 
quale parleremo a suo luogo. Fu fondato nel 1684 
dalla contessa Margarita Falcombello, moglie del se- 
nator Perracchino, come ricovero di fanciulle orfane, 
abbandonate, e perciò pericolanti ; onde il volgo dava 
alle ricoverate il nome di Perracchine. Ma i buoni 
metodi d'educazione che vi s'introdussero, v'attiraron 
zitelle di più rilevata condizione; onde Tinstituto 
mutò indole, massime dopoché alle fanciulle povere 
e pericolanti s'apersero altri asili: ed ora è una 
buona casa d'educazione posta sotto la special pro- 
tezione di S. M. la Regina, nella quale alcune fan- 
ciulle godono il benefizio della pensione gratuita, altre 
in maggior numero pagano un'annua somma, per ve- 
rità, molto discreta. 

Sul finire della quarta isola è la via che mette 
in piazza Paesana. Su questa crociera era nel secolo 
xvi la porta Susina colle sue torri. Da una d'esse torri 
cominciò a tendersi, nel 1570, una grossa corda che 
facea capo alla cittadella; e per essa faceansi correre 
la sera le chiavi della porta al governatore che le 
rimandava per la stessa via aerea la mattina. Sul 
finire dell'isola seguente a mano manca trovasi la 
chiesa di San Dalmazzo. 

Nel 1271 Gaufrido Goffredo vescovo di Torino 
l'aveva concessa ai frati di Sant'Antonio insieme colla 
non lontana chiesa di San Giorgio, posta nella regione 
di Valdocco; e d'allora in poi rimase una dipendenza 



|52 LIBRO SECONDO 

del priorato di Ranverso (de rivo lnuersó), tra Rivoli 
ed Avigliana. La chiesa che si vede di presente fu 
edificata a spese di monsignor Antonio della Rovere 
vescovo Agenense, nel 1530, e perfezionata da mon- 
signor Gerolamo della Rovere arcivescovo di Torino. 
Su tutte le crociere delle vòlte vedeansi le insegne 
di quella famosa stirpe. 

Fu ristaurata ed ornata dalla confraternita di 
San Giovanni decollato, che pigliava il titolo di 
S ta Maria di Misericordia fondata in marzo del 1578 
nella chiesa di San Simone: questa confraternita in 
febbraio del 1580 ottenne dai frati di Sant' An- 
tonio facoltà di fabbricare sui quattro pilastri ultimi 
della loro chiesa un oratorio per cantarvi i divini 
uffici. Costrusse poi a ponente della chiesa una cap- 
pella per seppellirvi i giustiziati; e piii tardi atterrò 
l'antico campanile, e ne costrusse un nuovo. 

Piccole e misere erano quasi tutte le chiese di 
Torino nel medio evo ; erano inoltre squallide e spor- 
che, e la loro suppellettile consisteva in due o al più 
quattro o sei candelieri di ferro, un calice di ferro 
o di stagno, due paramentali, una teca d'avorio o 
d'ottone dorato per riporvi il Santissimo ed i messali, 
breviarii ed antifonarii indispensabili. Gli altari eran 
di legno, pochi in muratura, tre forse o quattro in tutta 
la citta di pietra o di marmo. Tutto questo appare 
dagli atti della visita pastorale cominciala da Gio- 
vanni di Rivalla nel 1568: e così misera era la casa 



CAPO PRIMO lOO 

di Dio, mentre nelle case private abbondava il va- 
sellame d'argento; mentre anche un'osteria di vil- 
laggio serviva gli avventori distinti in bicchieri di 
argento. Ne molto progresso avean fatto le chiese 
Torinesi nel 1551, risultando dalla visita dell'arci- 
vescovo Cesare Cibo che in pochissime si conservava 
il Santissimo Sacramento, e che poche aveano il fonte 
battesimale convenevolmente apparecchiato. 

INon v' era neppure grande miglioramento nel 
1584 quand'ebbe luogo la visita apostolica di mon- 
signor Angelo Peruzzi vescovo di Sarcina. Soprat- 
tutto la casa di Dio era molto ancora lontana da 
quella nettezza, di cui dee sempre risplendere; ed 
un precetto, che toccò a quel prelato di dare e di 
ripeter sovente, era la provvista e Tuso delle scope. 

Que' che ristaurarono poi in Torino le case di Dio 
furono i Disciplinanti ed i Regolari. 

Non era per altro in sì abbietta condizione al tempo 
della visita suddetta,la chiesa diSanDalmazzo,la quale 
gli parve molto bella , essendo, come notò, tutta a 
vòlta, e recentemente dai fratelli della Misericordia 
restaurata. Essi ditfatto aveano alzato e ornato di 
pitture il coro. Trovò bello, e fornito di stalli ele- 
gantissimi, l'oratorio della compagnia, dedicato a 
S ta Maria di Misericordia, bella ancora la cap- 
pella di San Giovanni decollato, dove seppellivano 
i giustiziati. Osservò che questa confraternita ag- 
gregala a quella di San Giovanni decollato di Roma, 



154 LIBRO SECONDO 



era instituita per confortare i condannati, accom- 
pagnarli alla giustizia, seppellirne i corpi e far cele- 
brare pii suffragi per l'anima. A questo fine deputava 
sei confortatori, e nei tre giorni che seguitavano 
immediatamente l'esecuzione di ciascun condannato, 
gli faceva dire tre uffizii e tre messe di San Gre- 
gorio. 

La messa di San Gregorio, così chiamata da un con- 
siglio dato da quel santo pontefice all'abate Prezioso, 
consisteva nel dire per trenta giorni continui suc- 
cessivi al transito d' alcuno una messa pel suffragio 
di quell'anima, e nel salmeggiare durante la messa 
l'ufficio de morti. Onde si scorge che solo impropria- 
mente chiamavasi messa di San Gregorio il suffragio 
ridotto a soli tre giorni. 

In molti luoghi, come a Novara, a Como ed altrove, 
coteste cappelle de' giustiziati furono segno d'un 
culto superstizioso fondato sulla opinione che più 
facilmente abbiano potuto procurarsi l'eterna sal- 
vezza coloro che sì acerbamente espiarono i loro 
misfatti in questa vita, e furono confortati di sì caldi 
spirituali soccorsi. In alcune citta, in una scura 
cappella, un fioco lume che v'arde perenne mostra 
un gran crocifisso, il cui piede è circondato dei te- 
schi degli sciagurati che espiarono sul patibolo i 
delitti. 

San Dalmazzo era chiesa parrocchiale, ed avea giu- 
risdizione nel 1584 su mille anime. L'ordine di 



CAPO PRIMO 135 

Sant'Antonio eleggeva il rettore, il quale veniva 
confermato dall'arcivescovo. Ma questi frati Anto- 
niani poco fiorivano per merito di regolar osservanza, 
quando, per consiglio di S. Carlo Borromeo, il duca 
Carlo Emmanuele 1 deliberò nel 1608 di dar questa 
chiesa ai chierici regolari di San Paolo, chiamati vol- 
garmente Barnabiti. Trattò co'padri di Sant'Antonio 
per aver la cessione della loro chiesa, e l'ottenne 
a condizione: che cessasse nella medesima l'antico 
titolo dei Ss. Antonio e Dalmazzo e si chiamasse 
unicamente San Dalmazzo, che si mantenessero le con- 
venzioni fatte colla compagnia della Misericordia; 
che infine i padri di Sant' Antonio abitassero il 
palazzo di D. Amedeo di Savoia vicino a S ta Maria, 
fin che fosse compiuto il loro convento nel borgo 
di Po. 

Niuna congregazione religiosa entrò in Torino con 
maggior solennità e maggior festa che quella dei Bar- 
nabiti. Carrozze di corte recaronsi a levare dodici 
padri a Vercelli, Asti e Casale. Sua Altezza coi prin- 
cipi suoi figliuoli, coi duchi di Mantova e di Nemours, 
con tre cardinali, col nunzio e cogli ambasciadori, 
co' magistrati del Senato e della Camera andò ad in- 
contrarli il 22 gennaio 1609 fino al borgo di Po, e 
li accompagnò a San Dalmazzo; onori che l'umiltà di 
que' padri giudicò forse eccessivi, ma che fanno fede 
della pietà dei duca e del sommo concetto che aveasi 
delle virtù de' Barnabiti 



J56 LIBRO SECONDO 

Non furono i Barnabiti tanto amici della confra- 
ternita della Misericordia, quanto eranlo stato i padri 
di Sant'Antonio. Lagnavansi del disturbo che recavano, 
salmeggiando, ai confessori; deir impedimento che 
recavano al ministero parrocchiale, e tentarono ogni 
via di liberarsene (1). Ma inutilmente fino al 1698, 
quando i confratelli acquistarono dallo spedale di 
carità la chiesa che si trovava nell'isolato del Ghetto, 
quasi di fronte al palazzo ora posseduto dal conte 
Balbo; donde si trasferirono nel 1721 nella chiesa 
dell'antico monastero di S la Croce che uffiziano di 

presente. 

Alla pia sollecitudine de'Barnabiti va debitrice la 
chiesa di San Dalmazzo di molti ristauri e migliora- 
menti. Cominciarono dallo ingentilir la facciata. Poi 
volendo introdurre in essa chiesa una particolar di- 
vozione della Madonna santissima di Loreto, getta- 
rono nel 1629 i fondamenti d'una nuova cappella che 
fu compiuta in due anni; ne fu promotore il padre 
Ottavio Asinari che nel 1634 venne promosso al ve- 
scovato d' Ivrea, e assai contribuirono a murarla e 
dotarla le sante principesse Maria e Catterina di 
Savoia, nonché una monaca di casa Scaglia (de'conti 
di Verrua), chiamata al secolo Ginevra, e in religione 
suor Maria Cristina. 

Nel 1701 i Barnabiti ripararono la facciata che 
minacciava mina, poi distrussero i muricciuoli che 
attorniavano la piazzetta, ed una benefattrice la fé' 



CAPO PRIMO 157 

lastricare; nel 1710 alzarono a maggior altezza il 
campanile. Nel 1742 il canonico Comotto della Me- 
tropolitana rifece di marmo l'aitar maggiore. Sette 
anni dopo i Barnabiti rifecer quello del beato Ales- 
sandro Sauli. Nel 1756 restaurarono tutta quanta la 
chiesa, e posero sulla facciata l'iscrizione che si vede 
di presente, dettata dal P. Giacinto Gerdil, poi car- 
dinale. La sagrestia fu rifatta nel 1769 (2). Nel 1830 
la chiesa fu renduta più elegante e più chiara mercè 
le sollecitudini del padre D. Ambrogio Fortis che ne 
era curato. 

In quanto al collegio era dapprima il medesimo 
un palazzo del duca attiguo alla chiesa nel quale i 
nunzii pontificii solevano abitare. A poco a poco acqui- 
stando e rifabbricando, i Barnabiti erano pervenuti 
ad esser padroni di tutto quasi l'ampio isolato, sicché 
aveano capace e splendida sede. Ora tornarono alle 
antiche angustie, se non che non da splendor d'edi- 
fìzii, ma da splendor di virtù misurasi il valore; e 
quello delle corporazioni religiose massimamente. 
Nò fallì questa gloria al collegio di San Dalmazzo. 
Isidoro Pentono, eletto nel 1609 preposto del mede- 
simo, e due anni dopo provinciale del Piemonte, fu 
adoperato da Carlo Emmanuele ì in alte cariche 
ed in negozii gravissimi di Stato, fatto gran priore 
dell'ordine de'Ss. Maurizio e Lazzaro e finalmente 
nominato vescovo d'Asti. Il padre Giovanni Bellarino 
e chiamato dal Gerdil, autore d'opere molto profonde. 

Fui. Il 18 



138 MURO SKCONDO 

11 padre Giusto Guerin di Tramoy, curato di San Dal- 
mazzo, era confessore delle Infanti Maria e Calterina, 
ed era in isiretta amicizia congiunto con S. Fran- 
cesco di Sales e con S ta Giovanna Francesca Fre- 
miot di Chantal. Fu poi egli stesso vescovo d'Annecy. 
Dopo il Guerin ebbero le Infanti a confessore il padre 
D. Amatore Ruga, pure del collegio di San Dalmazzo, 
pe' conforti del quale fondarono i monasteri delle cap- 
puccine e delle convertite. 

Tutti questi eran uomini insigni per santifa e per 
dottrina, banditori indefessi ed eloquenti della di- 
vina parola, potenti di consiglio e d'opere. Morì il 
Ruga di soli 47 anni, e sì alta opinione lasciò di se, 
che le Infanti ne vollero il cuore ed un fazzoletto in- 
triso del suo sangue. 11 corpo riposa in San Dalmazzo. 
Scrisse molte opere ascetiche, di cui si può veder 
il catalogo neirUngarelli. Bei nomi sono altresì quelli 
d'altri Barnabiti che fiorirono in questo collegio di 
Torino; Arnaud, Comoto, Avogadro, Visconti, Paolo 
Vincenzo Roero, che fu vescovo d'Asti nel 1655, To- 
relli, Ottaviano Roero, vescovo di Fossano nel 1675, 
Manara, vescovo di Bobbio nel 1716, Recrosio, ve- 
scovo di Nizza nel 1727, Francesco Gattinara, vescovo 
d'Alessandria nel 1706, arcivescovo di Torino nel 
1727, Mercurino Gattinara, fratello del precedente 
vescovo d'Alessandria nel 1729; ma vinse la fama di 
tutti il dottore e difensore della Chiesa, Giacinto Si- 
gismondo Gcrdil, professore d'elica e poi di teologia 



CAPO PRIMO 159 

morale nella R. Università di Torino, socio della R. Ac- 
cademia delle scienze , precettore di Carlo Emma- 
miele ìv, creato Cardinale del titolo di S ta Cecilia 
nel 1777, morto nel 1802. Era questo il quarto 
Barnabita che avesse cattedra nella nostra Univer- 
sità (3). 

1 Barnabiti, cacciati come tutti gli altri religiosi 
dalla rivoluzione francese, ripigliarono, dopo l'as- 
setto generale de' regni, la chiesa ed una piccola 
parte del collegio nel 1824. A questi benemeriti re- 
ligiosi fu dal re commesso il governo del collegio 
Carlo Alberto, dalla Maestà Sua fondato a Monca- 
lieri. 

Tornando ora alla descrizion della chiesa: nel 
coro la gran tavola , che rappresenta il martirio 
di San Dalmazzo è del Brambilla scolaro del Delfino; 
nella cappella del Crocifìsso, la tavola in cui si raf- 
figura il corpo del Redentore portato al sepolcro dai 
discepoli, fu dipinto dal Molineri saviglianese. 

In questa chiesa fu sepolta, il 14 di marzo del 
1574, Laura Nasi, figliuola di Ludovico Nasi biblio- 
tecario d'Emmanuele Filiberto, fanciulla di 18 anni, 
di mirabile bellezza e di molta virtù, che fu pianta 
con varie maniere di componimenti dai più chiari 
verseggiatori che allora fiorissero (4). 

E noto che dopo la metà del secolo xni si fece 
pressoché generale l'uso di seppellir i cadaveri nelle 
chiese. Prima di quel tempo riponeansi nel cimitero 



j40 LIBPO SKCONDO 

che v'era attiguo. 1 canonici ed i monaci si seppel- 
livano nel chiostro della canonica o del monastero. 
Ai soli vescovile talvolta ai principi, più raramente 
ai semplici sacerdoti, ed ai morti con opinione di 
santità era concesso di riposare entro al sacro re- 
cinto; e siccome in varie epoche e in varii luoghi, 
o per divozione, o per ambizione erasi cominciato 
ad interrare i cadaveri nelle chiese, non mancarono 
più concilii di vietarlo ; altri ancora disposero che 
più non s'uffiziassero quelle chiese in cui si vedes- 
sero a soprabbondare i sepolcri. 

Ma, come abbiam veduto, sul finir del secolo xm, 
la parte sotterranea delle chiese diventò sepolcro 
comune di tutti i fedeli. E solamente alcuna delle 
più grosse parrocchie, come a Torino il duomo, 
ebbero ad un tempo e sepolture in chiesa, e Campo 
Santo fuori di essa. 

Le regole del seppellire a Torino eran queste. 1 
fedeli che morivano senza elezione di sepoltura, 
erano portati alla parrocchia; se forestieri, al duomo; 
e per forestieri s' intendeano quelli che non aveano 
domicilio permanente in città. Que' cittadini per 
altro che aveano un sepolcro famigliare in altra 
chiesa che nella propria parrocchia vi erano por- 
tati senza contrasto. Ma sempre il parroco del do- 
micilio interveniva alla sepoltura, e partecipava agli 
emolumenti. 

Le sepolture poi delle chiese più antiche erano 



CAPO PIUMO 141 

camerette che s' aprivano immediatamente sotto al 
pavimento della chiesa; e la cui bocca era otturata 
da una pietra quadrata con iscrizione o senza. Le 
casse erano allogate V una sopra l' altra. Nelle chiese 
più moderne le pietre sepolcrali sparse nel pavi- 
mento non sono che indizii o riscontri di sepolture 
esistenti nello scurolo, o sotterraneo inferiore, dove 
si vedono talora a forma di pozzi, colle casse ac- 
catastate; talora ordinate lungo le pareli, e murate 
separatamente con iscrizione, massime quelle dei 
religiosi e delle persone distinte. 

La sepoltura dei bambini aprivasi e in San Dal- 
mazzo e in altre chiese sotto al battistero, presso al 
luogo cioè dove avean ricevuto la stola candida del- 
l' innocenza, non stata da loro nella brevità di questo 
terreno esiglio di niuna labe contaminata. Presso 
all' aitar maggiore era il sepolcro de' confratelli della 
Misericordia. Nel coro quello de' religiosi. Nella cap- 
pella di San Giovanni decollato che s'apriva a ponente, 
presso al campanile, fuori del recinto della chiesa, 
si seppellirono fino al 1698 i giustiziati. Ma i per- 
sonaggi di riguardo collocavansi d'ordinario nel se- 
polcro della Madonna di Loreto. Là scendeva in 
febbraio del 1556 Giacomo Ferraris, primo presi- 
dente del Senato ; là in ottobre del 1660 Catterina 
Meraviglia, figliuola naturale di Carlo Emmanuele ì, 
morta nella parrocchia di Sant'Eusebio, arrivata ai 
40 e più anni con comune edificazione, frequenza 



142 LIBRO SECONDO 

de' santi Sacramenti et osservanza di verginale pu- 
rità; là il 10 luglio del 1673, Paola Cristina, contessa 
Birago di Vische, d'anni 38, vera madre della Nostra 
Chiesa, che a tutta la città fu d" esempio per tutto 
il tempo della sua vita. In quella cappella; sotto alla 
fìnestra,fu deposto, il 4 settembre 1706, il generale 
Francesco Antonio Nazari, di Novara, colonnello del 
reggimento di Lorena, ucciso nell'assalto della cit- 
tadella ; nella stessa cappella ebbe tomba il nestore 
de' primi presidenti della R. Camera de' conti, Gian 
Angelo Benzo, conte di Pramolo, T8 di novembre 
del 1762, in età d'anni ottantasette. 

Nella cappella di S ta Rosalia è sepolto D. Emma- 
miele de' principi Valguarnera, siciliano, cavaliere 
dell' Annunziata, e gran ciambellano, morto in gen- 
naio del 1770. 

In San Dalmazzo fu similmente sepolto il 25 di 
agosto del 1636 V eccellentissimo signor Ludovico 
Tesauro, figliuolo forse del presidente Antonino, 
autore dell' opera intitolata : Novae decisiones Se- 
natus Pedemontani, e nipote del protomedico An- 
tonio, cbe servì Carlo m ed Emmanuele Filiberto, 
e cominciò la fortuna di sua casa. 

Nel coretto laterale allo scurolo della Madonna di 
Loreto dalla parte dell'evangelo è sepolto Gian Tom- 
maso Terraneo, morto nel 1771, autore dell'Adelaide 
illustrata; uomo di mente acuta e di fino giudizio: 
il primo che pigliasse ad illustrare con sana critica 



CAPO PRIMO 145 

gli antichi ed oscuri secoli della nostra storia ; uomo 
che ebbe a combattere assai coll'invidia e più ancora 
coll'ignoranza e con quella misera passion d'occul- 
tare, che una volta prevaleva in fatto di biblioteche 
e d'archivi (5). 

Procedendo innanzi troviamo dopo breve spazio 
l'isola che contiene la chiesa ed il collegio de'Ge- 
suiti. 

Abbiam già notato che ne' tempi romani e bar- 
barici vedeasi alla metà circa di quest'isola il muro 
della città colla porta Segusina; e che prima del mille 
s'era già compresa nel perimetro delle mura quasi in- 
tiera l'isola che contiene la chiesa di San Dalmazzo. 
Dobbiamo ora notare che la via della Misericordia 
non esisteva, e che l'isola che sorge avanti la chiesa 
di San Dalmazzo, s'abbracciava con quella che le suc- 
cede a ponente formandone una sola, composta d'una 
successione di piccole case, disgiunte da viottoli e 
cortili, frammezzo a cui vedevasi la piccola chiesa 
parrocchiale di San Benedetto, membro della badia 
di Rivalta, la cui porta s'apriva verso ponente, e il. 
cui lato settentrionale fronteggiava la casa dei bagni 
di San Dalmazzo (6). 

Nel secolo x la porta Segusina era difesa da un 
castello. Quando i monaci della Novalesa fuggendo 
l'impeto da' Saraceni, abbandonarono l'Alpina e ge- 
lata loro residenza, sorgeva innanzi alla porta di quel 
castello la chiesa de' Ss. Andrea e Clemente, dove i 



|44 LI URO SECONDO 

monaci si ripararono. Alquanti anni dopo, due Sara- 
ceni che si tenean prigioni in una torre d'esso ca- 
stello imaginando un mezzo di salvarsi, gittarono fuoco 
sulla chiesa vicina, e levatosi rumor per l'incendio 
trovarono nel tumulto via di fuggire. Le fiamme con- 
sumarono il sacro tempio, ma gl'incendiarii furono 
raggiunti e giustiziati. 

Nel medesimo luogo si rifabbricò un'altra chiesa, 
e si dedicò a S. Benedetto (7). In principio del se- 
colo xn v'era annesso uno spedale, e n'era rettore un 
canonico del duomo Torinese. Dopo la meta di quel 
secolo, Carlo vescovo di Torino ne fece dono alla badia 
di Rivalta, che vi tenne dipoi un monaco col titolo 
di priore (8). Più tardi fu parrocchia. Questa chiesa 
fu la prima che ufficiassero i Gesuiti quando vennero 
nel 1566, come vedremo fra poco (9). Più vicina alla 
chiesa presente de'Gesuiti parmi che fosse la chie- 
suola di S ta Brigida, di cui si ha memoria fin dal 1535. 
Era patronato della nobile famiglia Beccuti, da cui 
passò nel 1574 alla Compagnia di Gesù. Essendo sprov- 
veduta d'ogni cosa, angusta e con mura fi acide i padri 
la vendettero, nel 1608, al signor Amedeo di Parella, 
che la comprese nel palagio da lui rifabbricato, e 
posero l'imagine della Santa nel quadro di S. Fran- 
cesco, nella loro chiesa (10). 

La chiesa de'Ss. Martiri sorgea presso l'angolo sud- 
ovest della città, nel sito ove poi fu edificata la cit- 
tadella, e dove sul sepolcro slesso che raccolse i corpi 



CAPO PIUMO 14S 

di que' gloriosi confessori della fede, s'era edificato 
un oratorio sul finir del secolo in, convertito poi in 
tempio, quando cessò di parer caso di morte l'esser 
cristiano. Ampliato ed ornato dal vescovo S. Vittore, 
successore di S. Massimo, sul finir dei secolo v, e 
già divenuto allora segno di divoti pellegrinaggi ; 
ruinato poi dai Saraceni e da altri barbari, ristorato 
dal vescovo Gezoneche v'aggiunse ne'primi anni dopo 
il mille un monastero di Benedittini; caduto molti 
secoli dopo in commenda, nel 1556 fu distrutto dai 
Francesi, nella quale occasione vennero le sacre 
reliquie trasferite in Sant'Andrea, donde nel 1575 
si portarono all' oratorio provvisionale de' Gesuiti, 
mentre s'attendea la costruzione del nuovo magni- 
fico tempio, in cui doveano essere definitivamente 
allogate. 

Nel sito medesimo in cui si murava la novella 
chiesa de'Ss. Martiri, sorgea prima la chiesa antichis- 
sima parrocchiale di Santo Stefano, di cui si ha me- 
moria fin dal 950. Nella qual epoca era uso, che i 
canonici della Cattedrale fossero incardinati ad al- 
cuna delle chiese della città, e v'esercitassero l'ufficio 
parrocchiale. Rettore della chiesa di Santo Stefano 
era allora l'arcidiacono del capitolo Torinese. 

Nel 1551 la parrocchia di Santo Stefano era unita 
a quella di San Gregorio; nel 1575 fu soppressa, e la 
chiesa colle case vicine passò in proprietà del Semina- 
rio ivi fondato da monsignor Gerolamo della Rovere, 
Pi,/, /i 19 



1 W) LIBRO SECONDO 

in esecuzione dei decreti del Concilio di Trento, 
Tre anni dopo era fatta al Seminario facoltà di alie- 
nare la chiesa e le case vicine alla Compagnia di 
Gesù, affinchè si potesse, e meglio stabilire il loro 
collegio, e murare una chiesa più degna in onore 
de' Ss. Martiri protettori di Torino (11). Sorse infatti 
nobilissima per le forme architettoniche, splendida 
per marmi e per dipinti la nuova chiesa de' Ss. 
Martiri protettori della città di Torino. Ne die' il 
disegno Pellegrino Tibaldi nato in Bologna, ma d' o~ 
rigine Milanese, il quale studiando in Roma i grandi 
maestri di pittura e spezialmente Michelangelo, era 
riuscito eccellente in quell'arte, tantoché i Caracci 
lo chiamavano Michelangelo riformato. Più tardi si 
volse all'architettura, e innamorato delle forme greche 
e romane guastò il duomo di Milano facendovi le porte 
d'altro stile ; ma compensò la citta di quel peccato in- 
nalzandovi la stupenda chiesa di San Fedele. A questo 
grande architetto i Torinesi van debitori della chiesa 
de' Ss. Martiri, la più ricca e, dopo il duomo, la 
più bella che sia tra noi ; e dissi dopo il duomo, 
sia in quanto a purezza di stile, sia perchè non con- 
viene dimenticare che la vera forma de'tempii cri- 
stiani è la basilicale. 

Vincenzo Parpaglia, abate commendatario di San 
Solutore, quello stesso che fu parecchi anni a Roma 
ambasciatore, o come allora dicevano, oratore del 
duca Emmanuele Filiberto , avea domandalo ed 



CAPO PRIMO 147 

ottenuto da S. Pio v nel 1570, che si stralciasse un 
terzo circa delle rendite di quella ricca badia, e si 
cedesse in perpetuo alla Compagnia di Gesù, col- 
F obbligo fra gli altri d'edificare un tempio in onor 
di que' Santi. . 

Fu cominciato nel 1577, nel qual anno a' 23 di 
aprile il grande Emmanuele Filiberto ne pose la 
prima pietra insieme coli' arcivescovo Girolamo della 
Rovere e col Nunzio; e si ha memoria che fu posta 
al pilastro che è accanto alla porteria. Nello spazio 
di sette anni ne fu compiuta la meta, largheggiando 
e di doni e d'utìicii la compagnia di S. Paolo, poco 
prima per privata associazione formata ne'chiostri di 
San Domenico per mantener illesa in Torino la pura 
fede cattolica. A'tempidi Maria Giovanna Battista du- 
chessa reggente, e così sul declinare del secolo xvn, 
il P. Andrea Pozzi, gesuita Trentino, ne dipinse tutta 
la vòlta a sottoinsù, con singoiar maestria. Era quella 
vòlta una delle rarità pittoriche di Torino, ed es- 
sendo guasta dagli anni, parve ai Padri, che teste 
pulirono e ringentilirono di belle dorature tutta la 
chiesa, che non si potesse ristorare; e però furono 
chiamati a ridipingerla Francesco Gonin e Luigi 
Vacca (12). 

L'aitar maggiore è disegno di Filippo Juvara ed 
opera del principio del secolo scorso. 

Di elegante lavoro e degnissimi d'essere conside- 
rati sono in questa chiesa i due grandi candelieri di 



1 18 LIBRO SECONDO 

bronzo, che stanno dinanzi alla balaustra dell'aitar 
maggiore. 

Nel primo altare a destra la tavola rappresentante 
l'apostolo S. Paolo è di Federigo Zuccari, il quale 
gratuitamente lo dipinse in segno di stima per la 
congregazione di S. Paolo che ha il patronato della 
cappella (15). 

Appartiene alla sua scuola la tavola del secondo 
aliare che rappresenta S. Francesco Saverio. Dalla 
parte dell'epistola il S. Ignazio a cui appare il Re- 
dentore è di Sebastiano Taricco da Cherasco. 

11 grande ovato dell'aitar maggiore colla Beata Ver- 
gine ed i Santi titolari è di Gregorio Guglielmi, ro- 
mano. 

Le statue scolpite in legno che vedonsi nelle nicchie 
della facciata sono di mano del Borelli, e ricordano 
un'arte che s'è oggi quasi perduta: parendo alla boria 
moderna che lo scalpello si disonori, trattando ma- 
terie che non sien marmi o pietre ; e temendo a 
condur lavori di legno di cambiarsi di scultori in le- 
gnaiuoli ; senza rammentare quali sublimi legnaiuoli 
ebbe Firenze, quali vivi e spiranti crocifissi, quali 
mirabili stalli di cori intagliarono in più badie, 
legnaiuoli di quella sorte; senza ricordare che quel 
sommo architetto francese che era chiamato in 
Isvezia ad innalzare la cattedrale d'Upsal, s'inti- 
tolava modestamente maestro di tagliar pietre. 

11 pulpito di questa chiesa fu sempre frequente 



CAPO PRIMO 149 

d'illustri oratori, dei quali in niun tempo la Com- 
pagnia di Gesù ha patito penuria, e basti rammentare 
Daniello Barloli che predicò la quaresima del 1651, 
e Paolo Segneri che vi fece la quaresima del 1663. 
INel 1584 i Gesuiti recavansi ad insegnare il ca- 
techismo ai ragazzi nel duomo e nella chiesa di 
San Dalmazzo. 

La notte che seguiva all'ultimo giorno di settembre 
del 1773, monsignor Lucerna Rorengo di Rora, ar- 
civescovo di Torino, delegato dal papa, mandò no- 
tificando ai Gesuiti di Torino la soppressione della 
Compagnia, co' rigori che l'accompagnarono. 

Questa soppressione, chiesta con tenaci e minac- 
ciose istanze dalle potenze Borboniche, e massime 
dalla Spagna, fu in Piemonte accettata piucchè ap- 
plaudita. Il diario ms. de' Carmelitani di Torino la 
registra in questi termini: Soppressione del tanto 
illustre, dotto, e in questi nostri Stati esemplarissimo 
ordine Gesuitico. 

Già da un mezzo secolo e più la pubblica opi- 
nione non era molto favorevole ai Regolari, trava- 
gliata essendo, e per dir così, manipolata da una 
quantità di scrittori che li rappresentavano come 
occupatori delle ragioni de' vescovi, e di quelle del 
principato, e delle sostanze de'popoli, e contrarli alla 
pubblica pace: e, come accade nelle dispute appas- 
sionate, avvelenate da lunghi contrasti, anche talora 
da difese imprudenti, più perniciose all'assalito 



150 LIBRO SECONDO 

che l'assalto medesimo; gli errori, gli abusi, le 
sciocchezze, le colpe di pochi furono scritte a debito 
di tutti; e procedendo più oltre, si negò ai dritti 
dei regolari (come dai più avventati e men religiosi 
anche alle ragioni temporali della Chiesa in generale) 
la pacifica sanzione del tempo, che non può violarsi 
senza rovesciar un principal fondamento dell'ordine 
politico e civile, e rimetter tutto in questione ed 
in confusione. Tali dottrine proclamate con gran 
pompa di erudizione, e co' fulgori e colle illecebre di 
uno stile ora splendido e imaginoso, ora spiritosa- 
mente beffardo, avean fatto senso non solo ne'popoli, 
ma anche nei principi, i quali non possono a meno 
di risentir l'effetto d'opinioni che, per contenere 
nelle cause da cui movono qualche parte di vero e 
qualche apparenza di bene, si vanno generalizzando. 
Scarse furono dal pontificato di Benedetto xiv 
in poi le promozioni de' regolari alla sacra porpora. 
Più tardi Ganganelli, Francescano, era il solo re- 
golare che facesse parte del sacro collegio; esaltalo 
al trono pontificale, non solo non diede il cappello 
ad alcun regolare, ma per evitar mali maggiori, 
e impaurito forse dalla minaccia d'uno scisma, 
si risolvette a suo malgrado a disciogliere il più 
famoso, il più potente e il più lungamente ed 
accanitamente combattuto degli ordini regolari : 
conoscendo del resto ottimamente che niun ordine 
regolare è necessario alla Chiesa di Dio, niuno ne 



CAPO PRIMO l&l 

costituisce l'essenza, sebbene i regolari quando si 
governano collo spirito del Vangelo, e colle mas- 
sime, e coli' accesa carità de' Santi loro fondatori, 
lontani dal balestrarsi nel cozzo dei privati interessi 
e delle politiche agitazioni, sieno preziosi cittadini 
e grandi promovitori di religione e di morale. 

Dopo la soppressione la chiesa de'Gesuiti venne 
ufficiata qualche tempo da preti secolari, a cui 
si surrogarono i sacerdoti della Missione in virtù 
di R. biglietto del 23 luglio 1776. Ma il 3 dicembre 
del 1800 un commissario repubblicano venne loro 
notificando che la loro congregazione era soppressa, 
e che avean termine di due decadi a sgombrare. 

Nel 1802 una parte del convento che guarda a 
mezzodì ed a ponente fu destinala ad uso di carceri 
correzionali. 

Riposa in questa chiesa Filiberto Milliet, arcive- 
scovo di Torino, dotto ed eloquente prelato, sepolto 
il 3 di settembre del 1625 (14). 

Il 13 di marzo del 1672 a sera avanzata vi fu 
recato privatamente il famoso primo presidente Gio- 
vanni Francesco Belletia, che essendo semplice av- 
vocato e sindaco di Torino nel 1630, e imperver- 
sando la pestilenza, sicché tutti erano o morti o 
fuggiti, o infermi i governanti, egli solo tenne in 
mano il governo della citta, e provvide alla salvezza 
pubblica ed all'abbondanza de' viveri; degno perciò 
d'eterna memoria. In febbraio del 1675 lo seguiva 



152 LIBRO SECONDO 

nel sepolcro la moglie Priama (15). Tre anni dopo 
vi era sepolto il padre gesuita de Chale, professore 
di matematica nel R. collegio de' Nobili. Giacciono 
pure in questa chiesa le spoglie mortali di Michele 
Antonio Vacchetta, sacerdote della congregazione 
della Missione, morto in concetto di santo, del quale 
si ha la vita stampata; e quelle del conte Giuseppe 
De-Maistre, profondo filosofo e scrittore eloquente, 
di cui si vede il monumento nell'ultima cappella a 
sinistra di chi entra. 

Negli ipogei di questa chiesa, che belli ed ampii 
si stendono sotto alla medesima, ed al chiostro vi- 
cino si vede una tomba alquanto scalcinata, sulla 
quale ancor si legge il nome del vescovo Riccaldone, 
senza maggiori chiarezze. Io penso che contenga 
le spoglie mortali di Giulio Cesare Gandolfì, de'mar- 
chesi di Riccaldone, che fu quattordici anni gesuita, 
poi governò il collegio delle Provincie; indi nomi- 
nato, nel 1748, arcivescovo di Cagliari, dovette, 
perchè non era dottore, pigliar la laurea teologica 
nella R. Università, in età d'anni 38, e ricevette la 
consecrazione in questa chiesa medesima il 28 di 
aprile di queir anno. 

Il primo stabilimento de' Gesuiti in Torino è frutto 
della pietà di Giovanni Antonio Albosco. Questo gio- 
vane studiava leggi nell'università di Mondovì, ove 
pigliò eziandio con grande onore la laurea, e conver- 
sando co'padri della Compagnia che da qualche tempo 



CAPO PRIMO 155 

avevano casa in quella citta, tanto si piacque della 
religiosa loro vita che gli nacque gran desiderio di 
introdurli a Torino. 

Avea già cominciato l'Albosco ad esercitar l'ufficio 
dell'avvocato, quando nel 1564 si dispose di lasciar 
il mondo e rendersi Certosino. Nell'atto di sua ri- 
nunzia, che fu a' 7 dicembre di quell'anno, lasciò alla 
Compagnia una casa che av^eva comprata in Torino 
dal senatore Agostino della Chiesa con questa con- 
dizione che, se in termine di due anni la Compagnia 
non potesse stabilirvi un collegio d'otto religiosi, la 
detta casa tornasse a suo padre. Entrato poi nella 
Certosa di Pavia, e sempre caldo in quel desiderio, 
scrivea continue lettere ad Aleramo Beccuti principal 
cittadino Torinese, già vecchio e senza figliuoli, af- 
finchè destinasse ad opera sì buona una parte delle 
sue sostanze. Da principio il Beccuti non badava punto 
a quelle sollecitazioni che gli parevano forse indi- 
screte. Ma un giorno finalmente rileggendo una lettera 
dell' Albosco, si sentì commosso ; ed a Nicolino Bovio, 
suo amicissimo, die commissione d'informarsi de'por- 
tamenti de' Gesuiti. Capitò allora in Torino il padre 
Codret, savoiardo, che gli fu dal Bosio condotto; e 
le sue parole e le avute informazioni il sospinsero ad 
assegnare sulle sue possessioni di Lucento alla Com- 
pagnia scudi trecento d'oro annui, onde avesse abilità 
di stabilire un collegio nella città di Torino. 

Ciò fu il 2 dicembre 1566. Addì 17 dello stesso 

Voi. II 20 



154 LIBRO SECONDO 

mese giunse in Torino dal Mondovì il padre Giovanni 
Andrea Terzo con sette compagni, e pigliò a pigione 
dal prevosto di Rivalta una casa presso a San Bene- 
detto, ottenendo ad un tempo facoltà d'ufficiar quella 
chiesa. Con questi principii e co' soccorsi della Com- 
pagnia di S. Paolo fu fondato ed aperto sul finir del 
1567 il primo collegio della Compagnia. In quella 
chiesetta il padre Acosta con un torrente d'eloquenza 
e di dottrina (sono parole d'una relazione contem- 
poranea) spiegava due volte la settimana i salmi di 
David alla compagnia di S. Paolo, e tutte le feste 
orava al popolo con tal concorso, che fu necessario 
trasportare la predica da quelle angustie alla chiesa 
di San Dalmazzo. Ed essendo ornai troppo angusta la 
casa di San Benedetto ai tanti ministeri de' padri, ri- 
solvettero d'occupar la casa Albosco, posta poco lon- 
tano tra la chiesa di S ta Croce (la Misericordia) e la 
cittadella, pagando del proprio agli eredi del Certo- 
sino quanto si richiedeva per averla libera (16). 

L'anno 1567, Emmanuele Filiberto volendo con- 
tribuire alla manutenzione del collegio, assegnò al 
medesimo un'annua provvigione di scudi 200. Nel 
1572 Aleramo Beccuti, sempre più innamorato di 
que' religiosi, volendo torli dalla casa Albosco, in- 
comoda ed angusta e posta in un angolo della città, 
die loro in permuta la sua casa paterna presso la 
chiesa di S t0 Stefano dove aveva già dato stanza al 
generale dell'ordine S. Francesco Borgia, che allora 



CAPO PRIMO 155 

appunto si trovava in Torino. Del maggior valore fé' 
dono alla Compagnia. 11 7 d'ottobre 1574 mancò di 
vita quest'insigne benefattore de'Gesuiti, ultimo della 
nobilissima sua stirpe, e fu sepolto in San Francesco 
La Compagnia ne fu erede universale, ed ebbe per tal 
guisa il castello e le possessioni di Lucento ; una casa 
alla Volta rossa ov'era l'osteria delle tre picche che 
levò poi da quel sito; il bosco del Meisino sulle rive 
del Po; le isole di questo nome nel fiume stesso \ 
la pescagione di esso fiume tra la foce di Dora e 
quella di Stura, e porzione del pedaggio di Torino. 
Il duca Emmanuele Filiberto avendo desiderato il 
castello di Lucento, del quale propriamente, come 
di cosa feudale, il Beccuti non avea potuto disporre, 
la Compagnia glielo dimise ricevendo altri beni in 
cambio. 

I Gesuiti pigliarono possesso della casa paterna 
d'Aleramo Beccuti in febbraio del 1574; quattr'anni 
dopo ebbero, come abbiam detto, la chiesa di S t0 
Stefano e la casa del Seminario, e coll'andar del 
tempo acquistando le case Berta, Trotti, de'Magistris 
e Losa, occuparono l'intero isolato. La chiesa pre- 
sente occupa il sito della chiesa di Santo Stefano, 
parte del sito della casa Beccuti, e dal Sanata san- 
ctorum in su il sito della casa Berta (17). 

II collegio della Compagnia fu dapprima attiguo alla 
casa professa, poi presso l'università nella casa avanti 
San Rocco. Possedeva il collegio una bella biblioteca. 



15G LIBRO SECONDO 

fondamento della quale erano stali i libri recativi 
da Guglielmo Baldessano di Carmagnola, socio nel 
1570 dei collegio teologico di questa università, ri- 
tiratosi a vivere presso que' padri. Nel 1623 Luigi 
Albriccio, Gesuita, avendo predicato la quaresima in 
duomo con grande plauso, Carlo Emmanuele 1 glie 
ne volle contrassegnare il suo gradimento col dono 
di doppie 100 e di scudi 800 da impiegarsi in un 
censo sulla città per la biblioteca del collegio dei 
Ss. Martiri. 

In esso collegio vivea a que' tempi, e nel 1627 ne 
fu anche rettore, un uomo di gran mente e di molta 
dottrina, il padre Pietro Monod, savoiardo, teologo ed 
istoriografo della Real Casa, che la duchessa Cristina, 
tutrice di Carlo Emmanuele n e reggente, adoperò 
in gravi maneggi di Stato; finché nato nel Richelieu 
sospetto che fomentasse disegni ostili alla corona di 
Francia, quel superbo ministro ne chiedette minac- 
ciosamente non solo la destituzione, ma la prigionia. 
La duchessa seppe resistere; e quando carcerò il 
Monod a Monmegliano ed a Miolans dove poi morì, 
si fu per risentimento dell'inclinazione che dimostrava 
al principe cardinale Maurizio suo cognato, e della 
fuga da lui tentata: non per compiacere a Richelieu 
nelle cui mani ricusò sempre di consegnarlo. 

Imperocché il sovrano che immola un proprio sud- 
dito alla prepotenza straniera, immola se stesso, ed 
una lieve canna gli sta meglio in man che lo scettro. 



CAPO PRIMO 157 

Il bel palazzo dove si trova adesso la casa professa 
de'padri della Compagnia di Gesù, fu rifabbricato nel 
1771. Ivi si tengono la congregazione de' mercanti 
e la congregazione de'nobili ed impiegati ; ed anti- 
camente vi si teneva ancora la congregazione degli 
artisti, piuttosto degli artigiani, che fu trasferita 
al tempo della dominazione francese nella chiesa di 
San Francesco. Queste tre congregazioni poste nella 
casa de' Gesuiti e rette da loro, rappresentavano a 
un dipresso tutti gli ordini della società. 

La cappella de'mercanti abbonda di buoni dipinti. 

La volta che raffigura il paradiso è tutta dipinta 
a fresco da Stefano Maria Legnani, milanese, scolaro 
del Cignani e del Maratta ed egregio coloritore. 

Le sei statue scolpite in legno e disposte all'in- 
torno sono di Carlo Plura. La tavola dell'altare che 
rappresenta l'adorazione de 1 Magi e le due laterali 
sono del P. Andrea Pozzi, piuttosto rare che buone, 
non accomodandosi volentieri quel padre al lento 
procedere della pittura ad olio, ed amando invece gli 
affreschi con iscorci e prospettive architettoniche, 
arte nella quale molto si segnalò, sebbene il suo gu- 
sto partecipasse assai de'difetti di quel secolo tanto 
ammanierato. Gli otto gran quadri delle pareti laterali 
sono: il primo a sinistra di mano ignota; il terzo a 
destra del Pozzi ; il quarto di Sebastiano Taricco 
da Cherasco, felice imitatore di Guido Reni ; gli altri 
sono del Legnani. 



NOTE 



(1) Esibitione che fanno a S.A. i padri di S. Dalmatio per aver la lor 
chiesa libera (stampa molto rara, 1679). 

(2) Non so in quali de' tanti ristauri della chiesa, ma certo è che qui, 
come altrove, si rimossero varie iscrizioni. Condannando altamente la 
colpevole facilità con cui da taluni si manomettono tali monumenti, 
con palese disobbedienza al precetto de' sacri canoni, con lesione dell'in- 
teresse delle famiglie, e sovente con danno della storia ; restituisco in questo 
luogo un' iscrizione che esisteva in fondo alla chiesa, la quale avrebbe po- 
tuto allogarsi altrove, se la necessità, a cui non si resiste, ne comandava la 
traslazione: 

CY GYST NOBLE HOMME TOVSSAINCT PREVOST 

NATIF DE S. POVRCATN EN AWERGNE 

EN SON VIVANT CONSEILLER DV ROY 

MESTRE DE SES COMPTES DE PIEDMONT ET SAVOYE 

LE QVEL TREPASSA EN CETTE VILLE DE TVRIN 

le xvrn D' AOVST 1551 

PRIEZ DIEV POVR SON AML. 

Raccolta d'iscrizioni patrie. Archivi di cèrte. 

(3) Vedi Barelli, Memorie de' padri Barnabiti; e Ungaretti, Biblioteca 
Barnabitica.— Debbo molte fra le notizie da me date alla gentilezza del 
padre D.Filippo Maria Riccardi, barnabita, cancelliere del collegio, erudito 
e diligente indagatore della storia dell'ordine. 



CAPO PRIMO, NOTE 169 

(1) Nella raccolta ms. d'iscrizioni, conservata nell'Archivio di corte, è 
riferita come esistente in San Dalmazzo la seguente iscrizione: 

LAVRAE NASIAE 

V1RGINI ORNATISSIM4E 

QVAE IN AMRIGVO RELIQVIT 

VTRVM CORPOR1S FORMA 

ET VENVSTATE 

AN MOR1BVS ET VlRTVTlBVS AMAB1LIOR 

LVDOVICVS NASIVS TAVRINENSIS 

EMMANVELIS PHILIBEBTl SAB. DVCIS SERENISSIMI 

BIBLIOTHECARIVS 

FIL1AE AMANTISSIMAE HOC MONVMENTVM 

P. C. 

OBIIT FLORENTI ASTATE ANNORVM XVIU 

III IDVS MARTII MDLXXIV 

RELICTO SVI DESIDERIO. 

La raccolta originale delle poesie fatte in morte di lei era possedula 
dal professore Giovanni Antonio Ranza, e da lui venne comunicata nel 
1772 al chierico Saverio Nasi^ che pare avesse intenzione di pubblicarla. Ma 
la cosa non ebhe effetto. 

(5) h. s. E. 

IOANNES THOMAS TERRANEVS 

LAVR. MEDICI F. PETRI FRANCISCI NEPOS 

DOMO AVG. TAVRINOR. 

SVBALPINAE HISTORIAE PARENS 

QVI V1XIT ANN. LVII M. Il DIES XXIV 

DECESSIT IV KAL. QVINTIL. MDCCLXXI 

JOSEPHVS VERNAZZA ALBENS. POMPEIANVS 

AMICO ET MAGISTRO CARISSIMO P. 

(6 Memoria del secolo xvi, in fine, nell' Archivio parrocchiale di San Dal- 
mazzo. 
(7) Chronic. Novalic, lib. ìv, cap. xxiv, e lib. v, cap. i. 
Robertus,prepositus S. Bcnedictiadque ospitali, documento del 1126. 



160 CAPO PK1MO, NOTE 

(8) Ecclesiam S. Bencdicti, que est sita infra muros Taurini, juxla 
portam que Segusiana dicitur. Concessione del vescovo Carlo alla badia 
di Rlvalta. Archivi di corte. 

(9) Istromenti autentici dell' Archivio parrocchiale di San Dalmazzo. 

(10) Bolla pontificia di detto anno.— Begistro de' beni posseduti dal col- 
legio della Compagnia di Gesù di Torino. Archivi del R. Economato. 

(11) Bolle di Gregorio xut del I d'agosto 1575, e'del I di maggio 1578. 
Archivi di corte. 

(12) Questi dipinti vennero divulgati con stampe litografiche, ed illu- 
strati dal signor avvocato Luigi Bocca. 

(13) Sopra la tavola dov'è il monogramma di Cristo^ emblema della Com- 
pagnia di Gesù, leggesi la seguente iscrizione: 

PAVLINAE 

P1ETATIS SOCIETATI 

F. Z. 

PIETATIS SVAE MONVM. 

A. MDCVII. 

(14) Libro dei morti del Duomo. 

(15) Libro de' morti della parrocchia di San Gregorio. 

(16) Archivi della parrocchia di San Dalmazzo. 

(17) Indici e registri de' beni posseduti dal collegio della Compagnia di 
Gesù in Torino. Archivi del R. Economato. 



@8=— 



CAPO SECONDO 



Ancora Dora Grossa. — Casa del Comune. — Torre. — Luogo dove 
era 1' antica Università. — Case dei Beccuti e dei Borgesi. — 
Le quattro famiglie principali di Torino. — Privilegio del Bal- 
dacchino. 



JMei due isolati che succedono alla chiesa de' Ge- 
suiti erano raccolte le principali grandezze dell'an- 
tica Torino. 

La casa alzata su tre portici che separa la via di 
Dora Grossa dalla piazza già detta dell'Erbe, ed ora 
del Palazzo di Città, non esisteva, onde questa con 
quella si congiungeva, e tutte e due facean corpo 
colla piazzetta che s'allargava sul canto di San Gre- 
gorio (San Rocco). In quegli spazii erano allogati i 
varii mercati, pescivendoli, vivandieri, panattieri, 
erbaiuoli. Allato alla torre e innanzi a San Gregorio 
erano i banchi del macello. 

La casa del Comune sorgeva prima del secolo xiv 

Voi. II 21 



10:2 LIBRÒ SECONDO 

nell'isolato a sinistra, ed avea prospetto sulla via di 
Dora Grossa. In faccia al medesimo giganteggiava l'alta 
torre del Comune, sulla cima della quale, falò e fuochi 
artificiati celebravano tempo a tempo le pubbliche al- 
legrezze; la campana del Comune dava segno del radu- 
narsi e' dello andar in oste, o coi frequenti rintocchi 
annunziava le esecuzioni della giustizia; l'orologio 
segnava il diurno correr del tempo all'italiana fino al 
1568, e dopo quel tempo alla francese, poi nuova- 
mente all'italiana fino al 4 di gennaio del 1791, nel 
qual giorno ricominciò a suonare alla francese (1). Fi- 
nalmente, affissa a mediocre altezza al muro della 
torre medesima, si vedea la carrucola che serviva a 
dar i tratti di corda. L'antica torre era fattura del 
secolo xiv. Nel 1580 la citta facea provvisione per- 
chè si finisse la torre. Nove anni dopo comprava 
una campana dall'abate di San Mauro, e stabiliva a 
Torino il primo orologio. Nel 1449 il Comune rifor- 
mava si coprisse la torre nuova. Aprivansi in essa 
finestrelle gotiche ora sole ora binate, piccole e 
grandi confusamente. Nel 1666 essendo mezza ro- 
vinata, il comune la rifece per festeggiare la nascita 
di Vittorio Amedeo u, principe che dovea rendersi 
ben degno delle allegrezze con cui si onoravano i suoi 
natali, poiché egli fu che col forte braccio e colla 
gran mente redense lo Stato dalla soggezione in cui 
l'avea lungamente tenuto la Francia; egli fu che ne 
strappò dalle mani di Luigi xiv la nocevole ed 



CAPO SECONDO 163 

insultante preponderanza ; e ridonò alla patria l'in- 
dipendenza antica (2). 

In queir occasione la torre ebbe la base e la 
porta di marmo, fu ornata di pitture e d'iscrizioni 
che rammentavano le vere e le favolose origini della 
città. 11 quadrato della torre finiva sopra le campane 
con una galleria, sopra la quale s' innalzava una pi- 
ramide ottangolare, cimata da un globo, surmontato 
dalla croce, nella cui asta inferiore era passato un 
toro, arme antica de' Torinesi. Sotto all'orologio, 
inferiormente alla metà dell'altezza, vedevasi un globo 
ordinato con tal magistero, che dimostrava i di- 
versi aspetti della luna. 

Dalla torre della Città si diedero per assai tempo 
i segni delle ufficiature e delle feste della chiesa 
del Corpus Domini-, e dal 1687 in poi, in seguito 
ad invito dell'arcivescovo Michele Beggiamo, si 
suonò verso le dieci di ciascun giorno festivo l'av- 
viso dell'ora in cui cominciano alla metropolitana 
i divini uffizi. 

Siccome la torre ingombrava la via di Dora Grossa, 
il Corpo Decisionale deliberò di costrurne un'altra 
all'angolo nord del suo palazzo e d'abbatter la vec- 
chia. L'architetto Filippo Castelli ne formò il dise- 
gno, e se ne gettarono i fondamenti addì 11 no- 
vembre 1786 (3). 

Fu condotto l'edificio fino all'altezza del Palazzo 
Civico; poi l'opera si rimase. Dopo la restaurazione 



164 LIBRO SECONDO 

un nuovo e più elegante disegno fu ideato dall'ar- 
chitetto Ferdinando Bonsignore, ed approvato dal 
re. Ma non si die ancor meno ad un'opera che 
avrebbe il merito insigne di dar alla nostra città 
un aspetto piti italiano. 

11 palagio che alzavasi allato alla torre, disegno del- 
l'architetto Gallo, era posseduto sul declinar del se- 
colo scorso, dal conte Felice Durando di Villa, uomo 
di lettere che avea raccolto una scelta e copiosissima 
biblioteca, ricca di manoscritti, e soprattutto ab- 
bondevole di libri di storia patria. D'essa biblioteca 
ha stampato un infelice ed inerudito catalogo in tre 
volumi il padre Fulgenzio Maria Riccardi, minor os- 
servante. 

L'antica torre fu demolita per decreto del go- 
verno provvisorio del 1° di marzo 1801 (4). 

11 toro di bronzo fu calato la sera di giovedì 23 
d'aprile di quell'anno, quasi a dimostrazione della 
perduta nazionale indipendenza. 

Nel medesimo isolato erano ai tempi antichi le 
case de'Borgesi, una delle quattro più nobili casate 
di Torino, i quali divideano coli' altre case dei Gor- 
zani, dei Beccuti e della Rovere l'onore di portar 
le aste del baldacchino nella processione del Corpo 
del Signore (5). Le case di questi nobili erano guer- 
nite di torri, e la torre d' Albertino Borgese servì 
qualche tempo ai bisogni del Comune, finche le ve- 
nisse rifatta la propria (1356). 



CAPO SECONDO 165 

La stirpe dei Gorzano si estinse a' tempi d'Em- 
manuele Filiberto ; e nello stesso regno venne meno 
con Aleramo Beccuti anche quest' altro generoso 
lignaggio. Fin dal 1397 possedevano i Beccuti il 
feudo di Lucento; quel castello passò poi ad Em- 
manuele Filiberto, il quale assai di quel luogo si 
ricreava. Poiché nel 1405 Ludovico, principe d'A- 
caia, fondò V università di Torino, Ribaldino Bec- 
cuti si travagliò per allogarlo in case convenienti, 
e gli die stanza avanti alla chiesa di San Gregorio 
(San Rocco) (6). 

Quel lungo vòlto seguitato da un vicolo che an- 
dava e va ancora a finire nella strada che costeggia 
la chiesa de' Gesuiti accanto alla casa Gazzelli , 
aveva a destra e a sinistra botteghe di librai ; al 
di sopra s'aprivano le scuole delle varie facoltà. Il 
vòlto era a sesto acuto alla gotica, le finestre sulla 
strada che pigliava nome dallo studio, quadrate e 
senza ornamento (7). Ne ho veduto il disegno nel- 
l'archivio di Città. 

Le adunanze solenni de' varii collegi per con- 
ferir gradi accademici si teneano nel vicino con- 
vento de' frati minori (San Francesco), alla cui fede 
era anche commessa la custodia dell'archivio del 
Comune (8). 

Fin dal 1225 si trova ricordato il palazzo del 
Comune di Torino (9), e secondo Fuso di que' tempi, 
molti atti giuridici e tabellionali faceansi nel portico 



166 LIBRO SFCONDO 

annesso al medesimo. 11 vicario rendea ragione 
nella casa de' Borgesi accanto al palazzo; ma nel 
1335 Catterina di Vienna, principessa d'Acaia, gli 
concedette una casa attigua allo stesso palazzo. 
11 Comune vi fece un ballatoio da cui si potessero 
leggere le sentenze al popolo, e un belfredo in cui 
collocò la campana per suonar l' aringo. 

Nel volgere del medesimo secolo , per quanto 
parmi, fu edificato l'altro palagio comunale col pro- 
spetto verso la piazza. Era una fabbrica a due piani 
oltra il terreno, con grandi finestre gotiche incor- 
niciate, le superiori schiette , le inferiori suddivise 
in due altri archi gotici da una colonnetta che stava 
in mezzo (10). Nel piano terreno aprivasi un porti- 
cato similmente gotico. Dietro al Palazzo Civico, 
allato al vasto cortile allora aperto a levante, chia- 
mato del burro, alzavasi la chiesa parrocchiale di 
San Benigno. Questo stesso cortile chiamavasi piazza 
di San Benigno; e fu assegnato nel 1574 ai panattieri 
forestieri per vendervi il loro pane. 

La chiesa parrocchiale di San Benigno era stata 
di fresco riedificata nel 1335. Nel 1568 vi vennero 
i Servi di Maria, ossia, come allora li chiamavano, i 
Frati della Madonna del Popolo, e ne fu perpetuo 
priore fra Giovanni Battista Migliavacca, lettore di 
metafìsica nell'università di Torino. 

Ma sette anni dopo il Comune desiderando di al- 
largar le sue case, e però volendo ridurre quella 



CAPO SECONDO 16/ 

chiesa ad usi profani, ne trattò coll'arcivescovo e ne 
ottenne, mediante i debiti compensi, la facoltà. 

La parrochia fu soppressa e le rendite della me- 
desima unite al seminario. 

Il novello palagio dei Comune fu disegnatone! 1659 
da Francesco Lanfranchi. 

La pietra fondamentale fu posta addì 6 di giugno 
di quell'anno, giorno commemorativo del miracolo 
del SS. Sacramento, da Giulio Cesare Bergera, ar- 
civescovo di Torino, in presenza di Madama Reale 
Cristina e di Carlo Emmanuele n con una ampollosa 
iscrizione del Tesauro (11). 

Nel 1665, in occasione del matrimonio di Carlo 
Emmanuele neon Francesca di Borbone, era già quasi 
condotto a termine, onde sulla loggia che ne adorna 
la facciata fu posta un'iscrizione commemorativa di 
tale imeneo (12) che non ebbe lieto fine, poiché la 
bella e virtuosa Francese dopo un anno di matri- 
monio, passò di vita in età d'anni 16 (14 gennaio, 
1664). 



Et rose elle a vécu, ce que vivent les roses, 
L'espace d'un matin. 

E il Palazzo Civico uno de' più notabili edifìzi di 
Torino; soda ad un tempo e maestosa n'è l'archi- 
tettura, ricca di marmi e di pietre. Bella è la loggia 
che n'orna il prospetto sostenuta da quattro grosse 



1(53 LIBRO SECONDO, CAPO SECONDO 

colonne. Di vaghe proporzioni è il cortile quadri- 
lungo, colle gallerie che s'alzano alle due estremità. 
Le due grandi nicchie tra gl'intercolunnii dove ora 
sgorgano due fili d'acqua, doveano, secondo il disegno, 
accoglier le statue di Carlo Emmanuele n e di Madama 
Reale Cristina. In alto, sopra la loggia, all'ultimo 
piano, vedeansi le armi reali di bronzo fuse con rara 
maestria da Lafontaine e da Simone Boucheron (lo), 
venuto poco prima di Francia, e molto adoperato, 
come vedremo, ne' lavori della cappella del Santo 

Sudario. 

L'arme della citta trovasi ricordata assai sovente 
nei fregi architettonici di questo palagio. È noto che 
Torino fa per arme un toro d'oro in campo azzurro; 
questa era l'insegna del Comune fin da' tempi anti- 
chissimi. Ne ho vedute memorie del secolo xiv, e 
non dubito che fosse usata anteriormente e fin dal- 
l'epoca in cui s'introdusse l'uso di tali insegne (se- 
coli xi e xn). È questa una delle così dette arme 
parlanti. 

Nel mezzo della piazza del mercato, poi chiamata 
dell'Erbe, eravi nel secolo xiv un pozzo, vicino al 
quale s' alzò più d'una volta lo stromento dell'estremo 
supplizio a punizione de' traditori e d'altri scellerati. 



NOTE 



(1) Ordinato del 21 d'aprile. 

(2) Leggevasi sopra la porta della torre la seguente iscrizione, che trovo 
nella Guida di Torino stampata da Gaspare Craveri l'anno 1753. 

CAROLI EMANVELIS II 

ET MARIAE 10ANNAE BAPTISTAE A SABAVDIA 

SABAVDIAE DVCVM CYPRI REGVM 

AVGVSTISSIMO ATQ. AVSPICATISSIMO EX CONIUGIO 

VICTORIS AMEDEI II 

PRIMIGENII PEDEMONTIVM PRINCIPIS 

OPTATISS1MO ATQVE OPPORTVNISSIMO EXORTV 

REGIA FAMILIA SVBALPINA GENTE AVGVSTA VRBE 

INCOMPARABILI FELICITATE AVCTA 

AVGVSTO TAVRINENSES 

VRRANAM TVRRIM PENE COLLAPSAM 

VT LAETITIAE PVBL1CAE INCREMENTA LATIVS TESTETVR 

ALTIOREM LATIOREMQVE RESTITVVNT 

ANNO OMNIVM TRANQUILLISSIMO 

MDCLXVI. 

Voi. TI 22 



170 CAPO SECONDO 

(3) Vi si pose la seguente iscrizione: 

VICTORIO AMEDEO III REGE OpT. FEL. AVG. 

VRBANAM TVRRIM 

RECTO VIAE MAGNAE DVRIAE OBSISTENTEM ORDINI 

SOLO AEQVANDAM 

AD CONSVLARES AEDES 

RESTITVENDAM 

AVG. TAVRINOR. DECVRIONES AMPLISS. RECREVERVNT 

JACTA FVNDAMENTA XIV KAL. DECEMB. AN. MDCCLXXXVI 

KAR. PHIL. TANA INTERAQ. MARCH. 



SYNDICIS 
KAR. LVD. PANSOIA I. C. 

JOS. FRANCISCO VALrERGIAE COM. RATIONVM MAGISTRO 

KAR. THOMA ROTARIO CORTANT. MARCH. 

PROSPERO LAVR. BALBO VINADII COM. 

PETRO FRANCISCO BVRGESIO 1. C. 

10SEPHO ANDREA RIGNONO 

HIAC. MARCHETTO I. C. AB ACTIS. 

(4) Raccolta del Soffietti, tom.xxm. 

(5) I Borgesi portavano l'asta diritta anteriore. 
I Gorzani portavano l'asta sinistra anteriore. 

I Della Rovere, l'asta diritta posteriore. 

1 Beccuti, l'asta sinistra.— E questi due ultimi erano i luoghi più degni. 

Mancato l'ultimo de' Gorzani, la città concedette quell'asta al gran 
cancelliere Tommaso Langosco, conte di Stroppiana; dopo la morte d'Ale- 
ramo Beccuti, riservò l'onore di portar l'asta de' Beccuti ad uno dei suoi 
sindaci. — Ordinati del 1575. 

(6) Liber consti., a. 1412, fol. 112. 

(7) Nel 1724 l'università essendo stata trasferita in via di Po, la casa del- 
l' antico studio, che era mezza in rovina, fu rifatta sui disegni dell' archi- 
tetto Gallo. — Ordinati della città. 

(8) Ex libris consti., passim. 

(9) 1225 die veneris Io mensis angusti.— Actum est hoc in Taurino, 
in porticu Palacii. 



NOTE 



171 



(IO) Così vedesi in un quadro dipinto tra il 1630 e il 1660, conservato nei 
guardamobili della città. 

([I) ALMA DIE SEXTA IVNlI 

MEMORABILI DIVINI CORPORIS M1RACVLO 

SACRA 

AVGVSTA TAVRINORVM 

VRBANVM PALATIVM 

1VCVNDISS1MA REGII CONIVGII SPE 

SPECI0S1VS REDIV1VVM 

AETERNO HOC LAPIDE 

AETERNAE FIDEL1TAT1S AC PIETATIS TESTIMON1VM 

1NAVGVRABAT. 

(12) CAROLO EMMANVELI ET FRANCISCAE A FRANCIA 
AVGVSTISSIMIS REGIBVS AVGVSTA TAVRINORVM 

QVAS OPTATI CONIVGII SPE FVNDARAT AEDES 

FAVSTISSIME CELEBRATI GRATVLATIONE 

DEDICAVIT 

ANNO MDCLXIII. 

(13) Ceppo della linea torinese dei Boucheron, dalla quale nascevano il 
cavaliere Carlo, professore d'eloquenza latina, morto nel 1838, ed il pro- 
fessore di disegno Angelo, tuttora vivente. 



-o-*i£€3*.<>!feɧ3*«' 



CAPO TERZO 



San Gregorio ( ora San Rocco ) e la Madonna delle Grazie. — Confra- 
ternita di San Rocco. — Sua fondazione. — Rifa la cappella delle 
Grazie, suo primo oratorio, e la chiesa di San Gregorio. — Sop- 
pressione della parrocchia nel 1662. Suo ristabilimento nel 1663. 
Costruzione della chiesa di San Rocco nel 1667. — Morti abban- 
donati. Claudina Bouvier. — Un uomo apostolico. — Giuseppe 
Tasso. — Doti instituite da Anna Spittalier Ayres. — Arco della 
Volta rossa. — Voita rossa. — Mercato del grano. — Via de'Panierai. 
Quando aperta. 



-t rocedendo innanzi nel cammin nostro, vediamo ad- 
densarsi le antiche memorie per questi luoghi, che 
sempre furono il centro, e come il cuor di Torino. 
E prima noteremo che la metà circa della via di 
Dora Grossa, in faccia alla strada d'Italia, era oc- 
cupata dal cimitero della chiesa parrocchiale di San 
Gregorio, la quale s' alzava al nord della chiesa pre- 
sente di San Rocco, quasi in faccia alla torre. Lungo 



LIBRO SECONDO, CAPO TERZO 175 

il lato settentrionale di San Gregorio erasi da Barto- 
lomeo Papa costrutta nel 1574 la cappella di Nostra 
Signora delle Grazie, la quale facea corpo colla 
chiesa, non essendone divisa che per cancelli di 
ferro. 11 patronato d'essa cappella passò dai Papa 
nei Molari, e poi nei Broglia, e finalmente, ma solo 
in parte, nei padri della Compagnia di Gesù. 

Innanzi alla chiesa di San Gregorio stendevasi una 
piazzetta. Al canto di questa chiesa, presso la torre, 
adunavasi il parlamento generale del popolo per 
capi di casa (In conclone admasata in angulo Sancti 
Gregorii). 

Poiché, convien rammentare che lasciavano un assai 
vasto spazio da un lato il Palazzo del Comune che 
formava verso la strada un angolo rientrante, e l'a- 
perta per cui dalla via di Dora Grossa s'andava sulla 
piazza del mercato (dell'Erbe), e dall'altro la casa 
di prospetto a San Gregorio, che non s'avanzava tanto 
com'ora verso levante. 

La chiesa di San Gregorio avea, nel 1584, sette- 
cento parrocchiani, e non ne capiva duecento. Aveva 
un solo altare, picciola e scura sagrestia, ed era 
malissimo fornita di sacri arredi. 

La sua restaurazione, la presente bellezza della 
chiesa di San Rocco, che fu surrogata a San Gregorio, 
e ne serba il titolo parrocchiale, è dovuta alla con- 
fraternita di San Rocco. 

Una cappella dedicata a San Rocco già s'innalzava 



174 LIBRO SECONDO 

in principio del secolo xvi presso alle fontane di 
S ta Barbara, le frequenti pestilenze da cui Torino 
era contaminata avendone introdotto il culto; e 
presso a quella cappella s'edificava verso il 1522 
uno spedale o lazzaretto per gli appestati. 

De'Disciplinanti di San Rocco stabiliti ad ufficiare 
in quella cappella si ha memoria del 1520 (1). 

Ma sembra che nelle guerre da cui fu travagliato 
il Piemonte per oltre a ventanni, nella lunga oc- 
cupazione francese, tal divozione andasse smarrita; 
solo risapendosi che nella chiesa di San Paolo i di- 
sciplinanti di S la Croce aveano dedicato un altare a 
quel santo. 

Nel 1598, tra le paure dell' imminente contagio, 
rinacque la già quasi spenta divozione a S. Rocco. 
Gio. Giacomo Rapini, a nome d'altre pie persone , 
espose all'arcivescovo Carlo Broglia il 'desiderio 
di formare una confraternita di Disciplinanti sotto 
l' invocazione di S. Rocco , con facoltà d'uffiziare 
la cappella della Madonna delle Grazie, secondo la 
concessione che ne faceva uno dei confratelli, Pietro 
Francesco Broglia, gentiluomo di bocca di S. A. e 
patrono d'essa cappella. L'arcivescovo eresse la 
confraternita per decreto del 7 di settembre di 
quell'anno. 11 19 dello stesso mese il Senato appro- 
vava similmente siffatta erezione. 

La pestilenza travagliò crudelmente la città di 
Torino negli anni 1599 e 1600. Riavutasi appena da 



CAPO TERZO 175 

quel flagello, i Disciplinanti di San Rocco s'accorda- 
rono col rettore di San Gregorio nel 1602 e con Pietro 
Francesco Broglia nel 1604, per ampliare il loro an- 
gusto oratorio. Secondo i patti, rifabbricarono sul 
disegno di Carlo Castellamonte , e l'oratorio e la 
chiesa, e condussero come due chiesuole una accanto 
all'altra, aventi una facciata comune con due porte ; 
l'una, che rispondeva all'aitar delle Grazie, avea 
sopra di se una nicchia colla statua di S. Rocco; 
l'altra, che rispondeva all'aitar di S. Gregorio, aveva 
una simile nicchia colla statua d'esso santo. Com- 
piuta quell'opera, cominciò a prevalere l'oratorio 
alla chiesa, perchè quello più orrevole, questa più 
negletta. Per nuovo accordo col parroco, il SS. Sa- 
cramento fu custodito nel tabernacolo delle Grazie 
o di San Rocco, del quale e il cappellano de" Disci- 
plinanti e il parroco avean la chiave. 

Nel 1620, nato il desiderio d'aver qualche insigne 
reliquia di S. Rocco, spedirono i Disciplinanti alla 
citta d'Arles il canonico Ludovico Lamberti, rettore 
di Scarnafìgi, con alcuni confratelli, non senza es- 
sersi prima procacciato, per l'intercessione della gio- 
vane principessa di Piemonte, una commendatizia 
del re di Francia per quell'arcivescovo. 

Tornarono i messaggi col dono del femore della 
coscia sinistra, e lo riposero nella chiesa di San Carlo 
nel borgo nuovo, pur allora costrutta, donde il 21 
di giugno fu con solenne processione, ed intervento 



17G LIBRO SECONDO 

della Reale Famiglia e dei Magistrali, recala dall' 
arcivescovo nell'oratorio dedicalo al nome del Santo. 
Questa reliquia fu dapprima riposta in una teca 
di cristallo donata da Madama Reale Maria Cristina. 
Con maggiore munificenza Madama Reale Maria Gio- 
vanna Battista nel 1722 le surrogò una cassa d'ar- 
gento lavorata sui disegni di Filippo Juvara, del 
peso d'oncie mille e trentotto. Nel 1662 desiderando 
il governo di agevolare ai preti della Missione, poco 
prima introdotti, i mezzi di adempiere i fini del santo 
loro instituto, e scorgendo quanto fosse angusta la 
chiesa di San Gregorio, procurò che abolita quella 
parrocchia, se ne dispensasse la dote ai Missionarii, 
scompartendone la giurisdizione fra le vicine par- 
rocchie. Ma la confraternita di San Rocco, assumen- 
dosi il carico di costituir novella dote alla parroc- 
chia di San Gregorio, ne ottenne, per bolla dell'undici 
settembre 1663, il ristabilimento ed il patronato. 
Ne a ciò conlenta, la compagnia avvisava fino dal 
1667 di convertire le due chiese in una sola più 
capace e più bella. Ebbe per quest'utile scopo con- 
siglio ed aiuto da un illustre suo confratello il pre- 
sidente Gian Francesco Bellezia ; onde, acquistale 
alcune case verso il meriggio, a breve distanza dal 
silo in cui erano le due chiesuole binale, costrusse 
sui disegni di Francesco Lanfranchi la chiesa che 
di presente si vede. Sul finir di dicembre del 1668, 
la chiesa era costruita ed in parte coperta, e vedeansi 



CAPO TERZO 177 

già levate sui loro piedestalli le otto grandi colonne 
di cui s'adorna. Verso il 1691 s'alzò la cupola. Nel 
1725 fu recato a maggior altezza il campanile. Venti 
anni dopo scolpivasi la balaustra dell'aitar maggiore, 
secondo il disegno dell'ingegnere Morari. Nel 1755 
costruivasi sui disegni dell'architetto Bernardo Vit- 
tone l'aitar maggiore, ricco di marmi di Valdieri, 
di Susa, di Frabosa, di San Martino, e d'alabastro di 
Busca (2). 

Quando i Disciplinanti s'accinsero a ricostrurre 
la chiesa di San Gregorio, i Gesuiti, compatroni della 
cappella delle Grazie, permisero che la medesima si 
riducesse ad usi profani, sì veramente che i Disci- 
plinanti un'altra ne rifacessero nella nuova chiesa. A 
quest' obbligo soddisfecero i confratelli molto sot- 
tilmente, ponendo un piccolo altare della Madonna 
delle Grazie nel coro. 

Sono da notarsi in questa chiesa il battistero, scol- 
pito in legno da Ignazio Perucca, e la cappelletta 
che gli sta di fronte della Vergine Addolorata, adorna 
di scolture in legno di Stefano Maria Clemente. 

La facciata di San Rocco fu aggiunta nel 1780 con 
aiuti dati dalla munificenza di Vittorio Amedeo in, 
come appare dall'iscrizione che vi si legge (3). 

I Disciplinanti di San Rocco furono aggregati all'ar- 
ciconfraternita di San Rocco di Roma nel 1607; all' 
arciconfraternita della morte ed orazione di Roma , 
il cui instituto è di seppellire i cadaveri abbandonali 

Val. Il 23 



178 LIBRO SECONDO 

nel 1668; ed alla confraternita della Dottrina Cri- 
stiana nel 1673: e questo pietoso ufficio del sep- 
pellire i cadaveri abbandonati l'hanno poi sempre 
esercitato i confratelli di San Rocco con moltissima 
carità. Oue' che si rinvengono morti sulle strade o 
nei fiumi, che non udirono nell'ultim'ora niuna di 
quelle parole potenti che raddrizzano l' anima al 
cielo, che non ebber conforto nò d'una lagrima, ne 
d'un sospiro; che esposti entro alla grata di ferro 
con un lumicino accanto, furono o non furono rico- 
nosciuti, ricevono dai confratelli di San Rocco ono- 
rata sepoltura con solenne uffìzio nella loro chiesa. 
E addì 20 d'agosto del 1804 portavasi in tal guisa 
il corpo d'una giovane e bella francese d'anni 22, 
chiamata Claudina Bouvier, trovata nelle acque del 
Po, il cui caso aveva commosso a grandissima com- 
miserazione tutti i cuori. Era costei nata a Besan- 
zone, e faceva il mestiero di cucitrice a Parigi. In- 
namorata d' un giovane che lei pure perdutamente 
amava , avea dato e ricevuto la fede di sposa. Ma 
ostacoli non preveduti (gli amanti nulla prevedono) 
impedirono il matrimonio ; e fu sì grave il disin- 
ganno, che il giovane disperato si tolse la vita. A 
quell' orrido caso la sgraziata fanciulla si sentì per 
l'immenso dolore venir meno la ragione. Sperò, fug- 
gendo que' luoghi, passando a stranio clima, di sot- 
trarsi almeno in parte a quel pensiero, e però venne 
a Torino. Ma portava la saetta avvelenala nel fianco. 



CAPO TERZO 179 

Ne per quanto facesse, poteva allontanar un solo 
istante quel funesto pensiero che tutta le occupava 
e intenebrava la mente. Il vacillante lume di sua ra- 
gione si spense. Dopo dieci giorni soli, s'alzò una 
mattina per tempo, ragguagliò per lettera l'ospite 
sua de' suoi crudeli delirii, uscì e più non tornò!... 

Nel 1638 la confraternita di San Rocco ottenne da 
Maria Cristina una nomina di morte o galera, la 
facoltà cioè di liberar dalla pena incorsa un reo che 
non avesse commesso misfatto di lesa maestà, d'o- 
micidio premeditato o di falsa moneta; privilegio 
consueto a quei tempi, che vestiva l'aspetto di limo- 
sina per le somme che pagavano i banditi alla con- 
fraternita da cui chiedean la nomina che dovea sal- 
varli , ma contraria ai buoni ordini della giustizia, 
e perciò da gran tempo abolita. 

La ricchezza di queste confraternite spiegavasi 
una volta nelle croci d'ebano, di madreperla, d'avo- 
rio, di tartaruga, ne' grandi Crocifìssi, nell'urne e 
ne'reliquiarii d'argento, di cui faceano pompa nelle 
processioni. Ma le miserie degli ultimi anni del se- 
colo xvm inghiottirono ogni cosa; e le ricche opere 
degli antichi sembrano alla meschinità od alla pre- 
vidente economia degli odierni concetti malagevoli 
a rifarsi. 

Qui fu parroco soli quattr' anni, e nello scurolo 
è sepolto, il teologo Giovacchino Giordano, morto 
il 7 di marzo 1841, vittima della carità, pel tifo 



180 LIBRO SECONDO 

contratto nell'assistere i carcerati da tal morbo col- 
piti. Era egli nel fior degli anni un raro esempio 
delle piti belle virtù cristiane, delle più elette qualità 
di sacerdote e di pastore ; con sì gentile prontezza 
offerivasi ad ogni bisogno del prossimo, con sì serena 
pazienza udivate, con sì modesto affetto soccorrevate, 
con tanta unzione, celando l'autorità, sotto al velo 
dell'umiltà, ammonivate, che la sua memoria non ca- 
drà mai dal cuore di chi lo conobbe. Ed io che ebbi 
questa ventura, e ritrovai in esso l'uomo apostolico 
fatto secondo il cuore di Dio, glie ne voglio rendere 
questa testimonianza. E per mostrar meglio qual 
fosse la sua carità, noterò che in quattr'anni di par- 
rocchia consumò della propria sostanza non meno 
di lire ottantamila. Succedeva il teologo Giordano 
in tal ministero all'avvocato Giambattista Giordano, 
con cui non avea di comune che il nome e la san- 
tità de' costumi, il quale morendo gli pronunziava 
che l'elezione cadrebbe sopra di lui. E mai confra- 
ternita non fece una elezione più fortunata. 

Nella chiesa di San Gregorio seppelliva^. P 8 di 
luglio 1627 un forestiero che portava un gran nome, 
e forse era parente del cantor di Goffredo: il signor 
Giuseppe Tasso da Bergamo. 

Nello scurolo della chiesa di San Rocco giace, oltre 
ai due parroci già lodati, Anna Catterina Spilal- 
lier Ayres, consorella della confraternita, morta nel 
1765, la quale legò alla medesima un fondo, i cui 



CAPO TERZO 181 

proventi si convertissero in annue doti da distri- 
buirsi a povere fanciulle, con preferenza: 1° alla 
famiglia Spitallier; 2° alla famiglia Ayres; 3° alle 
figlie di mercanti cappellai; 4° alle figlie di con- 
fratelli di San Rocco che avessero più di dieci anni 
di professione. 

La piazza del Palazzo Civico, chiamata anticamente 
piazza delle Erbe e prima ancora piazza del Mercato, 
era chiusa verso levante sulla linea della strada delle 
Fragole da un grand'arco chiamato della Vòlta rossa 
Questa Vòlta rossa s'internava tra gli edifìzi che sor- 
gevano a destra dell' arco , con andar tortuoso , e 
giungeva fino alla via di Dora Grossa. Sotto alla me- 
desima aveano privilegio di collocarsi nei giorni di 
mercato e nella fiera di S. Giorgio i mercatanti di 
Chieri. Poco oltre innanzi a San Silvestro era la piazza 
del mercato del grano, dove accadde, secondo la pia 
tradizione, il miracolo del SS. Sacramento. Al dilà 
non era aperta la via de ? Panierai, per cui si comu- 
nica direttamente colla Piazza Castello, ma conveniva 
pigliar la strada che move da San Silvestro (Spirito 
Santo) e sboccava ancora ai nostri tempi tra il pa- 
lazzo del duca del Genevese e la chiesa di San Lo- 
renzo (4). Nel 1619 Carlo Emmanuele ì fece aprire 
la via de' Panierai ; nel 1722 s'ordinò la demolizione 
dell' arco della Vòlta rossa che impediva la vista 
del Palazzo di Citta. Nel 1780 si ricostrussero 
le case della Vòlta rossa, e quell'antico mercato 



1^2 LIBRO SECONDO 

disparve. Ma quel cortile che ne serba il nome avrà 
sempre una pietosa memoria. Poiché cola per cura 
del venerando canonico Giuseppe Cottolengo, di santa 
memoria, s'allogavano nel 1827 pochi letti in po- 
vere camerette per ricevere infermi abbandonati; 
e si gettavano cosi i fondamenti di quella piccola 
Casa della Divina Provvidenza che, trasferita nel tempo 
del cholera a settentrione della città, s'apre adesso 
a tutte le specie di calamita e di miseria, non man- 
tenendosi d'altro che di carità. 

La piazza dell'Erbe, così bella di proporzioni ar- 
chitettoniche, è disegno del conte Benedetto Alfieri, 
zio del sommo tragico. 

Fu rifatta in esecuzione d'un biglietto regio dell' 8 
d'ottobre 1756, che ordinò pure il raddrizzamento 
della strada d'Italia fino alla torre. 

Questa picciola ma graziosa piazza, via più vaga 
apparirà quando s' adorni del monumento che la 
grata munificenza del Re innalza ad una delle mag- 
giori glorie dell'antica sua stirpe, Amedeo vi, detto 
il Conte Verde, morto il primo di marzo del 1385. 
Il gruppo in bronzo ricorderà una delle battaglie 
che quel gran capitano combattè nel 1366 e 1367 
contro ai Turchi in Oriente, a difesa del greco im- 
pero, ch'egli solo, colle sole sue forze salvò dall'im- 
minente ruina. Vedesi Amedeo in tutta la forza e 
la bellezza della prima virilità che appunta il gi- 
nocchio al fianco, e cala con tulio l'impeto del suo 



CAPO TERZO 185 

braccio un mortai fendente sul capo d'un Turco, il 
quale, caduto a terra, tenta rialzarsi, appoggiando 
la destra al suolo, e colla sinistra cerca, ma invano, 
di ripararsi dal fato che gli sovrasta. Appiè dell'eroe 
giace un altro Turco, vittima della tremenda sua 
spada ; e come nel primo si vede espresso mirabil- 
mente il sentimento di giovin guerriero che, veden- 
dosi venir addosso la morte, non si smarrisce, non 
la teme, ma teme l'onta della sconfitta, né s'arrende, 
ma fa l'estremo di sua possa e resiste ; così nel se- 
condo, il capo spinto all'indietro, i muscoli del volto 
irrigiditi, gli occhi chiusi, la bocca semiaperta, il 
petto rialzato, le membra abbandonate lo dimostrano 
già interamente fatto preda di morte. Tutte le teste 
sono antiche, son greche, e se Pelagio Palagi ha 
consentito a vestir di maglia i suoi guerrieri, la 
maglia non ne occulta, ma ne adombra le perfettis- 
sime forme ; ed anche gli scudi e gli elmi ritrag- 
gono dei tipi greci, sebbene l'esimio scultore, devoto 
alla verità storica, abbia sulle armature musulmane 
innestato varie sentenze del Korano. Non v'ha poi 
parola di laude che superar possa il magistero con 
cui questo gruppo è composto; talché si può dire 
che la principale difficoltà di tali monumenti, che è 
appunto la sapiente ed armonica distribuzione delle 
diverse figure , è stata con singolare felicita supe- 
rata. Questo classico lavoro è eminentemente degno 
d'una capitale, e d'una capitale italiana. 



NOTE 



(1) Liber consiL, fol.34. 

(2) Tinte queste notizie le ho tratte dai documenti originali fato Archivio 
della confraternita di S. Hocco. 

(3) QVAM S. ROCHI SODAL1TAS 
VRBlS ET ADVERSVS LVEM PATRONI 

EREXERAT AEDEM 

PARAFCIAE 1VS ADEPTA CXVII ABHINC ANNIS 

EIQVE DOTE STATVTA 

INTVS ORNARAT 

AVGVSTISSIMI REGIS VICTORIS AMEDEI III 

ACCEDENTE MVNIFICENTIA 

EXTER1VS DECORAVIT 

ANNO MDCCLXXX. 

(4) Via del Cappel verde, ivi, dove ora è l'albergo delle Tre Picche era il 
collegio de' cantori del Duomo. 



CAPO QUARTO 



Mercato del grano. — Miracolo del Santissimo Sacramento. — Cap- 
pella e chiesa del Corpus Domini. — Domenico Oliviero, celebre 
pittore torinese. — San Silvestro. — Breve storia della confraternita 
dello Spirito Santo. — Ospizio dei Catecumeni. — Cardinale Ceva. 
— Caillot catecumeno nel 1645. Racconto da lui fatto intorno ad 
un ministro protestante portato via dal demonio per aver udita 
la confessione d' un cattolico. — Gian Giacomo Rousseau catecumeno 
nel 1728. — Viaggi della confraternita dello Spirito Santo. — Di- 
scordie colla città. — Riedificazione della chiesa. 



Dalla piazza del mercato adorna di portici a sesto 
acuto, passando sotto l'arco della Vòlta rossa, si 
perveniva all'altra piazza del mercato del grano, la 
quale non aveva, come s' è notato, uscita verso le- 
vante, non essendo aperta la via de' Panierai, ed oc- 
cupava verso mezzanotte lo spazio piucchè mezzo che 
ora è compreso nella chiesa del Corpus Domini. Da 
quel lato appunto alzavasi la chiesa di San Silvestro, 
innanzi alla quale accadde il celebre miracolo del 
Santissimo Sacramento. 

Poi. il 94 



18f> LIBRO SECONDO 

Raccontano adunque le antiche memorie che nel 
1453 essendosi dato il sacco alla terra d' Exilles 
nella valle d'Oulx, che allora apparteneva al Delfìnato, 
si trovò un soldato così sacrilego, che entralo in 
chiesa, die' di mano al ciborio che racchiudeva l'ostia 
consecrata, e affardellatolo con altre robe in una 
valigia, quella pose sur un mulo e si mise in viaggio 
per alla volta della Lombardia. Pervenuto a Torino 
il ladro col mulo, e giunto allato alla chiesa di San 
Silvestro, la bestia incespicò e cadde 5 e per quanto 
fosse tirata e picchiata, non potè rialzarsi. Rottasi 
frattanto la valigia, apparve il sacro vaso coli' ostia, 
la quale subitamente si levò in alto, cinta di bei 
fulgori, e tanto vi rimase che il vescovo Ludovico di 
Romagnano venne processionalmente col clero, e la 
ricevette nell'aureo calice che umilmente le pro- 
tendeva. 

Di questo fatto con tutte le circostanze narrate 
non risulta, ch'io sappia, da documenti contempo- 
ranei che forse esistevano ai tempi del Pingonc. Ma 
che un miracolo seguisse in occasione che fu rinvenuta 
l'ostia sacrosanta, lo dichiara un documento del 1454 
conservato nell'archivio della metropolitana, in cui 
si dice che Tommaso Solerò di Rivarolo donò ai Ca- 
nonici un grosso cero perchè ardesse innanzi all'ostia 
miracolosamente trovata (1); e che essendo trava- 
gliato dalla podagra, dopo d'aver udito la messa a 



CAPO QUARTO 187 

quell'altare subitamente risanò. E v'hanno ancora 
due provvisioni del Capitolo della metropolitana del 
1455 e del 1459 relative al tabernacolo in cui si 
dovea riporre l'ostia miracolosa (2). 

Nell'archivio della confraternita dello Spirito Santo 
(dociim., categ. 1, voi. 1) si conserva una relazione 
del miracolo di carattere del secolo xvi, che si dice 
ritrovata in un libro di bergamina, il quale è scritto 
per mano del Rev. padre don Gio. Gallesia et citadino 
anticho de Turino con molte altre historie antiche. 

Siffatta narrazione è di data posteriore alla rie- 
dificazione del Duomo Torinese, di cui fa parola 
(1493); ma abbonda in particolari, e citai nomi 
di molti che furono testimonii oculari del miracolo. 
Questa carta è all' incirca la medesima che si con- 
serva nell'archivio di città coli' autentica del notaio 
Tommaso Valle, e che fu pubblicata dal Semeria (3). 

Una prima cappella assai vaga in commemorazione 
del miracolo fu edificata nel sito medesimo in cui 
era accaduto, l'anno 1523, essendo il mondo otte- 
nebrato dalle guerre e dalle pestilenze. Ne murò 
l'edifizio maestro Matteo di San Michele da Milano. 

In seguito poi ad un voto fatto nella peste del 
1598, la città fondò nel 1607 la bella chiesetta che 
di presente si vede sui disegni del celebre Ascanio 
Vittozzi, stata poi nel secolo scorso, troppo forse ar- 
ricchita di dorature e d'altri ornamenti dal conte Be- 
nedetto Alfieri, in occasione della terza festa secolare. 



188 LIBRO SECONDO 

La tavola dell'aitar maggiore è di Bartolomeo Ca- 
ravoglia, Piemontese, scuoiare del Guerrino, debole 
coloritore, ma buonissimo disegnatore ed assai ripu- 
tato fra i dipintori del seicento. Nella sagrestia sono 
da vedersi due quadri di Domenico Oliviero, Tori- 
nese, ne' quali miransi espressi in piccole figure i 
successi del miracolo. E nolo quanto vaglia questo pit- 
tore, il quale fattosi a studiare i quadri fiamminghi de' 
quali sopra ogni altra è ricca questa Reale Galleria, 
si appressò mirabilmente ai migliori e li superò per 
la bellezza e facilita del comporre i suoi gruppi, 
agguagliandoli forse nel forte colorire e nel tocco ri- 
sentito e franco, ma non nella lucentezza e nella fu- 
sion decolori. 

Domenico Oliviero nacque a Torino nel 1679, ed 
ebbe per maestro un Bianchi architetto e pittore, 
il quale si dilettava di quel genere di pitture che si 
chiamano volgarmente bambocciate. Oliviero si pose 
ad imitarlo, ma ben presto lo superò; ed i quadri 
che dipinse rappresentanti feste rusticane, fiere, 
mercati, ciarlatani, scene della vita campestre, ogni 
maniera insomma di ragunate di popolo, levarono 
in fama il nome dell'autore. Onde Vittorio Amedeo n, 
il quale molto piacevasi d'ogni sorta di bravura, lo 
chiamò a se, gli fé' buon viso e gli die commissioni. 

Carlo Emmanuele ni lo trattò con non minore 
bontà: questo principe molto si dilettava di sentirlo 
a parlar di pittura e d'intender da lui, come in ogni 



CAPO QUARTO 189 

concorso di popolo ci si ponesse inosservato da un 
canto, e studiasse minutamente quella varietà di 
tesle e di espressioni, e d'atteggiamenti e di panni, 
e la composizione di que'varii gruppi, e i tanti gra- 
ziosi contrasti che vi si scorgeano; e come infine con 
pochi tratti segnasse sopra una carta quel tanto che 
doveva servir di base agli animati suoi quadri, in cui 
la natura stessa è ritratta. Il celebre marchese d'Or- 
mea che avea grand'amore per l'arti e finissimo gusto, 
lo voleva spesso a mensa, lo chiamava amico, e gli 
commetteva di dipinger per lui sempre quando non 
dipingesse pel Re. 

Claudio Beaumont, capo della Scuola Torinese di 
pittura, si consigliava coll'Oliviero intorno ai quadri 
che prendeva a dipingere. In breve era egli tenuto 
universalmente in gran conto. Non sempre dipinse 
l'Oliviero scene popolari. Ma dopo avere studiate 
le opere di Poussin, Lebrun, Coypel prese a trattare 
soggetti sacri. Alcuni quadri da lui dipinti di questo 
genere erano alla fine del secolo scorso custoditi 
con gran gelosia dai minori conventuali di San Fran- 
cesco. Per la chiesa d'essi frati dipingeva l'Oliviero 
sceniche rappresentazioni pel Sepolcro del Giovedì 
Santo, a cui traeva gran folla. 

Tardi consentì a pigliare alunni. Il migliore che 
uscisse dalla sua scuola fu Graneri, ma i suoi quadri 
non hanno il brio di. que' del maestro , nò un colo- 
rilo così sugoso e caldo. Sembrano anzi i colori 



UiO LIBRO SECONDO 

stemperati colla farina. Domenico Oliviero morì nel 
1755 (4). 

Sopra l'alta e bella facciata del Corpus Domini 
leggesi un'ampollosa iscrizione che dice: 



HIC VBl PROFVGVM CHRIST1 CORPVS 

SVBDIALEM SIB1 STATIONEM OBITER ELEGIT 

AVGVSTVM HOC ET MANSVRVM 

KVMINI DOMICIL1VM CIV1BVS PERFVGIVA1 

TAVRINENSIS AVGVSTA 

CISALP1NOS L\TE POPVLOS PEPOPVLANTE TABE 

PRO CIVIVM SALVTE DEVOVIT 

ANNO MDLXXXXVIII 

Questa chiesa venne dapprima ufficiata dai Padri 
dell'oratorio di S. Filippo che dalla casa che aveano nel 
borgo di Po, vi si trasferirono nel 1653. Ma non aven- 
dovi stanza conveniente per dodici religiosi che erano, 
tornarono sul finir dell'anno seguente alloro convento 
fuori e quasi in faccia a Porta Castello. Il 5 di gennaio 
1655, la Citta convenne con sei preti teologi per le 
ufficiature d'essa chiesa; e l'arcivescovo, con decreto 
del 13 di marzo, li eresse in congregazione con ob- 
bligo di far vita comune. 

Abitò questa congregazione varie case; prima ac- 
canto, e poi di prospetto alla chiesa,* poi nel Palazzo 
di Città; quindi innanzi a San Domenico. Final- 
mente nel 1763 fu allogala nella casella che la 



Ciro QUARTO 191 

Ci Uh fé' murare a questo (ine entro al cortile del 
Palazzo che sta di fronle alla Basilica dell'ordine 
Mauriziano. 

Nel 1779 la Città permise che la Congregazione 
de' preti teologi del Corpus Domini fosse aggregata 
in perpetuo alla collegiata della Santissima Trinità 
stabilita Un dal secolo xi nella cappella di questo 
nome nella cattedrale. 

A questa congregazione appartennero monsignor 
Evasio Agodino, professore di teologia e poi vescovo 
d'Aosta; il canonico Clemente Pino, fondatore d'una 
conversazione letteraria in cui esercilavansi ai dì no- 
stri ne'buoni studi molti giovani di liete speranze; 
ed il già lodato canonico Giuseppe Cottolengo. 

Prima la cappella, poi la chiesa del Corpus Do- 
nimi si fabbricarono attigue, e con interna comu- 
nicazione colla chiesa di San Silvestro, che si vuole, 
ma senza prova ne laudevole indizio, fosse stato an- 
ticamente un tempio di Diana. 

San Silvestro era chiesa parrocchiale. Nel 1332 la 
famiglia de'Sili dichiarava averne ab antico il pa 
dronato. Avea nel 1584 dugencinquanta parroc- 
chiani. L'oratorio del Corpo del Signore avendo 
comunicazione colla chiesa, la sacra eucaristia ve- 
niva conservata nell'oratorio in tabernacolo elegan- 
tissimo, ed innanzi al medesimo ardeano perpetua- 
mente tre lampadi. Tra l'oratorio e la chiesa trovavasi 
il cimitero. 



1J)2 LIBRO SECONDO 

Nell'anno santo 1575 delle tarile confraternite che 
prima erano in Torino, non ne rimanevan che due; 
l'una del Santo Nome di Gesù in San Martiniano, 
l'altra, ed era la più antica, di Santa Croce. 

A' 3 di marzo di quell'anno, due confratelli del 
Gesù, Gasparo De Rossi dottor di leggi, e Marc' An- 
tonio Spana mercatante, deliberarono insieme con 
Bernardino Vidotto, musico, d'indirizzare la forma- 
zione d'una nuova compagnia sotto l'invocazione 
dello Spirilo Santo. 

Ottenuta dal Senato licenza di congregarsi in 
presenza del Vicario della ciltà^ e dall'arcivescovo 
Gerolamo della Rovere, facoltà di tenere adunanza 
nella chiesa di San Silvestro, molti cittadini concor- 
sero cercando di far parte della nuova compagnia, 
fra i quali il notaio Gabriele Demagislris, segretario 
della Santa Inquisizione, che venne eletto priore. 
Per convenzione del 15 d'aprile, il prete Giacomo 
Canavero, curato di San Silvestro, ammise in per- 
petuo la compagnia alla celebrazione de' divini uf- 
fici, lodi) canti ed orazioni consuete nella sua chiesa ; 
con facoltà di far monumenti e sepolture a loro 
piacere; e perchè non v'era altro sito da far Torà- 
torio, cedette alla compagnia la propria camera posta 
dietro l'aitar maggiore, con patto che la compagnia 
gli fabbricasse altra camera ugualmente comoda so- 
pra le botteghe vicino al canto della strada. 

A' 16 d'aprile la compagnia avea già convertila 



CAPO QUARTO 195 

la camera anzidetta in una speeic di coro; cantava 
con gran pompa in musica la Salve Regina (era 
giorno di sabbato). E all'indomani dava principio 
col Te Deum e eoll'ufficio dello Spirito Santo a' suoi 
spirituali esercizi. 

Capo ed anima ad instituire la confraternita dello 
Spirito Santo era stato, come abbiam veduto, quel 
Gaspare De Rossi dottor di leggi, stato più volte 
priore della compagnia di San Martiniano. 

Pure quando si venne a trarre gli ufficiali, per 
un effetto forse di quella gelosia che fa tanti ingrati, 
a De Rossi non toccò il menomo ufficio. Non essendo 
poi il notaio Demagistris, dopo la nomina di priore, 
mai più comparso, ed avendo invece il De Rossi con- 
tinuato a procurare con tutto buon animo gli inte- 
ressi della compagnia, la medesima finalmente a' 17 
d'aprile, dismesso il Demagistris, gli surrogò nel 
priorato il De Rossi. 

A' 24 e 25 d'aprile pigliarono que T nuovi discipli- 
nanti risoluzione di vestir il sacco di color bianco 
con due medaglioni dipinti, uno sul petto, l'altro 
dietro le spalle, in cui venisse raffigurato il celeste 
Spirito in forma di colomba cinta di raggi, col 
motto: Spiritus Saneti adsit nobis gratta. 

A' 12 di maggio del medesimo anno 1575 si fé' 
la proposta di ricever donne. In gennaio dell'anno 
seguente si compilarono gli statuti (5). 



Voi. TI 



25 



194 LIBRO SECONDO 

La confraternita dello Spirito Santo fu poi aggre- 
gata nel 1579 airarciconfraternita del gonfalone di 
Santa Maria maggiore di Roma; nel 1586 all' arci- 
confraternita di Santo Spirito de 1 Napolitani; nel 
1589 all'arciconfraternita de'Catecumeni, enei 1634 
all'arciconfraternita delle Sacre Stimmate nella me- 
desima citta; ed è da notare che quest'ultima ne* 
suoi atti e nelle sue lettere chiamò sempre la com- 
pagnia Torinese col nome di confraternita della 
Passione di Nostro Signore, senzadio appaia per qual 
ragione così la denominasse. 

Addì 4 novembre del 1610 la confraternita dello 
Spirito Santo fu confermata da papa Paolo v, il quale 
per crescerne la divozione ed eccitar vie maggior- 
mente l'umiltà del cuore, die' podestà ai fratelli di 
mutar l'abito bianco in un sacco di tela cruda del 
colore dell' abito de' Cappuccini e colla corda che i 
medesimi usano (6). 

In obbedienza ai precetti del papa, vestì allora 
la confraternita un sacco di color cinericcio, onde 
nel 1675 correndo la festa secolare, con gran pompa 
celebrata, della sua fondazione, un poeta che ebbe 
la prudente modestia di rimanersi incognito, cantava : 

Se a voi come a suoi figli 

Dalli sovrani giri oggi discese 

Il paracleto amor fra lingue accese, 

Fu per voler unir con sacro gioco 

Alle ceneri vostre il suo bel foco (7). 



CAPO QUARTO 195 

Ora le ceneri si son convertite in carboni ; e 
parmi che i confratelli dovrebbero, lasciato il color 
nero proprio della confraternita della Misericordia, 
tornare al lionato o al cinericcio che usavano nel 
secolo xvii, consigliato in seguito ad un pensiero di 
cristiana umiltà per bocca di un papa. 

Dopo la meta del medesimo secolo xvn la confra- 
ternita dello Spirito Santo ottenne figliazione o fratel- 
lanza da varii ordini religiosi, Cisterciensi Riformati, 
Minori Conventuali, Eremiti di Sant'Agostino della 
congregazione di Lombardia , Carmelitani Scalzi , 
Cappuccini con partecipazione a tutte le opere buone 
che in esse religioni si praticavano: messe, uffizi, 
preghiere, meditazioni, pie lagrime, letture, obbe- 
dienze, astinenze, discipline, digiuni, macerazioni, 
missioni anche tra gli infedeli (8). 

Addì 10 giugno del 1629 Carlo Emmanuele ì vo- 
lendo aver riguardo alle spese che la confraternita 
sopportava nel far ammaestrare i Catecumeni, e la 
molta cura che avea dell'aitar di San Carlo, di pa- 
tronato d'esso duca, le concedette la nomina d'un 
bandito di forca o galera, eccettuati i colpevoli di 
lesa maestà divina ed umana, d'assassinio, omicidio 
volontario o falsa testimonianza. 1 proposti dalla 
confraternita doveano intendersi non solo esenti da 
pena, ma restituiti ne' beni, onori, stato, grado e 
grazia del principe. Per questa concessione derogava 
ogni legge in contrario, ed anche le derogatorie delle 



J9G LIBRO SECONDO 

derogatorie. Vanità inerente all'uomo credere di 
poter far cosa che duri in perpetuo, d'incatenare 
colla propria volontà la volontà de' posteri. Vanita 
che ogni giorno viene contraddetta dal fatto. Fi- 
nalmente, siccome quel privilegio doveva interi- 
narsi dal Senato, comandava il duca che non dovesse 
aspettarsi altra dichiarazione della sua volontà, e 
che quelle patenti servissero di prima, seconda, 
terza e perentoria giussione. Era il caso di dire col 
Fabro, che siffatte clausole, quanto piti precise ed 
insolite, tanto son più sospette; che quella volontà 
che con artifìziose parole si studia di far compa- 
rire ben consapevole di ciò che fa, dà invece in- 
dizio d'essere aggirata e tratta in errore; che in 
tal caso è dovere del magistrato d'esaminare con 
maggior diligenza il provvedimento, e di far le de- 
bite rimostranze se non s'accorda colla giustizia 
o col ben dello Stato. 11 Senato allora interinò il 
privilegio; ma nel 1645 essendosi supplicata Ma- 
dama Reale Cristina della confermazione del me- 
desimo, quella principessa aggiunse alle antiche 
eccezioni i reati di falsa moneta, i colpevoli di 
misfatti non graziabili, i condannati in pena pecu- 
niaria, e tutti quelli che già fosser caduti nelle 
forze della giustizia ; ed il Senato eccettuò ancora 
i rei di ribellione alla giustizia, e restrinse T eser- 
cizio del dritto di nomina ai banditi della città e 
del territorio di Torino. 



CAPO QUARTO 19/ 

Fino dai primi tempi poiché fu fondata la confra- 
ternita dello Spirito Santo, di cui facean parte uo- 
mini notabili per nascita, per dignità, per ricchezze, 
si dedicava essa al pietoso ufficio di soccorrere ed 
ammaestrare i Catecumeni. 

Nel 1652 il padre Francesco Maria Bianchi, in- 
quisitor di Torino, propose al cardinale Francesco 
Adriano Ceva, suo zio, d'aiutar l'erezione d'un ospi- 
zio in questa citta per quelle povere persone ere- 
tiche, le quali giornalmente si presentavano al Santo 
Ufficio per abiurar l'eresia e farsi cattoliche.il pio 
cardinale gradì quel pensiero, e die a tal fine una 
somma. 11 Bianchi ricercò la confraternita dello Spi- 
rito Santo, onde volesse incaricarsi di fondar con 
quei danari una casa, in cui ricevere, nudrire, am- 
maestrare gli infedeli e gli eretici desiderosi di venir 
alla fede cattolica. La compagnia accettò con pia- 
cere l'incarico; comprò una cas-a attigua alla chiesa, 
e vi aprì l'ospizio. 

Nel 1656, morto il cardinal Ceva, papa Alessan- 
dro vii, a cui piaceva infinitamente quel pio insti- 
tuto, con suo motti proprio indirizzato a monsignor 
Fransoni, tesoriere generale, donò all'ospizio dei 
Catecumeni di Torino tutti i termini delle pensioni 
sui beneficii e sulle chiese del Piemonte, già goduti 
dal Ceva, e non esatti, che sarebbero stati perciò 
devoluti alla Camera Apostolica. 

La nostra città è terreno propizio alle opere di 



198 LIBRO SECONDO 

beneficenza. Tutte v'allignano. Tutte fioriscono. Ne 
manca mai la mano pietosa che irrori le pianticelle 
nate appena, ne l'occhio vigile che le difenda. Onde 
l'ospizio de' Catecumeni ricevette eziandio dal pre- 
sidente Giambatisla Lucerna, da Margherita Perdom 
Lione, da Ludovico Boggetto e da altri benefattori 
molti doni e legati. 

Nel 1645 la confraternita dello Spirito Santo ac- 
compagnò al battesimo Bartolomeo Caillot di Gi- 
nevra colla moglie e co' figliuoli. Questo Caillot ser- 
viva due anni prima un ministro della sua setta a 
Ginevra; essendo infermato gravemente in quella 
città un mercatante di Varallo , e chiamando con- 
fessione, un ministro chiamato Rigat andò per dileggio 
ad udirla, protestandogli che pigliava sopra di se i 
suoi peccati. Ed avendogli il moribondo lasciato 
molto danaro per convertirlo in opere buone, ei se 
li godeva banchettando cogli amici. Mentre sedeva 
a mensa, beffandosi del povero cattolico defunto, 
venne alla porta di casa un guerriero armato di 
tutto punto sopra un cavallo bianco, e domandò 
del Rigat. Caillot gli recò l'ambasciata, all'udir la 
quale il ministro si turbò e non volle discendere. 
Ma esortandolo i convitati ad andar a veder ciò che 
lo straniero si volesse, s'affacciò alla porta. L'inco- 
gnito guerriero appena lo vide, gli domandò s'egli 
era quel Rigat che aveva udita alcuni giorni prima 
la confessione d'un cattolico di Varallo; ne potendo 



CAPO QUARTO 190 

il Rigat ciò negare, lo afferrò con ambe le mani e 
postoselo dinanzi sull'arcione, in un momento di- 
sparve, senzadio mai più se ne scoprisse indizio. 
Si sparse la voce che Rigat fosse stato portato via 
dal demonio, e fors' era invece una vendetta di qual- 
che cattolico. Il fatto è che Caillot da quel punto 
abbandonò Ginevra e la setta protestante, e raccontò 
distesamente a chi fu vago d'udirlo un tale suc- 
cesso (9). 

11 12 d'aprile del 1728 entrò nell'ospizio de' Ca- 
tecumeni di Torino, desideroso d'abiurar gli errori 
in cui era stato educato, Gio. Giacomo Rousseau, 
d'anni sedici. 

L'abiura ebbe luogo il 21. Il battesimo condizio- 
nale gli fu amministrato due giorni dopo, essendo 
padrino Giuseppe Andrea Ferrerò, e madrina Fran- 
cesca Maria Rocca (10). 

E cosa notissima che Gian Giacomo Rousseau non 
tu mai nò cattolico, ne protestante, perchè i sensi e 
l'imaginazione tennero sempre in servitù quell'altero 
intelletto. 

La confraternita di cui ragioniamo intraprese in 
diversi tempi lunghi viaggi, sia per appagamento 
della religiosa sua pietà, sia per segno di sua divo- 
zione al principe, alla patria. 

In settembre del 1585 andò alla Madonna di Mon- 
crivello in adempimento d'un voto fatto per la salute 
di Carlo Emmanuele i. 



200 IJBfit) SECONDO 



In settembre del 1601 si trasferì supplichevole 
al santuario di Vico per guadagnar le indulgenze 
dell'anno santo. 

In marzo del 1706, essendo vicino l'assedio della 
città, facea voto di recarsi a N. S. d'Oropa, quando 
piacesse a Dio di liberar la capitale dall'assedio, lo 
Stato dalla guerra. Adempiva tal voto in settembre 
del 1717, offerendo a quel santuario un ricco para- 
mentale di broccato d'oro su fondo bianco. 

Nel 1700 e nel 1725, in seguito ad invito della 
arciconfraternita delle Sagre stimmate di San Fran- 
cesco, andò a Roma, passando per Bologna e Loreto, 
dove offerì un ricco paramentale di broccato d'oro. 
La prima parte del viaggio sino a Bologna fu per 
barca. Spendevano i confratelli parte del tempo nel 
cantare i divini uffizi. Le confraternite de' paesi posti 
lungo il Po li salutavano collo sparo de' mortai, con 
fuochi artificiati, con luminarie. E venuta la notte, 
li raccettavano allegramente nelle loro case. Era una 
festa continua. Pervenuti a Roma, tutti in abito uni- 
forme, cogli scudi d'argento in petto, col sacco nuovo, 
e non, come spesso accade, scolorito, si faceva loro 
incontro r arciconfraternita delle Sagre stimmate di 
San Francesco in numero di seicento, fra cui molti 
principi e cavalieri, i quali inginocchiatisi li salu- 
tavan dicendo: Ben verniti cari fratelli, la pace sia 
con voi e San Francesco. Al qual saluto rispondeano 
i nostri: Sit nomen Domini benedictum. Poi rialzatisi. 



CAPO QUARTO 201 

procedeano su due file i confratelli romani, mettendo 
in mezzo i fratelli dello Spirito Santo ordinati in 
una sola fila. Condottili nella loro chiesa a render 
grazie a Dio, li accompagnavano quindi nell'ospizio; 
dove in due magnifiche sale coperte d'arazzi lava- 
vano loro i piedi. Fattili di poi passare nel refet- 
torio, li riceveano a lauta mènsa, a cui presiedeva 
monsignor Giustiniani primicerio. Dopo la cena, li 
accomodavano di pulitissimi letti. Era la domenica 
delle Palme. Rimasero in quel cortese ospizio sino 
al giovedì santo, nel qual giorno ciascuno erasi pro- 
curato un albergo a piacer suo. Intanto non mancò 
l'arciconfraternita romana d'accompagnare la com- 
pagnia piemontese alla visita delle basiliche desi- 
gnate per l'acquisto delle indulgenze del santo giu- 
bileo. La confraternita dello Spirito Santo, per cor- 
rispondere a tante gentilezze, offerì alla chiesa delle 
Sagre stimmate una lampada d'argento. 

Nel paese d'Arcadia, e quando la medesima più 
fioriva, non dovea mancar qualche povero pastore 
che celebrasse V arrivo della nostra confraternita 
nella citta eterna. E non mancò. Un sonetto che ho 
sott'occhio ha questa terzina che non è cattiva : 



E quinci e quindi di Francesco i figli 
Mira, e gir atti d'amor concorde e vero, 
Né sa chi meglio al genitor somigli. 
Fot, II 2 fi 



202 LIBRO SECONDO 

Facendomi in ora a discorrere delle varie costru- 
zioni dell' oratorio e della chiesa, noterò che con 
instromento 20 marzo 1609, soppressa la parrocchia 
di San Silvestro, s'uni quella chiesa all'altra del 
Corpus Domini, che si rifabbricò dalla citta assai 
più sontuosa; come s'unì la compagnia del Corpus 
Domini alla confraternita dello Spirito Santo. E che 
nel 1610, il giorno di S. Giacomo, Carlo Emma- 
nuele ì co' principi suoi figliuoli pose la prima pietra 
del novello oratorio da costrursi più ampio e ma- 
gnifico sui disegni d'Ascanio Vittozzi; avendo il duca 
dato a questo fine la casa ed il forno del presidente 
Spatis, con obbligo di serrare il vicolo che univa 
la strada del Cappel verde con quella de' Pellicciai. 
La lapide posta nei fondamenti, in cui il duca è 
chiamato principe ed imperatore della provincia Su- 
balpina, indica la cerimonia come seguita il 13 di 
luglio. Chi la troverà di qui a mille anni sarà tratto 
in inganno. Mentono qualche volta anche i monu- 
menti, né solo que' che si pongono ai morti, od ai 
conquistatori, od ai principi. 

Tra l'oratorio e la chiesa del Corpus Domini era 
la piccola chiesa di San Silvestro, che veniva alquanto 
negletta. 

In febbraio del 1628 i serenissimi principi colle 
infanti essendovisi recati a perdonanza, una delle 
infanti fu per cadere dallo scalino dell'aitar mag- 
giore, e disse che bisognava provvedere a quella 



CAPO QUARTO 205 

chiesa perchè i confratelli non se ne curavano. Molti 
religiosi udendo questo l'aveano già domandata, onde 
la compagnia impaurita fu sollecita di far riformare 
P aitar maggiore secondo il disegno del signor Carlo 
Castellamonte. L'anno seguente rifece il campanile. 

Intanto nacquero gravi contrasti fra la Città e la 
compagnia del Corpus Domini da l'una parte, e la 
confraternita dall' altra, perchè questa pretendeva 
aver l'uso non solo della chiesa di San Silvestro, 
ma altresì di quella del Corpus Domini ; e la Città 
non volea concederlo sotto pretesto dell'unione, ne 
per Fima chiesa, ne per l'altra. Le contese s' acce- 
sero, avvelenarono gli animi. Se ne impacciarono 
l'arcivescovo, il papa inutilmente. Intervenne come 
mediatore il padre Giovanni di Moncalieri, cappuc- 
cino di grand'opinione. Non fu udito. 

Nel 1655 il 9 d'ottobre Madama Reale Maria Cri- 
stina ebbe la bontà di chiamar le parti avanti di sé, 
d'udirle per ben qualtr'ore; e all'indomani mandò 
proponendo per mezzo del gran cancelliere Morozzo, 
un progetto improntato della sua generosità per la 
separazione delle due chiese. Si venne ai voti. La 
confraternita con 138 voti contra 10 contrarii vinse 
il partito di supplicar Madama Reale di rimetterla 
ai termini di giustizia. Durò la lite dal 1638 al 1662, 
nel qual anno al primo di luglio si convennero fi- 
nalmente le parti intorno alla divisione da farsi, e 
ciò a mediazione di Petrino Gay, confratello dello 



204 LIBRO SECONDO 

Spirito Santo, e decurione della citta di Torino. La 
maggior parte di San Silvestro rimase alla Città, la 
quale compensò in danari la confraternita, e chiuse 
con allo e sodo muro la parte che gli apparteneva 
secondo il disegno dell'ingegnere Carlo Morello. 

Con testamento del 14 gennaio 1763 il confratello 
Giovanni Battista Bertoldo instituì erede universale 
la confraternita dello Spirito Santo coli' obbligo di 
cominciare in termine di due anni la ricostruzione 
della chiesa. In esecuzione di tale pia volontà vi si 
pose mano nel 1765 sui disegni dell'architetto Gio- 
vanni Battista Ferroggio, il quale lasciando sussistere 
l'antica struttura, si contentò di variarne l'interna 
disposizione, e di guernirla di marmi di Valdieri, di 
rifabbricare Fallar maggiore e la facciata (11). 

L'antico oratorio avea cinque altari; dietro al- 
l'aitar maggiore in alto rimase fino ai dì nostri un 
bel coro ornato di vaghissimi stucchi colla vòlta di- 
pinta. Trat lavasi nel 1766 d'aggiungere alla chiesa 
dello Spirito Santo una elegante facciata sui disegni 
di Bernardo Vittone; ma venne meno o la volontà, 
o il danaro. 

Ora ne'due altari, a destra ed a sinistra, le tavole 
che rappresentano la Madonna col Bambino, S. Carlo 
Borromeo ecc., e S. Silvestro che battezza l'impe- 
rator Costantino, sono dovute a Mattia Franceschi™, 
una delle nostre mediocrità pittoriche Torinesi. 

Nella cappella a mano manca entrando, è il 



CAPO QUARTO 205 

mausoleo del maresciallo Bernardo Ottone, barone 
di Rhebinder, svedese, cavaliere della Nunziata, che 
fu più volte priore della confraternita, morto il 12 
novembre 1743. 

Ora i preti teologi del Corpus Domini ufficiando 
la loro chiesa civica, esercitano per altro le funzioni 
parrocchiali nella chiesa dello Spirito Santo. 

La colomba misteriosa cinta di raggi, emblema 
del Santo Spiro che la confraternita portava una 
volta nelle processioni, era di puro argento e del 
peso d' oncie quattrocento. 

La compagnia dispensa annualmente a povere fan- 
ciulle varie doti derivanti da legati di Pietro Fran- 
cesco Perotti, di Bartolomeo Fauson. e d'altri be- 
nefattori. 



NOTE 



(i) Cum audivit et intellexit miraculum noviter factum de corpore 
Christì miraculose reperto. 

(2) Neil' Archivio della città, nella guardaroba della quattro chiavi. 

(3) Storia della chiesa metropolitana di Torino, pag.245. 

Vi sono tuttavia alcune differenze di compilazione non sostanziali: ed 
i nomi de'teslimonii presenti al fatto nel documento dell' Archivio dello 
Spirito Santo sono riferiti così: Vetrino de Gorzallo. Vetrino Daerio- 
Gaspardino Bursi Miolerio. Martino Bellardi et Georgio Gastaldo. et 
expectabile Michel Muri, et Johanne Farchignono. Bonifatio de Cassano. 
Bertholomeo Carravino. et il nobile messer Antonio Marcerio di Milano, 
et molti altri magnifici cittadini, li quali non so il nome, tutti della pre- 
sente città di Torino; et in essa chiesa de Santo Giovane si fece un bel- 
lissimo tabernacolo, il quale è stato finché fu edificato il domo rìouo si 
come al presente si chiama volgarmente. 

Qui finisce la narrazione del documento che seguitiamo, la quale nel 
documento dell'^lrc/imo civico ha qualche linea di più che rammenta la 
processione e la compagnia inslituite in onore del Santissimo Sacramento. 
Ma non v'è la nota preziosa che accenna al luogo donde fu tratta la nar- 
razione; nota che aggiunge fede più che l'autentica del notaio Valle, il 
quale non accerta altro fuorché d'averla collazionata, senza dire se con altra 
copia, o coll'originale, e dove si conservi. 

(4) San Martino, Notizie di Domenico Oliviero. Ozi letlerarii, voi. n. 

(5) Ordinati della confraternita dello Spirito Santo, voi. I. 

(G) Documenti, categoria I, voi. i, 94. Ne\Y Archivio della confraternita. 



CAPO QUARTO, NOTE 207 

(7) Ragguaglio della solennissima festa celebrata dalla veneranda con- 
fraternita dello Spirito Santo di Torino alli 2 giugno 1675 in occasione del- 
l'anno secolare. Torino, Zappata. 

(s; V.le lettere d'aggregazione: Documenti, categoria i, voi. n. 

(9) Documenti, categoria i, voi. v. 

(10) Dai registri dell'ospizio. 

(11) Documenti, categoria i, vol.v. 



CAPO QUINTO 



San Simone. — Angelica, contessa d Arignano, morta in concetto di 
santità. — Oratorio della compagnia di San Maurizio. — Sant'Agnese 
(la Trinità). — Seminario de' chierici. — Confraternita della Tri- 
nità. — Ricostruzione della chiesa. — Ascanio Vittozzi, architetto, 
e Giovanni Carracha, pittor fiammingo. — Madonna del Popolo. 
Origine di quest' imagine miracolosa.— Chiesa rivestita di marmi 
siciliani nello scorso secolo. — Ospizio de' pellegrini. — Doti. — 
Spedale de' convalescenti teste fondato dalla confraternita a San 
Salvano. — Selciato di Torino. 



Tornando ornai alla via di Dora Grossa onde ci siam 
diparliti, troviamo alla meta del primo isolato a destra 
in faccia alla Vòlta rossa una gran porta ov'è l'oste- 
ria di S. Simone. In quel sito precisamente, e nel 
cortile che trovasi a sinistra entrando, sorgeva già nel 
secolo xii la chiesa parrocchiale di San Simone. Nel 
1211 n'era rettore Pietro Tirurgol. Nel 1584 avea 
200 parrocchiani ed era di collazione del capitolo. 
La chiesa era piccola ed infelicissima. Non v'erano 



LIBRO SECONDO, CAPO QUINTO 209 

tombe, ma si scavava il suolo, ed entro al medesimo 
si seppellivano i cadaveri. Le esalazioni che ne di- 
manavano, unite a quelle d'una latrina che un eretico 
aveva empiamente addossato al muro dell' aitar mag- 
giore, ammorbavano l'aria in quella chiesa. Non vi si 
conservava il Sacramento né v'avea fonte battesi- 
male. In seguito ai decreti della visita apostolica fu 
pulita e restaurata nel 1584. 

In questa chiesa fu seppellito il 30 luglio 1629 
Giovanni Battista Figone, medico del principe car- 
dinal di Savoia ; e il 24 maggio 1643, Antonio di 
Montanara chiamato monsù de la Tour de Vaison 
d'Avignone, gentiluomo di camera del Cristianissimo 
e colonnello d'infanteria al servizio di Savoia. 

In questa parrocchia abitavano le nobili famiglie 
Della Chiesa, Costa d'Arignano e Nomis ; ed altre ri- 
guardevoli schiatte; ma sia per la misera struttura 
della chiesa, sia perchè preferivansi con ragione le 
chiese ufficiate dai regolari, o dalle confraternite 
a quelle meschinamente governate da un solo sacer- 
dote, tutte aveano o s'eleggeano la loro sepoltura in 
altri templi. 

Morì il 7 luglio 1629 in casa del conte di Carti- 
gnano D. Giovanni Pietro Porro di Lodi, generale 
de'Somaschi, e fu messo in deposito nella chiesa 
della Trinità, allora uffiziata dai Teatini. 

Ventitré giorni dopo morì Angelica, contessa d'Ari- 
gnano qual era, dice il libro parrocchiale, in opinione 

Voi. Il 27 



->1() LIBRO SECONDO 

di santità, e fu sepolta nella chiesa de' Cappuccini 
del Monte. 

11 18 febbraio 1646, mancò di vita Giacomo Di- 
gherot, conte di Monmartin, generale d'artiglieria 
del Cristianissimo, d'anni 45, e fu sepolto alla Ma- 
donna degli Angioli. 

In questa parrocchia venne fondata, verso il 1625, 
la compagnia de 1 Disciplinanti di San Maurizio, la 
quale si costrusseun piccolo oratorio allato alla chiesa 
di San Simone; nel 1628 era condotto a termine, e 
addì 4 di febbraio vi si fece la prima sepoltura (1). 
Questa compagnia, unita un secolo dopo a quella an- 
tichissima di S ta Croce, fu destinata ad ufficiare la 
Basilica Magistrale. 

Il titolo parrocchiale di San Simone fu trasferito 
nel 1729 alla chiesa del borgo di Dora, la quale 
venne rifatta, o per dir meglio, costrutta di nuovo 
nel 1780, sul disegno del conte Dellala di Beinasco: 
e le case che componevano la parrocchia cittadina 
furono divise tra le vicine parrocchie di San Tom- 
maso, di San Rocco e della Metropolitana. La casa 
parrocchiale, la chiesa e lasagristia furono nel 1742 
convertite in usi profani. 

Proseguendo il cammino verso Piazza Castello in- 
contrasi in fine del penultimo isolato a manca la chiesa 
della Trinità. Chiamavasi un tempo basilica di Sani' 
Agnese; dipendeva dalla badia di Rivalla, e seneha me- 
moria fin dal secolo xu. Noto come una particolarità 



CAPO QUINTO 211 

assai rara che nel 1202 avea due rettori, forse due 
fratelli, Uberto e Giovanni di Lameria. Era chiesa 
parrocchiale. In gennaio del 1568 fu unita alla par- 
rocchia di Sant'Agnese la parrocchia di San Benedetto. 
Non molto dopo il seminario de' chierici che si era 
fondato presso la chiesa di Santo Stefano fu trasferito 
presso Sant'Agnese, e si die ad ufficiare quella chie- 
setta, poiché il monaco che n'era rettore mai non vi 
risiedeva, ne spendeva un obolo per mantenerla o per 
farla servire. 

11 seminario contava allora trenta chierici. Rettore 
n'era un canonico regolare Lateranense; e monsignor 
Gerolamo della Rovere, arcivescovo di Torino, forniva 
generosamente del proprio al sostentamento de' chie- 
rici. Cinque solamente stavano, come si chiamava,' a 
dozzina, e pagavano la loro pensione somministrando 
al seminario una carrata di vino, quattro sacchi di 
grano e otto scudi l'anno. 

11 seminario avea un maestro di grammatica, un 
maestro di scriver lettere o d'epistolografìa; uno che 
leggeva il Maestro delle sentenze. 1 chierici non ser- 
vivano la cattedrale. Richiesti, accompagnavano con 
croce propria i corpi dei defunti alla sepoltura. Nel 
1588 la parrocchia di Sant'Agnese fu unita alla Me- 
tropolitana. Otto anni dopo il Seminario divenuto 
padrone di Sant'Agnese, vendette la chiesa e la 
casa alla confraternita della Trinità perchè vi potesse 
ricostrurre una chiesa più degna, e con essa l'ospizio 



212 LIBRO SECONDO 

de' Pellegrini. Questa compagnia, eretta nel 1577, 
era stabilita nella chiesa di San Pietro de curte ducis, 
ed avea lì presso nella via de' Pasticcieri l'ospizio 
de' Pellegrini; acquistata la chiesa di Sant'Agnese, 
si volse con gran cuore a ricostrurla, a fabbricarsi 
un oratorio, a murare un ospizio conveniente e ca- 
pace pei Pellegrini. Non avea rendita, ma sopperiva 
la pia liberalità de' confratelli. Due di loro erano 
meritamente famosi ; l'uno, Giovanni Carracha, fiam- 
mingo, pittore di Carlo Emmanuele 1, con cui fece 
il viaggio di Spagna, e che lavorava così di gran 
quadri come di ritratti e di picciole miniature. L'altro, 
il capitano Ascanio Vittozzi, ingegnere del duca ed 
architetto, che di molti nobili edilizi sacri e profani 
abbellì la nostra città. Altri confratelli annoverava, 
distinti per nascita e per grado, fra i quali il mar- 
chese di Lanzo di casa d'Este, marito d'una prin- 
cipessa di Savoia, ed il principe cardinale Maurizio. 
Quegli fu priore nel 1605, questi nel 1628. 

Al Vittozzi fu data la cura delle nuove fabbriche. 
Negli ultimi anni del secolo xvi l'opera già fervea. 
L'oratorio nuovo e varie camere dell'ospizio eran 
terminate nel 1606. La chiesa di nobil disegno durò 
ancora molti anni. La cupola venne alzata nel 1661. 
L'aitar maggiore, quale ora si vede, fu costruito nel 
1702 sul disegno del capitano Carlo Morello. 

Pochi anni dopo (1718) la pia generosità de'con- 
fralelli deliberò vestir la chiesa di marmi, e al primo 



CAPO QUINTO 213 

architetto che allora fiorisse, al celebre D. Filippo 
Juvara, ne domandò il disegno. Avutolo, non guardò 
al dispendio. Dalla Sicilia fece venir que'diaspri e 
marmi finissimi, de' quali la chiesa della Trinità, so- 
pra ogni altra, risplende. L'opera del rivestimento 
continuava fin oltre al 1755. 

In gennaio del 1608 l'uditore del principe car- 
dinal di Savoia, propose alla compagnia di permettere 
che i padri Teatini venissero ad officiare la loro 
chiesa, il che, oltre al riuscire di gran benefìcio alla 
compagnia ed al pubblico, assicurerebbe alla mede- 
sima la perpetua protezione di S. A., la quale farebbe 
a proprie spese condurre a compimento la chiesa. Che 
se in questo avessero i confratelli difficolta, il prin- 
cipe cardinale offeriva di sborsar ai medesimi il prezzo 
di tutte le loro fabbriche. Rispose la compagnia in 
congregazion generale con voti unanimi: che non 
consentirebbe mai alla proposta associazione per aver 
provato che cosa sia unione. Bensì protestavano tutti 
di voler vivere e morire umili e fedeli servitori di 
Sua Altezza. 

In luglio del 1629 il principe cardinale offeriva 
alla compagnia trecento ducatoni d'entrata per l'o- 
spizio de'pellegrini con che desse qualche comodità 
nel suo oratorio ai Teatini, allora malamente allo- 
gati nella chiesa di San Michele. I confratelli rimi- 
sero alquanto dell'antica durezza e consentirono. Vi 



214 LIHUO SECONDO 

restarono quei padri cinque anni finche venne loro 
dismessa la chiesa di San Lorenzo (2). 

Nella cappella che incontrasi nella chiesa di cui 
parliamo, a mano sinistra entrando, si venera Imma- 
gine miracolosa della Madonna del Popolo. 

Questa imagine era stata da Giovanni Carracha di- 
pinta in Fiandra, non per commissione ma per di- 
vozione, ed era da lui conservata con gran gelosia. 
Passato poscia in Piemonte ai servizi del duca, ascritto 
tra i confratelli della compagnia della Trinità fondata 
in San Pier del Gallo, pare che ad istanza di Clau- 
dina sua moglie, si risolvesse finalmente di cederla 
alla compagnia, onde fosse esposta alla pubblica ve- 
nerazione (3). Crebbe in breve, per alcune grazie 
ottenute, la divozione e il concorso de'fédeli a quella 
Madonna. E però quando la compagnia passò ad uf- 
ficiar Sant'Agnese, volendo portar seco il quadro della 
Madonna del Popolo, il curato di San Pietro s'oppose. 
Recata la contesa dinanzi all'arcivescovo, questi lece 
far una copia d'esso quadro perfettamente uguale 
all'originale, e poi chiamate le parti contendenti nella 
cappella di corte, volle giudice la sorte e fatti al- 
cuni brevi, e postili in una coppa li fé' trarre dal 
principe Maurizio ancor fanciullo. Alla compagnia 
della Trinità toccò l'originale; al curato la copia. E 
però in febbraio del 1598 la diva imagine fu con so- 
lenne pompa recata ed allogata in Sant'Agnese (4). 



CAPO QUINTO 215 

Terminata poi la fabbrica della chiesa, il principe 
Maurizio, divenuto cardinale, avea dato indizio di 
voler costrurre ed ornare la cappella della Madonna 
del Popolo. Ma invece tal gloria fu riservata al pre- 
sidente Silvestro Montoliveto che cominciò l'opera 
nel 1635 secondo i disegni del conte Castellamonte, 
e che in molti altri modi beneficò la chiesa e la 
compagnia (5). 

Ascanio Vittozzi è stato sepolto in questa chiesa 
il 24 d'ottobre 1615 (6). Lasciò un' unica figlia An- 
gela Lucrezia, di cui commise la tutela alla compa- 
gnia della Trinità (7), e che quattr' anni dopo die 
la mano di sposa al signor Carlo Maretta. 

Il Vittozzi era ingegnere e soldato di molto grido. 
Lepanto, Toledo, il Tago, il Varo e le Alpi erano 
stati testimonii del suo valore. Più volte Gian Carlo 
Emmanuele al vederlo regolare il gitto delle arti- 
glierie ne levò al cielo le lodi. 

Fra i dipinti di cui s'abbella la chiesa, e più il 
vasto coro che trovasi in alto dietro l'aitar maggiore, 
rammenteremo l'ovato che rappresenta la Santissima 
Trinità di Daniele Sei ter che ebbe così buon pennello 
in colorire, sebbene fosse scarso d'invenzione e me- 
diocre di disegno ; e Davidde che gitta l'acqua reca- 
tagli da' suoi guerrieri di Martino Cignaroli Veronese, 
padre di quei Scipione che di tanti bèi paesi arric- 
chiva Torino e le ville che abbellano la sua collina. 
Le statue dei dottori della Chiesa sull'altar maggiore 



21G LIBRO SECONDO 

sono d'Ignazio Perrucca ; gli angeli che sostengono 
il quadro della Trinità, e le due Virtù nel coro, di 
Angelo Tantardini. Ora la confraternita ha allogata 
ai pittori Luigi Vacca e Francesco Gonin l'impresa di 
dipinger la cupola secondo il disegno dell'architetto 
Leoni. Alcune iscrizioni nel vestibolo della chiesa 
e negli anditi laterali fanno memoria di pii bene- 
fattori : del presidente Silvestro Montoliveto, di Pro- 
spero Minoglio, di Giambattista Rovata, di D. Gio- 
vanni Laugero, di Vittorio Nicola Grandi. 

Nel vestibolo della chiesa una lapide rammenta la 
visita di Pio vii nel 1815. 

Nell'ospizio che si fondò presso la chiesa Tanno 
1598 s'albergavano per una notte i pellegrini che 
andavano ai Luoghi santi, o che ne tornavano. Dap- 
principio que' confratelli erano, come si vedrà, più 
liberali. Ma da molto tempo i pellegrinaggi sono pas- 
sati di moda e più non viaggiano a piedi che i bo- 
tanici ed i cercatori di minerali e di fontane. 

La compagnia non raccetta più i rari pellegrini 
che capitano, ma dà loro una limosina di lire 1, 50. 
Ed invece ricordandosi che la sua primiera institu- 
zione mirava al sollievo non solo dei pellegrini, ma 
anche dei convalescenti, ha fondato per questi ultimi 
nella casa delle Suore di carità, a San Salvano, cinque 
politissimi letti (8), e promette generosamente di 
crescerne il numero appena le sue rendite il con- 
sentano. 



Capo quinto 217 

La confraternita della Trinità dispensa annual- 
mente quattro doti di lire 165 ciascuna, fondate dal 
confratello Vittorio Nicola Grandi nel 1776, con pre- 
lazione alle povere figlie d'orefici e gioiellieri che ab- 
biano esercitata quest'arte in Torino almeno per anni 
otto; una dote di lire 110 fondata da Francesco Mor- 
fìno nel 1656 ; una di lire 170, 50 fondata da Antonio 
Grisone nel 1718; una di lire 110 lasciata da Gio- 
vanni Bovis nel 1716; una biennale di ugual somma 
legata da Rocco Fantini; una di lire 252, fondata 
nel 1640 dal già lodato presidente Montoliveto; fi- 
nalmente una di lire 110 legata da Pietro Gariel 
nel 1742, ed una di lire 150 legata da Francesco 
Minoglio, nel 1666. 

Queste confraternite reggevansi una volta con 
ordini molto stretti. Doveano intera obbedienza al 
priore ed agli altri ufficiali. Chi non obbedisse, o si 
facesse aggregare ad altra compagnia, doveva ac- 
cettar la correzione e far l'ammenda che gli era 
prescritta. Se mostravasi renitente, si cantava il 
Deprofundis per segno eh' egli era morto alla com- 
pagnia, e poi se ne pronunciava l'espulsione. 1 tempi 
son cangiati. 

Compiuto così il viaggio retrospettivo di Dora 
Grossa, conviene aggiungere che questa strada seb- 
ben principale fra le strade di Torino , e come ab- 
biam veduto antichissima, era tortuosa ed irregolare, 

Voi. II 28 



218 LIBRO SECONDO 

orlata di case di varia altezza e d'ogni forma. Carlo 
Emmanuele in volle nel 1736 (9) che si raddrizzasse, 
e tutte venissero col volger degli anni ricoslrutle 
con disegno uniforme le case che le fanno siepe. 
L'ultima ad essere ricostrutla ed allineata fu quella 
che sorge innanzi a San Dalmazzo, propria una volta 
de 1 marchesi d'Angennes, poi del conte Galli, tanto 
benemerito della patria storia, per opera del quale 
fu riedificata ai nostri tempi. 

In seguito a tale disposizione, Dora Grossa è oggi 
una delle più belle strade del mondo, benché l'al- 
tezza delle case e l'aprirsi che fa a ponente e verso 
le alpi la renda alquanto scura e malinconiosa. 

Dora Grossa fu la prima strada ornata ai due lati 
di marciapiedi in grosse lastre di pietra, un tempo 
rialzate alquanto sopra il suolo, ora rifatte ed ag- 
guagliate al livello del medesimo. Le strade sono 
lastricate a ciottoli, fra i quali il mineralogo distingue 
serpentine durissime d'un verde cupo, alcuna volta 
macchiate di bigio e venate di verde chiaro, capace 
d'un bel pulimento; la variolite che si trova nella 
Dora e nel Sangone, che serve d'amuleto agli Ame- 
ricani; la diarage smaragdite verde di Saussure ; 
quartzi giallastri o rossigni, talvolta d'un rosso di 
corallo ed alcuni semitrasparenti: piti raramente il 
quartz giallo, seminato di mica dorata che costituisce 
l'avventurina, e che si trova talvolta nella Stura e 



CAPO QUINTO 219 

nell'Orco, essendovene una vena nei monti che se- 
parano la valle cTUsseglio dalla valle di Susa (10). 
Questo selciato può essere grato ai mineralogisti, 
ma non è meno incomodo ai piedi del viaggiatore. 
Nondimeno tale difetto sarà in breve scemato dalle 
rotaie di pietra e dai marciapiedi laterali che si 
vanno introducendo per ogni via. 



NOTE 



(1) Libro de' morti della parrocchia di San Simone. Neil' Archivio della 
Metropolitana. 

(2) Ordinati, registro I. Archivio della confraternita. 

(3) Nel Cenno storico della Madonna del Popolo, stampato per cura 
della confraternita, si dice che quella tavola fu donata da madonna Clau- 
dina, vedova di Giovanni Carracha, nel 1595. Ora nel Registro de' morti 
della cattedrale trovo all'anno 1590 che il IO di luglio è stata sepolta 
madonna Claudina, moglie del signor Giovanni Carracha fiamengo, pit- 
tore di S. A. S. — Vedo poi al 19 marzo 1607 registrala la sepoltura del 
signor Giovanni Carracha fiamengo, pittore di S. A. Dunque il dono del 
quadro debb' essere più antico. 

(4) Risulta da alcuni versi di Raffaello Toscano. 

(5) Ordinati, registro I. Archivio della confraternita della SS. Trinità. 

(6) Nell'atrio scuro che trovasi avanti alla sacristia, con questa iscrizione : 

d. o. M. 
ASCANIVS MODICA HIC TEGITVR VITTOTIVS VRNA 

VRNA IACET VERVM FAMA CANORA VOLAT. 
NAVPACTVS TOLETVM ALPES VARVSQVE TAGVSQVE 

INTREPIDI HAVD RETICENT MARTIA FACTA VIRI 

QVID MVLTA IPSE ILLVM TORMENTA ET ARMA CIENTEM 

COELO SAEPE TVLIT CAROLVS EMMANVEL. 

VIXIT ANNOS SEX ET SEPTVAGINTA 

OD. XXIII OCTOR. MDCXV 

HONOFRIVS MVTIVS SOCIO IVCVNDISSIMO 

COMMILITONI FIDISSIMO P. C 

(7) Archivio della Trinità. Ordinati. 

(8) Con Ordinato del 17 novembre 1843. 

(9) Editto del 26 giugno. 

(10) Annuaire statistique de dcpartement de Po pour Pan 1806. 



CAPO SESTO 



Vie a tramontana di Dora Grossa. — Quartieri militari. — Chiesa e 
convento del Carmine. Breve storia della sua fondazione. — Me- 
morie che vi si riferiscono. — Filippo Juvara. — P. Zucchi, oli- 
vetano, celebre improvvisatore. — Un principe del Libano. — D. 
Pietro Riperti, martire di carità. — Il cardinale delle Lanze. — Sue 
rare virtù. — Uomini illustri che fiorirono nel convento. Teobaldo 
Ceva. Evasio Leone. — Piazza Paesana. — Palazzo de' Magistrati 
supremi. 



r acciainoci adesso a correr le strade che sono a 
destra ed a manca di Dora Grossa, afferrando il 
meglio che si potrà le memorie che vi si riferiscono. 
La prima via a manca, parallela a Dora Grossa, 
comincia da una vaga piazzetta formata dai due 
quartieri con portici d' architettura dorica , innal- 
zati da Vittorio Amedeo n sul disegno del Juvara 
nel 1716 (1). Molto notabili sono questi edifìzii, e in 
città non ricchissima di belle architetture, meritano 
d'essere in modo speciale distinti. A ponente di 
questa piazzetta aprivasi nel secolo scorso la porta 
di Susa. 



222 LIBRO SECONDO 

Succede nel secondo isolato la chiesa di Nostra 
Signora del Carmine, disegno dello stesso Juvara , 
coli' annesso convento. 

Di questi nobili edifìzii potremo parlare distesa- 
mente, perchè quei buoni Carmelitani usavano met- 
ter in cronaca le memorie principali de' loro con- 
venti, e parte di questa fatica è sino a noi per- 
venuta. 

I Carmelitani erano venuti a stabilirsi in Torino 
nel 1526, nel qual anno ottennero dalla città la 
chiesuola di San Sebastiano presso la Porta Mar- 
morea. Distrutta la medesima dieci anni dopo per 
ordine del Re Cristianissimo, que' religiosi si trasfe- 
rirono nella chiesa di San Benigno attigua al Palazzo 
di Città, con licenza dell'abate Gaspare Capris che 
n'era commendatario. 

Pochi anni dopo l'angustia del sito non capace 
d'ampliazione, li mosse a trattare con don Fran- 
cesco Lupo , curato di Santa Maria di Piazza, ondo 
aver la cessione di quella chiesa parrocchiale ; l'eb- 
bero diffatto nel 1543, e papa Paolo hi l'approvava 
per bolla del 17 marzo di quell'anno. 

Nel 1635 si cominciò in quel convento la sanla 
opera della riforma, coli' osservanza delle costitu- 
zioni della più stretta regola stampate in Roma nel 
1625. 

Questa religiosa famiglia era nel 1718 cresciuta 
fino al numero di quarantotto. 11 convento era un 



CAPO SESTO 225 

aggregalo di case irregolari ed in parte minacciante 
rovina, aggiunte di tempo in tempo al primo edi- 
fizio. Aveasi allora il disegno di ricostrurlo; ma per 
farlo colla volula regolarità, conveniva occupare il 
vicolo a ponente e la piazzetta al nord della chiesa. 
Passatane richiesta alla Città, questa niegò il con- 
senso. Onde stavano i frati molto dolenti e perplessi 
sul partito a cui appigliarsi, quando passeggiando 
due religiosi, uno de' quali era sindaco del convento, 
ne' siti del nuovo ingrandimento a ponente, videro 
che nell'isola di San Calisto si lavorava gagliardamente 
a trasporti di terra per costrurvi poi le scuderie del 
conte e senatore Baldassarre Saluzzo di Paesana, che 
aveva terminata già la fabbrica del suo vasto palazzo; 
e per edificare una casa per l'auditore camerale 
conte Vincenzo Derege di Lignana; e nacque loro 
il pensiero che quel sito sarebbe stato opportunis- 
simo per la fabbrica del loro convento. Chiamavasi 
il sindaco il P. Ignazio Maria di San Giuseppe, e 
nella mente di lui s'abbarbicò tanto tenacemente 
questo pensiero , che , sebbene dapprincipio ripu- 
gnassero i superiori per le tante difficoltà che vi 
scorgeano, ei tutte agevolmente risolvendole, mostrò 
non solo possibile, ma piana l' esecuzione del suo 
disegno. 

Al conte di Paesana gradirebbe assai la vicinanza 
d'una chiesa, da cui crescerebbe valore al suo pa- 
lazzo. 11 conte di Lignana sarebbe similmente dal 



224 LIBRO SECONDO 

medesimo rispetto consigliato a fabbricare in alcun 
altro de' tanti siti ancor vacui. 11 Re alienerebbe 
volontieri ai padri il rimanente spazio di quell'isola, 
e forse lo donerebbe. Sopperirebbero all'ingente 
spesa il picciolo fondo che si aveva in cassa di L. 4500; 
la vendita del convento vecchio; il prezzo d'una 
gran quantità di piante dei boschi posseduti sulle 
fini di Carmagnola e di Carignano; la borsa comune 
della provincia. Infine confidava ne' benefattori (2). 

Svolse tutte le volontà a sua posta, e prima quella 
del vicario provinciale P. Francesco Maria Trotta, 
che fu gran promotore della traslazione (5). 

Incontraronsi e a Torino ed a Roma non poche 
difficolta, ma tutte furono agevolmente superate. 
Mancò peraltro il concorso d'insigni benefattori; e 
quando il padre Trotta andò a far riverenza a Vit- 
torio Amedeo il, ad informarlo del disegno che s'era 
concepito, a supplicarlo del suo R. assenso, ed in- 
sieme di qualche carila nella vendita del sito; il 
re sorrise, e dopo d'essersi informato curiosamente 
del modo con cui pensavano di sopperire alla spesa, 
domandò al P. Vicario se più grato a Dio sia il far 
limosina o il pagar i debiti; ed avuta risposta: che 
il pagar i debiti; soggiunse, e 'perciò non posso donare 
il valore del sito, ma vi permetto la traslazione. 

A' 20 di luglio del 1718 i Carmelitani acquista- 
rono il terreno, ed in quel giorno medesimo fecero 
incominciar gli scavi. 



capo sesto 225 

In maggio deiranno seguente pose la prima pietra 
Enrichetta Maria di Rossillon, contessa di Scarna- 
fìggi, il cui nome s'incontra in più d'una egregia 
beneficenza nelle memorie delle chiese torinesi (4). 

11 nobile convento fu edificato sui disegni dell' 
architetto Gian Giacomo Planteri. 11 19 di marzo del 
1729 si benediva l'oratorio privato apparecchialo in 
esso convento, da ufficiarsi fintantoché fosse costrutta 
la chiesa, ed i padri abbandonavano Santa Maria, 
seco portando ogni menoma cosa, e perfino le ossa 
de' loro predecessori. 

Poiché i Carmelitani ebbero fatto passaggio al 
nuovo convento (5), furono solleciti d'avvisar al modo 
di costrurre la chiesa. 11 primo architetto che allora 
fiorisse in Italia era ai servigi del re di Sardegna. 
Chiamavasi D. Filippo Juvara. Nato d'antica ma po- 
vera famiglia in Messina, avea studiato a Roma sotto 
al Fontana. Quando Vittorio Amedeo n andò in Si- 
cilia a pigliar la corona, don Domenico d'Aguirre 
gli raccomandò il giovine architetto, che pel suo 
misero stato non avea potuto fino a quel tempo far 
edilìzi se non in carta. Il re, a cui un suo naturale sa- 
gacissimo istinto rivelava i grand'uomini, veduto il di- 
segno d'un palazzo reale di man del Juvara, lo nominò 
immediatamente suo primo architetto, e lo condusse 
a Torino, dove edificò la facciata della chiesa delle 
Carmelite, quella del palazzo di Madama, la basi- 
lica di Soperga, la cappella di corte, la galleria, 

Voi. II 29 



220 LIBRO SKCONDO 

la scuderia, l'armeria alla Veneria Reale; la scala 
interiore nel palazzo del re di Torino, quella cioè 
che chiamano delle cesoie: infine la più bella delle 
opere di Juvara, compiuta dopo la sua morte, è il 
real castello di Stupinigi. 

A questo architetto pertanto si rivolsero i Carme- 
litani, ed egli fece loro il disegno d'una chiesa con 
molte cappelle, tutta fuori dello stile usato, che 
sebbene alquanto ammanierata, non tralasciava d'a- 
vere molta vaghezza. 

In principio di maggio del 1732 il provinciale 
portò a Carlo Emmanuele ni il disegno della chiesa, 
e lo pregò di voler porre la prima pietra. 11 re 
commendò molto il disegno, si scusò circa al porre 
la prima pietra, e disse che dovendo passare qual- 
che giorno alla Veneria, non volea rilardare la ce- 
rimonia per cui tutto già era apparecchiato; ma per- 
mise che sulla pietra si scolpisse il suo nome come 
se fosse presente. 

Questa prima pietra fu collocata solennemente 
addì 13 di maggio da monsignor Giambatista Lo- 
mellini vescovo di Saluzzo. Nondimeno l'iscrizione 
dice così : 



ECCLESIAE B. MARIAE VIRG. DE CARMELO 

PRIMVM LAPIDEM 

CAROLVS EMM. REX SARI). 

XIII IVI Ali MDCCXXXII. 



CAPO SESTO 227 

Non so se a caso od a disegno venne dimenticato 
il posuit. 

In men di ire anni venne terminala la chiesa 
a sole spese della provincia carmelitana. E tosto 
la medesima si parò a lutto e suonò di funebri preci 
a significazione di gratitudine per l'estinto suo 
architetto Juvara. 

Sebbene questi godesse in Torino ricche provvi- 
sioni e la badia di Selve, e fosse piuttosto sottil 
nella spesa, dimodoché nulla qui gli mancasse, ne 
dignità, ne stima, nò danari, la sua fama era tanto 
cresciuta, che il re non potea dispensarsi di cedere 
alle molte richieste che da altre potenze glie ne 
venivano fatte, onde frequenti erano i suoi viaggi 
ora dentro l'Italia ora fuori. A Roma fu adoperato 
per la canonica e per la sagrestia di San Pietro; 
a Lisbona die il disegno della chiesa patriarcale e 
del palazzo regio, ed ebbe splendida rimunerazione, 
l'ordine di Cristo, una croce in diamanti ed una 
pensione di mille scudi. Il palazzo reale di Madrid 
essendo stato consumato dalle fiamme, egli fu chia- 
mato a ricostrurne un altro, e là morì il 1° di feb- 
braio del 1736 d'anni 50, mentre era domandato 
dall'imperatore, dal re di Francia e dal gran mae- 
stro di Malta. 

1 Carmelitani riconoscenti gli celebrarono il 10 
di marzo solenni esequie nella novella loro chiesa. 

Nò solo all'architetto, ma eziandio al capomastro 



22<S LIBRO SECONDO 

dei muratori che regolò l'esecuzione di tutti i la- 
vori della chiesa, diedero i Carmelitani segni di 
gratitudine. Egli si portò così bene, dicono le me- 
morie del convento, che non si sarebbe potuto aspet- 
tar di più da wi religioso. Epperò gli diedero let- 
tere di fratellanza, e partecipazion di tutti i beni 
spirituali fino alla quarta generazione, assicurandogli 
solenni gratuiti suffragi dopo morte. Questa fenice 
de' mastri muratori che, finita la chiesa, non si fab- 
bricò un palazzo, contentandosi del testimonio della 
buona coscienza, si chiamava Giacomo Pella. E de- 
gno d'onore, ed io gli rendo onore. 

A' 26 di maggio monsignor Francesco Arborio 
di Gattinara, arcivescovo di Torino, procedette a 
consecrar questa chiesa. 

Frattanto il provinciale de' Carmelitani , senza 
partecipazione de' suoi frati, era andato al re, e lo 
avea pregato d' accettar la novella chiesa per chiesa 
reale, e di permettere che fosse dedicata al beato 
Amedeo di Savoia. Egli ne sperò forse qualche eroica 
generosità. Ma Carlo Emmanuele era buon massaio; 
accettò l'offerta, e promise di costrurre l'aitar mag- 
giore ed abbellir la facciata. 

In quanto all'aitar maggiore, diciannove anni dopo, 
e così nel 1755, il cav. Claudio Beaumont cominciò 
il gran quadro della Madonna del Carmine e del 
beato Amedeo, che venne poi collocato a suo luogo 
il 5 marzo 1760. 



CAPO SESTO 229 

Nel 1762 si pose mano alla fabbrica dell' altare, 
che ai 27 marzo 1765 si cominciò ad uffiziare. 

Ma in quanto all'abbellir la facciata, essa è di 
quella bellezza che tutti vedono, e che può conve- 
nire a qualunque de' più meschini edilìzi privati, ed 
il re si contentò di far dipingere l'imagine del beato 
Amedeo sopra la porta. 

In aprile del 1737 Torino si vestì a festa per 
l'arrivo d'Elisabetta di Lorena, sposa del re (6). Tra i 
personaggi notabili che vennero in queir occasione a 
Torino, fu il P. Zucchi olivetano, celebre improvvi- 
satore, il quale pigliò stanza nel convento del Car- 
mine. A' 2 di maggio improvvisò a corte su tre sog- 
getti propostigli dal duca di Savoia. Se sia più lau- 
devole la fortezza nel combattere o la fortezza nel 
soffrire. Se in Alessandro avessero predominio i vizii 
o le virtù. La teoria de' colori. 

AH 1 indomani improvvisò con inestimabil concorso 
di gente nella chiesa del Carmine. Stava egli sopra 
una cattedra addobbata, posta presso la balaustra 
della terza cappella a destra entrando; e trattò di 
nuovo tre argomenti che gli furon proposti. 

La proposta si faceva con un sonetto, a cui rispon- 
deva immediatamente con un altro sonetto sulle me- 
desime rime. Poi, accompagnandosi col violino, e 
cantando, trattava più distesamente il soggetto che 
gli era stato prescritto. 

11 primo argomento non era per nulla poetico. 



250 LIBRO SECONDO 

Come Dio sia trino ed uno. Ma egli era dotto teo- 
logo, e disse cose mirabili con universale stupore, 
conchiudendo con un' ode latina in onore della San- 
tissima Trinità. 

Il secondo argomento era : come si viva senza 
cibo né bevanda. Ed egli prudentemente rispose : 
non doversi di leggieri prestar fede a questo feno- 
meno; ma darsi in condizioni naturali, senza mira- 
colo: e fece allusione ad una monaca di Santa Chiara 
di Chieri, di casa Zappata di Poirino, che da molti 
anni non pigliava ne cibo ne bevanda fuorché il 
sacro pane Eucaristico , e che perciò si chiamava la 
Santa di Chieri, 

Era il terzo argomento: come si giunga a poetare 
all'improvviso. 11 P. Zucchi ebbe campo di lodare i 
più celebri improvvisatori che allora viveano, e così 
la signora Manzoni di Milano, il cav. Perfetti e varii 
altri. Rammentò eziandio, da quell'ospite riconoscente 
ch'egli era, la raccolta di sonetti del P. Teobaldo 
Ceva, Carmelitano, e conchiuse con un brioso epilogo 
dei tre argomenti trattati. 

Questo padre Teobaldo Ceva, autore d'una rac- 
colta di sonetti, alla quale aggiunse i proprii com- 
menti, è famoso per le sue contese letterarie col 
D. r Biagio Schiavo. Assalito da lui con critiche spesso 
fondate , ma sempre pungenti , si difese con altret- 
tanta acrimonia, come appare anche dal solo titolo 
d' una sua risposta : Lo schiavo ridotto alla catena. 



CAPO SESTO 251 

Egli era del rimanente uomo colto, predicatore egre- 
gio e di tratto soave. Morì addì 8 d'ottobre del 
1746 nel convento di Cherasco, di cui era priore, 
in età d'anni 50. 

Del rimanente è noto, come i conventi ed i mo- 
nasteri raccettassero sovente, sotto la tonaca e la 
cocolla religiosa, artisti di molto pregio. 

L' undici marzo 1736 moriva tra i Carmelitani 
del convento d'Asti, fra Francesco della Croce, di 
casa Pasterio di Biella, valente scultore. Nel con- 
vento di Torino vivea il P. Arcangelo Ponzio da Ma- 
cello, organista, insigne per la rapidità della mano, 
la maestria e la bizzarria delle suonate, sicché molti 
venivano in chiesa sol per udirlo. Morì il 27 gennaio 
del 1745. 

Era nello slesso convento fra Giambatista Bonetta 
di Carignano, scultore di qualche pregio, di cui 
sono le alzate degli organi della chiesa di Torino 
e d'Asti. 

Infine fra Amedeo Rosso di Gassino, morto nel 
1782, componeva l'acqua medicinale del Carmine 
che aveva acquistata gran fama (7), 

A' 23 di gennaio del 1741 giunse al convento del 
Carmine e vi pigliò stanza, in seguito a lettere del 
padre generale Ricchiuli, uno dei principi del Li- 
bano, Giuseppe Serhan di Abunaufel Nader, della 
stirpe Gazena, con due servitori ed un cappellano 
dell'ordine di Malta che gli serviva d'interprete. 



252 LIBRO SECONDO 

Allora, come adesso, i cristiani del Libano lagna- 
vansi d'ingiusta oppressione e cercavan soccorso. 
Allora, come adesso, i potentati dell'occidente erano 
tepidi nel compassionarli, deboli nelP aiutarli. 

Il principe di cui parliamo avea calde racco- 
mandazioni del papa pel gran duca di Toscana e 
pel re di Sardegna: e del padre Francesco Retz, 
preposito generale de' Gesuiti pel padre Ignazio 
Choller, confessore dell'imperatore, e pel padre 
Claudio Bertrando de Linyeres, confessore del re 
di Francia. 

Rimase ventisette giorni a Torino. Ebbe liete ac- 
coglienze e circa sei mila franchi d'aiuto dal re; ed 
avendo mostrato desiderio della croce de' Ss. Mau- 
rizio e Lazzaro, Carlo Emmanuele ne lo compiacque 
dispensandolo dalle prove. 

Undici anni dopò , ebbe il convento del Carmine 
un altr' ospite più illustre al cospetto di Dio; e fu 
don Pietro Riperti, già Rettore dello spedale d'Asti, 
chiamato dal cardinal delle Lanze ond' esserne assi- 
stito nell'amministrazione della badia di San Beni- 
gno. Era uno di quegli uomini che sembrano natu- 
rati a non far altro che bene, che campano dell'opere 
di carità che fanno; a cui la carità esercitata, tien 
luogo di sonno, di riposo , di sollazzo, e fino a un 
certo segno, d'abiti e di cibo. 

Dalla prima luce fino a notte inoltrata, dopo 1 
primi doveri sacerdotali, egli spendeva tutte le ore 



CAPO SESTO 235 

in assistere infermi, moribondi, carcerati; in soc- 
correr poveri, in ammaestrar ragazzi. 11 re lo chia- 
mava spesso, e udiva con gran contento le sue esor- 
tazioni fatte con santa e soave semplicità, e leggeva 
i libri divoti che don Riperti gli andava porgendo. 

In febbraio del 1755 incontrandosi a San Benigno 
in un povero seminudo, spogliossi delle vesti inte- 
riori per rivestirne il mendico; e continuando il cam- 
mino, fu preso dal freddo, in guisa che, poco tempo 
dopo, si pose a letto aggravato dal male. Appena 
il cardinale ne fu informato, mandò la sua carrozza 
a pigliarlo, e non avendo luogo appropriato nel suo 
palazzo, lo fé' condurre al convento del Carmine, 
dove ogni giorno ed anche due volte al giorno egli 
ed il primo presidente del Senato conte Caissotti 
si recavano a visitarlo. Venne il 2 di marzo, e tro- 
vatolo morto, uscì lagrimando, e mandò poco stante 
la celebre Clementina a farne il ritratto. Fu sepolto 
nella chiesa del Carmine. 

Questo cardinale Vittorio Amedeo delle Lanze è 
tal uomo da meritare qualche special memoria. 

Era egli, prima della sua promozione alla sagra 
porpora seguita in marzo del 1746, abate commen- 
datario di San Giusto di Susa. E da vero sacerdote che 
tutte le funzioni del sacro suo ministero dee reputar 
ugualmente preziose, pi^no la mente d'umiltà, ac- 
ceso il cuore di zelo pel bene del prossimo, adem- 
pieva tutti gli uffizi di vicecurato a San Dalmazzo, 
pòi. ii so 



234 LIBRO SECONDO 

udiva le confessioni, portava il viatico agli ammalali, 
assisteva le notti intere ai moribondi; era instan- 
cabile nel consolar gli afflitti, consigliar i dubbiosi, 
soccorrere i poveri. 11 papa, nel dargli il cappello, 
gli raccomandò solamente di perseverare nelle anti- 
che virtù. Era di bello e degno sembiante, e d'inesti- 
mabile dignità nel compiere i sacri riti. Dopo d'aver 
raccolto l'ultimo spirito di Carlo Emanuele in il 20 
febbraio 1773, recossi presso al successore e rinun- 
ziò le cariche di grande elemosiniere e di cappellano 
maggiore, dicendogli che voleva d'allora in poi at- 
tendere unicamente alla propria santificazione. Co- 
minciava così quel regno con non felici auspizi, colla 
dimession volontaria del cardinal delle Lanze, colla 
dimession data al conte Bogino. 

11 convento del Carmine componevasi di oltre a 
venti sacerdoti, senza contare i novizi ed i laici. 

La teologia che vi si insegnava era quella del 
gesuita Molina, noto per le controversie cui die luogo 
la sua dottrina sull' efficacia della grazia, discorde 
da quella del gran dottor S. Tommaso. La teoria del 
Molina ora abbandonata, o per lo meno modificata 
dalla stessa Compagnia di Gesù era allora vivamente 
anzi acremente da' suoi fautori sostenuta e difesa. 

E per ossequio a quell' alta mente che fu S. Tom- 
maso , e per mantenere l'unita delle dottrine, i 
nostri principi avevano provveduto saviamente per- 
chè le università dello Slato a quella unicamente 
s' attenessero. 



CAPO SESTO 235 

Nel 1755 T insegnamento della teologia moliniana, 
che forse era ristretto a qualche provincia dell'or- 
dine, increbbe al generale de' Carmelitani Ponlalti, 
il quale fé* prova di molto senno scrivendo al re di 
Sardegna: prescrivesse ai Carmelitani del regno di 
uniformarsi alle dottrine dell'università, insegnando 
la teologia di S. Tommaso. Ma in queste materie 
non s'incontra quasi mai agevolezza o docilità. La 
provincia carmelitana fece varie rimostranze e non 
obbedì. Sicché il Pontalti fu costretto a mandarne 
quattr'anni dopo precetto d'obbedienza a pena di 
privazion d'officio. Allora finalmente obbedirono. 

Se mai vi fu tempo nel quale i regolari doves- 
sero studiar attentamente ogni loro azione , ogni 
passo, ogni detto, e mostrarsi tutti consenzienti in 
unità di dottrine, quello era certamente il secolo xvm, 
in cui molto scaduti nella pubblica opinione, com- 
battuti, insidiati da tanti nemici, pochi di buona, 
molti di mala fede , vedeansi di giorno in giorno 
grandemente pericolare. 



& 



l^- 



Pure Iddio permise che molti ordini dessero spet- 
tacolo di scandalose dissensioni, e d' intestine di- 
scordie. 

Anche gli Agostiniani si misero in capo di dettar 
una teologia che fosse loro propria, e fondata unica- 
mente sulle opere del gran Dottore da cui pigliano 
il nome. Cominciò questa novità a Murcia in Ispagna. 
1 Domenicani levarono gran rumore, dicendo: le 



25G LIBRO SECONDO 

dottrine di Sant'Agostino da niuno essere state me- 
glio spiegate, fuorché da S. Tommaso. Augustinus 
eget Thoma interprete. 

Il seguitar troppo da vicino la lettera di qualche 
opera di Sant'Agostino, essere stato causa degli 
errori di Giansenio. 

La contesa si fece grave, s'invelenì e n'uscì un 
diluvio di scritture dall'una parte e dall'altra. Più 
giocondo spettacolo non si poteva apprestare all'em- 
pia scuola degli enciclopedisti. Ma sia lode a Dio. I 
regolari che adesso fioriscono fanno prova di mag- 
giore prudenza; e ne anche allora tutti i regolari 
parteciparono a siffatto disordine. V hanno pure 
alcuni ordini che attesero costantemente ai fini del 
loro santo instituto senza deviare in dispute, per 
lo meno oziose. Nominiamo in segno d'onore, fra gli 
altri, i Padri della Missione ed i Barnabiti. 

Nel giorno del Corpo del Signore i Carmelitani 
aveano il privilegio di dar la benedizione sub trì- 
plici signo come i vescovi. V'era poi nella chiesa di 
cui parliamo una special divozione a S ta Maria 
Maddalena de' Pazzi, monaca fiorentina del loro in- 
stituto, il cui velo portavano frequentemente agli 
infermi pericolosi, essendo opinione popolare che 
dopo la benedizione data con quel velo, la malattia 
volga rapidamente al suo termine, o lieto o tristo, 
secondochè è scritto in cielo. 

Nel 1775 il convento del Carmine fu rallegrato 



CAPO SESTO 237 

dall'arrivo del generale dell'ordine padre Ximenes. 
Viaggiava con grandigia spagnolesca, con un came- 
riere innanzi a cavallo, a guisa di corriere, ed in un 
carrozzone tirato da sei mule cariche di sonagli, 
che faceano un tintinnio continuo inestimabile. 

Nel 1783, con Breve di Pio vi, vennero abolite 
tutte le riforme dell'ordine Carmelitano, e si pre- 
scrisse a tutte le province del medesimo l'osservanza 
delle antiche costituzioni. 

La provincia riformata del Piemonte che si com- 
poneva di dodici conventi , venne cresciuta d' altri 
otto non riformati. 

Negli ultimi cinquantanni di sua esistenza non 
tralasciò di brillare di molta luce il convento dei 
Carmelitani. 

11 padre Cirillo De Gubernatis, d'Asti, confessore 
del conte Bogino, morto in aprile del 1759, reputa- 
vasi uomo di gran mente, gran facondia, gran de- 
strezza, gran dottrina e gran virtù. 

11 padre Paolo Maria Hintz, d'anni 32, fu nomi- 
nato nel 1764 professore di sagra scrittura nella 
università di Cagliari. 

In dicembre del 1776 cominciò a radunarsi in 
Torino, ne' mesi d'inverno, nella casa del conte Bava 
di San Paolo, una conversazione letteraria di cui fe- 
cero parte i più eletti e più studiosi ingegni che 
allora fiorissero; il conte di San Raffaele, il conte 
Giuseppe San Martino della Motta, il marchese 



258 LIBRO SECONDO 

Ottavio Falletli di Barolo, il Beccaria, l'Ansaldi, il 
Denina, il Durando, il Napione, il Rosasco, Bossi, 
Pecheux, Morardi, Vittorio Alfieri, monsignor della 
Torre ed altri assai. Questa società levò anche presso 
gli stranieri nobil fama di sé, e molto influì a man- 
tenere e crescere in Piemonte l'amore degli studi, 
e massime quelli di Storia patria; come ne fan fede 
1 Piemontesi illustri e le altre opere da'suoi socii pub- 
blicate. A quest'assemblea fu aggregato nel 1783 
il padre Carlo Giuseppe Alleati, Carmelitano, il 
quale, eletto poi professore di filosofìa in Asti, vi 
fondò sul finir dello scorso secolo un'accademia; 
più tardi fu professore di teologia morale nella nostra 
Università, e morì nel 1816 (8). 

Il padre Eustachio Delfìni, cappellano del vascello 
il Vendicatore nella gloriosa spedizione del balio 
di Suffren, pubblicò una relazione del suo viaggio. 

Il padre M. Pietro Reyneri, morto nel 1788, pub- 
blicò un'opera di quattro volumi, col titolo: II vero 
cristiano erudito. Ma vinse la fama di tutti il padre 
Evasio Leone da Casale, il quale nel 1788, in età 
di ventiquattr'anni, avea già acquistato nome d'ele- 
gante verseggiatore colla versione della Cantica di 
Salomone, e andava giornalmente segnalandosi sui 
sacri pergami come predicatore (9). Egli avea pre- 
parato altresì un' opera poetica sulla storia della 
Monarchia di Savoia, assai ben fatta, ma i politici 
rivolgimenti lo impedirono di pubblicarla. 



CAPO SESTO 259 

Espulsi dalla rivoluzione i Carmelitani, fu stabi- 
lito nel loro convento uno dei due collegi urbani, 
e la generazione a cui appartengo s'educò tutta in 
quelle scuole, o in quelle di San Francesco di Paola. 

Qualche anno dopo la restaurazione della monar- 
chia di Savoia, vi fu allogato il collegio de' Nobili 
affidato alia vigile cura de'padri della Compagnia di 
Gesù. 

L' architettura della chiesa del Carmine, un po' 
bizzarra, come s'è detto, e tutta fuori dell'ordi- 
nario, non tralascia d'esser piacente. 

In essa chiesa non mancano neppure dipinti di 
qualche pregio. La gran tavola dietro l'aitar mag- 
giore in cui si vede in alto la Madonna del Carmine, 
nel piano inferiore il beato Amedeo di Savoia che 
fa limosina con molte altre figure, è, come già si 
notò, opera del cavaliere Claudio Francesco Beau- 
mont, capo della scuola torinese di pittura, morto 
addì 20 giugno del 1760 in età d'anni 72 (10). 

Le scolture in legno sono di Stefano Maria Cle- 
mente, a cui appartengono anche i puttini e lo stem- 
ma de' marchesi di Priero nella cappella della Con- 
cezione; e nel Battistero, il battesimo di Cristo ed 
il Padre Eterno, di mezzo rilievo , due Virtù e due 
puttini di tutto tondo. 

Allato all'aitar maggiore si porranno due porte 
donate nel secolo xvn al monastero dell'Annunziala 
da Madama Reale Cristina, ed ora dalla pietà del re 



240 LIBRO SECONDO 

Carlo Alberto concedute ad uso di questa chiesa. 
Sono squisitamente intagliate, ornate de' nodi di 
Savoia e de' fiordalisi, e in mezzo v' è raffigurato il 
gran mistero dell' Annunziazione di Maria. 

Abbiam detto che ¥ aitar maggiore è stato co- 
strutto nel 1762 dal re Carlo Emmanuele in. 

Otto anni dopo, essendo lo stesso principe 
venuto a visitar la chiesa, non fu contento della forma 
data al tempietto che levavasi sopra il tabernacolo, 
e lo fece rifare sul disegno del conte Birago di Bor- 



garo 



Il gran quadro della Concezione rappresentala Vi- 
sione del santo profeta Elia descritta al libro in dei 
Re, capo xvm ; vedesi la Vergine sulle nubi ; al piano 
il profeta Elia da un lato, il coechio d'Acabbo dal- 
l'altro. Fu lavorato in Roma nel 1740, e costò 100 
doppie di Savoia. È opera di Corrado Giaquinto di 
Molfetta discepolo del Solimene e del Conca, egregio 
coloritore, ma ammanierato e mediocre disegnatore, 
il quale ebbe tuttavia gran fama, e dipinse molto 
e in molti luoghi, e fra gli altri i freschi del palazzo 
reale di Madrid; nel quale l'affresco che rappresenta 
la Religione e la Chiesa è opera di gran bravura e 
molto lodata da quell'avaro lodatore del Mengs. 

È noto che i Carmelitani riferivano l'origine del 
loro instituto al profeta Elia; con qualche argomento 
di probabilità, se si restringe la cosa ad una suc- 
cession di romiti che abitassero il monte Carmelo 



CAPO SESTO 241 

vicino alla caverna ove si dice sepolto il profeta; 
con favola manifesta, se s'intende parlare d'una vera 
corporazion religiosa. Il fatto è, che il tempo e la 
carta sprecata nelP affermare e nel negare, nell' as- 
salire e nel difendersi , avrebbe potuto consecrarsi 
a miglior uso. 

La cappella di cui parliamo è stata fondata da Er- 
cole Giuseppe Ludovico Turinetti, marchese di Priero, 
che fu ministro di Vittorio Amedeo 11 in Inghilterra, e 
che a molto maggior fortuna salì poi al servizio degli 
imperadori Leopoldo u e Carlo vi, essendo stato in- 
nalzato al grado di consigliere intimo, di grande di 
Spagna di prima classe, di cavaliere del Toson d'oro 
ed essendogli stata procurato, non senza qualche 
difficolta, anche il collare dell'ordine dell'Annunziata. 
Giovanni Antonio Turinetti, marchese di Priero, fi- 
gliuolo di lui che fu generale d'artiglieria sotto Maria 
Teresa, ed anche ministro di quella principessa in 
Isvizzera, ha compiuto nel 1744 questa cappella or- 
dinata per testamento del padre, come si raccoglie 
dall'iscrizione. 

Allato a questa cappella si vede quella della Ma- 
donna del Carmine, il cui altare dovea formarsi nel 
1773 dalla compagnia dell'Abitino, ma con certe 
condizioni che al convento parver gravose. Onde i 
Carmelitani lo fecero costrurre a proprie spese sui 
disegni dell'architetto Feroggio, che non li con- 
tentava appieno, dice il Diario, ma che pur fecero 

Voi. II 31 



242 LIBRO SECONDO 

eseguire, perchè Feroggio prometteva di far donare i 
marmi dal re, come poi fece. Dapprima vi si pose 
un quadro, ma nel 1782 vi fu surrogata una statua 
di carta pesta del Dugué (11). 

La cappella di S ta Maria Maddalena de' Pazzi fu 
eretta nel 1735-36 da Baldassarre conte Saluzzo di 
Paesana. 

Quella di Sant'Anna era stata fondata dai Ripa 
a S ta Maria di Piazza, e fu rifondata in questa chiesa. 

I Ripa, d'origine Monferrina, vennero a stabilirsi in 
Torino ai tempi di Carlo in; Agostino Ripa, segre- 
tario di Carlo Emmanuele i nel 1589, poi consi- 
gliere di Stato e segretario de'comandamenti, delle 
finanze e dell'ordine dell' Annunziala, fatto conte 
di Giaglione nel 1594, alzò la fortuna di quella casa. 

II marchese Ripa di Meana pose nel 1725 un monu- 
mento a tutti i suoi antenati nella cappella di suo 
patronato a S ta Maria, e la trasportò quindi nella 
nuova chiesa del Carmine (12). 

Una iscrizione posta sull'organo rammenta essere 
stato fabbricato nel 1738 da Giuseppe Calandra di 
Torino; comporsi di 1840 canne; avervi un organo 
minore che serve d'eco. 

1 sotterranei sono chiari e belli. Vi sono sepolti 
varii collaterali e mastri auditori. E vi giace pure 
D. Francesco Melonda, sardo, che essendo giudice 
della R. Udienza, fu chiamato da Vittorio Amedeo n 
a professore di leggi nella restaurata università di 



CAPO SESTO 245 

Torino, e morì presidente in Senato il 24 d'ottobre 
1742. 

In un sotterraneo inferiore sotto al coro dormono 
i padri Carmelitani, e con essi l'Alloati da noi già 
citato. Le ossa degli antichi Carmelitani già sepolti 
a S ta Maria di Piazza, vennero collocate in un 
solo monumento con questa iscrizione: 



ANTERIORVM CARMELITARVM TAM AR ANNO 1544 
VSQVE AD ANNVM 1728 IN ECCLESIA S. MAR1AE DE PLATEA 
ANT1QVI CONVENTVS QVAM AB ANNO 1729 VSQVE AD ANNVM 
1738 {dopo la traslazione ma primachè fosse ultimata la chiesa) 
IN ORATORIO HVIVS SEPVLTORVM OSSA HVC TRANSLATA 1A- 
CENT COMM1XTA VRI HINC INDE POSTERIORVM CORPORA AB 
ANNO 1736 ET DE1NCEPS SEORSVM TVMVLATA QVIESCVNT. 



11 primo di questi sotterranei servì assai tempo 
di cappella ai soldati acquartierati nelle vicine ca- 
serme. I morti del vicino spedai militare vi riceve- 
vano sepoltura. 

Il magistrato della Regia Camera de' conti assiste 
in questa chiesa ad ufficio solenne il dì del beato 
Amedeo, ed è dal clero e dal parroco accompagnato 
processionalmente alla visita della cappella del beato 
in S. Domenico. 

Prima della rivoluzione adempivano l' ufficio di 
cappellani del magistrato i RR. padri Carmelitani, 
fin da quando abitavano ancora il convento di S ta Maria 



%AA LIBRO SECONDO 

di Piazza, anzi poco tempo dopoché vi furono sta- 
biliti nel 1544, essendo allora stati deputati cap- 
pellani del Parlamento e della Camera de' Conti del 
re di Francia. 

In casa Cotti, in faccia alla chiesa del Carmine, 
morì il 20 febbraio 1740 il gran cancelliere mar- 
chese Zoppi. 

Scendendo la via del Carmine s'entra nella piazza 
Susina che dal palazzo de'conti Saluzzo di Paesana 
si chiama volgarmente piazza Paesana. Cola s'atten- 
dano i ferravecchi, qua i rigattieri ambulanti e qua 
i lavoratori di campagna aspettano chi li conduca. 

Questa piazza di sufficiente ampiezza e regolarità 
desidera una bella fontana a comodo pubblico e ad 
ornamento d'una capitale scarsa molto di simili 
monumenti. 

11 magnifico palazzo de'conti Paesana occupa tutta 
l'isola di S. Chiaffredo, ed è slato innalzato sui di- 
segni del Planteri. Sono da vedersi il vestibolo, i 
due scaloni ed il cortile d'onore, il più vasto che 
sia in Torino. 

Sull'altro lato della piazza è il palazzo de'conti 
Martini di Cigala, struttura piccola ma assai bella 
attribuita al Juvara. Quest'architetto fece poche case 
private, perchè dava piuttosto nel grande; ed i suoi 
concetti convenivan meglio all'erario d'un principe 
che alle borse d'un capo di famiglia, massaio del- 
l' aver suo. 



CAPO SESTO 245 

Procedendo innanzi, prima di giungere al sito 
dove il fianco del palazzo de' marchesi di Barolo ri- 
stringe sformatamente la strada che così bella movea 
dalla piazza de'quartieri, vedesi dal medesimo lato 
un casamento che altre volte apparteneva all'antica 
schiatta dei conti Orsini, signori di Rivalta, d'Or- 
bassano e d 1 altre terre. Passato quel valico, levasi 
a sinistra la bella mole del palazzo de' magistrati 
supremi del Senato e della Regia Camera, sul frontone 
della quale è scritto impropriamente Curia Maxima. 

A' tempi d'Emmanuele Filiberto il Senato e la Ca- 
mera risedettero alcun tempo in quell'ala del palazzo 
ducale, che il maresciallo di Bordigliene avea fabbri- 
cata verso levante, durante l'occupazione francese, e 
che si chiamò paradiso] ma sul finire dello stesso se- 
colo avea già il Senato la sua residenza nell'isola in 
cui è di presente ed a cui dava il nome ; ivi era anche 
la Camera. Nel 1671 Carlo Emmanuele n volendo 
per servizio e decoro della giustizia ridurre in mi- 
glior forma le habitationi de' magistrati e delle car- 
ceri^ e volendo che si cominci da queste come quelle 
che ne hanno maggior bisogno , per sicurezza de r 
carcerati e comoda loro habitazione^ ordinò l'acqui- 
sto di varie case private (13), e alzò, col disegno 
del conte Amedeo di Castellamonte, la fabbrica che 
ancora si vede, anche esteriormente ordinata a fin 
d'atterrire. Ma al palazzo de' Magistrati non si pose 
mano. 



246 LIBRO SECONDO 

Nel 1600 i due magistrati furono trasferiti nel pa- 
lagio che una volta apparteneva a monsignor di Rac- 
conigi. 

Vittorio Amedeo n volendo che i supremi ammini- 
stratori della giustizia avesser degna sede, commise 
al Juvara la formazion d'un progetto, per cui la metà 
dell'isolato non consecrata alle carceri si convertisse 
in un maestoso palagio destinato a quest'uso. L'ap- 
palto dei lavori fu pubblicato il 18 maggio 1720. 
Giacomo Bello ne fu deliberatario. Si cominciò a mu- 
rare e si terminò l'ala di levante. Ma in parte le 
guerre, in parte la trascuratezza de' ministri regi, 
fecero interromper l'opera, e intanto a mala pena 
nel fabbricato già eretto, poteva allogarsi il magi- 
strato della Regia Camera col suo copioso ed impor- 
tante archivio. 

Nel 1748 Carlo Emmanuele hi spedito da' suoi 
guerrieri trionfi, più sanamente imaginava che le 
carceri dovessero esser tolte da quel sito centrale e 
trasferite in un angolo della città (via de'Fornelletti), 
e che l'intero isolato, mutato in pubblico edilìzio, rac- 
cogliesse tutti i magistrati e tribunali della capitale. 
Il conte Benedetto Alfieri ne stese uno stupendo 
progetto, sostituendo nella facciata all'ordine dorico 
l'elegante Jonico Scamozziano. Se questo progetto 
fosse stato eseguito, niuna città potrebbe vantare 
ugual monumento, ma i lavori appena cominciali 
furono di nuovo interrotti. 



CAPO SESTO 247 

Altra volta furono ripresi i lavori a' tempi di Vit- 
torio Amedeo ni, e nel 1787 si cominciò la facciata; 
ma di nuovo i casi di guerra e le angustie dell'erario 
ne vietarono il proseguimento, finché il re Carlo Felice 
nel dicembre del 1824 ordinò si continuasse quella 
fabbrica e si conducesse a compimento. Ma solo in 
luglio del 1830 s'approvarono i progetti dell'inge- 
gnere Michela e si stanziarono i fondi necessari. L'è- 
difizio era compiuto nel 1838 (14). In novembre la 
Regia Camera si adunava nella nuova aula a ponente; 
s'adorna la medesima di pilastri d'ordine ionico e 
sotto Timposta di sedici alti rilievi ; dieci sono i meda- 
glioni e vi si raffigurarono con ottimo pensiero dieci 
de' più famosi giureconsulti nazionali; sei rappre- 
sentano genii seduti addossati 1' un all'altro e scri- 
venti. Nella illustrazione che ne fu pubblicata si 
chiamano il genio giureconsulto ed il genio cancelliero. 
Idea piena di novità, non essendosi mai detto od 
imaginato che il genio bazzicasse tra i cancelli degli 
attuarii. 

Il Senato tenne in questo palazzo le sue prime 
sessioni il 6 di marzo 1839. Belle sono tutte le sale 
in cui siedono le classi civili, bellissima, a parer mio, 
quella dell'angolo sud-ovest: graziosa, sebbene un po' 
troppo carica d'ornamenti, è l'aula in cui si raccoglie 
la prima classe civile, adorna di colonne corinzie, 
etra gl'intercolunnii d'emblemi, di religione, di mi- 
lizia, di scienze, di commercio e d n agricoltura; in 



248 LIBRO SECONDO 

questa sala una tavola di straordinaria dimensione del 
cavaliere Giambattista Biscarra, mostra il re Carlo 
Alberto neh 1 ' atto di consegnar il Codice civile ai 
magistrati del Senato e della Camera. Non v'era forse 
soggetto più ribelle che questo ai concetti dell'arte ; 
quella quantità di toghe rosse e nere, d'abiti uniformi 
militari e civili, collocati non secondo il desiderio del- 
l'arte, ma secondo il rigore del cerimoniale, faceva 
grande ostacolo al comporlo e al dipingerlo bene. Si 
aggiunga che le figure doveano, per quanto è possi- 
bile, esser ritratti, o almeno ricordar le fattezze di 
chi s'intendea rappresentare. Molte difficolta superò 
felicemente il Biscarra, il cui gran quadro storico, 
è offerta generosa del chiaro artista, è un servigio 
reso alla patria. L' edificio di cui parliamo, d' un 
aspetto assai maestoso, nobilita, non v'ha dubbio, la 
capitale. Ma ne scema molto il valore il non esser 
condotto che a poco più della meta, l'abbracciarsi 
che fa colle carceri e il travedersi, in mezzo alle 
colonne ed ai pilastri del suo stupendo vestibolo e 
dell'ala sottostante al suo spazioso terrazzo, la torre 
infame della tortura e le camere degli sgherri e le 
inferriate de' carcerati e l'andito della cappella dei 
condannati all'estremo supplizio; chiamato da noi 
confortatorio e altrove cappella dell'anima. 

Continuando la strada che di bel nuovo si fa ir- 
regolare ed angusta, vediamo a manca un avanzo 
di Torino, qual era in gran parte ne' primi anni del 



CAPO SESTO 249 

cinquecento, in que' casolari piccoli, neri, or alti, 
or bassi, con cortili angusti e ballatoi di legno. 

Nel secondo isolato a destra, che appartiene alla 
Città, v'ha la porta che mette nel vasto cortile del 
mercato del butirro che un dì chiamavasi piazza di 
San Benigno, dalla chiesa di questo nome che occu- 
pava, come abbiam detto, il fondo del presente Pa- 
lazzo Civico. Nel lato di meriggio della piazza di 
San Benigno, eranvi nel secolo xvi, gli alberghi del- 
l'Angelo e de'Pesci. 

E qui la via che abbiamo percorsa, sbocca nella 
grande strada d'Italia, accanto alla nuova torre del 
Comune. 



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Vol. Il 32 



NOTE 



(1) In tal anno si è cominciata la fabbrica. V. Soleri, Diario di fatti 
successi in Torino dal 1682 al 1720, ins. della biblioteca di S. M. 

(2) Memorie della fabbrica del nuovo convento del Carmine. Neil' Ar- 
chivio di quella chiesa parrocchiale. 

(31 Nell'appartamento del curato del Carmine vedesi il ritratto di questo 
padre colla seguente iscrizione: 

FRANCISCVS MARIA TROTTA S. T. D. 

EX SECRET. GENER. CARMELITAR. CAENOBIVM 1526 

EXTRA PORTAM MARMOREAM ERECTVM 1544 AD S. 

MARIAE DE PLATEA TRANSLATVM 1718 HVC TRANSFERRI 

CVRAVIT. 

(4) Nella prima pietra era incastrato un piombo coli' iscrizione: 

VBI ANGVSTA ESSE DESIN1T 

TAVRINORVM AVGVSTA HVC IMMIGRAT CARMELVS 

ILLVSTRISSIMA DOMINA ENRIETA MARIA ROSSILION 

DE SCARNAFIXIO PRIMVM MONASTERII LAPIDEM IECIT. 

Conti della fabbrica. Diario primo. 



CAPO SESTO, NOTE 251 

(5) Vi fu costrutto nel 1741 lo scalone sul disegno del conte Giampier 
Alìiaudi Baronis di Tavigliano, architetto, discepolo del Juvara. Egli chia- 
mavasi dapprima Ignazio Agliaudo; ma essendo stato chiamato ad una pri- 
mogenitura di casa Baronis, mutò nome e cognome. V. la Vita eh' egli 
scrisse del suo maestro Juvara. 

(6) Questa buona principessa, pia, affabile, piena di carità verso i poveri, 
morì il 6 luglio 1741. In occasione della visita di condoglienza il re stabilì 
che d'allora in poi non permetterebbe più ai vescovi ed agli abati di ba- 
ciargli la mano. E fu cosa molto ben fatta. 

(7) Liber Diarius secretarvi conventus Carmelitarum Taurini. Nell'ar- 
chivio della parrocchia del Carmine. 

(8) Una parte de' membri della Conversazione letteraria fondò qualche 
anno dopo un' altra società chiamata Filopatria, più specialmente dedicata 
agli studi storici, della quale era zelantissimo promotore il conte Prospero 
Balbo d'illustre e cara memoria. V. Vallauri, Delle società letterarie del 
Piemonte. 

(9) Diario già citato del convento del Carmine. 

(10) Nota a penna del Vernazza alla Nuova Guida di Torino del Derossi, 
del 1781. 

(11) Diario del convento del Carmine, già citato. — Debbo qui contras- 
segnare la mia gratitudine al signor teologo Della Porta, parroco zelantis- 
simo del Carmine, il quale mi ha dato ogni maggior comodità per esaminare 
il copioso archivio degli antichi Carmelitani. 

(12) V. Raccolta d'Iscrizioni patrie, ms. deWArch. di corte, e Galli, 
Cariche del Piemonte, in, 35. 

(13) Biglietto del duca del 9 febbraio di quell'anno. Arch. camerale. — 
Biglietti regi, voi. 34, fol. 54. 

(14) Michela, Descrizione e disegni del palazzo de' Magistrati Supremi 
di Torino. 



*-^^»e> *»-» 



CAPO SETTIMO 



Forzate. — Figlie de' Militari Carceri. Condizione d 5 alcune car- 
ceri di provincia in sul cominciare del secolo xvm. — Palazzo 
Solaro in cui servì Gian Giacomo Rousseau. — Chiesa e convento 
di San Domenico. Breve storia della medesima. — Pitture antiche. 

— Uomini illustri. — Inquisizione. — Valeriano Castiglioni e il 
presidente Benzo. — S. Pietro de curie ducis, ossia del Gallo. — 
Fondazione della confraternita della Trinità pe' pellegrini e con- 
valescenti nel 1577.— Antiche grandezze dell'Osteria di S. Giorgio. 

— Strada dei Maschara.— Palazzo dei marchesi di Spigno. An- 
tico palazzo dei marchesi d' Este. — Torquato Tasso a Torino. 



Ricercando ora da capo la seconda via al nord pa- 
rallela a Dora Grossa osserviam dapprima com'essa 
muti tre volte nome, dicendosi, strada delle .Figlie 
Militari, strada di S. Domenico, strada del Gallo, 
strada del Cappel d" oro , sotto al qual nome finisce 
nella piazza di San Giovanni. Quest'ultima chiama- 
vasi un tempo strada de' Calzolai. 

Movendo, come abbiam fatto per le altre da 



LIBRO SEGONDO, CAPO SETTIMO 255 

ponente, troviamo nel secondo isolato a sinistra la 
prigione delle donne, chiamata le Forzate. 

Era prima un ritiro di donne traviate, fondato nel 
1750 da un benefico cittadino sotto al titolo di S ta 
Maria Maddalena: ora è prigione di donne: ed una 
piissima dama, da noi già lodata, dopo d'averla am- 
pliata e resa più comoda, vi prepara al ravvedimento 
quelle infelici, nelle quali il lume interno della co- 
scienza non è affatto ottenebrato osi può ridestare. 
Subito dopo incontrasi il ritiro delle Figlie de'militari. 

Nel 1764 la compagnia del Santo Sudario instituiva 
nella sua chiesa una regolare istruzion religiosa per 
la milizia ; e gli ecclesiastici che facean parte di quella 
congregazione, rivolgeano speciali cure all' ammae- 
stramento delle giovani figlie de' militari , alcune 
delle quali più abbandonate e più miserabili furono 
ricoverate in una casa presa a pigione. Cristina Enri- 
chetta d'Assia, moglie del principe Luigi di Savoia 
Carignano, favorì grandemente quest'istituto che, a 
richiesta di lei, venne accolto dal re Vittorio Ame- 
deo in sotto alla sua protezione nel 1778. Sono da 
settanta fanciulle, che vengono ammaestrate in 
ogni sorta di lavori donneschi, e ricevono anche 
istruzioni elementari di lettere. Questo ospizio de- 
bolmente provveduto, di cui pochi parlano, a cui 
pochi testatori pensano, è per altro uno di quelli che 
sono degni di favor più speciale. Possano le nostre 
parole procurargli alcuna di quelle segrete rugiade 



254 LIBRO SECONDO 

di beneficenza per cui tanti asili di carità veggonsi 
in un baleno sorgere e fiorire. Qui il celere arricchire 
è senza ingiuria e senza sospetto. 

Dopo questo ritiro nulla troviam di notevole fino 
al quinto isolato. Contiene le carceri senatorie la cui 
forma esteriore, la cui disposizione interna darebbe 
una mentita ai progressi del secolo, se l'augusto Re, 
fautor sollecito de' miglioramenti che predica la ca- 
rità cristiana, non avesse a sì importanti riforme già 
rivolto con effetto le savie sue cure. Non è la sola 
carità legale, è la giustizia, è la morale evangelica 
che vuole una distinzione tra il carcere preventivo 
che è solo a titolo di custodia, ed il carcere succes- 
sivo alla sentenza che è a titolo di pena; che vuol 
separate le categorie de'delinquenti, sia nel carcere 
preventivo, sia. nel carcere penale; che vuol separate 
soprattutto le età, dimodoché gli adolescenti traviati 
non sieno contaminati dal fiato pestifero di chi incallì 
ne' misfatti. De' quali miglioramenti tutti quelli che 
l'ingrata disposizione de' luoghi potea consentire si 
sono di già procurati, gli altri s'otterranno, noi con- 
fidiamo nella provvidenza del Re, senza troppo ri- 
lardo, trasferendosi in edilìzio meglio appropriato 
a queste condizioni i carcerati. 

Chi pon mente alla qualità delle carceri, massime 
provinciali, che ancor si vedeano nel principio del 
secolo scorso, troverà senza dubbio nette, e co- 
mode, e sane quelle di cui parliamo. 



CAPO SETTIMO 255 

Aprivansi esse nel mastio delle fortezze, nelle 
torri , ne' sotterranei , sotto ai fossi dei castelli , e 
portavan nomi che, ora pareano fatti per dileggio 
de' rinchiusi, ora ricordavano la posizione della pri- 
gione, ora P.antica destinazion della stanza. 

Nel castello di Miolans, che fu, come il forte di 
Ceva, prigion di stato a' tempi di Vittorio Amedeo 11, 
due prigioni poste in alto, chiamavansi Paradiso-, 
due altre Speranza, una Tesoro, una Purgatorio. 
Il carcere inferiore umido, Inferno. 

A Miraboc i rei di morte si ponevano in una ci- 
sterna, dove, scriveva il comandante, non panno 
vivere più di 15 giorni ! ! 

Le prigioni del forte di Ceva chiamavansi Sa- 
viezza, Speranza, Costanza, Pazienza e Penitenza. 

A Bard v'era una camera chiamata YOlla, scavata 
nella rócca fatta a guisa di pozzo , dove penetrava 
qualche poco d'acqua ne' tempi piovosi, e con una 
corda oppure scala a mano si calavano i prigionieri. 

Nel castello d'Acqui le carceri avean nomi meno 
agevoli a comprendersi. L'una era detta la Dormia, 
l'altra Scamuzzone. Ma torniamo a più liete memorie. 

Nell'isola che segue a diritta è un bel palazzo 
de' conti Solaro della Chiusa, che ora appartiene a 
Sua Eccellenza il conte Solaro della Margarita, mi- 
nistro e primo segretario di Stato per gli affari esteri. 
Bello, dico, non per ornamenti esteriori, ma per l'in- 
terna eleganza. Fu restaurato dal conte Alfieri. In 



2SG LIBRO SECONDO 

questa casa servì giovanissimo Gian Jacopo Rousseau 
in condizione di lacchè; ma il vecchio conte di Go- 
vone, conosciutone l'ingegno, lo trattava con molti 
riguardi; anzi l'abate suo figliuolo che avea fatto 
ottimi studi nell'università di Siena, piacevasi d'am- 
maestrarlo e di compierne l'educazione col pensiero 
d'avviarlo poscia per la carriera diplomatica. Una 
di quelle bizzarrie subitanee dell'indole selvaggia e 
morbosamente sensitiva di Rousseau lo fece uscire 
di quella casa e lo risospinse al di là dai monti in 
traccia d'avventure, tra '1 buio degli errori, le do- 
rate lusinghe de' sogni, il soffio delle tempeste. 

Proseguendo il cammino, si trova sul canto della 
via d'Italia la chiesa di San Domenico coli' annesso con- 
vento. Fu fondato verso l'anno 1260 per opera di 
frate Giovanni, torinese, domenicano del convento 
di Sant'Eustorgio di Milano, il quale, non contento 
d'aver procurato alla sua città natale il benefìcio di 
una congregazione d'uomini nel ministero apostolico 
della predicazione e nella scienza teologica segna- 
latissimi, volle dotarla d'una biblioteca molto rara e 
copiosa. 

Chiestane licenza al generale n'ebbe questa ri- 
sposta: 

Al carissimo figliuolo in Gesù Cristo, frate Gio- 
vanni di Torino, dell'ordine de' Predicatori, 

Frate Giovanili, de" frati dell'ordine medesimo, 



CAPO SETTIMO 25/ 

inulil servo. Salute ed affetto dì sincera dile- 
zione. 

Essendosi per diligenza vostra procurato che nella 
città di Torino si abiti un convento del nostro or- 
dine, e la novella piantagione essendo priva del con- 
forto dei libri e dovendo con pietosi ed opportuni 
sussidii alleggerirsele il peso della povertà, col tenore 
delle presenti vi concedo facoltà di disporre de'vo- 
stri libri in favor di detto convento, come alla discre- 
zi on vostra parrà conveniente. State sano e pregate 
per me. Dato a Milano Vanno del Signore 1266 a" 
16 d'aprile. 

Il padre Giovanni da Torino avuta questa licenza 
si die a procacciar libri e ne adunò tanti che somma- 
vano a più centinaia, e formavano a que' tempi, avuto 
riguardo anche al loro valor venale, un vero tesoro; 
e con istrumento del 17 giugno 1277 ne fé' dona- 
zione alla casa di Torino (1). 

Fra le opere donate v'erano anche i sermoni del 
donatore, poiché pochi o nissuno di que' frati falliva 
allora al proprio nome. Tutti predicavano e molti 
con tanta forza da dover alzar pergamo, non in chiesa 
ne in piazza, ma in campo aperto, dinanzi a più mi- 
gliaia d'uditori. 

La chiesa di Torino fu rifatta nel secolo xiv nel 
sito che prima occuparono le case della famiglia del 
Po (de Pado). 

La chiesa avea, secondo le memorie del convento, 

Val. Il o3 



258 LIBRO SECONDO 

quattro navate con archi gotici e quattordici altari. 
L'aitar maggiore era nella seconda procedendo da 
penente a levante. Delle due akre navate la più 
orientale occupava parte del suolo della presente 
strada d'Italia, resa ancor più angusta dal cimitero 
che vi si protendeva. Ma dalla visita apostolica di 
monsignor Sartina, risulta che nel 1584 tre sole erano 
le navate della chiesa (2). 

Sul finir del secolo xv la chiesa di San Domenico 
era ancora a soffitto, come lo sono tuttodì varie 
chiese antiche di Roma e d' altre città Italiane. Co- 
minciò nel 1497 a costrursi la volta. Tommaso Gor- 
zano, i signori Scaravelli, la citta ed altri benefattori 
concorsero a compier l'opera. 

La cappella del Rosario fu rifatta ne' primi anni 
del secolo xvn. Il 3 d'ottobre del 1610, giorno della 
festa di Nostra Signora del Rosario, venne dopo il 
vespro Carlo Emmanuele i co' principi suoi figliuoli, 
Vittorio Amedeo, il cardinale Maurizio, il principe 
Tommaso, ed accompagnò la processione. Al ritorno 
della medesima si trovarono nella cappella le sere- 
nissime infanti donna Maria e donna Catterina, le 
quali comandarono al padre Dossena loro confessore 
di scriverle nella compagnia del Rosario (3). 

Addì 31 ottobre 1762 il fuoco divorò la casa che 
si trova dietro la cappella del Rosario e s'appiccò 
alla chiesa, sicché si giunse appena a tempo a stac- 
care il quadro prezioso del Guercino che già sentiva 



CAPO SETTIMO 



il calor delle fiamme. La cappella e parie della nave 
destra si dovettero rifabbricare, e furono ristrette 
secondo le regole del novello dirizzamento della strada 
d'Italia. Nel 1776 i padri fecero rifar di marmo l'ai- 
tar maggiore della chiesa, e due anni dopo anche 
quello di S. Vincenzo Ferreri. Nel 1780 Vittorio 
Amedeo ni costrusse la cappella del beato Amedeo, 
e là ornò di due medaglioni di marmo raffiguranti la 
beata Ludovica e la beata Margarita di Savoia, se- 
condo i disegni dell'architetto Bò. L'archi lettura della 
graziosa cappella del Rosario è disegno di Luigi Bar- 
beris. La tavola colla Vergine che avendo in braccio 
il Bambino porge il Rosario a S, Domenico in pre- 
senza di S ta Catterina da Siena, è una delle buone 
opere di Giovanni Francesco Barbieri da Cento detto 
il Guercino. Questa cappella già possedeva, prima 
de' tempi del Guercino, vale a dire, nel 1584, una 
tavola molto bella. Monsignor Peruzzi nella sua vi- 
sita dice che quell'altare era ornato pulcherrima 
icona, e che una volta al mese vi si faceva una pro- 
cession generale col concorso di tutto il popolo. I 
quindici misteri che vedonsi attorno al quadro fu- 
rono scolpiti in medaglioni di legno da Stefano Maria 
Clemente. 

In altro altare la tavola di S. Vincenzo Ferreri 
in atto di predicare al popolo, è di Giuseppe Ga- 
leotto, figliuolo di Sebastiano, pittore di mediocre 
bontà, ma inferiore al padre. Sebastiano , pittor 



260 LIBRO SECONDO 

fiorentino celebrato per la facilità del disegno, il 
colorir gagliardo, la copia dell'invenzione, è parti- 
colarmente noto pe'bei freschi della chiesa della Mad- 
dalena di Genova. Chiamato in Torino fu direttore 
dell'accademia di belle arti, e morì nel 1746. Seba- 
stiano dipinse, nel refettorio di S. Domenico, S. Tom- 
maso d'Aquino a mensa col re e colla regina di Francia. 
La Strage degli Innocenti è di Luigi Brandii!, contem- 
poraneo del cavaliere Marino e celebrato ne'suoi versi 
per una Niobe da lui dipinta (4). 

Ne' chiostri di San Domenico cominciò a radunarsi 
nel 1563 la compagnia di S. Paolo, la quale tanto 
contribuì a mantener in Torino illibata la fede, e 
moltiplicò con tanto zelo in opere di beneficenza: noi 
ne parleremo a suo luogo. Vedevasi in essi chiostri 
una cappelletta molto scura, dedicata alla Vergine 
Annunziata ufliziata fino ai nostri tempi da una com- 
pagnia di laici, ed ora convertita in sagrestia. Ivi la 
lunetta colla vision di Giacobbe, il trasporto dell'arca 
ed il serpente di bronzo sono dipinti dal cavaliere 
Carlo Delfino, francese, venuto ai servizi della corte 
di Savoia verso la meta del secolo xvn; pittore, come 
portava la condizion de' tempi, fecondo, ricco di 
fantasia, ma alquanto ammanierato. 

Nella sala del capitolo si conservano alcuni qua- 
dri antichi degni d'essere ricordati. E prima una 
Madonna col Bambino dipinta su tela incollala su 
tavola del secolo xiv. 11 Bambino ha pendente dal 



CAPO SETTIMO 2G1 

collo un pezzetto di corallo non lavoralo. Tiene colla 
mano destra un cartellone in cui si legge: Beati qui 
audiunt verbum Dei et eustodiunt illud. 

Appiè del quadro sono segnati il nome del pit- 
tore e la data così : 



f BARNABAS DE MVTINA PINX1T MCCCLXX. 

Barnaba di Modena era pittor duretto e scorretto 
anzi che no; pure meritava di trovar luogo fra gli 
artisti di quel primo periodo della risorta pittura. 

Tavole di ben altro valore sono quelle che pur 
vi si conservano di Macrino d'Alba. Noterò una Pietà 
con molte figure , fra le quali si distingue una S ta 
Lucia di gran bellezza, che è evidentemente un ri- 
tratto, ed una mirabile testa di vecchio. 

Allato al quadro si vedono, secondo l'uso, i ri- 
tratti de' benefattori che l'hanno fatto dipingere, 
un uomo ed una donna che, all'abito ed al sem- 
biante, appaiono di condizion rilevata. 

Non meno bella è un' altra tavola in cui è raffi- 
gurata la Famiglia di Maria Santissima, co' genitori 
degli apostoli e cogli apostoli stessi bambini. Affatto 
leonardesca si direbbe la testa della Vergine madre. 

Graziosissimi sono i putti, in diversi atteggiamenti, 
e sopra ogni altro quello che la leggenda annessa 
indica per Giuseppe il Giusto. 



262 LIBRO SECONDO 

Dal 1621 il collegio medico dell'università di 
Torino lenea le sue pubbliche adunanze e conferiva 
i gradi in una sala di questo convento ed avea per 
suo protettore S. Tommaso d'Aquino di cui celebrava 
la festa all'altare proprio di detto santo. 

Il che durò circa cent'anni finche l'università ebbe 
splendida sede da Vittorio Amedeo n nel palazzo 
costrutto in via di Po. Prima del 1621 l'altare di 
S. Tommaso era di patronato degli scolari di filo- 
sofìa della nazione italiana. 

Fin dal principio poi del secolo xv quando fu fon- 
dato lo studio di Torino, v'ebbe quasi sempre qualche 
lettore di teologia Domenicano che conservò fra noi 
il prezioso deposito di quella pura e così razionale 
dottrina di S. Tommaso. 11 collegio teologico poi 
fu per più d'un secolo e mezzo quasi interamente 
composto di Domenicani e di frati minori, e le adu- 
nanze tenevansi ora in San Domenico, ora in San 
Francesco (5). 

Molti uomini illustri riposano in questo tempio. 
Nella nave della cappella del Rosario un famoso guer- 
riero, Giovanni Caracciolo principe di Melfi duca 
d'Ascoli, maresciallo di Francia, morto il 5 d'agosto 
del 1550, d'anni 63. 

L'iscrizione postagli fu trasferita accanto alla porta 
grande a sinistra. 

Presso all'altare di S. Tommaso fu deposto Fili- 
berto Pingon, uomo grandemente benemerito della 



CAPO SETTIMO 263 

nostra storia, di cui esplorò con somma cura e co- 
scienza i documenti, sebbene non sapesse vantaggiar- 
sene convenientemente, sia per essere l'arte critica 
a' suoi tempi ancor bambina, e sia perchè egli era 
scrittor troppo corrivo, ed infarinato di quella pedan- 
teria belleletteristica de' cinquecentisti tutti intesi 
a covare e leccar frasi. Morì di 75 anni il 18 d'aprile 
1582. L'iscrizione ostata trasportata allato alla porta 
grande (6),, ov'è pur quella d'Antonio Lobetto, pro- 
fessore di medicina nell'università di Torino ed ar- 
chiatro di Carlo Emmanuele, il quale morì nel 1602 
e fu sepolto presso l'altare del beato Amedeo. Era 
nato a Racconigi. Scrisse un trattato sulle febbri in- 
termittenti. Nell'università di Torino era almanso- 
ìista-j vale a dir che leggeva la pratica medica dell' 
arabo Al-Mansour. 

Vicino all'ultimo pilastro del coro dalla parte del 
vangelo è memoria del deposito del beato Pietro 
Cambiano di Ruffia. 

Dopo l'iscrizione che rammenta come là giace il 
corpo del beato Pietro di Ruffia dell'ordine de' Pre- 
dicatori, inquisitor di Torino, che morì per la fede 
cattolica a Susa, vedesi la data del 1516 , la quale 
è data del collocamento del corpo in quel sito e non 
della morte. Perchè Pietro di Ruffia fu ucciso ne' 
chiostri di San Francesco di Susa nel 1365. 

Nel mese d' aprile del 1625 facendosi qualche 



26 J LIBRO SECONDO 

riparazione al muro di facciala della chiesa si scoprì 
un dipinto colla seguente iscrizione : 



MONVMENTVM IOANNIS CARGNl DE PERIOMBVS 



HIC 1ACET DOMINVS LAMP1NIVS DE PERIONIBVS 

EPISCOPVS PALMENSIS. ET HOC OPYS FECIT 

IACOBVS ARCONESIVS. 



Non v'era data. 11 cadavere del vescovo di Maio- 
rica conservatissimo aveva ancora i guanti alle mani. 
Fu tolto di là, messo in una cassa nuova, e deposto 
sotto T aitar maggiore (7). 

In questa chiesa fu ancora sepolto Antonio Biolato, 
stato prima professore d'astronomia a Bologna, poi 
medico del duca Emmanuele Filiberto morto nel 
1570. Ma l'iscrizione che ne facea memoria è scom- 
parsa (8). Finalmente il corpo del grande Emma- 
nuele Filiberto fu deposto e rimase varii anni nella 
cappella sotterranea o confessione, dove lo vide 
monsignor Peruzzi nel 1584. 

Nel convento di Torino fiorirono, oltre al beato 
Pietro Cambiano da Russia, inquisitore nel 1361, 
ucciso dagli eretici a Susa nel 1365, già mento- 
vato (9), il beato Aimone Tapparelli, che fu con- 
fessore e predicatore del beato Amedeo duca di 



CAPO SETTIMO 265 

Savoia, lesse alcun tempo teologia nell'università di 
Torino, e fu eletto nel 1467 inquisitore di varie dio- 
cesi, e recossi a Savigliano, dove morì nel 1495(10); 
il padre Antonio Ghislandi di Giaveno, inquisitor di 
Torino nel 1485, e professore di logica e di teolo- 
gia in questa regia università, autore deir Opus au- 
reum super evangeliis totius anni, stampato a Torino 
nel 1507, dedicato al vescovo d'essa città Gian Lu- 
dovico della Rovere; la qual opera ebbe moltissime 
volte l'onore della ristampa; il padre Pietro Quin- 
zano predicatore d'Emmanuel Filiberto, promotore 
e primo direttore spirituale della Compagnia di San 
Paolo instituita ne' chiostri di questo convento, nella 
cui aula capitolare cominciò i suoi spirituali eser- 
cizi il 25 di gennaio 1563; il padre Tommaso Gia- 
comelli da Pinerolo, inquisitor di Torino nel 1548, 
vescovo di Tolone nel 1565, che scrisse sull'auto- 
rità pontifìcia e contro ai Valdesi; un'altra sua opera: 
Propugnaculum contro, Francisci Medensis calum- 
niaS) stampata a Torino nel 1559, è dedicata alla 
città di Torino; il padre Giambattista Ferrerò da 
Pinerolo, confessore e teologo di Carlo Emmanuele i, 
nel 1626 eletto arcivescovo di Torino, il quale 
poco durò in sì elevato ufficio , essendo morto in 
luglio dell'anno seguente, ed è stato sepolto nel 
duomo il 15 di detto mese (11); il padre Gian Ales- 
sandro Rusca , professore di sagra scrittura , au- 
tore di varie opere; Bonifacio Giacinto Truchi 

Voi. II 34 



266 LIBRO SECONDO 

di Savigliano, nominato nel 1669 vescovo d'Ivrea; 
Carlo Vincenzo Ferrerò, vescovo d'Alessandria nel 
1727, fatto cardinale due anni dopo e trasferito 
alla sede di Vercelli; Pietro Gerolamo Caravadossi 
di Nizza di mare, creato nel 1728 vescovo di 
Casale; Enrichetto Virginio Natta di Casale, ve- 
scovo d'Alba, creato cardinale da Clemente xm, 
morto nel 1768; il padre Carlo Innocenzo An- 
saldi di Piacenza, professore di teologia nell'uni- 
versità di Cagliari, poi in quella di Torino, autore 
di molte ed importanti opere, morto nel 1780. 
Poco prima di morire diede alla luce la consolante 
operetta: Della speranza di rivedere i nostri cari 
nell'altra vita. 

Fiorirono ancora in questo convento il padre 
Nicola Agostino Chignoli da Trino, il padre Do- 
menico Tommaso Valfredi da Garessio, il padre 
Enrico della Porta da Cuneo, tutti e tre professori 
ed autori d'opere di qualche fama. Finalmente il 
padre Vittorio Melano di Portula, priore di questo 
convento, venne nel 1778 nominato arcivescovo di 
Cagliari, donde fu poi trasferito alla sede di Novara. 

Compiute le varie fasi della rivoluzione francese, 
il convento fu riaperto nel 1822. 11 padre Bernardo 
Sapelli, da Occimiano, fondatore del ritiro del Rosario, 
che per lutto il tempo della dominazione francese 
era stato rettore della chiesa, fu eletto provinciale, 
e morì nel 1829 con gran fama di santa vita. Erano 



CAPO SETTIMO 267 

altresì provinciali il padre Tommaso Pirattoni da 
Alessandria, quando nel 1851 fu eletto vescovo d'Al- 
benga, ed il padre Tommaso Ghilardi, quando nel 
1842 fu eletto vescovo di Mondovì (12). 

Ecco una serie di bei nomi, dei quali il convento 
di San Domenico può giustamente onorarsi. Un mag- 
gior numero ne registra l'Echard (Scriptores ordinis 
Praedicatorum) che per brevità abbiam tralasciato, 
lungo troppo essendo il catalogo di que' che furono 
o professori nell'università, o decani, o socii del col- 
legio teologico, o teologico confessori de' nostri 
principi. 

Quella casetta bassa per cui si ha P ingresso ne' 
chiostri, conteneva il tribunale dell'Inquisizione: 
nome spaventoso in altri paesi, ma non nel nostro, 
dove i principi ebber sempre l'occhio e la mano a 
non permettere che uscisse dei termini del giusto, 
e che sotto color d'eresia, e in seguito ad accuse 
di malevoli, inquietasse senza ragion sufficiente i 
privati. Imperocché la cagion principale dei disor- 
dini in cui altrove trascorse, fu l'indole cupa, segre- 
tissima del processo, il quale dava ogni facilità agli 
accusatori di calunniare; senza parlare del pericolo 
grandissimo in sì spinosa materia di trascorrere a 
giudicar de' pensieri e delle tendenze, invece di 
soffermarsi a fatti positivi, pubblici, scandalosi; del 
pericolo di adombrare d'una parola imprudente e 
di confonderla col frutto d'una malizia consumala; 



%68 LIBRO SECONDO 

e di lanli altri pericoli in cui inciampano le inqui- 
sizioni che si velano fino air ultimo coll'ombra del 
più rigoroso mistero , ed in cui perciò la giustizia 
corre gran rischio di naufragare. Ecco in quali ter- 
mini scriveva all'Inquisitore circa al 1514 Bianca 
di Monferrato duchessa vedova di Savoia, virtuosis- 
sima principessa: 



R. de in xpo pater amice et orator nù'ster caris- 
sime. Il castellano nostro de Vigono (13) ne ha 
dato auiso corno voi et il E. Vicario de Susa hauiti 
comenzato a procedere a la inquisitane de le per- 
sone heretiche precipue contra certa femina fore- 
stiera in el dicto loco. Et che le R. V. hano assai 
informatone contra alchuni di epso loco medesimo. 
Et che vollentieri essendo del nostro piacere proce- 
devano contra dicti maculati del dicto crimine : sia 
homo o femina. 

Siamo contenta se proceda alla dieta inquisitione. 
Mediante che per le R. V.o li deputandi per quelle 
e proceda debitamente come iusticia richiede e non 
sinistramente ne a peticione di alchuna persona corno 
ut plurimum se sole fare. Perchè accadendo tal cossa 
oltre che saria contra Dio ne saressimo malcontenta, 
et facendo le prefate R. V. o per li deputandi di 
epse il debito de la rasone corno crediamo f erano 
non sera causa alchuna di querella verso noi ni 



CAPO SETTIMO 



269 



verso le prefate i?. V. Anche sera nostra laude et 
di quelle que optime valeant. Scriptum Cargnani 
2* octobris (14). 

Ducissa Sabaudie. 



R d0 in x.po patri amico et oratori nostro 
carissimo haereticae pravitatis Inquisii. 



Qui fu sostenuto in cortese prigione l'abate Va- 
leriano Castiglione istoriografo dei duchi di Savoia, 
complice in una trama calunniosa ordita contro al 
presidente Ruffino dal commendator Pasero, mini- 
stro del duca di Savoia Vittorio Amedeo ì , e della 
quale mi converrà parlare in altro luogo. 

Nel 1697 in giugno, per non so quale accusa, il 
presidente Benzo era stato arrestato dal maggior 
Carlino, e condotto alla Porta di Po, prigione ono- 
rata dove si custodivano le persone di riguardo. Il 
9 d'ottobre, imperversando un gran temporale, Benzo 
profittò del trambusto, fuggì e riparò nel convento 
di San Domenico. Un tal Piato che era stato depu- 
tato a custodirlo, ebbe tanto spavento dell'ira del 
duca, che, perduta la ragione, s'uccise. Frattanto 
Vittorio Amedeo n, con quella sua natura subita ed 
assoluta, pensando che non potesse essere il caso 



270 LIBRO SECONDO 

della immunità ecclesiastica, chiedeva la restituzione 
del prigioniero. E non consentendo i padri, comin- 
ciava a far rompere la porta del chiostro, se non 
che, ai primi segni di violenza, Benzo gli fu ren- 
duto. All'indomani per altro, meglio illuminato a di- 
scernere i proprii diritti e quei della Chiesa, ren- 
dette il prigioniero in luogo immune nel convento 
della Madonna degli Angioli, donde il 16 novembre 
fu ricondotto in San Domenico, e, secondo l'accordo, 
immediatamente riconsegnato nella forza del duca, 
e condotto nella fortezza di Verrua ond'esservi guar- 
dato a nome dell'arcivescovo di Torino, il quale non 
avea carceri proprie (15). 

La via di S. Domenico al di là della strada d'Italia 
piglia il nome di via del Gallo. E qui l'andar tortuoso 
d'essa via, e le case varie di forma e d'altezza, e i 
cortili angusti ci avvertono che siamo di nuovo in 
una parte di Torino che conserva maggior vestigio 
d'antichità. 

Appena fatti pochi passi s'apre a destra una via 
molto stretta che conduce alla piazza del Palazzo 
civico (via deTasticcieri). 

Sul cominciare di detta strada a manca sorgeva un 
tempo la chiesa di S. Pietro, de curie ducis, così chia- 
mata perchè non lontana era la corte del duca Longo- 
bardo, ma chiamata volgarmente San Pier del Gallo. 
Fu da tempi mollo rimoti chiesa parrocchiale. Nel 
secolo xvi era angustissima, con un solo altare, senza 



CAPO SETTIMO 271 

sagrestia. Ma fu alquanto ingentilita, poiché die' 
ricetto alla compagnia della Trinità. 

Venne la medesima fondata in principio deiranno 
1577 da Luigi Canalisio e da altri devoti cittadini 
ad imitazione di quella che S. Filippo Neri avea 
fondata nel 1548 a Roma, in San Salvatore in campo 
per soccorrere i pellegrini; e che sei anni dopo si 
tolse anche la cura de' convalescenti. La canonica 
erezione si fece da monsignor Della Rovere, arcive- 
scovo di Torino, per decreto del 9 d'aprile di quel- 
la anno. Ed il 22 dello stesso mese i confratelli ot- 
tennero, dal canonico Ludovico Tribù, curato di 
San Pietro, la facoltà d'uffiziar quella chiesa. 

Costrusse la medesima a questo fine un coro dietro 
l'aitar maggiore ; acquistò poi in novembre del 1578 
da Beatrice Tribù, vedova Cartosio, una casa vicina 
alla chiesa, coli' annesso giardino, e in quella aprì 
un ospizio pe' pellegrini, che albergava per tre giorni. 
Aveano in una camera quattro letti bellissimi incor- 
tinati di drappi rossi, di cui poteasi contentare (di- 
ceva monsignor Perruzzi) (16) qualunque persona, 
e non di piccola nazione. In altro piano teneano 
due letti per donne. Nel 1596 la compagnia, vo- 
lendo levarsi da quelle angustie di sito, comprò 
dal seminario la chiesa di Sant'Agnese, e le suben- 
trò in quella di San Pietro la compagnia del San- 
tissimo Sudario; la quale vi durò più d'un secolo 
fintantoché, avendo nel 1728 cominciala la fabbrica 



272 LIBRO SECONDO 

dell'ospedale de'pazzi, secondo le intenzioni di Vii- 
Iorio Amedeo n 9 abbandonò la chiesa di San Pietro 
che venne ridotta ad usi profani. Il decreto con cui fu 
soppressala parrocchia e divisa tra quella di San Gio- 
vanni, Sant'Agostino e San Rocco è del 7 d'aprile 
di quell'anno (17). 

Dal 1692 al 1702 fu curato di San Pietro del 
Gallo Marco Antonio Chenevix, il quale addì 26 di 
novembre di quest'ultimo anno venne consecrato 
vescovo di Minorvino, piccola citta della Basilicata 
nel regno di Napoli (18). 

Sul finire della strada medesima in cui era San Pier 
del Gallo vedevasi e si vede tuttora l'osteria di San 
Giorgio, dove usavano anticamente principi e baroni, 
e che ora è riservata ai carrettieri e ad altra gente 
d'ugual condizione. Così sfuma l'umana grandezza. 
In detta osteria pigliò stanza nel 1481 la principessa 
Chiara Gonzaga che andava sposa al conte delfino di 
Alvernia (19). 

Nel 1496 Marco Sanudo, ambasciador di Venezia, 
Galeazzo Visconti, ambasciador di Milano e gli am- 
basciadori di Berna e di Friborgo, alloggiavano all' 
albergo di San Giorgio. Ed il padrone del medesimo, 
Bastiano di Collet, passeggiava probabilmente con 
quella burbanza con cui tenevasi a' nostri giorni 
messer Bordino di felice memoria. 

E per esser giusto anche verso le osterie, dirò che 
di quell'anno medesimo gli ambasciadori di Firenze 



CAPO SETTIMO 



e di Ferrara aveano stanza all'albergo delle Chiavi, 
non lungi da San Silvestro (lo Spirito Santo), e che il 
vescovo d'Alba ambasciadore del marchese di Mon- 
ferrato, dimorava ai Tre Re, antico albergo presso a 
San Tommaso (20). E poiché siam caduti in cotanta 
minutezza d'indagini, e che niuna memoria di mag- 
gior rilievo ci porge il corso della via del Gallo che 
sbocca nella piazza di San Giovanni, volgeremo altrove 
i nostri passi, soggiungendo solamente che la pie- 
ciola via la quale s'apre a manca poc' oltre il canto 
di San Pier del Gallo conteneva le case dell'antica e 
potente famiglia dei Maschara, ora da gran tempo 
estinta. E che quindi le derivò per corruttela il nome 
popolare di strada delle Masche (delle streghe) ma- 
lamente tradotto per via delle Maschere: quando 
il suo vero nome sarebbe strada dei Maschara. 

La terza strada parallela a Dora Grossa chiamasi 
in sulle prime via di S ta Chiara, poi via della Ba- 
silica. 

Poche memorie accenneremo della medesima. Il 
palazzo de* marchesi di Spigno, disegno dell'archi- 
tetto Planteri, ricordala bella marchesa di S. Seba- 
stiano, moglie di Vittorio Amedeo n, poiché egli 
abdicò la corona; ed infausta cagione degli affanni 
che contristarono gli ultimi tempi di sua vita. 

In favor di questa dama fu eretto il marchesato 
di Spigno. 

Quel palazzo a cui si ha l'accesso per un vicolo 

Voi. II 55 



274 LIBRO SECONDO 

che s'apre alialo allo spedale di San Maurizio, appar- 
tenne ai principi d'Este, marchesi di Lanzo, dei 
quali Filippo sposò, nel 1570, Maria di Savoia fi- 
gliuola legittimata d'Emmanuele Filiberto, e Fran- 
cesco Filippo sposò Margarita figliuola naturale di 
Carlo Emmanuele i. 

Questo palazzo fu nobilitato dell' ospitalità che 
vi si accordò nel 1578 a Torquato Tasso ; il gran 
poeta scrisse in queste stanze il suo dialogo sulla no- 
biltà intitolato il Forno, nel quale introdusse per in- 
terlocutore Agostino Bucci di Carmagnola, professore 
di filosofìa nell'università di Torino. 

Agostino Bucci, torinese, studiò medicina in Pa- 
dova dove contrasse amicizia col celebre Girolamo 
Fracastoro. Fu lettore di filosofia prima a Mondovì 
poi a Torino. Quattro volte fu mandato, per la sin- 
goiar facondia, oratore pel duca di Savoia nelle am- 
basciate d'obbedienza al nuovo papa, e la prima volta 
a S. Pio v nel 1566. È autore di molte opere in versi 
e in prosa oratorie, mediche e filosofiche (21). 

Questo palazzo fu rifatto dopo quel tempo sui 
disegni del conte di Castellamonte. Nello scorso se- 
colo apparteneva ai marchesi di Caraglio, ora è 
proprietà della famiglia Matti rolo. 

Pio e felice pensiero fu quello del cavaliere Ales- 
sandro Paravia, professore d'eloquenza e di storia 
nella nostra università, nel ricordare con un monu- 
mento perenne, quale e quanto ospite nobilitasse 
men di tre secoli fa il palagio della linea torinese de' 



CAPO SETTIMO 



principi Estensi (22), meno ingrati de toro congiunti 
verso il gran cantore che ha reso immortale la corte 
di Ferrara, ma insiem con essa, e pur troppo, anche 
l'ospitai di Sant' Anna. Perchè un sì bel esempio non 
sarà imitato, e perchè un medaglione ed una lapide 
non contrassegneranno le case ov' ebbero stanza le 
domestiche nostre glorie, Boterò, Vittozzi, Bellezia, 
Carlo ed Amedeo Castellamonti, Guarini, Bertola, Ta- 
sniere, Juvara, d'Ormea, Bogino, Benedetto Alfieri, 
Denina, Baretti, La Grange, D'Antoni, Michelotti, Oli- 
viero, Saluzzo, Malacarne, Galliari, Alfieri, Gerdil, 
Caluso, Porporati, Balbis, Napione, Rolando, Bonelli, 
Balbo, Boucheron, Diodala Saluzzo ed altri illustri no- 
stri, o per nascita, o per lungo incolato, concittadini ? 
Sul canto di questa strada che guarda la via delie 
Quattro Pietre, abitava lo storico ed antiquario Fili- 
berto Pingon (23), il quale ha lasciato a Torino una 
fama popolare, dicendosi proverbialmente d'ogni 
anticaglia: è un'antichità di monsù Pingon. 

Tre stradicciuole rimangono ancora correnti in 
direzione parallela a Dora Grossa, ma tortuose e brevi; 
la prima finisce sulla piazzetta della Consolata e non 
ha ricordi ch'io possa qui registrare. La seconda 
chiamata dei Fornelletti, lungo l'antico muro di porta 
Pusterla conteneva nel secolo xv la casa del postri- 
bolo, e nel xvi quella pure abitata dall'esecutor di 
giustizia. Nella terza che finisce all'antica porta Pa- 
latina (ora le Torri) s'alzava l'oratorio della con- 
fraternita di S ta Croce in principio del secolo xvi. 



JN T E 



(1) Dalle Memorie ms. dell'Archivio del convento di Torino, che si 
conservano nella biblioteca d'esso convento. Queste notizie ebbi dalla cor- 
tesia del chiarissimo padre Tosa, professore di teologia nella R. Università. 

(2) Satis pulchram et amplam cum tribus navibus. 

(3) Memorie, già citate, dell' Archivio del convento di S. Domenico di 
Torino. 

(4) Galleria del cav. Marino, p. 49. 

(5) Cibrario, Notizie sull'università di Torino ne' secoli xv e xvi (nel 
Palmaverde del 1845). 

(G) PHILIBERTO PINGONIO CVS1ACENSIVM BARONI 

PR1MISCELL1AE DOMINO 

PRAESIDI INTEGERRIMO 

EMM. PH1L1BERTI PATRIS CAROLI EMM. FILII SAB. 

DVCVM 

L1BELLORVM SVPPLICVM IN SVPREMO CONSILIO 

MAGISTRO 

MAGNI CANCELLARII VICES GERENTI 

POETAE FACVNDISSIMO 

HISTORIOGRAPHO GRAVISSIMO 

ET PHILIBERTAE DE BRENT VXORI 

MABGARITAE VALESIAE SAB. ET BITVRICENS1VM DVCISSAE 

ASSECLARVM NOBILIVM CVSTOD1 

VIXIT ILLE ANNOS LVH MENSES III 

OBIIT TAVR. MDLXXXII XVIII APR1L1S 

ISTA VERO ANN. LIV MENSES IV OBIIT TAVR. 

MDLXXXIX XVI NOVEMBRIS 

BEROLDVS BARO LVDOVICVS AVGVSTVS MILES ET CAR. EMM. EOVES 

FILII MESTISSIMI POSVERVNT. 



CAPO SETTIMO, NOTE 277 

(7) Memorie cit. del convento di S. Domenico di Torino. 

(8) Raccolta d'iscrizioni, 2 voi. ms., negli Arch. di corte. 

(9) Arnaud, Vita del bealo Pietro Cambiano. Atti de' Sauti che fiori- 
rono ne' dominii della Beai Casa di Savoia, pubblicati dall' Accademia 
degli Unanimi, in continuazione al Gallizia, tom. i. 

(10) Gallizia, Atti de' Santi che fiorirono ne' dominii della Real Casa 
di Savoia. vi, 251. 

(li) Libro de' morti della metropolitana. 

(12) Debbo queste notizie alla cortesia del già lodato padre maestro Tosa. 

(13) Vigone era una delle terre che Bianca godeva a titolo d' assegna- 
mento vedovile, e che perciò, secondo l'uso di que' tempi, era da lei gover- 
nata. 

(14) Dagli Archivi di corte. Registro di lettere della duchessa Bianca. 

(15) Soleri, Diario dei fatti successi in Torino. 

(16) In quibus recipi et hospitari possent quicumque et non levioris 
conditionis. Visita apostolica del 1584. 

(17) Arch. arcivescovile. 

(18) Libro de' morti di San Pietro de curie ducis, nell' Archivio della 
metropolitana. 

(19) Relazione del viaggio fatto in Piemonte e in Savoia l'anno 1481 dalla 
principessa Chiara Gonzaga. Cibrario, Opuscoli storici e iterarti. Milano, 
visai 1835, pag. 161. 

(20) Conto di Sebastiano Ferrerò, lesorier generale. 

(21) V. Vernazza, Bucci letterati, ms. de\V Arch. di corte. 

(22) L' iscrizione dice così: 

TORQVATO TASSO 

NEL CADERE DELL' ANNO MDLXXVIU 

ABITÒ QVESTA CASA PER POCHI MESI 

E LA CONSACRÒ PER TVTTt I SECOLI. 

23) Ordinati della città di Torino. 



CAPO OTTAVO 



Confraternita del Santissimo Sudario — Manicomio. Sue qualità. Nu- 
mero de' ricoverati. — Spedale di San Luigi pe' cronici. Ottime 
disposizioni locali di questa fabbrica. Letti fondati dal Re Carlo 
Alberto per le malattie cutanee appiccaticcie. — Incendio nella 
casa del conte Bugino nel 1741. — Breve storia del monastero di 
S.ta Chiara. — Piazza della Consolata. 



Ora ci conviene risalire a porta Susina e percor- 
rere le vie traverse a manca di Dora Grossa. 

La prima via traversa nulla rammenta che degno 
sia di memoria. 

Nella seconda troviamo in capo del terzo isolalo 
a diritta, lungo la via del Deposito, la chiesetta del 
Santo Sudario e della Vergine delle Grazie ufficiala 
dalla confraternita di questo nome. 

Dapprima la chiesa non era che un oratorio in- 
terno. Nel 1764 la confraternita ottenne il permesso 
d'aprirlo verso la strada: poi anche ragioni di se- 
poltura, per cuj ebbe lunghe e gravi questioni col 
parroco del Carmine. 



LIBRO SECONDO, CAPO OTTAVO 279 

Questa confraternita fu eretta nel 1598 sotto gli 
auspizii di Carlo Emmmanuele i. Prima ufficiava la 
chiesa di San Pietro de curte ducis. Di là erasi tra- 
sferita a S ta Maria di Piazza. Nel 1728 avendo inteso 
che Vittorio Amedeo n desiderava si edificasse uno 
spedale pe' mentecatti, dichiarò d'esser pronta a pi- 
gliar sopra di se questo carico, ed avuto dal re in 
dono il terreno, v'edificò la chiesa e lo spedale che 
servì fino ai dì nostri a quest'uso. 

Nel 1818 fu cominciala la nuova fabbrica, il cui 
ingresso si trova in capo della medesima via. E più 
capace provveduta d'ampio giardino e pili acconcia 
al fine che vi si propone la carità, piti conforme 
ai miglioramenti con felice prova introdotti in altri 
paesi nella cura dei mentecatti. 11 chiarissimo dottor 
Bonacossa, medico del Manicomio, il quale ha visitalo 
i principali Manicomii stranieri, scrive che nissuno 
di quelli che ha veduto è così ricco di gallerie ed 
ambulatori^ per cui in ogni stagione ed in ogni 
tempo sono sempre facili il passeggio ed altri modi 
d' esercizio corporale de' mentecatti. Guislain, lo- 
dando in molte cose l'interna disposizione di questo 
spedale, non approva la facilità che vi trovano i 
mentecatti a far ragunate e convegni, mentre lo 
studio dell'architetto dovrebbe essere di separarli 
e disseminarli. Ma considerato in tutte le sue con- 
dizioni è uno de' migliori che si sieno finora co- 
strutti (1). Architetto del novello edilizio, fu il 



280 LIBRO SECOtVDO 

cavaliere Giuseppe Talucchi. 11 numero de'mentecalli 
che vi sono ricoverali è salilo alla mela del 1844 
ai 500, ed ora (marzo 1846) è di 453, di cui 252 
uomini e 201 donne. 

Ma tra l'antico ed il nuovo manicomio sorge un 
altro spedale che onora immensamente la carità na- 
zionale. È questo lo spedale di S. Luigi in cui si 
raccettano i cronici e gli altri poveri abbandonati. 

Ebbe, come la maggior parte degli instituti di 
beneficenza, privata origine nel 1794. Il sacerdote 
Barucchi curato della cittadella, Molineri acquace- 
drataio, Orsetti mercante ne furono i fondatori. Pro- 
tetta dal cardinale Costa arcivescovo di Torino, quella 
pia congregazione ottenne quattr'anni dopo rendila 
certa da Vittorio Amedeo in. Ma le private liberalità 
furon quelle che la posero in grado d'adempiere 
così largamente i due fini che si propose, di ricoverar 
cioè gli infermi abbandonali e di soccorrere i po- 
veri a domicilio. 

Il suo primo spedale era in una casa a porta Susina, 
sul prato della cittadella. Dopo la restaurazione co- 
minciò la nuova stupenda fabbrica, a croce di Sani' 
Andrea, dove non fu ommessa industria, perchè l'aria 
si rinnovasse perennemente per mezzo degli oppor- 
tuni sfiatatoi, perchè i convalescenti avessero modo 
di passeggiare al coperto ed all'aperto; perchè nel 
caso frequente di dolorose operazioni il letto dell' 
infermo possa esser tratto in sull'istante in un andito 



CAPO OTTAVO 281 

posteriore e risparmiare agli altri infermi un crudele 
spettacolo; e perchè si possa nella medesima guisa 
sottrarre ai poveri languenti la funebre vista del letto 
che racchiude le spoglie d'un trapassato. La carità 
non poteva essere più ingegnosa; e grande onor ne 
torna all'architetto Talucchi, il quale l'imaginò, ed 
agli amministratori che consentirono ad eseguirne 
il concetto, ancorché dispendioso, consapevoli che 
in fatto di pubblici monumenti bisogna cercar l'ot- 
timo, e che per far molto bene vi vuol molta spesa ; 
ma che al dispendio richiesto da tali instituti soc- 
corre la Provvidenza che regola i cuori degli uomini 
e le ultime disposizioni di chi muore. E diffatto la 
generosità de' benefattori s'accrebbe in proporzion 
del bisogno. 

In questo spedale il re Carlo Alberto fondò ven- 
tiquattro letti per infermi od inferme travagliate 
da lebbra, pellagra, cancroide, ed altre malattie cu- 
tanee contagiose. 

Una bella regola di questo spedale si è d'ammet- 
tere per quindici giorni alla mensa i risanati, già 
usciti, affinchè ben raffermata ne sia la convalescenza 
primachè tornino al cibo degli indigenti, con pericolo 
di ricadere, come accade pur troppo assai sovente 
in altri spedali. Perchè allora a che serve l'averli 
guariti ? 

Nell'altra via traversa, che s'intitola delle Scuole 

Fol. Il 3fi 



282 LIBRO SECONDO 

non v'ha nulla da osservare dopo il collegio del Car- 
mine, di cui abbiam parlato, fuorché il palazzo del 
conte Peyretti ristaurato sui disegni dell'architetto 
Borra dove sono affreschi di Giovanni Perego. Ap- 
parteneva un tempo al gran cancelliere conte Carlo 
Ludovico Caissotti, morto in aprile del 1778. 

Ma tanto più ricca di memorie è la spaziosa via 
della Consolata. Senza parlare de' palazzi Paesana e 
e Cigala, già mentovati, accenneremo che nella casa 
delle Orfane, posta di fronte a quest'ultimo abitava 
nel 1741 il famoso ministro conte Bogino. Intorno 
alla mezzanotte, cominciando il giorno 29 giugno, 
le fiamme ne invasero l'appartamento, sicché a gran 
pena potè salvar le scritture. Tutto il rimanente, 
insieme colla casa del primo piano sino al tetto, fu 
preda del fuoco. Una scopa dimenticata dalla fan- 
tesca del Bogino presso al focolare della cucina fu 
causa di tanto male (2). 

Procedendo per questa via verso settentrione, si 
incontra il monastero di S ta Chiara chiamato an- 
ticamente delle Serafe che già fioriva prima della 
metà del secolo xiu presso le mura. Nel 1313 ne fu 
benedetta badessa suor Bianca de' marchesi di Ceva; 
non è noto in qual anno ne avvenisse la fondazione; 
ma che ciò seguisse vivendo ancor S ta Chiara lo di- 
mostrava un atto originale dell'undici di luglio 1244 
conservato nell'archivio del monastero, col quale la 
città di Torino concedeva alle monache un acquedotto 



CAPO OTTAVO 285 

per irrigare i loro beni situati presso il borgo di 
Colleasca (3). 

Nel 1504 Benedetto xi volendo sovvenire alla po- 
vertà di queste religiose, unì al monastero di S ta 
Chiara la chiesa rurale di S. Benedetto situata presso 
a Torino e vicina al detto monastero (4), purché 
il preposi to di Montegiove che credeva d'avervi ra- 
gione vi consentisse. Intorno al 1450 essendo stati 
rimossi gli Umiliati dal vescovo Ludovico Romagnano, 
i beni che ai medesimi apparteneano furono conce- 
duti, parte agli Agostiniani chiamati in loro vece, 
parte alle monache di S ta Chiara. Maria di Savoia 
figliuola del duca Amedeo vm e vedova di Filippo 
Maria Visconti, duca di Milano, pigliò l'abito reli- 
gioso in questo monastero, facendo i voti di Ter- 
ziaria. 

Questa principessa vivea ancora nell469, nel qual 
anno a' 29 d'agosto assisteva a Rivoli alla traslazione 
del corpo del beato Antonio Neirotti (5). Fu sepolta 
nel monastero e non rimase memoria del sito. 

Nel 1601 il monastero d'Albrione appiè del monte 
Calvo, coli' annessa chiesa di S ta Maria della Spina 
fu unito a quello di S ta Chiara. Poco più d'un secolo 
dopo, ampliandosi la citta a ponente s* accrebbero 
anche le fabbriche del monastero che vennero rico- 
strutte parte nel 1742, parte nel 1768. 

La chiesa delle monache è nell'altra fronte del- 
l'isola a levante, nella via delle Orfane e fu rifatta 



284 LIBRO SECONDO 

nel 1745 sui disegni dell'architetto Bernardo Vittone. 
La tavola del primo altare a destra con Sant'Antonio 
da Padova e S. Giuseppe, è di Giovanni Conca, fra- 
tello ed aiuto del celebre cavaliere Sebastiano e par- 
ticolarmente rinomato perla bravura con cui copiava 
le tavole degli antichi maestri. Questo convento che 
apparteneva alle Francescane scalze fu dopo il 1814 
assegnato alle suore della Visitazione. 

L'ultimo palazzo a destra, che ora appartiene al 
marchese d'Ormea, è sede del tribunale di Prefettura, 
e fu per molto tempo occupato dal Senato. A' tempi 
d'Emmanuele Filiberto vi si volea trasferir lo spedale 
del duomo per levarlo dal sito in cui era presso al 
palazzo ducale. 

Sulla piazzetta che è a ponente della chiesa della 
Consolata allo sbocco della larga strada che chiamasi 
pure della Consolata, sorge un'alta colonna di granito 
di Baveno, cimata dalla statua della Madonna di 
marmo bianco, opera dello scultore Bogliani. Fu al- 
zata dalla città di Torino in seguito al voto fatto 
in occasion del cholera il 50 d'agosto del 1835. Si 
pose la pietra fondamentale il 28 di maggio del 185G 
colla seguente iscrizione : 



EX D. D. ( ' decnrionum decreto) 

ALOISIVS MOLA COMES I. PANSOJA EQVES MAVRIT. 

DVVMVIKI STATVEKVNT ANNO MDCCCXXXVI. 



CAPO OTTAVO 285 

La statua fu collocata solennemente sulla colonna 
addì 10 di giugno del 1837, dopo d'essere stata be- 
nedetta secondo il rito dal reverendissimo rettor 
maggiore degli Oblati il teologo Giuseppe Antonio 
Avvaro. 

Sullo stilobate della colonna si legge la seguente 
iscrizione dettata dal Boucheron: 



MATRI A CONSOLATANE 

OB AERVMNAM MORBI ASIATICI MIRE LENITAM MOX 

SVBLATAM TANTAE SOSPITATRICIS OPE ORDO DECVRIONVM 

PRO POPVLO VOTVM SOLVENS QVOD VOVIT 

A. MDCCCXXXV. 



Questo sito era anticamente occupato dal muro 
della citta, dal fosso e dal bastione che chiamavasi 
della Consolata. Vittorio Amedeo h avendo ingran- 
dito la cerchia delta città verso ponente, fé' demo- 
lire nel 1715 il bastione, e l'anno seguente donò il 
muro ai monaci della Consolata affinchè lo demolis- 
sero e vi facessero una piazzetta. Addì 29 d'agosto 
del 1716 il muro era demolito, il fosso riempito e vi 
cominciarono a girar le carrozze. Nota un crona- 
chista troppo minuto che la prima carrozza che v'en- 
trò fu quella della contessa di Castellengo. Ai 2 di 
settembre s'aprì la porta della chiesa a ponente e 



286 LIBRO SECONDO, CAPO OTTAVO 

s'otturò una di quelle che erano al meriggio : e pre- 
cisamente quella che trovavasi accanto all'altare degli 
Angioli (6\ 

Trattasi adesso d'allargare l'angusto spazio che 
rende incomodo l'accesso alla chiesa dalla parte del 
meriggio e d'adornar la chiesa da quel lato d'una 
fronte marmorea che sia degna della maestà di quel 
tempio, della celebrità di quei luogo. E giova spe- 
rare che non fallirà questo pio disegno, sorridendoci 
la speranza che la generosa, e già per tante prove 
ilustre pietà de' Torinesi concorrerà di buon grado 
per condurre il santuario della Vergine Consolatrice 
al dovuto splendore; sicché risponda in qualche modo 
all'altissima venerazione, in cui fu sempre tenuto. 



1*^» 



NOTE 



(1) Bonacossa, Sullo stato de* mentecatti e degli ospedali per i medesimi 
in varii paesi dell' Europa. 152. 

— Saggio di statistica del R. Manicomio di Torino. 

(2) Diario del convento del Carmine. 

(3) Stupenengo, Relazione ms. 1769. Arch. di corte. 11 prete Giambat- 
tista Stupenengo era cappellano delle monache, e scrivea per ordine del- 
l'arcivescovo. 

(4) Sitam prope Taurinum monasterio praedicto Vietnam. Wadding, 
ann.min.vi, 17, 442. 

(5) Bolland, Ada SS. vi, 538. 

(6) Soleri, Diario dei fatti successi in Torino dal 1682 al 1720, ms. 
della Biblioteca del Re. 



LIBRO III. 



n>i. ir 



LIBRO TERZO 



-9-O^fèO-O- 



CAPO PRIMO 



Chiesa di Sant' Andrea. — Cappella della Consolata. — Breve storia 
di questa chiesa. Descrizione della medesima. — Antonino Paren- 
tani pittore. — Aneddoti intorno a Vittorio Amedeo n. Caissotti. 
— Congregazioni religiose da cui fu ufficiata. Benedittini neri. 
Cisterciensi riformati o Fugliensi. Cisterciensi dell' antica osser- 
vanza. Oblati di Maria Vergine. — Uomini illustri sepolti alla Con- 
solata. Filippo d' Este. I Goveani. La più bella dama che fosse in 
Torino nel 1629. Il conte Pietro Mellarede. 



La chiesa di Sant'Andrea è da molti secoli insigne 
per una sacra imagine di Maria Consolatrice a cui si 
trae la divozion de' fedeli, e che la pia tradizione 



292 LIBRO TERZO 

racconta essersi miracolosamente e per divina rive- 
lazione trovata da un cieco chiamato Ravadio o Ra- 
vachio di Brianzone, tra le rovine d'un'antica cappella , 
nella quale S. Massimo, vescovo di Torino, Tavea pro- 
posta alla venerazion dei fedeli. 

Già ne' primi anni dei secolo xiv si prova storica- 
mente essere quella diva imagine salita in tal fama 
che innanzi alla medesima accorrevano principi e 
popoli divotamente pellegrinando. 

Questa chiesa esisteva fin dal secolo x lungo il 
muro della porta Comitale o Palatina nel sito che 
occupa adesso all'angolo nord-ovest della città. Adal- 
berto, marchese e conte di Torino e d'Ivrea, padre 
del re Berengario n, ceppo della CasaReal di Savoia, 
ne fece dono ai monaci fuggiti dalla Novalesa per 
paura de'Saracini, e ricoverati presso alla chiesa de' 
Santi Andrea e Clemente innanzi al castello di porla 
Susina. L'abate Bellegrimmo vi trasferì i suoi reli- 
giosi anche perchè nella casa che prima occupavono 
pativano troppo disturbo per concorso di popolo e 
per impaccio di secolari faccende. Sul finir del se- 
colo il monaco Bruningo, architetto egregio, rifece più 
ampia e maestosa la chiesa di Sant'Andrea, talché il 
cronista novaliciense la chiamava più bella d'ogni 
altra (praestantior cunctis)', imperocché, soggiunge, 
cinta di nobili famiglie, in capo alla città, fa una 
gran mostra di sé (1). 

Adalberto diede ancora ai monaci una torre 



CAPO PRIMO 295 

attigua al monastero; ed io tengo per fermo che sia 
quella medesima che ancora serve di campanile, 
alla quale ne' secoli posteriori si fé' qualche giunta. 

Nel secolo xv la chiesa di Sant'Andrea fu ingran- 
dita. Nel 1584 monsignor Angelo Peruzzi, vescovo 
di Sartina, procedendo alla visita apostolica, la trovò 
piuttosto capace, ma piena d'immondezze, con altari 
disadorni e rovinosi. Sola in mezzo allo squallore 
distinguevasi per nettezza e per ornamenti la cap- 
pella della Vergine della Consolata, per la quale un 
monaco slava dipingendo un bel quadro (2). Quel 
vescovo rende testimonianza della grandissima divo- 
zione, di cui era segno la santa imagine che vi si 
custodiva (3). 

Nel 1594 s'andavano rifabbricando o migliorando 
il monastero e la chiesa. Nel 1603 si rifaceva l'aitar 
maggiore. L'infanta Donna Caterina d'Austria, du- 
chessa di Savoia, sovveniva i monaci di 400 scudi 
d'oro nel 1594: Carlo Emmanuele i di 100 duca- 
toni nel 1603 (4). 

Fin dopo la metà del secolo xvn la chiesa di Sani' 
Andrea era a tre navi, formata di quattro archi. In 
cima alla nave di mezzo era, dov'è di presente, 
l'aitar maggiore, con un quadro rappresentante la 
Deposizione di Cristo dalla croce, ed è quello stesso 
che ora si vede sopra l'altare del coro; allato a de- 
stra la statua di Sant'Andrea, a sinistra quella di 
S. Lorenzo. Sopra il quadro lo stemma de'Reali di 



294 LIBRO TERZO 

Savoia; e sopra lo stemma la tavola della Risurre- 
zione. Sopra la statua di Sant'Andrea vedevasi la 
statua della Speranza. Sotto, l'effigie dipinta del duca 
Carlo Emmanuele i. Sopra il S. Lorenzo v'era la statua 
della Carità; sotto, il ritratto di Donna Caterina d'Au- 
stria moglie di Carlo Emmanuele i. Infine accanto 
alle statue de' Ss. Andrea e Lorenzo erano due altre 
statue de' Ss. Benedetto e Bernardo. 

Per due scale di pietra laterali che venivano a 
far capo nelle navi minori, si scendeva nella cappella 
sotterranea di Nostra Signora delle Grazie, ove vo- 
gliono alcuni sia seguita la miracolosa invenzione. 

In capo alla nave posta a eornu evangelli v'era 
l'altare de'Ss. Carlo e Martino; gli succedeva l'altare 
di S. Valerico, il cui corpo nel 1584 conservavasi 
nella cappella sotterranea; seguitava la cappella degli 
Angioli, fondata da Marc' Antonio Bayro, poi quella 
della Madonna della Consolata, l'ultima era la cap- 
pella di S. Bernardo costrutta da Manfredo Goveano, 
consiglier di Stato, figliuolo del celebre giurisconsulto 
Antonio, nella quale ebbe quell'illustre lignaggio le 
sue tombe gentilizie (5), ed era situata dove ora 
s'apre la porta che guarda a ponente. 

In capo all'altra nave era la cappella del Crocifìsso 
che fu patronato dei Delfìni e dei Sanmartini di Ca- 
stelnuovo, e venne dipinta nel 1610 dal Conti; né 
v'erano altre cappelle da quel lato, aprendovisi due 
grandi porte, una in faccia all'altare di S. Valerico, 



CAPO PRIMO 295 

l'altra in taccia all'aliare della Madonna della Con- 
solata. Al di fuori correva un portico sostenuto da 
pilastrini poligoni di mattoni lavorati all'antica, che 
cominciava dal campanile e stendevasi fin quasi all' 
estremità della chiesa. 

Vicino alla seconda porta a mano sinistra, entrando, 
vedevansi alcune pianelle che si conservavano sempre 
asciutte, sebbene tutto il restante pavimento fosse 
coperto d'umidità; e là dicevasi essere il sito dove 
il cieco di Brianzone avea scoperto la sacra inda- 
gine (6) ed il popolo lo baciava. 

La cappella della Madonna fu ampliata ed ornata 
di quattro colonne di marmo nero, di pitture e di 
stucchi rappresentanti tutte le festività della B. Ver- 
gine nel 1611 (7); V altare fu consacrato da monsi- 
gnor Vicia, già vescovo di Vercelli, il 12 settembre 
1620 (8). Nel 1659 poi il conte Flaminio San Martino 
d'Agliè la fé' maggiormente ornare fra gl'intercolunnii 
con fregi, festoni, puttini e cherubini di marmobianco. 
Il lavoro fu condotto a termine nel 1662 (9). 

Prima che la chiesa e la cappella venissero rie- 
dificate vi si vedeva quantità di voti d'argento y ed 
uno fra gli altri d'un figliuolo, d'altezza d'un raso 
e più d'argento, di peso più d'un rubbo, rappresen- 
tante S. A, R. Vittorio Amedeo, oggi regnante (Vit- 
torio Amedeo ii); era (la cappella) illuminata con 
nove lampade d'argento nei giorni festivi (10). 



296 LIBRO TERZO 

Durante la reggenza di Madama Reale Maria Gio- 
vanna Battista che era singolarmente divota di Maria 
Consolatrice, l'abate locale D. Michel Angelo di 
S. Bernardo, confessore della principessa Lodovica 
di Savoia, formò un disegno per restaurare il sagro 
tempio. Ma non era egli perito d'architettura, onde 
il suo concetto non potè aver esecuzione e si die 
invece l'incarico di delinearne un altro al celebre 
padre Guarino Guarini, Teatino, il quale propose la 
chiesa ovale che ora si vede, coll'innesto sur un fianco 
della grandiosa rotonda che forma la cappella della 
Consolata. Cominciò la fabbrica nel 1679 e si avanzò 
l'opera co'doni di Madama Reale e più ancora colle 
liberalità de'divoti, fra i quali merita particolar me- 
moria la contessa Felicita Pergamo Losa, morta nel 
1699. 

Nel 1705 già erano riedificate la chiesa e Scap- 
pella, e nel 1714 Vittorio Amedeo n, grato alla Ver- 
gine che avea nel 1706 protetta l'indipendenza della 
Monarchia e salvata la libertà d'Italia, ampliò sui 
disegni del Juvara il presbitero della cappella e ne 
costrusse l'elegantissimo altare, sopra il quale mo- 
stra delizie di paradiso la vòlta dipinta da Bernar- 
dino Galliari. 

In quanto alla cappella sotterranea di S ta Maria 
delle Grazie, monsignor Peruzzi nella visita apostolica 
del 1 584 la trovò scura e poco decente, con due altari, 



CAPO PRIMO 297 

uno della B. Vergine, l'altro di San Valerico, di cui 
lì presso vedevasi il deposito. Nel 1608 fu ridotta a 
miglior forma e più elegante, ornata di colonne e di 
stucchi, concorrendo largamente nella spesa Donna 
Matilde di Savoia, moglie del marchese di Simiana, 
che vi pose nella vòlta le armi sue accompagnate da 
quelle del marito. Nel 1835, in seguito al voto fatto 
dalla città in occasione del cholera, fu la stessa cap- 
pella tutta rivestita di scelti marmi, essendosene 
anche agevolato e adornato 1' accesso. Del volo e 
de* restauri fa memoria l'iscrizione dettata dal ce- 
lebre Carlo Boucheron che si vede in lapide di marmo 
bianco sul pianerottolo della scala. 

Due chiese figliali vennero fondate dai padri della 
Consolata, l'ima nel 1621 in Asti (dove ora è l'or- 
fanotrofio) concorrendovi coli' usata sua liberalità 
Carlo Emmanuele i (11); l'altra nel 1633 a TVlirafìori 
dov'era a que' tempi una delizia della Corte di Sa- 
voia; e fu eretta d'ordine di Vittorio Amedeo i che 
donò 2,500 scudi d'oro (12). 

Le chiese architettate dall'ardito ingegno del pa- 
dre Guarino Guarini, sono tutte l'una dall'altra di- 
verse, ma si segnalano tutte per singolarità d'inven- 
zione, per merito di difficolta superate, pel fortunato 
incontro di curve sporgenti e rientranti che formano 
un tutto quanto lontano dalla semplice eleganza di 
Palladio e del Sansovino, altrettanto nuovo e fanta- 
stico, nò punto disaggradevole. 

Fol. II 38 



298 LIBRO TERZO 

Nella chiesa di Sant'Andrea e nella cappella della 
Consolala si scostò egli per altro dall'ordinaria sua 
maniera, e questi due nobili edifìzi sono certamente 
una delle sue meno affaticate e più semplici com- 
posizioni. 

Di forma ovale, alta, grandiosa è la chiesa di Sant'An- 
drea, aperta all'intorno per otto grandi archi. Quello 
che sta a levante contiene l'aliar maggiore, dietro 
e sopra il quale in alto è il coro de' monaci. Di faccia 
all'aitar maggiore è la porta d'ingresso a ponente, 
ornata di stipiti di granito dalla pietà di S. E. Reve- 
rendissima monsignor Luigi Fransoni, nostro arcive- 
scovo (13\ A mezzodì, dal qual lato propriamente 
è la facciata del Santuario, s'apre un'altra porta d'in- 
gresso; e di fronte alla medesima il quarto di essi 
grandi archi lascia vedere la cappella della Consolata, 
a cui si sale per alcuni gradini, e che una elegante 
cancellata di ferro, dono del marchese Tancredi Fal- 
letti di Barolo, di pia memoria, divide dalla chiesa. 

I quattro archi restanti contengono altrettante 
cappelle, le quali s' intitolano di S. Bernardo, di 
S. Valerico (di patronato delta citta), di Sant'Anna 
e del Crocifisso (un tempo patronato dei Morozzo 
che vi aveano i loro sepolcri). 

Fra un arco e l'altro s'alzano pilastri binati d'or- 
dine corintio. Le dorature tanto d'essa chiesa che 
della cappella vennero tutte rinnovate nel 1836 per 
cura degli Oblati di Maria Vergine, nella quale 



cai»o piumo 299 

occasione, essendosi dovuta trasferire provvisoria- 
mente in altro sito l' imagine miracolosa, molti 
ebbero, ed io fra quelli, la ventura di poterla ve- 
nerare ed esaminar da vicino. 

All'aitar maggiore il quadro col martirio di Sani' 
Andrea è di Felice Cervetti, mediocre pittor tori- 
nese. Dell'altare è patrono l'Ordine de'Ss. Maurizio 
e Lazzaro di cui questa chiesa è commenda; e ne 
fa fede una iscrizione che si conserva nell'attiguo 
convento. 

Appartiene allo stesso pittore la tavola di S. Ber- 
nardo, alla quale gli Oblali fecero aggiungere Sant' 
Alfonso de' Liguori, compatrono della loro congre- 
gazione. 

11 S. Bernardo dipinto a fresco nel vòlto è di Mattia 
Bertoloni, veneziano; gli ornali sono di Felice Biella 
allievo di Giuseppe Galli Bibiena; le sculture in legno 
furono condotte dal celebre Stefano Maria Clemente. 

Bertoloni e Biella dipinsero ancóra il vólto della 
cappella di S. Valerico; anzi quello di tutta la chiesa. 

Le sculture della cappella di Sant'Anna sono di 
man del Clemente. 

11 quadro dell'altare del Crocifisso è di Guglielmo 
Caccia detto il Moncalvo, il miglior pittore che vanti il 
Monferrato, dopo Macrino, distinto e per abbondanza 
d'invenzione, e per freschezza di colorito. Vi fu collo- 
cato il 27 novembre 1715, nel qual giorno il P. abaie 
Polla celebrò la prima messa in questa cappella. 



300 LIBRO TERZO 



11 fresco nel vólto mostra il Salvatore nel Limbo, 
e fu dipinto da Gio. Battista Pozzi milanese, nel 
1717 (14). 

Otto quadri ovali appesi ai pilastri attorno alla 
chiesa, rappresentano varii santi dell'ordine Cistcr- 
ciense, e sono pure di man del Cervetti. 

Infine è qui da rammentare l'organo recentemente 
rinnovalo per cura degli Oblati di Maria Santissima, 
dal celebre Serassi di Bergamo, con tutti quei ma- 
gisteri e quella più mirabile imitazione di stronfienti, 
di voci, d'echi, permessa dalla presente condizione 
dell'arte. 

Sul fianco settentrionale della chiesa di Sant'An- 
drea s'apre il Santuario della Consolata, di forma 
esagona, ornato di colonne, tutto rivestito di marmi 
preziosi. L'altare è, come abbiam dello, disegno del 
celebre siciliano architetto Filippo Juvara; esso pog- 
gia a grande altezza, e sopra al trono in cui si espone 
alla pubblica adorazione il Santissimo, mostra, fra 
i cori angelici, fra Toro e le gemme la sacra effigie 
della Vergine, quasi sempre coperta d'un velo serico, 
fuorché nei giorni più specialmente a lei dedicati. 
Oh qual conforto ci piove al sol fissare i tuoi begli 
occhi, o Maria! Quale raccoglimento c'inspirano, 
quanti pensieri ci destano queste sacre pareti, depo- 
sitarie di tanti dolori, ministre di tante consolazioni! 

Ah ben lo sa chi, perduta una parte dell'anima 
sua, si sente solo e deserto sopra la terra, e col cuor 



CAPO PRIMO 501 

lacerato versa lagrime più amare che morte ! Tu 
allora scendi, pietosa amica, nella travagliatamente, 
o Maria, e stornandone con sapiente violenza lo 
sguardo da una muta e fredda spoglia, da un triste 
avello, lo sollevi a più beate regioni, egli mostri, 
sfavillanti d'immortal riso, i suoi cari, preganti per- 
chè l'esule alfìn li raggiunga.... 

La cupola di questa cappella fu cominciata in 
aprile e finita il 27 settembre del 1703. Venne poi 
dipinta sui disegni del celebre Giuseppe Galli Bi- 
biena da Giambattista Alberoni di Modena, per quel 
che appartiene ad architettura. Pennelleggiò le fi- 
gure Giambattista Crosato veneziano, peritissimo 
singolarmente nell'arte di dar rilievo a' suoi dipinti, 
come si può vedere anche alla Vigna della Regina : 
ora questi bei dipinti sono già alquanto smarriti. 

11 già mentovato Cervetti è autore di sei quadri 
appesi attorno al primo cornicione della cupola. 

La chiesa fu lastricata nel 1714 a spese della con- 
tessa di Scarnafiggi. 

La cappella sotterranea fu squisitamente adornata, 
come già accennammo, di scelti marmi dalla città 
di Torino. Il giallo di Verona copre le pareti. I 
pilastri sono di ravacchione bigio di Carrara. La 
balaustra, le ringhiere di ferro battuto. Vi si vedono 
le statue di S. Massimo e di S. Francesco di Sales, 
di legno, d'Ignazio Perucca; ed un acquasanlino di 
bronzo d'egregio lavoro di madamigella Fauveau , 



302 LIBRO TERZO 

dono del cav. d'Olry, già ministro di Baviera a 
Forino. 

Nella sagrestia, ricca di nobili intagli in legno, 
il vólto è dipinto a fresco da Antonio Milocco. 

Le piccole sagristie che succedono alla grande, 
dipinse a fresco nel vólto lo stesso Crosato. Un qua- 
dretto col Padre Eterno ed alcuni putti, è opera del 
Moncalvo. 

Sono da vedersi nel coro antico de' monaci un 
Cristo posto nel monumento, quadro antico, ricco 
di figure, notevole per la composizione e pel colorito: 
belle sopra le altre figure sono il morto corpo del 
Redentore e la Maddalena. Sembra di scuola ver- 
cellese, ed è certamente del miglior tempo, e di 
mano maestra. Degni ancora d'osservazione mi sem- 
brano nella sala del capitolo la tavola rappresentante 
il cadavere di S. Rocco portato al sepolcro, del cav. 
Claudio Beaumont, capo della scuola reale di pittura 
a Torino, ed un quadro grande mezzo tondo in cima, 
dipinto da Antonino Parentani. In alto v'è la SS. 
Trinità in gloria colla Vergine Santa. A destra ve- 
desi S. Gio. Battista protettor di Torino, colla ban- 
diera di Savoia fra le mani; gli stanno appresso S. 
Maurizio e quattro altri martiri tebei, portando per 
insegna la croce trifogliata d'argento in campo ver- 
miglio. Alla sinistra schieransi S. Giacomo, S. Mas- 
simo vescovo di Torino, S. Remigio, il B. Amedeo, 
una Santa ed un Abate dell'ordine Benedittino. La 



CAPO PttlSIO 505 

parte mezzana del quadro è occupala da tre angioli : 
uno in mezzo colla spada sguainata e col motto 
potestas principis; uno a destra colla bandiera del- 
l'Annunziata, e col motto princeps statvs: il terzo 
a sinistra colla bandiera del Santo Sudario , e col 
motto tvtelaris civitatis. Nel piano poi havvi una 
veduta di paese, nel quale la città di Torino, ed il 
Santo Angelo Custode coli' anima d'un eletto, che 
ha il demonio sotto ai piedi. Fu dipinto nel 1604 
a spese di Marc' Antonio Bayro (15). 11 Parentani 
imitava con buon successo lo stile della scuola ro- 
mana, e fu molto adoperato da Carlo Emmanuele ì 
per l'adornamento de' suoi palazzi e della sua famosa 
galleria. Fu discepolo del Parentani un Francesco 
Demaria da Tortona ; e credo fosse suo figliuolo il 
capitano Agostino Parentani che lavorava eziandio 
di pittura, e che nel 1640 delineò una carta di 
Torino che fu incisa da Gio. Paolo Bianchi (16). 

11 quadro di S. Rocco fu dipinto nel 1716 dal 
cav. Beaumont per la confraternita di questo nome. 
Ma non potendo egli accordarsi co' battuti intorno 
al prezzo, Io fé' portar via e lo donò alla città, la 
quale lo collocò alla Consolata nella sua cappella di 
S. Valerico (17). 

Altri quattro dipinti, due in forma di mezzaluna, 
due quadri, vedonsi nella libreria, e rappresentano 
la nascita di Maria, la Vergine che sale i gradini 
del tempio, lo Sposalizio, la Concezione. Furono 



504 LIBKO TEKZO 

giudicati dal Bartoli di man dello stesso Parenlani, 
benché vi scorgesse maggior potenza di colorito (18). 
Con miglior giudicio, per quanto mi pare, li attri- 
buisce il cav. Biscarra al Moncalvo. 

Con bolla del 15 giugno 1604 la chiesa di Sant'An- 
drea fu eretta in commenda dell 1 ordine Mauriziano. 

Abbiam già accennata l'opinione che la torre della 
Consolata sia quella stessa che nel 929 veniva donata 
dal marchese Adalberto ai Benedittini. Probabil- 
mente questa torre era scoperta , poiché nei con- 
sigli del Comune si proponeva nel 1406 di finirla (19). 
E non senza grave cagione se ne occupavano i padri 
del Comune , perchè quella torre posta presso alle 
mura, serviva di stanza alle guardie per ispeculare 
i moti de' nemici; essendo, come ognun sa, que' 
tempi del medio evo continuamente ottenebrati di 
guerre e di pestilenze, d'intestine discordie e di 
nemiche aggressioni. 

La guardia che stava sulla torre di Sant'Andrea 
corrispondea per segni con quella che stava sulla 
torre di S ta Maria presso al ponte sulla Stura. Addì 
16 di febbraio del 1334 il Comune ordinava che la 
guardia di S ta Maria avesse una bandiera bianca, ed 
allo scoprirsi de' nemici suonasse il corno e volgesse 
la bandiera verso la parte donde apparissero, ed 
allora la guardia di Sant' Andrea suonasse la grossa 
campana a stormo, e colla piccola desse i segni 
ordinati nelle istruzioni (20). 



CAPO PRIMO 505 

Che se ci faremo a visitare la parte sotterranea 
del saero edificio, troveremo sotto la cappella della 
Consolata un sito illuminato da due finestre , e pu- 
litissimo; nel quale, dal lato sinistro di chi entra, 
vedesi la tomba del cav. Carlo Ludovico Birago di 
Roccavione, luogotenente maresciallo dell'Impera- 
tore, morto il 10 novembre 1710; più in là sotto 
la finestra, il luogo nel quale gli Oblati raccolsero 
le ossa prima sparse nel sotterraneo. Successiva- 
mente il sepolcro della contessa Felicita Pergamo 
Losa, che aiutò poderosamente la fabbrica del San- 
tuario, e morì nel 1699. Passando quindi sotto al 
presbitero, in mezzo si scorge la tomba de' Rev. mi 
Rettori maggiori degli Oblati , ove riposa Giamba- 
tista Reynaudi, uno de' fondatori di questa Congre- 
gazione, morto il 24 di dicembre del 1858 a Cari- 
gnano. A destra un sepolcro comune contiene gli 
avanzi de'monaciCisterciensi, che giacevano secondo 
il loro instituto prostesi sulla nuda terra; sulle altre 
pareli s'aprono le tombe degli Oblati (21). 

Divotissimi di questo Santuario furono sempre i 
nostri principi, e frequente fu la pia loro visita, la 
generosa loro offerta alla Madre di consolazione. 
Ricorderò fra gli altri il re Vittorio Amedeo n, il 
quale, oltre al passar la notte di Natale, salmeg- 
giando co' monaci, come racconta un' iscrizione con- 
servata sul pianerottolo dello scalone del monastero, 
spessissimo vi si recava di buon mattino a sentir 

Poi. Il 39 



506 LIBRO TERZO 

messa, od a cercare il padre abate Dormiglia suo 
confessore. V'andava a piedi preceduto da due val- 
letti, uno de' quali con lanterna. Si confessava d'or- 
dinario nella piccola sagrestia già riservata all'uso 
particolare dell'abate. Quando villeggiava alla Vena- 
ria, mandava a pigliar il confessore con carrozza tratta 
a sei muli bianchi; talvolta fu visto quel principe alla 
Consolata accostarsi alla sacra mensa confuso in mezzo 
alla calca del popolo. Vi venne, fra le altre volte, addì 
24 di settembre del 1715, vigilia della sua partenza 
per Palermo, dove fu poi unto e coronato re di Si- 
cilia. Vestiva quella mattina un giustacuore turchino 
coi bottoni d'oro. In sul giungere, dispensava ai 
poveri uno scudo bianco. Tornando al palazzo a piedi, 
incontrò presso Sant'Agostino il parroco che portava 
il Viatico ad una madama Soppena, s'unì al corteggio 
ed accompagnò divotamente il Santissimo (22). 

Si fu in una delle sue visite notturne alla Conso- 
lata, che avvertì ad un lume che vedea sempre ad uno 
di quelli abbaini che sorgono sui tetti delle case, e 
rischiarano l'umile abituro de' poveri: e domandò 
chi vi abitasse e perchè vi fosse costantemente quel 
lume: gli fu risposto esser l'abitazione d'un povero 
giovane nizzardo teste laureato in leggi, che passava 
le notti a studiare. Vittorio volle conoscerlo, lo no- 
minò sostituito avvocato de' poveri ; era il Caissotti: 
e quel povero studente diventò poi gran cancelliere. 

Questo principe, quanto assoluto nelle sue volontà^ 



CAPO PRIMO 507 

altrettanto affabile e popolare, il 2 luglio del 1716, 
dopo d'aver fatte le sue divozioni alla Consolata, 
andò a far colezione in casa dello speziale Anglesio, 
che abitava allora dirimpetto alla chiesa delle Or- 
fanelle, e ripartì poscia per la Veneria. 

In settembre del 1714 essendovi mortalità nel 
bestiame, vennero a portar doni, ad offerir preghiere 
alla Consolata molte confraternite dei vicini paesi, 
da Beinasco, da Orbassano, da Rivoli, da Grugliasco, 
da Vinovo, da Villanova d'Asti, da Villafranca, da 
Moncucco e da Casale. 

Il 27 di novembre del 1718 venne alla Consolata 
la principessa Maria di Carignano, e, confusa col 
popolo, si presentò al confessionale del padre Dor- 
miglia, confessore del Re. 

I monaci della Novalesa, Benedittini neri, furono, 
come abbiam veduto, i primi che dalla pietà del 
marchese Adalberto ottennero nel 929 la chiesa di 
Sant'Andrea con un piccolo monastero, chiamato 
nel documento cella , a significare appunto che di 
pochi monaci era capace. Ingrandita poi e miglio- 
rata dal monaco Bruningo la chiesa, sicché compa- 
riva come la più bella della città, ò probabile che 
anche il monastero sia quindi stato rifatto ed am- 
pliato ; ma comunque ciò sia, i Benedittini neri fu- 
rono pertanto quelli, che, secondo la pia tradizione, 
videro alzarsi dal re Arduino la cappella della Con- 
solata; ebbero il dolore di vederla dal furor delle 



508 LIBRO TERZO 

guerre distrutta, che poi videro prodigiosamente 
scoprirsi tra le macerie la santa imagine, ed a 
nuovo e più fervoroso culto restituirsi. 

Durarono i Benedittini in questa chiesa seicento 
sessant' anni; e nel 1589, dandosi da gran tempo il 
priorato di Sant'Andrea in commenda (25), essendo 
scemala l'osservanza delle discipline claustrali e 
della regola di S. Benedetto, e ridotti i monaci a 
sei, vennero loro surrogati i Cisterciensi, chiamati 
anche Fugliensi , o monaci di S. Bernardo, dello 
stesso ordine Benedittino, ma riformati, che vestono 
cocolla bianca. 

Nella visita di monsignor Peruzzi dell'anno 1584 
si nota che la chiesa era tenuta in commenda da 
Camillo Gaetani. Vi risiedeano sei monaci Benedit- 
tini sacerdoti, a ciascuno de' quali l'abate commen- 
datario od il cardinale di Sermonetta Nicolò Gae- 
tani dava provvisione annua di quattro sacchi di 
fromento, una carrata e mezza di vino, dodici scudi 
pel companatico, tre pel vestiario. Il parroco era 
un prete della diocesi di Nocera, vicario dell'abate. 
11 Santissimo era allogato in custodia di ferro inde- 
centissima. La chiesa era sporchissima. Gli altari 
mezzi in rovina. Non v'erano ne qui ne nelle altre 
chiese di Torino confessionali. I monaci non osser- 
vavano la regola di S. Benedetto, fuorché nell'uffi- 
ciatura. Per queste cause il cardinale Camillo Gae- 
tani da Roma ove risedeva, e dal monastero di Santa 



CAPO PRIMO 509 

Pudenziana, suo titolo cardinalizio, mandò fra Fili- 
berto prior claustrale con alquanti compagni, ai 
quali venne da monsignor nunzio Giulio Ottinelli 
dato il possesso della chiesa e del monastero di 
Sant'Andrea addì 25 ottobre (24). Furono questi in 
modo insigne benemeriti del Santuario e del cullo 
di Maria SS ma di cui promossero e cogli scritti e colla 
predicazione il culto; fondando anche, come abbiam 
veduto, i monasteri figliali d'Asti e di Mirafìori; e 
rifacendo dai fondamenti la chiesa di Sant'Andrea, 
la cappella della Consolata, ed il monastero. Furono 
cacciali, come gli altri ordini religiosi, dalla rivo- 
luzione francese. Nel 1819 vennero ad ufficiare il 
Santuario i Cisterciensi della prima osservanza che 
vestivano cocolla bianca e scapolare nero, ai quali 
i Fugliensi erano slati riuniti nel 1802. Durante la 
dominazione straniera il Santuario era stalo custo- 
dito da due antichi monaci, Gaetano Brunetti e Do- 
menico Data. Finalmente addì 3 febbraio del 1834 
ne pigliarono possesso, per volontà sovrana e con 
autorità del sommo pontefice, gli Oblati di Maria 
Vergine. 

Fu questa congregazione fondata nel 1826 a Pi- 
nerolo dal teol. Pio Brunone Lanieri di Cuneo, e 
dal sacerdote D. Giambattista Reynaudi di Cari- 
gnano, ed approvata per Breve di Leone xn del 1° 
di settembre di detto anno. Intitolandosi dal santo 
nome di Maria, ragion voleva che ai pie di Maria 



510 LIBRO TERZO 

continuamente facesscr dimora, come dice il rescritto 
pontifìcio. 

I primi che vennero col rettor maggiore Rcynaudi 
furono undici sacerdoti, e grande è slato l'affetto 
con cui cercarono di promuovere il culto di Maria 
Consolatrice; ne solo il dimostra il Santuario ripu- 
lito e adornato, la facciata e la piazza di cui procu- 
rano con ogni studio la formazione , ma ancora le 
tante imagini d' essa Vergine che i Missionari apo- 
stolici di questa congregazione portano e diffondon 
nell'India; e la chiesa che sotto al titolo di Maria 
Consolatrice fu dal padre Abbona, missionario apo- 
stolico ne' regni d'Ava e Pegù, innalzala nel 1840 
nel villaggio di Telai Chiacumin , e dove è gran 
concorso non sol di fedeli, ma eziandio di protestanti 
e di pagani , tratti a quella dolce esca delle pro- 
messe consolazioni. — E sien pur esse efficaci a in- 
tenerir que' cuori, ad aprir quegli occhi alla vera 
luce di Cristo , a far fruttificare negli animi quella 
potente parola che mostra la diritta via, che regge 
i passi di chi erra per questo mortale pellegrinaggio, 
che li giudicherà nel dì final del giudizio! 

A mantenere il concorso del popol divolo a questo 
Santuario, mirabilmente conferiscono la frequenza 
e la pompa delle sacre funzioni; l'esposizione del 
SS. Sacramento in ogni sabbato; le quaranfore che 
si fanno tre volte l'anno, nella terza settimana dopo 
Pasqua dalla Compagnia di S. Giuseppe; addì 27, 



CAPO PRIMO 



511 



28, 29 di agosto per voto della Citta di Torino; 
nell'ultima domenica d'Avvento, e nei due giorni 
seguenti per legato del conte Robbio di S. Raffaele, 
in data delli 50 dicembre 1780; la benedizione 
coll'Eucaristico Sagramento che si dà mattina e sera; 
le messe che, dall'aurora al meriggio, si succedono 
incessantemente; le prediche ne' giorni festivi , e 
le novene che si fanno con analogo discorso in pre- 
parazione alle feste della Consolata, della Natività 
di Maria SS ma e della solennità d'Ognissanti. 

La chiesa di Sant' Andrea era già parrocchia nel 
secolo xn, e lo fu sino al 1596. In essa chiesa era 
fin dal secolo xm una confraternita, della quale 
trovo essere stati priori nel 1293 Oberto Pelizzono 
ed un Amedeo (priores confratriae S. Andreae). 
Nel 1527, addì 15 di gennaio, vi fu eretta canoni- 
camente la primaria compagnia della Consolata, in 
tempo che Dio visitava con guerre, fami e pesti- 
lenze l'Italia. I confratelli obbligando la loro fede 
a Maria, intendono desiderosamente a promuoverne 
il culto, onde meritarne la protezione. Questa in- 
signe compagnia fu privilegiata d'indulgenze per 
Breve di Gregorio xm del 5 di maggio 1580, e venne 
addì 26 maggio del 1594 aggregata a quella di San 
Bernardo in Roma. 

Nel 1796 fu eretta nella slessa chiesa la società 
di San Giuseppe. Nel 1805 due confratelli di San 



512 LIRRO TERZO, CAPO PRIMO 

Giuseppe fondarono la società di Sant'Anna; queste 
due compagnie nel 1806 si riunirono con autorità 
dell'arcivescovo Giacinto Della Torre, di chiara me- 
moria, sotto al patrocinio di S. Giuseppe e Sant'An- 
na; e nel 1815 compilarono i loro statuti, approvati 
poi dalla podestà ecclesiastica. 



N O T E 



(1) Chronicon Novalic. ce. v, vn et xxviu. 

(2) Unus ex monacis de pretesemi conficit imam pulchram iconam 
super ipso altari locandam. 

(3) Atti della visita di monsig. Peruzzi (Archivio arcivescovile ) « ad 
quod habetur imago gloriosae Virginis valde devota, ut indicant vota 
cerea et argentea ad parieles ipsius cappellae appensa, et ad quod quo- 
tidie celebratur cum magna populi multitudo confluat » . 

(4) ltegistri del controllo in detti anni, fol. 320, 88, 255. Archivi ca- 
merali. 

(5) Istromento 16 aprile 1625. Archivio della Consolata. 

(6) Attestazioni giurate sulla chiesa antica di Sant'Andrea del conte Gio- 
vanni Fuselli, e di Paolo Baldassare Perrone nel 1705. Archivio della Con- 
solata. 

(7) Carlo Emmanuele i, in data del I di marzo 161 1. donava ai Padri 
della Consolata ducatoni 400 a fiorini 13 l'uno, per le fatture et pei marmi 
negri applicati alla cappella della Madonna della Consolata. Registri 
del controllo, fol. 24, Archivi camerali. 11 5 di maggio dell' anno mede- 
simo facea pagare a fra Guglielmo di Santa Eufemia priore d'essa cappella 
scudi 600 d'oro per li ornamenti della medesima. Ivi, fol. 70. 

(8) Nell'andito che mette dall'atrio d'ingresso alla sagrestia nella cap- 
pella della Consolata, un voto d'Antonia Maria Noberasca ci mostra gros- 
samente la figura della cappella antica, cosi come trovavasi nel 1620. 

Voi. II 10 



514 



CAPO PRIMO 



(9) Istromento 5 maggio 1659 e 6 gennaio 1663. Archivio della Con- 
solata. Il conte d'Agliè vi avea posta la seguente iscrizione: 

COMES FLAMINlVS SANMARTINVS AB ALLADIO 
PENES REGIAM CELSITVDINEM VICTORH AMEDEI EX NOBILIBVS A 
CUBICVLO ET APVD SERENISSIMVM PRINCIPEM MAVR1TIVM A SABAVDIA 
EIVSDEM ORDIN1S PRIMVS DEIPARAE CONSOLATRICE ARAM TVM 
EX REDIV1VIS MARMORJBUS TVM EX PORPHYRITIBVS AB INTEGRO 
PRAEPARATIS ORNATIVS AC ELAT1VS RENOVAVIT ANNO MDCL1X. 

Ora questa pietra si vede nel portico della cappella della Consolata a 
cornu epistolae. 

(10) Attestazioni giurate suddette del 1705. 

(11) 1621, 24 maggio elemosina di ducaloni 500 da fiorini 13 l'uno al 
padre provinciale della Consolata di Torino per dare principio alla nuova 
chiesa che si ha a fabbricare in Asti per l'introduzione de' padri della sua 
religione. Controllo 162 1, reg. 2, fol. 75. 

(12) Dono del 18 aprile 1633. Controllo, fol. 203. 

(13) V'ha la seguenle iscrizione: 

QVOD Pn CVLTORES MARIAE 

PRIVATIS LARG1TIONIBVS VOTO PVBLICO OBSECVNDANTES AEDEM 

INTVS RESTAVRAVERINT TAVRIN. PONTIFEX IN ADITV TEMPLI 

MVNERE EIVS 1NSTRVCTO AD PERPETVVM EXEMPLVM PIETATIS 

MEMORANDVM CENSVIT A. MDCCCXXXVI. 

(14) Soleri, Diario de' fatti accaduti in Torino. 

(15) Istromento rog. Fecia. Archivio della Consolata. Mal s' appose il 
Bartoli pensando che dipingesse intorno alla metà del secolo xvi.ll Paren- 
tadi fiorì alla fine dello stesso secolo, e ne'primi anni del seguente, come 
appare dai conti dei tesorieri che sono ne\Y Archivio Camerale dal 1598 
al 1614. 

(16) Libro de' forestieri admessi ad habitare in questa città 1620. Viveva 
ancora in detto anno Antonio Parentani. 

(17) Soleri, Diario già citato. 

(18) Descrizione delle pitture e scolture della città di Torino. Derossi, 
nuova guida per la città di Torino 1781. Notiamo, che sebbene porli il 



NOTE 515 

nome dì Derossi, vi pose mano il Vernazza per ciò che concerne la biblio- 
grafia e la storia. 

(19) Considerandone la struttura, si vede esser diversa, ed assai meno 
antica la parte somma della medesima. 

(20) Liber consiliorum civitatis Taurini, 

(21) Fra le persone illustri o chiare per alcuna virtù che sono seppellite 
in questa chiesa, noteremo le seguenti tra le molte segnate nel necrologio 
della Consolata che comincia nel 1611. 

1625 23 luglio. Filippo d'Este marchese di Lanzo. 

1629 7 aprile. Monsieur d'Orbessan di Parigi, primo Scudiere di Ma- 
dama serenissima (Maria Cristina). 

1629 15 marzo. Piero Magliano di Mondovì detto il cieco, che suonava 
l'arpa e squisitamente. 

1629 31 maggio. Fu sepolta alle grazie (nello scurolo) la figliuola del 
sig. conte Bombasino la più bella dama che fosse in questi tempi. 

1635 28 aprile. Il presidente Avenato. 

1637 novembre. 11 presidente Emmanuele Filiberto Goveano ( nella 
cappella di San Bernardo). 

1645 9 marzo. Il presidente Richelmi. 

1656 13 agosto. Sig. Avvocato Gio. Stefano Rocchi (Rocci) professore 
di leggi. 

1657 23 febbraio. 11 protomedico Ghigonio. 

1665 13 giugno. Conte e presidente Cacherano (Domenico). 

1675 18 dicembre. 11 presidente Dalmazzone. 

1677 17 gennaio. L'eccell. sig. conte Ludovico Nicolò Goveano. 

1679 li aprile. 11 conte Lodovico Amedeo Goveano. 

1679 7 luglio. Baron Faverges. 

1679 5 novembre. Conte Paolo Bonardodi Mondovì. 

1711 II agosto. Conte Giuseppe Cacherano. 

1713 14 maggio. Cav. Giacomo di Sales. 

1713 3 giugno. Conte Davide Riccio di Solbrito. 

171 5 « All'i 21 ottobre è passalo a miglior vita alle hore 24 il sig. Gio- 
■ vanni Francesco Soleri, giovane d'età 36 circa, compianto da tutti per 
« la sua pietà e bontà di costumi , dandoli a conoscere nel corso della sua 
« malattia e massime nell'estremo de' suoi giorni, quali terminò con tanta 
u sofferenza e rassegnazione al divino volere, che rendè stupore a quelli 
« che l'assistevano. Questa mane dopo cantata la messa è stato sepolto sotto 
« la cappella della Vergine santissima. In fede li 23 ottobre 1715». 

1716 22 maggio. Commendatore D. Francesco Antonio Lanfranchi, se- 
gretario di guerra e di gabinetto. 

1716 15 giugno. Cav. Carlo Francesco Blanciardi. 

1717 27 gennaio. Conte Gio. Francesco Radicati di Passerano. 



316 CAPO PRIMO, NOTE 

« 1718 2ì maggio. È passato a miglior vita il M. Rev. padre D. Macario 
« Stcfagnano di Sparta, monaco basiliano, il quale era da 36 anni in qua 
« che habitava nella presente città con ammirazione di tutti per la sua 
« pietà, et questa mattina dopo la messa cantata è stato sepolto sotto la 
« cappella della Vergine santissima. In fede li 25 maggio 1718 ». 

« Alli 19 marzo 1730 alle ore 9 circa di Francia alla sera è passato a 
« miglior vita S. E. il conte Pietro di Melarede primo ministro e segretario 
« di stato per gli affari interni di S. S. R. M., et questa mattina dopo la 
« messa cantata è stato sepolto nella cappella della Vergine santissima della 
« Consolata. In fede Torino li 21 marzo 1730 ». 

1753 H luglio. S.E. il sig. conte e presidente Giuseppe Rartolommeo 
Richelmi. 

(22) Soleri, Diario già citalo. 

(23) Tra Commendatori furono nel secolo xvi i cardinali Sermoneta e 
Gaetani. 

(24) Dichiarazione di mons. Ottinelli vescovo di Fano, del 28 gennaio 
1595. Archivii della Consolata. 



CAPO SECONDO 



Uno de' primi caffè di Torino. —Palazzo Drucnt, poi Barolo. Du- 
rezza e stravaganze di monsù di Druent.— Le Orfane.— Le Sapel- 
line.— Sant'Agostino. Breve storia di questa chiesa e sue insigni 
memorie. Uomini illustri che vi fiorirono o vi sono sepolti.— San 
Paolo, ora Basilica magistrale. Memorie di questa chiesa e della 
confraternita di Santa Croce. — Un predecessore di Tom-Pouce. 
—Chiesa di San Michele.— Solenne entrata in Torino d'Arrigo in, 
re di Francia e di Polonia nel 1574. 



Nella via di San Dalmazzo, convien ricordare in faccia 
alla portina di San Dalmazzo l'antico palazzo dei 
marchesi Biandrate di S. Giorgio; ivi nel 1714 un 
lai Forneris teneva il più antico, o almeno uno dei 
più antichi caffè che si sia aperto in Torino. Più 
in la, accanto al palazzo de' magistrati supremi, 
trae gli sguardi il bel palagio de' marchesi Fal- 
letti di Barolo, nobile sede della beneficenza: 
che così possiamo chiamarla, dopoché l'ultimo mar- 
chese Tancredi, di sempre grata ricordanza, e la 



518 LIBRO TERZO 



sua degna compagna la signora marchesa Giulia 
Colbert, le loro mondane ricchezze mutarono in 
opere non periture di carità, in case di rifugio pel- 
le convertite, in asili d'infanzia, in scuole pe' po- 
veri, in molte altre maniere di soccorsi ai traditi 
dalla fortuna od a quelli che non mai la conobbero. 
Le sale di questo palazzo, use altre volte a risuonare 
dei concenti più soavi in feste che raccoglieano il 
fior della corte, ora non echeggiano più che del 
monotono sillabare e canticchiare degli asili d'in- 
fanzia, quanto men grato all'orecchio dell'uomo, 
tanto più dolce al cospetto di Dio. 

II palazzo di cui parliamo fu costrutto nel 1692 
sui disegni dell'ingegnere Gian Francesco Baroncelli 
da Ottavio Provana, conte di Druent, chiamato vol- 
garmente monsù di Druent. Dieci anni prima era egli 
col marchese di Pianezza di que' principali confi- 
denti del duca Vittorio Amedeo 11 che lo consiglia- 
vano ad uscire ornai di tutela, a pigliarsi il governo 
che la madre avrebbesi voluto ritenere in perpetuo. 
Avvisata di tali mene, Madama Reale trovandosi con 
tutta la corte a Moncalieri, fé' arrestar i due cava- 
lieri alle ore 8 di notte del 28 dicembre 1682, e 
li fé' condurre, Pianézza, al castello di Monme- 
gliano, Druent, al castello di Nizza, dove rimasero 
fintantoché il duca, assunto il reggimento dello Stato, 
li richiamò. 

Biavuta la liberta, essendo molto addentro nella 



CAPO SECONDO 519 

grazia del principe, monsù di Druent fabbricò il 
nobile palazzo di cui parliamo con uno scalone di 
un gitto arditissimo; ed invitò tutte le arti a de- 
corarlo. 

Fin dal 1695 vi dipingeva i quattro elementi 
Francesco Trevisani, pittore di molto nome, il quale 
sapea imitar lo stile di qualsivoglia scuola, ma riu- 
sciva meglio nel delicato che nel robusto. Vi dipinse 
una Giunone, Bonaventura Lamberti da Carpi, scuo- 
iare del Cignani; operarono al piano terreno Antonio 
Maria Hafner, bolognese, della congregazione del- 
l'Oratorio, il quale si segnalò per la soavità delle tinte, 
e molto dipinse a Genova e nelle riviere; e Stefano 
Maria Legnani. Lavorò a fresco ne'gabinetti, Giovanni 
Battista Pozzo, milanese, del quale vedevasi una lo- 
data pittura in San Cristoforo di Vercelli. Altri pit- 
tori di men chiaro nome concorrevano ad ingentilire 
il nobile edificio: Angelo Golzio, Giuseppe Mossino, 
Antonio Maro. 

Oltre a ciò, monsù di Druent fece venir tavole 
pregiate da Ferrara e da Bologna; da Piacenza gli fu 
recato un Ercole che strozza il serpente, del cava- 
liere Giovanni Droghi, genovese, scuoiare, ma non 
imitatore di Domenico Piola. Le porte furono inta* 
gliate da Marc' Antonio Berulto; gli stucchi della 
facciata sono di Domenico Maria Violino; ai quali il 
conte Alfieri adattò poi la gradazion delle tinte nel 
1743 (1). 



520 LIBRO TERZO 

Il conte di Druent era uomo fantastico ed assoluto 
nelle sue voglie e di duro imperio. Aveva una unica 
figliuola erede di grande sostanza, volle cercarle un 
genero a modo suo, e contro all'uso comune domandò 
per lei la mano del marchese Falletti di Castagnole, 
che faceva ancora come gli altri Falletti quella vita 
di castello, che una volta prediligevano le schiatte 
antiche e potenti, perchè vi trovavano l'ossequio e 
l'obbedienza che nelle città non poteano più sperare. 
Piacesse o non piacesse alla figliuola, questa lo dovea 
sposare ; fu conchiuso il matrimonio. Per somma, non 
so se ventura o sventura, i due giovanetti sposi si 
piacquero, s'amarono. 

Le nozze furono celebrate con gran pompa, si die 
un ballo a cui intervenne il sovrano col meglio della 
corte. La sposa aveva al collo una collana di perle 
di ricchissimo pregio, imprestatale, secondo l'usanza, 
da Anna d'Orleans, duchessa di Savoia; quando, men- 
tre più fervea la danza, lo scalone con infausto au- 
gurio precipitò. Niuno perì, ma lo spavento fu grande, 
si trovarono mezzi di fuga e in breve il palazzo fu 
sgombro. Intanto scompiglio la collana di perle andò 
smarrita, ma si rinvenne all' indomani sotto le ma- 
cerie della scala. 

La sposa, che per una stolida e fatale contraddi- 
zione, monsù di Druent non lasciava più coabitar col 
marito di cui era innamorata, perì miseramente nel 
fior degli anni addì 24 di febbraio del 1701 (2). 



CAPO SECONDO 



321 



Per tale alleanza acquistarono i marchesi di Ca- 
stagnole e di Barolo, questo palazzo, nel quale, oltre 
alle antiche pitture e ad un soffitto di Daniele Seyter, 
sono da vedersi i bei quadri raccolti dair ultimo 
marchese di Barolo e dall'illustre vedova di lui, am- 
bedue grandi fautori delle arti belle. Accenneremo 
fra gli altri V Incoronazione della Madonna, del Giotto; 
i quattro Evangelisti, del Giotto o della sua scuola; 
varie Madonne, di Lorenzo di Credi, di Carlo Dolce, 
del Guercino, d'Andrea del Sarto, del Sassoferrato, di 
Pompeo Battoni; un Sant'Antonio, del Mudilo; una 
Deposizione dalla Croce, del Tintoretto; il ritratto di 
Velasauez, d'esso VelasqAiez; un ritratto di Giuliano 
de' Medici, del Giorgione ; il ritratto d\in Benlivoglio, 
del Guido; una Sacra Famiglia, dell'Albano; un in- 
terno di Chiesa, del Peter Neef; un Suonatore di 
chitarra, del Caravaggio; il ritratto di Rembrandt, 
d'esso Rembrandt; una Fanciulla, di Holbein; S. 
Pietro di Mengs; una Madonna adorante il bam- 
bino Gesù, detta Madonna della Ghirlanda, di ri- 
lievo in terra cotta, di Luca della Robbia; ed il 
busto di Saffo, del Canova (3). 

Allato al palazzo Barolo e nella medesima via 
incontrasi il ritiro, chiamato anche monastero delle 
povere orfane, fondato verso il 1550, ptfsto qualche 
tempo dopo sotto all' invocazione dell' Annunziata, 
e ordinato a forma di monastero (4) sotto al titolo 
dell' Annunziata. Vi si ricevono le orfane di padre 
VÓI. II « 



322 LIBRO TERZO 

e di madre pervenute air età d' anni 8 e che non 
eccedano i dodici. 

Nella chiesa, la tavola dell'aitar maggiore è di 
Girolamo Donini da Correggio, che fu scolare del 
Cignani, e ne imitò lo stile. Egli provò meglio in 
quadretti da stanza, che nei dipinti destinati a 
luoghi pubblici. E nondimeno è pittore di bontà ra- 
gionevole. 

Della chiesa di Santa Chiara si è già discorso nel 
capo precedente. Quasi di fronte alla medesima v'ha 
il Conservatorio del Rosario, chiamato anche ritiro 
delle Sappelline, dal nome del padre Bernardo Sap- 
pelli, Domenicano, che k> fondò co' sussidii del 
chirurgo Tartra verso al 1808 per le fanciulle pe- 
ricolanti. È diretto dalle Terziarie di S. Domenico. 

La via che percorriamo mettea capo nel secolo xiv 
alla Porta Pusterla; ed altre memorie non rammenta, 
fuorché lo spedale di Sant'Andrea, che aprivasi negli 
stessi tempi presso la porta, e probabilmente nella 
casa medesima del priorato. 

A levante del palazzo de' magistrati supremi corre 
la via di Sant'Agostino, nella quale non v'ha altro 
da osservare che l'antica chiesa di questo nome. 

Il vero antico titolo di questa chiesa è de' Ss. 
Giacomo e Filippo. La chiesa parrocchiale di S. Gia- 
como già esisteva nel secolo xiv. Fu visitata nel 1368 
dal vescovo Giovanni di Rivalta. Nell'isolato che 
trovasi al nord della chiesa s'alzava la chiesa di 



CAPO SECONDO 323 

Sant'Antonino, che fu unita nel 1418 a quella di 
San Giacomo. Gli Agostiniani scalzi pigliarono pos- 
sesso di questa chiesa intorno al 1550. 

Questi religiosi erano stati introdotti in Torino 
nel 1446, nel qual anno la città rappresentava a 
Felice v, che essendo essa stata decorata da Sua 
Santità quand' era ne' gradi minori d'uno studio 
generale e d'un consiglio di giustizia, più non man- 
cava, a compiuto vantaggio della medesima, che un 
qualche ordine dato alla santità ed alla divozione, 
fornito di prudenza e di sapienza che insegnasse 
colla parola e colf esempio le cose di Dio; il che 
apparendo potersi ottenere nelV ordine degli eremiti 
del glorioso Sant'Agostino, e colVopera del venera- 
bile frate Giovanni Marchisio, predicatore dello stesso 
ordine che avea fatto mirabili frutti in questa città, 
aveano pensato a trovar un luogo adattato onde 
porvi quei frati , e pareva alla citta opportuna la 
chiesa ed il monastero di San Solutore minore che 
trovavasi in istato rovinoso, e però supplicavano il 
papa a deputar un commissario colle debite fa- 
colta, per assegnar quella casa all'ordine Agosti- 
niano (5). 

Vennero gli Agostiniani, ma in vece di San Solu- 
tore ottennero la chiesa e la casa di San Cristoforo 
degli Umiliati, nel borgo di San Donato a Porta Su- 
sina, dove già erano stabiliti in giugno di quell'anno 
medesimo (6). 



324 LIBRO TERZO 



Nel 1457 aveano aiuto dalla Città per costrurvi le 
celle; essendo poi stato rovinato nel 1536 dai Fran- 
cesi il loro convento, si ebbe l'animo a trasferirli 
nella chiesa di San Benedetto, ma non pare che l'ot- 
tenessero, essendo la medesima venuta poco dopo in 
poter de' Gesuiti che l'atterrarono. Intorno al 1550, 
come si è detto, ottennero la chiesa di San Gia- 
como che rifecero ed abbellirono coli' opera e col- 
l'aiuto del padre Bartolomeo Falcombello di Avigliana, 
vicario generale della congregazione Agostiniana di 
Lombardia. La chiesta de Saneto Jacobo de Turino 
habitanti li frati heremitani de Sancto Angustino, 
fu fondata nel jorno de Sancta Croce che fu il 14 
de septembre nell'anno 1551, regnando il serenissimo 
re Enrico di Franza. Ne posero la prima pietra il 
conservatore Parpaglia, il collaterale Ganglio, il col- 
laterale Regibus, i due sindaci della città, e Raffaele 
Bellacomba, dottore, ossia avvocato di essa (7). L'otto 
del mese d'ottobre 1576 si cominciò ad ufficiare 
nel coro nuovo. A' 15 di febbraio dell'anno seguente 
si collocò l'ancona nuova, ed alli 9 di marzo sinuose 
il tabernacolo sopra V aitar, ed il Santissimo Sacra- 
mento dentro ; qual tabernacolo fu dipinto da messer 
Cesare Lanino di Vercelli (8). Questo pittore, fra- 
tello del celebre Bernardino, e padre d' un altro 
Bernardino, anch' esso pittore, vuol essere aggiunto 
alla serie degli artisti vercellesi. La chiesa di San 
Giacomo, rifatta e chiamata col nuovo nome di 



CAPO SECONDO 325 

Sant'Agostino, fu poi consecrata dall' arcivescovo 
Giulio Cesare Bergera il 22 novembre 1643 (9). 

Circa vent'anni dopo il conte Gregorio Gioannini 
Bruco fece alla chiesa diversi abbellimenti, ed avea 
divisato di costrurre l'aliar maggiore di marmo; se 
non che, a richiesta del primo presidente della R. 
Camera Gian Giacomo Truchi, si contentò di cedere 
a lui quest'onore (10). Nel 1758 le illustri famiglie 
Maillard de Tournon, Ripa e Gromo che ne aveano 
il patronato lo ripulirono e adornarono di nuovo. 

Entrando in chiesa, la seconda cappella a mano 
sinistra ha un quadro dipinto sullo stile d' Alberto 
Duro col Signor morto, la Vergine, S. Giovanni e la 
Maddalena che lo piangono. La statua di legno di 
Maria Vergine della Cintura, nel terzo altare a de- 
stra, è d'Ignazio Perucca, Torinese. 

AH' aitar maggiore si venera una miracolosa inda- 
gine di Maria, trovata nel 1716 nello atterrarsi un 
muro per la fabbrica del convento. Fu rinvenuta il 
3 dicembre di quell'anno nella casa che stava di 
fronte alla chiesa di S ta Chiara dentro la canna di 
un cammino in cui si facea continuo fuoco, sotto 
all'intonaco; onde parve miracolosa la sua con- 
servazione. Il popolo cominciò atrarvi in gran calca, 
sicché fu necessario porvi le guardie finche fu ta- 
gliata dal muro, e portata in convento. Fu esposta 
in chiesa colle debite facoltà il 26 novembre 1717, 



o2G LIBRO TERZO 

m 

e collocata sopra l'aitar maggiore, e per molte grazie 
a sua intercessione ottenute, crebbe in sempre mag- 
giore venerazione. 11 medico INicia ne fece intagliar 
Timagine che rappresentala Vergine Annunziata (11). 
Ora da lei s'intitola una compagnia in questa chiesa 
ordinata coll'utilissimo scopo di soccorrere le par- 
torienti, chiamandosi: Pia società di Maria San- 
tissima ne W aspettazione del Divin parto. 

Questa chiesa è ricca più d'ogni altra d'illustri 
sepolcri. Vi fu portato il 1° di gennaio del 1576 Perrino 
Bello, celebre per l'opera che pubblicò de Re mili- 
tari et Bello, in cui fu il primo per avventura, dice 
Tiraboschi, che stesamente applicasse la scienza delle 
leggi all'uso della guerra. Poetava anche leggiadra- 
mente in lingua latina, comesi può vedere nella vita 
che ne scrisse il barone Vernazza. Fu sepolto nella 
cappella di San Giovanni. 

11 25 settembre 1578 fu sepolto nella cappella di 
San Nicolò, patronato di sua famiglia, allato all'aitar 
maggiore, il famoso giurisconsulto Cassiano Dalpozzo 
primo presidente del Senato. 11 monumento marmoreo 
che vi fu costrutto in onor suo è altrettanto magnifico 
e notevole per la bellezza delle sue linee architet- 
toniche, quanto è generalmente poco noto per l'oscu- 
rità che regna in quella cappella ove è da vedersi 
anche un antico dipinto. 

Carl'Antonio suo nipote fu arcivescovo di Pisa e 



CAPO SECONDO 327 

fondatore del collegio che ne porta il nome in quella 
città. Ludovico, altro nipote, fu primo presidente 
del Senato di Piemonte, e riposa anch' egli nella 
stessa cappella. 

Il professore Michele Ponza, il quale col suo elet- 
trico Annotatore ha svegliato fra noi la facile, ma 
pur utile letteratura de' giornali, e che mentre me- 
nando attorno la terribile sua sferza grammaticale 
credeva di far tacere una dozzina di cattivi scrittori, 
ne ha fatto bulicare un centinaio, ha pubblicato 
nel fascicolo di giugno del 1835 un.bell'intaglio del 
monumento di cui parliamo, delineato a mia richiesta 
dal signor Barthe, valente architetto di Tolosa. Cas- 
siano Dalpozzo, in onore del quale fu innalzato, era 
figliuolo d'Antonio Dalpozzo e di Margarita della 
Torre. In giovane età fu dottorato in leggi, e quindi 
aggregato al collegio di giurisprudenza dell'università 
di Torino. Sedè più tardi ne' magistrati, e, secondo 
lo stile di quell'età, non si restrinse all'ufficio del 
giudicare, ma adoperato da Carlo m e da Emmanuel 
Filiberto in difficili ambascerie mostrò quanto giovi 
al maneggio delle più gravi cose di Slato, quel 
perpetuo esercizio di schietta logica che necessita 
l'applicazione ai casi pratici delle dottrine della giu- 
risprudenza. Pervenne per varii gradi fino alla carica 
sublime di primo presidente del senato di Piemonte. 
Acquistò nel 1566 la signoria di Reano, ancora 
posseduta dai Dalpozzo, principi della Cisterna. 



528 LIBRO TERZO 

Morì in Torino in età ottuagenaria il 23 di set- 
tembre 1570 e fu sepolto due giorni dopo. 

Cassiano Dalpozzo è autore di due opere stam- 
pale. Additiones ad communes doctorum opiniones. 
Taurini 1545. Additiones ad Bartolum. Taurini 
1577. 

La sua morte fu compianta con amplissima orazione 
dal senator Manfredo Goveano; e la sua memoria 
sarà tramandata alla più tarda posterità dal bel mo- 
numento di bianco marmo che gli eressero i suoi ni- 
poti Ludovico, Fabrizio e Cari' Antonio, fratelli Dal- 
pozzo, con questa iscrizione: 



CASSIANO PVTEO ANT. F. REANI DOMINO 

ET BELLI ET PACIS ARTIBVS CLARO 

QUI APVD CAROLVM V CAES. CAROLO SABAVD1AE DVCl ET 

EMAN. PHILIBERTO APVD FRANCISCVM SECVNDVM FRANC. 

REGEM LEGATVS SVMMA FIDE ADFVIT NICIAE A TVRCIS 

OBSESSAE OPPORTVNE SVBVENIT ET SENATORIS D1GNITA- 

TEM XXV ANNIS TOTIDEMQVE PRAESIDIS INTEGERRIME 

SVSTINVIT 

LVDOVICVS PVTEVS PRAESES, FABRITIVS PONDERANI COMES ET 

CAROLVS ANTONIVS MAGNI AETRVRIAE DVCIS AB 1NTIMIS CONSIL. 

FRATRES PATRVO BENE MERENTI P. 

VIX1T .AN. LXXX OBIIT AN. MDLXX. IX KAL. OCTOBRIS. 



CAPO SECONDO 521) 

Addì 21 gennaio 1590 fu sepolto in questa chiesa 
Giambatista Benedetti, fiorentino, rinomato profes- 
sore di matematica in questa università. 

Il 9 d'aprile 1595 vi fu tumulato Ascanio Bobba, 
cavaliere dell'Annunziata e governatore del castello 

di Nizza. 

Tre anni dopo, l'undici di gennaio, vi fu portato 
il corpo d'Ambrogio Olerio, lettore di lingua greca, 
stato maestro di Cario Emmanuele ì. 

A' 21 d'ottobre 1601 fu depositato nella tomba 
de' signori Del Pozzo, Domenico Belli, gran cancel- 
liere di Savoia, figliuolo del già nominalo Pietrino. 

Nel 1613 (27 settembre) vi fu sepolto Pietro Bino 
d'anni 32, chiamato avvocato celebratissimo; infine 
molti illustri personaggi delle famiglie Del Pozzo, 
Tizzoni, Romagnano, Balbo, Argenteri, Dentis, Ma- 
lines e Nicolis di Robilant trovarono eterno riposo 
in questa chiesa (12). 

Un monumento onorario che si vede all'aitar mag- 
giore dal lato del vangelo fu innalzato alla memoria 
del celebre cardinale Carlo Tommaso di Tournon, 
patriarca d' Antiochia, nato a Torino il 22 dicembre 
1668, morto fra gli stenti di dura prigione a Macao 
il 7 di giugno 1710. Egli era, com'è noto, legato 
apostolico nella Cina, e mentre attendeva a purgare 
i novelli convertiti delle reliquie d' antiche super- 
stizioni, gli fu dagli avversari di quella riforma pro- 
curato il carcere, se non, come altri dicono, il 

Voi. Il 42 



550 LIBRO TERZO 

veleno. Lasciò eredi d'ogni sua sostanza le missioni 
della Cina. 11 suo prezioso corpo richiesto con molto 
impegno, fu portato a Roma e sepolto nella chiesa 
di Propaganda (13). 

Il monumento fu eretto nel 1712 dal marchese 
di Tournon suo fratello. La statua giacente del Car- 
dinale, i puttini, le virtù, i fregi, sono lavori di 
CarrAntonio Tantardini da Valsassina. Sotto all'iscri- 
zione segue scolpita in caratteri di bronzo la dolente 
allocuzione con cui Clemente xn annunziava al Sa- 
cro Collegio il triste caso (14). 

Un' altra memoria meno illustre, ma pur sempre 
curiosa, conserva la chiesa di Sant'Agostino, ed è 
la pietra sepolcrale di Tommaso Viotto, pubblico 
professore di chirurgia, il quale per le rare doti 
dell'animo, del corpo e della fortuna, primo in questa 
città ottenne la laurea in quell'arte. Così l'iscrizione; 
la quale prosegue raccontando le lodi di Pietro, 
figliuolo di lui, filosofo e medico eccellentissimo, 
perito di varie favelle, insigne per le opere pub- 
blicate. Tommaso Viotto, dottore di chirurgia, morì 
il 1° dicembre 1548 (15). 

Seguono due distici pieni di quell'enfasi che hanno 
talvolta i lodatori ufficiali dei morti, nei quali è 
detto che quando i due Viotti, padre e figliuolo, 
abbandonarono la terra, la morte fu più arrogante, 
o sia nel saettare q sia nell' uccider per febbre. 
Guardatevi, o mortali, soggiunge l'epitafio, dalle 



CAPO SECONDO 



551 



ferite é dai morbi ; or v' è pericolo in casa e fuori 
di casa. Solo è salute tendere al cielo. Ottimi con- 
sigli che i miei lettori ed io procureremo di se- 



guitare 



La sepoltura de' padri era nella sagrestia. 
In un sepolcro attiguo al chiostro seppellivano gli 
Agostiniani tutti que' che morivano nelle carceri, 
sia prima, sia dopo la sentenza ; dimodoché il solo 
fatto di trovarsi prigioni quando esalavano l'ultimo 
fiato, accomunava la morta spoglia d'un innocente 
con quella d' un malfattore. Nel campanile g- era 
scavata la tomba per gli esecutori di giustizia. 

Fra le persone illustri che fiorirono in questo con- 
vento, ricorderemo il padre lettore Giuseppe Antonio 
Busca, consigliere e teologo di Vittorio Amedeo », 
il padre Tommaso Verani, che sul declinare del 
secolo scorso scrisse alcuni opuscoletti di polemica 
teologica, ma sopra tutti Giacinto Della Torre, dotto 
illustratore del Dio del Cotta; orator eloquente, 
stato arcivescovo di Sassari, poi vescovo d'Acqui, ed 
in ultimo arcivescovo di Torino, nella quale ultima 
sede grandi servigi rendette alla religione, libéra- 
lissimi soccorsi dispensò ai poveri. 

Nella chiesa di Sant'Agostino, addì lo di febbraio 
del 1577, tennero adunanza i curati di Torino in 
presenza dell 5 arcivescovo onde consultare sui casi 
in cui è da negarsi la sepoltura ecclesiastica. 



332 LIBRO TERZO 

La via che segue parallela a quella di Sani' Ago- 
stino chiamasi via Bellezia, e prende il nome dal- 
l'avvocato Gian Francesco Bellezia, il quale essendo 
sindaco della città di Torino nell'anno 1630, nel quale 
imperversò una crudelissima pestilenza, mentre tutti 
fuggivano, cercando nell'aria aperta delle campagne 
e tra i recessi de' monti un asilo contra la morte, e 
la città sciolta e sgovernala, quando appunto avea 
bisogno di maggior governo, pericolava per più ma- 
niere di mali, egli, il Bellezia, quasi solo rimase, e 
pigliò sopra di se tutto il carico della cosa pubblica; 
ed infermato egli pure, e giacente in un letto della 
sua casa a pian terreno presso alla finestra , conti- 
nuava a provvedere alla salute della città, udendo 
i rapporti, e dando gli ordini opportuni. Quest'uomo 
insigne, che fu poi presidente nel magistrato della 
B. Camera ed uno dei plenipolenziarii di Savoia a' 
congresso di Munster, avea casa dietro al palazzo 
di Città. 

Nella stessa via è da vedersi in faccia all'antico 
palazzo de' marchesi di Tournon, la facciata della 
casa dov'è l'albergo della Dogana nuova; non che 
sia notevole per alcuna sorta di bellezza, ma perche 
è la sola che conserva vestigi del secolo xv. E in 
Torino, città antichissima, ma tutta quasi vestita 
colle fogge del seicento, mi riposo volontieri su pochi 
indizi che ci restano d'altri tempi; e però vedo 



CAPO SECONDO 353 

anche con soddisfazione quei rabeschi per cui si 
distingue la casa che fa canto tra la strada che 
percorriamo e quella della Basilica. 

Seguitando l'ordine che abbiam preso, la via che 
succede alla strada Bellezia è quella che chiamasi 
d'Italia. Già percorrendo la via di Dora Grossa ab- 
biam dovuto parlare della torre e del palazzo del 
Comune, e ci siamo estesi per continenza di materia, 
a parlare anche della piazza del mercato e di quella 
del grano, del Corpus Domini e di San Silvestro, 
e della antichissima chiesa di San Benigno. 

Senza dunque ripetere il già detto, accenneremo 
solamente che la strada d'Italia, non rispondendo 
prima del 1699 fuorché alla piccola Porta di San 
Michele, la quale raramente aprivasi, era araefa> 
essa, massime sul suo finire, angusta e tortuosa. 

Dopoché chiusa la Porta Palatina, la Porta di San 
Michele, chiamata Porta Vittoria, e volgarmente Porla 
Palazzo come l'antica, rimase l'unica uscita della 
città a settentrione, acquistò maggior importanza 
la strada che vi facea capo, onde fin dal 1711 Vit- 
torio Amedeo n pensava ad allargarne, secondo un 
disegno uniforme, l'ultima parte, dalla chiesa di San 
Paolo (la Basilica) fino alla porta. Nel 1729 Juvara 
presiedeva a tale riforma; cominciava presso alla 
porta quella piazza maestosa che pigliò nome dal 
mercato dei frutti, e dovea servire di piazza d'ar- 
mi (16). L'ampliazione rettilinea estendevasi poi grado 



554 LIBRO TERZO 

a grado fino alla torre del Comune, prima secondo 
i disegni del Juvara, poi nei 1756 secondo i disegni 
del conte Benedetto Alfieri, il quale ordinava verso 
li medesimi tempi con sì liete proporzioni quella 
elegante piazzetta che s'apre innanzi al palazzo Ci- 
vico (17). 

Abbiam già parlato dell'impedimento che facea 
alla strada la nave orientale di San Domenico, ri- 
costrutta secondo il disegno uniforme solo nel 1762. 

Due altre chiese abbiamo da rammentare in questa 
strada, e sono San Paolo, o la Basilica , e San Mi- 
chele. 

San Paolo era chiesa parrocchiale fin dai primi 
anni del secolo xm. Era ne' tempi antichi priorato 
dipendente dalla badia di San Solutore; ma venute 
meno le rendite, vedevasi nel 1571 condotta a 
tanta miseria, che non si trovava chi volesse assu- 
mere il carico di rettore. 

Allora dimandò ed ottenne quella chiesa la con- 
fraternita di Santa Croce, che avendo un oratorio 
presso alle mura, era non poco incomodata dalle 
ronde e pattuglie che dì e notte faceansi per la cu- 
stodia della citta (18). 

Tale esposizione faceva il 6 luglio di quell' anno 
il nobiluomo Gabriele de' Magistris, priore d'essa 
compagnia, a Catalano Parpaglia, abate commenda- 
tario di San Solutore, al quale fu lieve fatica dismet- 
tere una chiesa che gli era di carico anziché di 



CAPO SECONDO 555 

profitto. L'anno seguente siffatta concessione venne 
per bolle pontifìcie ratificata. 

Era questa confraternita la più antica di Torino, 
e negli archivii della medesima se ne conservano 
memorie autentiche del secolo xiv, nel qual tempo 
chiamavasi società dibattuti (societas battutorum). 
Nel secolo xvi venne aggregata all'arciconfraternita 
del Gonfalone di Roma. Né contentavasi come molte 
fanno, di cantar le lodi di Dio nei giorni festivi e 
di comparire nelle processioni coperta del sacco 
bianco, sua propria insegna, ma facea limosina di 
vino a varii conventi, e attendeva al riscatto degli 
schiavi, e ad altre opere buone (19). 

Appena la confraternita di Santa Croce fu in pos- 
sesso della chiesa di San Paolo, ne riparò le cadenti 
mura e il campanile, restaurò e ripulì ogni cosa (20); 
statuì dote al parroco. Monsignor Sarcina nella sua 
visita del 1584 vi trovò tre altari e mandò costrursi 
la sagrestia, che ancora non v' era. Nel 1679 poi i 
confratelli di Santa Croce s' accinsero a ricostrur la 
chiesa sui disegni del Lanfranchi. Non ingrandirono 
il perimetro, e conservarono a un dipresso la forma 
della chiesa antica, ma l'adornarono di belle co- 
lonne di marmo, vi soprapposero la stupenda cupola, 
e v' aggiunsero il coro e la sagrestia. Nel 1703 rife- 
cero la porta (21). La chiesa di San Paolo contenea 
varie tombe; una pe' confratelli , l'altra per la par- 
rocchia; una terza per quei che morivano nello 



536 LIBRO TERZO 

attiguo spedale de' cavalieri de' Ss. Maurizio e 
Lazzaro. 

Fra le persone notabili sepolte in San Paolo ri- 
corderò messer Cristoforo Aliberti, pittore, che vi 
fu recato il 12 settembre 1622; Tiene, nano di Ma- 
ria Cristina principessa di Piemonte, degno forse di 
rivaleggiare con Jefferies , Hudson, Bebé, Casan, 
Tom-Pouce, e con molte altre illustri minuzie della 
specie umana, ma del quale per mia disgrazia non 
so altro fuorché morì nello spedale de' cavalieri e 
fu sepolto il 26 novembre 1622 in San Paolo (22). 
Dopo questa personcina, trastullo di giovane e bella 
principessa , appena oso ricordare Flaminio Tana, 
gentiluomo di camera del principe Maurizio, un 
Balbiano, un Doria ed altri di nome antico ma di 
memoria meno ricreativa che vi dormono il sonno 
eterno. Ma piano; ecco una che si può accompa- 
gnare con Tiene, salva la riverenza: Diamante , go- 
vernante dei Griffoni, sepolta il 5 di febbraio del 
1655. 

In questa chiesa addì 21 novembre del 1714 di- 
fendeva pubblicamente varie tesi teologiche con gran 
plauso e gran concorso la figliuola del cav. Lunel 
di Cherasco (23). 

Nel 1623 i Teatini che, chiamati da Carlo Emma- 
nuele i, erano venuti ad aprir casa in Torino, fu- 
rono allogati in San Paolo. INon erano più che quat- 
tro, ma tanti disturbi ebbero dai disciplinanti di 



CAPO secondo «537 



Santa Croce, che presto abbandonarono la chiesa e 
andarono a San Michele, dove, per la ristrettezza 
del sito, non poterono neppure durarla a lungo. 

Quando Emmanuele Filiberto restaurò l'ordine di 
San Maurizio nobilitato ed arricchito coli' unione 
di quello di San Lazzaro, ebbe in animo di costrurre 
la chiesa d'esso ordine nel castello di Torino. Ma 
non die esecuzione a quel disegno, e fu invece de-, 
putata a tal uso la cappella di San Lorenzo, che 
si ufficiò anche per qualche tempo da alcuni ca- 
valieri sacerdoti, e da un priore che doveva essere 
un sacerdote nobile ornato di gran croce (24). 

Nel 1728 Vittorio Amedeo n si risolvette di dar 
finalmente a queir illustre milizia una chiesa che 
le, appartenesse, e fosse capo d'ordine; e rivolse il 
pensiero alla chiesa di San Paolo, chiamata più co- 
munemente di Santa Croce, sia perchè attigua allo 
spedale Mauriziano, sia perchè rifatta di nuovo con 
molta eleganza. Ma invece di trattarne l'acquisto 
colla confraternita che la possedeva da oltre un se- 
colo e mezzo, chel'avea costrutta, conservata ed 
ornata , usando que' termini assoluti che gli erano 
così connaturali, e quel rigor di legge fiscale per 
cui erasi segnalato otto anni prima , sostenne che 
la cessione fatta dall' abate di San Solutore senza 
consenso del sovrano era nulla ; e obbligò la con- 
fraternita a dismetter la chiesa, promettendo solo 
benigni riguardi po' miglioramenti. Nel qual fatto 

Voi. Il ì5 



558 LIBRO TERZO 

so la lettera della legge, e gli strani privilegi fiscali 
assistevano l'opinione de' ministri Regi, Tequila al- 
zava maggior voce in favor della compagnia. Il conio 
Sclarandi Spada, deputalo a governar quell'affare, 
non temperò co' modi la durezza della commissione. 
In breve la confraternita obbedì; e a' 28 settembre 
1728 dimise la chiesa, che fu dichiarata Basilica 
Magistrale dell' ordine. 

La confraternita di San la Croce fu poi unita con 
quella di San Maurizio, instituita dapprima nella 
parrocchia di San Simone, trasferita quindi nel 
1686 a Sant'Eusebio. Le due compagnie unile in 
una sola arciconfraternita sotto al titolo di San Mau- 
rizio, cominciarono ad uffiziar la basilica il 5 d'a- 
prile dell'anno seguente (25). 

Questa chiesa è dt forma otlagona con cupola ardita 
e svelta. E ornata di grosse ed alte colonne di marmo, 
di stucchi e di pitture. Negli angoli della cupola 
vedonsi i quattro evangelisti dipinti a secco, tre da 
Francesco Meiler, uno, S. Luca, da Mattia Fran- 
cescani. I quattro quadri fra gli intercolunnii sotto 
la cupola, che raffigurano azioni dei santi tutelari, 
sono di Sebastiano Taricco. Nella cappella maggiore, 
l'ovato nel coro col Cristo risorto e la Fede, e nel 
piano i santi Maurizio e Lazzaro sono di Mattia 
Franceschini. 11 catino sopra esso coro, dipinto a 
fresco coli' Assunzione di Maria Santissima e molte 
figure, è di mano del cavaliere Bianchi milanese. 



CAPO SECONDO 



559 



La tavola dell'altare a destra è dello Scolti di Mi- 
lano. Quella dell' altare a sinistra , d' Antonio Mi- 
locco. Sono da vedersi nella sacristia belle statue 
in legno di Clemente, parte delle macelline che si 
portavano nella solenne processione che una volta 
vi si faceva in uno de' tre giorni di Pasqua , e di 
cui si può vedere la curiosa descrizione nella Guida 
di Torino nel 1753. 

Tutte le macchine alludevano al gran mistero di 
cui si celebrava la commemorazione. 

La basilica magistrale è stata in questi ultimi anni 
decorata di nobile facciata in pietra, di stile severo 
e maestoso, disegno del celebre architetto cavaliere 
Mosca. La cupola fu ristaurata e coperta di piombo. 
Nel sito ora occupato dalla piazza delle frutta, 
a mano manca di chi esce, sorgeva presso la porta 
a cui dava il nome da tempi antichissimi la chiesetta 
parrocchiale di San Michele, dipendente dalla famosa 
badia di San Michele della Chiusa ; un monaco della 
Chiusa n'era priore. Una confraternita chiamata pure 
di San Michele si valea di quella chiesuola ad uso 
d'oratorio. Ma pare che oltre all'essere angusta, sia 
stata scandalosamente negletta dagli abati di San 

Michele. 

Nella visita dell'arcivescovo Cesare Cibo del 1551, 

questa chiesa era mezza scoperta: non vi si conser- 
vava l' eucaristia; non v'era fonte battesimale. Non 



540 LIBRO TERZO 

avea suppellettili sacre. Ventitré anni dopo davasi 
mano a ristorar la fabbrica (26). 

Nel 1612 vi furono introdotti gli Agostiniani scalzi, 
i quali alcuni anni dopo passarono alla cappella del 
Parco ducale, e di là furono, costrutta la chiesa di 
San Carlo, trasferiti a quel nuovo e ricco tempio. 

Abbiam veduto che nel 1624 vi fecero breve 
comparsa i Teatini. Ma la chiesa era piccola, la 
casa vie più disagiata, l'aria si riputava mal sana, 
e non s' accettava quel sito se non come un principio 
di stabilimento. 

Il quattro dicembre 1675 Madama Reale Maria 
Giovanna Battista, vedova di Carlo Emmanuele u, 
permise ai Trinitarii scalzi venuti da Barcellona di 
stabilirsi in quella chiesa. 

Nel 1693 don Antonio di Savoia, abate commen- 
datario della Chiusa, ne concedette in perpetuo l'uso 
a quei frati che aveano, com'è noto, per proprio 
pietoso instituto, la redenzion degli schiavi (27). 

Quando Vittorio Amedeo n volle dirizzare ed 
allargare la via che conduce a Porta Palazzo, ed 
aprire allo sbocco della medesima una piazza, si 
diede ai Trinitarii scalzi altra sede nella casa allora 
chiamata Ropolo, in via di San Francesco di Paola, 
nell'isola stessa dell'antico collegio delle Provincie 
(1731) (28). La loro chiesa a Porta Palazzo fu di- 
strutta. 



CAPO SECONDO ^41 

Addì 21 d'agosto 1784 fu posta la pietra fonda- 
mentale della nuova chiesa di San Michele in fine 
della via dello Spedale verso i baluardi. Poco in- 
dugiò ad essere terminata, sui disegni dell'architetto 
Bonvicino, la fabbrica del sacro tempio, dove i Tri- 
nitarii scalzi stettero assai poco, essendone stati 
cacciati dalla rivoluzione. Ora la chiesa ed il con- 
vento di San Michele servono all' ospizio della Ma- 
ternità. 

Dalla via de' Pasticcieri e del suo storico albergo 
di San Giorgio abbiam toccato più sopra. Nulla ci 
sovviene in proposito dell'altra antichissima e tor- 
tuosa strada chiamata de' Pellicciai. Succede la via 
de' Cappellai che piglia successivamente il nome 
dello Spirito Santo e delle Quattro Pietre, e riesce 
alle torri, cioè all'antica Porta Palazzo. 

Era quella dopo Dora Grossa la strada principal 
di Torino, riuscendo dall' un de' capi a Porta Mar- 
morea, dall'altra a Porta Palazzo. 

Abbiam già parlato della chiesa di San Silvestro 
(Spirito Santo), posta su questa via, e dell' ospizio 
de' Catecumeni. Soggiungeremo che lì presso nell'i- 
sola del Seminario era la Zecca. Più in là la strada 
s'allarga ed ha una cert'aria di grandezza. 

Nell'ultimo isolato a destra, sopra una porta di 
non molta apparenza, è l'arme in bronzo d'Antonio 
Provana di Collegno, arcivescovo di Torino nel 1651, 
il quale vi facea dimora; con quel motto così bello 



5Ì2 



LIBRO TERZO 



della sua nobile schiatta: Optimum omnium bene 
agere. Non aveano sede fissa, ma qua e cola piglia- 
vano stanza gli arcivescovi, dopoché Emmanuele 
Filiberto occupò il loro antico palazzo. 

In fondo alla strada una povera casa moderna cela 
quella magnifica struttura romana delle torri, e l'an- 
tica Porta Palatina è convertita in carcere. 

Trasportiamoci col pensiero al quindici d'agosto 
del 1574, e vedremo tutta questa strada parata a 
gran festa, e affollarsi per quella il fior di Torino, 
ed i magistrati ed il clero, e il principe stesso onde 
ricevere Arrigo in, che dal trono di Polonia m trasfe- 
riva a quello di Francia, vacato per morte senza 
figliuoli di Carlo ix, di sanguinosa memoria. 

Già da molti giorni tutte le arti della città 
aveano avuto precetto di concorrere all'addobbo 
della via che dovea percorrere S. M., dal ponte fino 
alla cattedrale, secondo lo scompartimento che ne 
avean fatto i deputati del Consiglio civico. 

Ed in esecuzione di tali ordini, i legnaiuoli, fale- 
gnami e mastri da muro aveano fatto una frascata 
vicino al ponte di Dora presso ai mulini della città, 
dove Carlo Emmanuele principe di Piemonte dovea 
aspettare Sua Maestà. 

Gli speronai, sellai, fabbriferrai, maniscalchi, or- 
tolani, tessitori, ecc., aveano costrutta un' altra fra- 
scata dal principio del ponte levatoio di Porta Pa- 
lazzo fino alla porta della città. 



CAPO SECONDO 545 



Dentro la citta poi aveano coperta la strada 
con tende, e l'aveano parata di tappeti dai due lati; 
gli osti, tavernieri e pellicciai, dalla porta della città 
fino alla porta grande di Scrimaglio; 

I pizzicagnoli, panattieri e pellicciai, da detta 
porta fino al cantone del signor di Pingon; 

I sarti, i calzolai ed i conciatori, dal canto del 
signor di Pingon fino al canto della casa di Rosate; 
gli indoratori ed i librai, dal canto di Rosate fino 
alla mezza porta del sig. Niccolino Ratto; 

1 procuratori e praticanti, da detto luogo fino 
air osteria della Corona. 

Dalla Corona sino al canto, ed alla quadra della 
casa del Marmusino, aveano coperto e tappezzato 
la strada facendo il giro che si conveniva per vol- 
gere a levante verso la Cattedrale i barbieri, gli 
armaiuoli e gli spadari. 

La via che segue fino al Duomo era stata tutta 
coperta e parata dagli speziali e dai mercanti. 

11 15 d'agosto di quell'anno, giorno di domenica, 
alle ventitré ore circa italiane, il giovanetto prin- 
cipe di Piemonte andò ad incontrar Sua Maestà Cri- 
stianissima presso li molini di Dora, e fattagli rive- 
renza, rientrò subito in città pel bastione degli An- 
gioli , onde avvisarne Madama Serenissima sua ma- 
dre e zia del re. 

Emmanuel Filiberto aspettò il re suo nipote alla 
porta della citta. Giunto che fu gli fece riverenza , e 



544 



LIKKO TERZO 



gli presentò le chiavi. Procedendo poi il re innanzi 
a cavallo in compagnia del duca, trovò monsignor 
rev. mo Girolamo della Rovere in abiti pontificali, 
seguitato dal clero; discese allora da cavallo, baciò 
la croce, e die grata udienza all'orazione detta da 
quel prelato. Dopo del che si fecero innanzi li ma- 
gnifìci sindaci della città di Torino Gio. Battista 
Graciis e Gio. Antonio Parvopassu, e fatta riverenza 
a S. M., dissero queste parole: « Sire, li Sindaci et 
agenti di questa città di Turino, riverentemente 
baciano le Reali mani di S. M., e si rallegrano molto 
del suo felice arrivo qua, et d'ordine di nostro si- 
gnor Duca vengono a riceverla, se non con quelPho- 
nore che merita la grandezza sua, almeno con un 
devoto animo, et ad offerirle la città, gli huomini 
et ogni loro potere a suo diuoto servicio ». Aringa 
assai breve, a cui seguitò una risposta ancor più 
breve, di grazioso sembiante e non d'altro. 

Risalita poi S. M. a cavallo, fu accolta sotto ad un 
baldacchino di tela d'oro. De' quattro lignaggi soliti 
a portar le aste in somiglianti occasioni, due erano 
mancati, cioè i Gorzano e i Beccuti. Rimaneano i 
della Rovere ed i Borgesi. Onde in quell'occasione 
il bastone dritto ultimo (luogo più degno) fu por- 
tato dall' illustre sig. Gio. Francesco della Rovere; 
ed il sinistro ultimo, già de' Beccuti, da Giovanni 
Paulo consigliere della città. 11 primo bastone de- 
stro, già de' Gorzano, era stalo dalla Città ceduto al 



CAPO SECONDO 545 

gran cancelliere Tommaso Langosco di Stroppiana, 
ed in sua vece lo portò Gio. Francesco Bellacomba; 
il primo bastone sinistro lo portò messer Marchio 
Borgesio. Accompagnavano il baldacchino dodici 
giovani staffieri della Città, vestiti di satino bianco 
foderato di taffetà incarnadino, toccato d'oro. 

Madama Serenissima aspettava il nipote in duomo; 
donde, dopo breve orazione uscirono tutti per l'uscio 
piccolo della chiesa, e si recarono al palazzo, ed ivi 
Arrigo ni ebbe stanza nell'edifìcio poco prima in- 
nalzato da Emmanuele Filiberto al nord della cat- 
tedrale (palazzo vecchio) (29). 



^«*fc 






Voi. Il M 



NOTE 



(1) Archivi della signora marchesa di Barolo. 

(2) V. Soleri, Diario dei fatti accaduti in Torino. 

(3) Notizie statemi favorite dall' illustre Silvio Pellico. 

(4) Per questo e per gli altri istituti di beneficenza di Torino vedi la 
bella relazione che ne ha stampato nel 1835 quella cara e rara anima di 
Defendente Sacchi. 

(5) Lib. consil. 

(6) Fratres et conventus ecdesiae Ss. Cristofori et Augustini. —insiru- 
mento del 17 giugno 1446, nell' Archivio del signor marchese di Roma- 
gnano. 

(7) Memoria del Registro 1° de' battezzati. 

(8) Memoria in fine del Registro più antico de' morti, che comincia 
all' anno 1557, e che ho avuto con varii altri in gentile comunicazione dal 
degnissimo signor curato teologo Ponsati.-Anche all' ottimo D. Bruno, cu- 
rato di San Rocco, debbo riferir molte grazie per uguale comunicazione. 

(9) Da iscrizione stampata, incollata sul Registro 2<> de' battezzati. 

(10) Archivi della confraternita di San Rocco. Atti di lite. Il primo 
presidente Gian Giacomo Truchi, conte di Pajeres, morì in giugno del 1664 ; 
all'opera dell' aliar maggiore si pose mano dopo la sua morte. 

(U) Soleri, Diario. 

(12) Libro de' morti. 

(13) Guarnacci, Vitae et res gestaepontificum romanorum, tom. n. 141. 



CAPO SECONDO, NOTE 547 

(l4 ) D. 0. H. 

CAROLO THOMAE MA1LARD DE TOURNON PATRIARCHAE ANTIOCHENO 
LEG. APOST. ET APVD SINAS AMPLIFICANDAE FIPEI ASSERTORI FOR- 
TISSIMO QVl VSQVE AD ORIENTIS EXTREMA LONGA AC DIFFICILI 
PERMIGRATIONE TRANSVECTVS QVVM IBI PRO RELIGIONE 
IN ELIMINANDIS ERRORIBVS V1RILITER DECERTARET 
A CLEMENTE XI 
CVIVS IVSSV ARDVAM SANE PROVINCIAM SUSCEPERAT AD ROMAN AE PURPVRAE 
SPLENDOREM ASSVMPTVS 
DIVTINI CARCERIS ANGVSTHS LAVDARILI ET GLORIOSA MORTE 
NVNQVAM FAMAE MORITVRVS 
EVASIT MACAI VII 1VNII A. MDCCX 
FELIX EMMANVEL MARCHIO DE TOVRNON FRATER 
REGIAE CELS1TVDINIS SAB. NOB. EXCVBIAR. PRAEFECTVS 
AMORIS AC DOLORIS MONVMENTVM P0SV1T A. MDCCXII. 

(15) D. O. M. 

THOMAE VIOTTO CHIRURGICAE ARTIS 

PROFESSORI PVBLICO 

QVI OB RARAS ANIMI CORPORIS AC FORTVNAE DOTES 

PRIMVS HAC IN VRBE E1US ARTIS LAVREA DONATVS EST 

AC BARTHOLOMEO EIVS FILIO 

PHILOSOPHIAE ET MEDICINAE PROFESSORI EXCELLENTISSIMO 

LINGVARVM PERITIA ELOQVENTI 

OPERIBVS ET SCR1PTIS CELEBERRIMO 

PETRVS VIOTTI 

PATRI OPTIMO FRATRIQVE BENEFICENTISSIMO MAESTISSIMVS 

P0SV1T 

OBIIT PATER A. MDXLVII KAL. DECEMBRIS 

FILIVS A. MDLXVIH XII KAL. IVLII 

DVM PATER ET NATVS TERRAM LIQVERE VIOTTI 

ET IACVLO ET FEBRE MORS IMPERIOSA FVIT 
VVLNERA MORTALES MORBOSQVE CAVETE : PERICLVM 

NVNC FORIS ESTQVE DOMI: TENDERE AD ASTRA SALVS. 
MONVMENTVM VETVSTATE COLLAPSVM P0STER1TATI RESTITVEBAT 
I. V. D. IACOBVS ANT. VIOTTVS 
A. MDCCLXV1I KAL. APRILIS. 

Questa iscrizione era prima collocata sul muro della facciata dalla 



548 CAPO SECONDO, NOTE 

parte interna, e lu trasferita nel 1767 sul pilastro laterale della cappella di 
San Lorenzo, dove ora si trova. 

(16) R. biglietto del 29 d'aprile 1729. 

(17) R. biglietto 8 settembre 1756. 

(18) Rolla di Gregorio xm del lo febbraio 1572. Archivi di corte. Bolle 
e Brevi. 

(19) Archivi dell' arciconfraternita. 

(20) Quitanza di mastro Stefano Vignola del 7 dicembre 1572, per scudi 
520 per la fabbrica della chiesa e del campanile. Archivi suddetti. 

(21) La convenzione che riguarda l'acquisto delle colonne è del 19 no- 
vembre 1679; costarono lire II25 per ciascuna. Archivi dell' arciconfra- 
ternita. 

(22) 1622 li 26 novembre Tiene ISanno di madama la principessa, 
morto nell'hospitale de' Cavaglieri. Libro de' morti della parrocchia di 
San Paolo. Neil' Archivio della Metropolitana. 

(23) Soleri, Diario cit. 

(24) Archivi dell' ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro. 

(25) Ordinato del 16 e 29 d' agosto, e 28 settembre 1728, ed altri docu- 
menti. Era priore l'auditor Egidio Durando. Archivio dell' arciconfraternita. 

(26) Archivio arcivescovile. 

(27) Torelli, Memorie ricavate dall'Archivio arcivescovile di Torino, 
ms. posseduto da S.E. Rev. monsignor Arcivescovo. 

(28) Archivi camerali. Contratti, reg. 180. 

(29) Ordinati della città di Torino, n.cxxiv, fol. 33. 



CAPO TERZO 



Seminario de' chierici. — L' abate Giampietro Costa. — Energia e 
costanza di volontà in alcune stirpi montane. — Biblioteca del 
Seminario, dono del prete Gaspare Antonio Giordano. — Piazza 
di San Giovanni. Portici, quando costrutti. — Casa della prevo- 
stura. — Gioco del pallamaglio pel conte Rosso e per Amedeo, 
principe d' Acaia, nel 1585. 



Ultima a sinistra di Dora Grossa apresi la via del 
Seminario che mette dopo breve corso sulla piazza 
di San Giovanni. 

Abbiam veduto che il Seminario de' cherici, isti- 
tuito in conformità de' decreti del Concilio di Trento, 
era dapprima collocato presso la chiesa di Santo Ste- 
fano, dove appunto sono ora i Gesuiti; che traspor- 
tato dopo qualche anno in alcune case presso Sant' 
Agnese (la Trinità), avea venduto nel 1596 le case 
e la chiesa alla confraternita della Trinità ospita- 
trice de' pellegrini. 



550 LIBRO TERZO 

L'isola in cui sorge la moderna fabbrica con- 
tenea la Zecca, una casa dello spedale di San Gio- 
vanni ed il palazzo de' marchesi Carron di San 
Tommaso. 

Fu alzato il novello edifizio nel secolo scorso sui 
disegni del Juvara, finito poi dall' architetto Cerruti 
per cura massimamente dell'abate Giampietro Costa 
che ne fu per 56 anni rettore; e che tutta la 
propria sostanza impiegò, parte a vantaggio di 
quello stabilimento, parte in altre opere di pietà 
e di beneficenza a prò della terra d'Usseglio, sua 
patria. 

In quella remota valle alpina, a pie delle ghiac- 
ciaie che si stendono tra le alte vette dell' Iserano 
e del Roccamelone, nasceva Giampietro Costa nel 
1672. 

Dopo d'aver appreso i primi rudimenti in patria, 
venne col fratello Giuseppe a Torino, e tanta era la 
loro povertà, e tanto insieme l'amore allo studio, 
che non avendo olio da mantenersi una lampada, 
studiavano le lunghe sere d'inverno sotto ad una 
tenda di piazza d'Erbe, profittando del lumicino 
d' una rivendugliola. Gli uomini nati e cresciuti tra 
gli agi della capitale, non conoscono la forza di vo- 
lontà di quelle razze primitive, e il poter che hanno 
di durare molti anni tra gli stenti e le fatiche più 
immani, per riuscire ad un fine lungamente vagheg- 
giato nella loro mente. E quindi, allorché vedono 



CAPO TERZO 551 

alcuno di tali uomini sollevarsi ad un tratto e sfol- 
goreggiare, credono di trasognare e di veder mira- 
coli; e sono per verità miracoli di perseveranza, di 
sobrietà, di sopportazione. Io conobbi dimestica- 
mente uno di quei montanini, che mi fu mae- 
stro e poi amico, il quale visse con nome onorato, 
e raglino una cospicua sostanza; e so da lui , che 
venuto in giovane età a Torino, visse egli ed un suo 
compagno molti anni in una soffitta, senza telaio 
alla finestra, innanzi alla quale, per ripararsi dall' 
aria, stendeano di notte il proprio abito. Dormivano 
su poca paglia per terra, avendo solo una povera 
coltre con cui si coprivano. Mangiavano il pane di 
nera segala che ogni settimana i genitori loro man- 
davan da casa, e beati quando nelle maggiori feste 
dell'anno loro s'aggiungeva il regalo d'un po' di 
cacio. Non gustavano mai vino; e qualche ripeti- 
zione fatta agli altri scolari meno attenti, loro dava 
mezzo di radunare que' pochi soldi de' quali, sul 
cader del secolo scorso, si contentava un padrone 
di casa per una soffitta aperta a tutte le vicende 
atmosferiche. 

Da tali principii crebbe un uomo che , oltre al 
ristorare la propria famiglia , ebbe modo di alzare 
una chiesa, e di fondar una scuola a prò della sua 
patria. Chi ha il coraggio di restringersi al puro ne- 
cessario è sempre ricco. 

I medesimi documenti doveano avere i fratelli 



352 MURO TERZO 

Costa, de' quali il maggiore Giuseppe, nato il 27 
di febbraio del 1758, s'addottorò in teologia, fu 
parroco di Moretta, e morì in odore di santità, a 1 6 
dicembre del 1721, essendo non solo l'amico, ma la 
vittima de' poveri, che erano nella casa parrocchiale 
più padroni di lui medesimo, come ne' tempi appunto 
della chiesa primitiva (1). 

Il minore Giampietro, pigliala similmente la 
laurea nella sacra facoltà, poi aggregato al collegio 
di teologia, rimase a Torino, e salì a sommi onori. 
Accenno come una sua gran lode e prova di vita 
intemerata, la dimestichezza che ebbe col beato Se- 
bastiano Valfrè; poi rammento, come in ottobre del 
1689, fu deputato coadiutore al canonico Carrocio, 
come nel 1704 fu canonico effettivo della Metropo- 
litana, dove col tempo sostenne l'ufficio di teologo, 
ed ebbe la dignità di cantore. Nel 1739 era preside 
del collegio de' Teologi. 

Confessore d'Anna d'Orleans, moglie del re Vit- 
torio Amedeo n, poi confessore di Carlo Emma- 
nuele ni, ebbe la badia del Villar San Costanzo. 
Morì pieno d'anni, di meriti, d'onori il 29 novem- 
bre 1760, lasciando il Seminario erede d'ogni sua 
facoltà. 

Il teologo Costa suo fratello avea già lasciato una 
somma perchè se ne convertisse il provento nel 
mantenere un cappellano e maestro di scuola nella 
borgata delle Piazzette in Usseglio sua patria. 



CAPO TERZO 



L'abate Costa vi fé' la cappella e la casa, e fondò 
inoltre in Seminario quattro posti gratuiti per al- 
trettanti chierici cTUsseglio, con preferenza a' suoi 
congiunti. 

Alla fabbrica del Seminario contribuì, dopo l'abate 
Costa, il cardinale Gio. Battista Roero, molto bene- 
merito di chiese e d'opere pie in Torino, a cui 
perciò fu dedicato, come all'abate Costa, dai rettori 
del Seminario, un busto con iscrizione sotto ai por- 
tici che fan bello il cortile di quel maestoso edi- 
ficio (2). 

La cappella del Seminario dedicata alla Conce- 
zione, fu consecrata in gennaio del 1774 da mon- 
signor Rorengo di Rorà. 

Il Seminario di Torino ha una biblioteca, la quale 
prima della rivoluzione era anche copiosa di manu- 
scritti; e fra questi, per testimonianza d'Angiolo 
Carena, si trovava un abozzo di storia de' vescovi 
di Torino, dell'abate Costa. 

Il prete Gaspare Antonio Giordano di Cocconato 
avea legato al Seminario la ricca libreria da lui 
raccolta, coll'intenzione che si rendesse pubblica e 
coli' ordine di stamparne un accurato catalogo. In 
una specie di decreto latino da questo buon sacerdote 
dettato, si prescrive che tre ore alla mattina e tre alla 
sera cuilibet adire legendi causa liceto. Ed infatti 
per qualche tempo fu pubblica. Ora prevale forse 
al riguardo che merita la volontà del donatore, la 

Voi. IT 45 



354 LIBRO TERZO 

considerazion del disturbo che reca ad una casa di 
educazione l'ingresso quotidiano d'esteri. D'essa bi- 
blioteca si è stampato il catalogo, colla designazione 
de' libri donati dall'abate Costa. Nella libreria v'è 
il busto del prete Giordano, con iscrizione che ram- 
menta il dono della biblioteca da lui con lunga fa- 
tica raccolta (1752), ed arricchita teste dalia scella 
e copiosa libreria lasciatale per testamento dal teo- 
logo collegiato Giacomo Bricco di Ala, uomo di molta 
dottrina, autore del Brevis lusus poeticus ad Lancei 
valles. 

Eccoci ora alla piazza del Duomo. I portici che 
si veggono avanti alla chiesa furono costrutti verso 
il 1622, per ordine di Carlo Emmanuele i, che pri- 
vilegiò chi fabbricasse secondo il disegno uniforme 
di suo gusto, e die' gratuitamente le colonne di 
marmo bianco, sulle quali dapprima si reggevano 
quegli archi (3). 

In quel sito, nella metà del secolo xv, erano 
le case della prevostura del duomo, concesse in 
enfiteusi insieme colFattiguo giardino, a Nicolò Bec- 
cuti e ad Antonio di Bivara. Colà si progettava di 
fare il palazzo arcivescovile, poiché Emmanuele Fi- 
liberto ebbe occupalo l'antico palazzo de' Vescovi. 

Presso la medesima casa si costruiva in ottobre 
del 1385 una tettoia, nella quale Amedeo vii, 
detto il conte Bosso, pigliava sollazzo al gioco del 
pallamaglio col suo bel cugino Amedeo, principe 
di Acaia (4). 



f.Vl'O TEHZO 



555 



Prima di parlare de 1 due regii palazzi che sor- 
gono a notte ed a mezzodì del Duomo, e del nuovo 
regio palazzo che in certo modo fa corpo con questo 
tempio per via della cappella palatina del Santo 
Sudario, uopo è che per noi si rivolga l'animo al 
bel San Giovanni, capo del Vescovado Torinese, 
surrogato nel 1495 alle tre chiese antiche, onde si 
componeva il Duomo. 



^— 



IN O T E 



(1) Se ne ha la vila stampata dopo quella del servo di Dio Giovanni An 
ionio Vaehetta, prete della Missione. 

(2) QVOD SEMINARIO CLERICORVM IN NOVA* AEDES EXCITANDAS 

XL MILLIA L1RRARVM TESTAMENTO RELIQVERIT 

CVRATORES SEMINABII 

M. P. 

ANNO MDCCLXV1I 

L'iscrizione in onore dell'abate Costa dice : 

QVOD SANCTE ADMINISTRATO PER ANNOS LVI 

SEMINARIO CLERICORVM ANTIQVIS AEDIBVS REFECTIS 

CONTINENTIBVS ALIIS NOVISQ.VE PRAEDIIS COEMPTIS 

SPLENDOREM EIVS ET CENSVM INSIGNITER AVXERIT 

CVRATORES SEMINARII HAEREDES EX ASSE 

BENEMERENTI POSVERVNT 

A. MDCCLXV1I. 

(3) Archivi camerali. Registro patenti, voi. 55, fol.3 2. 

(4) Conto della chiavarla di Torino. 



CAPO QUARTO 



Cattedrale di Sau Giovanni. — Omicidio d' un duca di Torino com- 
messo entro alla medesima. — Le tre chiese antiche del duomo. — 
Campanile, da chi costrutto. — Ricostruzione della cattedrale dal 
1492 al 1498, fatta dal cardinale Domenico Della Rovere.— Qui- 
stionc sull' architetto ; opinioni del professore Carlo Promis e del 
cavaliere Luigi Canina. — Descrizione della chiesa. — Dove fosse 
anticamente conservato il Santissimo Sudario. — Monumenti se- 
polcrali.— Sepolcri de' principi, degli arcivescovi, dei canonici, 
dell'antica parrocchia di corte. — Musica. — Predicatori del duomo. 
— Morte del padre Prever sul pulpito di San Giovanni. 



I templi, di forma tondeggiante, dedicati al precursor 
S. Giovanni, servivano per lo più di battistero, ed 
erano per 1' ordinario separati dal duomo, in cui si 
compievano i divini uffizii. Del che molti esempli 
possono ancora vedersi in Italia. 

A Torino invece come a Monza la chiesa di San 
Giovanni era la vera cattedrale ; ad essa era o fu 
più tardi aggiunta la chiesa del Salvatore, da cui 
verso il mille s'intitolavano i canonici Torinesi; e 
in altrepoca le si aggiunse altresì una terza chiesa, 



558 li imo terzo 



similmente attigua alle due prime, dedicata a Santa 
Maria. Ma dalla chiesa cattedrale di San Giovanni 
cV era il battistero s'avea l'ingresso principale. 

Che tal fosse la disposizione de'luoghi fin dal tempo 
de' Longobardi, lo dimostra ad evidenza l'uccisione 
seguita entro le sacre soglie di Garibaldo duca di To- 
rino nel giorno di Pasqua dell'anno 66% Garibaldo, 
uom disleale, micidiale egli stesso del re Godeberto 
suo signore, fu aspettato a vendetta da un Torinese, 
famiglio del tradito Godeberto, in sul limitare del 
duomo. S'aggrappò cotest' uomo con una mano alle 
colonne del battistero, celò coll'altra il ferro sotto 
al largo manto che portava all'uso longobardo, e 
quando il duca venne a passare per recarsi in duomo, 
gli menò tale un colpo che l'uccise; e fu ucciso 
egli stesso immediatamente dai seguaci di Gari- 
baldo. 

La chiesa cattedrale doveva estendersi fino al 
sito occupato adesso da quella parte del palazzo 
del re che trovasi al nord della chiesa, dove, e pre- 
cisamente sotto al portone a ponente, fu trovato 
in agosto del 1843, il sepolcro d'Ursicino vescovo 
di Torino del sesto secolo. 

Sul cadere del secolo xm v'erano tre chiese: quella 
del Salvatore, quella di San Giovanni e quella di 
Santa Maria (1). In una di queste chiese si fondò più 
tardi la cappella di Sant'Ippolito. Tutte e quattro 
furono parrocchie. Ma San Salvatore fu, credo, la 



capo quanto 559 

prima che cessò d'esserlo. Sant'Ippolito noi fu lun- 
gamente. Nel 1443 le parrocchie di Sani' Ippolito 
e di San Giovanni avendo pochissimi parrocchiani , 
furono soppresse e riunite alla parrocchia di Santa 
Maria de Dompno (2). 

La chiesa di San Giovanni, stala verosimilmente 
più volte prima distrutta e riedificata, ricostruivasi 
di nuovo nel 1395 (3). Verso al 1462 il vescovo 
Ludovico di Romagnano insieme col capitolo allo- 
gavano a maestro Amedeo Albini, pittore d'Avigliana, 
una gran tavola da porsi all'aitar maggiore, e que- 
sti la finiva sollecitamente, ed in gennaio del 1463 
ricevea ducati d'oro 300 a conto di 400 che impor- 
tava tutta l'opera. 

Giovanni di Compeys , succeduto nella cattedra 
Torinese al Romagnano, costrusse il vasto e sodo cam- 
panile della cattedrale, sul quale ancor si veggono 
a breve altezza le insegne gentilizie del Prelato 
scolpite in marmo. Sul cader del secolo il cardinale 
di San Clemente ne continuò la fabbrica. In ottobre 
del 1720 il re Vittorio Amedeo n, desiderando di 
finir quella torre secondo i disegni del Juvara, 
fé' dar cominciamento ai lavori. Dovea la sommila 
adornarsi di colonne, di balaustri e d' altri fregi 
di pietra di Chianoc, e finire in una vaga piramide 
coperta di piombo, surmontata da una palla di rame 
colla croce, ed accompagnata da quattro minori 
piramidi o candelieri sorgenti dagli angoli del 



560 LIBRO TERZO 

campanile. S'era anzi già dato l'appalto di siflalii 
lavori nel 1722. Masi bell'opera rimase, come tanle 
altre, imperfetta (4). 

La fabbrica quale ora si vede fu sostituita alle 
tre chiese che prima esistevano dal cardinal Dome- 
nico della Rovere, vescovo di Torino, e cardinale del 
titolo di S. Clemente, il quale patteggiò a questo 
fine con mastro Amedeo de Francisco da Settignano, 
diocesi di Firenze, chiamato Meo del Caprino, per 
la costruzione della chiesa, sapienza e campanile. 

Dal campanile in fuori, che pare sia stato sola- 
mente levato a maggior altezza, lutto l'antico fu 
distrutto, e il nuovo e grazioso duomo edificato 
in sei anni, dal 1492 al 1498 (5). La perfetta ar- 
monia delle parti, sulle quali piacevolmente l'occhio 
trascorre e riposa , la bellezza della facciata, degli 
stipiti delle porte squisitamente intagliati, quella 
dei fianchi e della cupola, la fanno tenere in pregio 
dai pochi veri conoscitori dell'arte; e assai meglio 
dovea comparire il nostro duomo, quando tutta era 
dispiccata dal retrostante edilìzio, l'abside a cui si 
girava attorno, e che veniva illuminata da due fine- 
stre oblunghe; quando, nell'interno, la visuale non 
era traviata dalla soprastante cappella della Sindone, 
e allato all'aitar maggiore, invece de' marmorei sca- 
loni di stile diverso, vedeansi due cappelle della 
forma e proporzione delle altre. 

Chi sia stato l'architetto di questo nostro più 



CAPO QUARTO 361 

bello e più antico tempio, non appare finora per 
prova diretta, e dissentono in questo punto fra loro 
due illustri archeologi ed architetti, della cui ami- 
cizia singolarmente mi onoro. Chiaro parve al pro- 
fessore Carlo Promis che sia opera del celebre Bac- 
cio Pontelli, fiorentino, architetto di Sisto iv, traen- 
done indizio dall' essersi adottata nel contratto con 
Meo del Caprino la misura della canna romana, 
dalla probabilità che il cardinale di San Clemente, il 
quale slava a Roma ed era in gran favore di Sisto ìv 
suo omonimo, si sia servito dell'architetto del papa, 
e dal vedersi la facciata, la cupola, i fianchi, le sa- 
gome, le proporzioni affatto somiglianti a quelle usate 
da Baccio Pontelli nelle chiese da lui condotte in 
Roma, e nelle provincie contermine, le quali hanno 
tutte quei pregi di timida purezza e di grazia schiva 
e dilicata, che s' ammirano nella nostra cattedrale, 
e che vi ammiravano gli scrittori del cinquecento, 
i quali aveano più di noi il sentimento del vero 
bello, dicendo fra gli altri il Menila con lode cer- 
tamente esagerata, ma che pur raffrenata entro 
giusti termini prova ancor molto : tempio ornatur 
Sancii Joannis Baptistae adeo ex simetria (sic) Chri- 
stiana deducto ut unum vix et alterum simile in 
tota Italia reperies (6). 

Il cav. Luigi Canina in una opera, come tutte le 
altre sue, dotta ed elegante, sull'architettura de' tem- 
pli cristiani, combalte questa opinione, a me per 

Voi II ™ 



362 LIBRO TERZO 



isbaglio attribuendola, ed osserva che Meo del Ca- 
prino potè essere egli stesso autor del disegno ed 
appaltatore dell'opera secondo lo stile di quell'età; 
che potè aver lavorato a Roma, e là conchiuso il con- 
tratto, onde non è maraviglia che abbia fatto uso 
della canna romana ; che il Pontelli era assente da 
Roma, ed occupato in lavori dell'arte sua in Urbino 
quando il duomo Torinese fu cominciato; che gli 
scrittori hanno registrato tutte le opere di questo 
architetto, e non avrebbero dimenticato il duomo 
di Torino, se Baccio ne fosse autore; che infine mi- 
gliori del nostro San Giovanni sono i templi che 
Baccio architettò; poiché, se nella nostra cattedrale 
si scopre in generale una buona disposizione e con- 
venienza di parti, non si può tuttavia lodare quel- 
l'aggruppamento di mezze colonne senza proporzioni 
proprie del genere a cui appartengono. 

A me non s'appartiene in fatto d'arte levarmi 
giudice fra que' due dottissimi uomini, onde basti 
Taverne qui accennate le opposte sentenze, sog- 
giungendo che nell'opera medesima il cavaliere Ca- 
nina ha proposto il disegno d'una nuova cattedrale 
torinese, la quale per maestà, bellezza e magnifi- 
cenza, sarebbe degna d'ogni più gran capitale. 

Mi credo nondimeno obbligato a chiarire alquanto 
la questione, esponendo quanto appare dalla con- 
venzione con cui fu allogata 1' opera del duomo a 
Meo del Caprino, ossia Bartolomeo de Francisco da 
Settignano. 



CAPO QUARTO 



563 



La convenzione si compone di due parli: una la- 
tina, ed è ristromenlo stipulato a Torino con cui 
fu concesso V appalto della fabbrica della chiesa di 
Torino al detto Meo da Ludovico della Rovere, pro- 
tonolaio apostolico, prevosto d'essa chiesa e da altri 
procuratori del cardinale di San Clemente. Questo 
istromento ha la data del 15 novembre 1492, indi- 
zione x, e si riferisce ai capitoli uniti all' istro- 
mento che sono in lingua italiana, senza data, e 
segnati dal cardinale di San Clemente così : 

Ita est D. Card. S. Clementis manu propria. 

Similmente V intestazione de' capitoli dice : 

Li eapitulì infra lo Reverendissimo card, de 
Sancto Clemente et Maistro Mheo. 

Questo non prova altro se non che il cardinale 
trattò a Roma e intese con Meo del Caprino le 
basi del contratto, e che poi lasciò che l'atto 
formale di deliberamento si stipulasse dal nipote 
e da altri suoi procuratori a Torino. 

Un altro capitolo confermando in questa parte 
l'opinione del cav. Canina, prova che Meo fu a Roma, 
poiché parla de ducati cento che hebe a Roma. Ma il 
tenore di questo e d'altri capitoli dimostra, a parer 



564 LIBRO TERZO 

mio, che se Meo ebbe l'appallo del lavoro non ne 
fu però architetto. 

Diffatto risulta che quando ebbe l'allogazione del- 
l' opera, la fabbrica era già cominciala, prometlendo 
tutti li denarii se sono spesi circha detta fabbrica 
excepto quelli degli scarpellini tenerli per reeeputi. 

Appare da un altro capitolo che non era ancora 
determinato se la chiesa si reggerebbe per colonne 
o per pilastri: item promette murare tutti li conii 
under anno in dieta chiesa et rizave colonne tutte 
a sue spese o vero far pilastri diligentemente lavorati 
dummodo se misure vodo per pieno, et non compu- 
tarlo piuchè per muro come di sopra e detto inten- 
dendo dove solamente andavano le coione o vero 
pilastri deh doe nave, ecc. 

Da questa maniera d'esprimersi cotanto indeter- 
minata mi sembra provarsi ad evidenza che Meo 
del Caprino non ebbe nel duomo Torinese altra 
parte che l'opera di muratura, e che quando con- 
chiuse il contratto non erano ancora ultimati, o de- 
finitivamente approvati tutti i disegni che certa- 
mente non ebbe Meo allora sott' occhio. 

Del contratto fatto con gli scarpellini per li pi- 
lastri della chiesa e per la facciata non ho potuto 
trovare la menoma traccia. Avvi bensì ne' protocolli 
dell'arcivescovado (xl. 113) una convenzione del 
31 luglio 1498, con cui il Reverendo Eletto, cioè 
lo stesso Ludovico della Rovere, eletto l'anno prima 



CAPO QUARTO 



565 



a coadiutore del cardinale suo zio , e Luca Dulcio, 
a nome del cardinale di San Clemente allogarono a 
Bernardino de Antrino , e Bartolomeo de Charri , 
fiorentini , V impresa di far di marmo la piazza e 
la scala innanzi alla chiesa ; ed a Sandro di Gio- 
vanni altresì fiorentino quella di fare una pila per 
l'acqua santa simile all'altra che già esisteva; e 
due più piccole per le porte laterali. Ed è pro- 
babile congettura che Sandro fosse quel medesimo 
che intagliò con tanta purezza e leggiadria i fregi 
che adornano gli stipiti delle tre porte di quella 
vaga facciata, che riproduce con poca diversità il 
tipo di quella di Santa Maria Novella di Firenze; 
e che T Antrino e il Charri fossero stati i prov- 
veditori delle pietre lavorate dei pilastri e della 
facciata. 

Finalmente lo stesso giorno si diede a France- 
scano Gaverna di Casalmonferrato , legnaiuolo, l'in- 
carico di far cinque porte di legno di rovere, co- 
perle di legno di noce ed incorniciate, tre per la fac- 
ciata, due per le porte di fianco che rispondevano 
alla croce delle navate della chiesa (7). 

Ma di ciò basti. Tempo è di descriver la chiesa. 

Abbondano di buone pitture non meno che di 
marmi le molte cappelle di questa chiesa. 

Distinguesi, fra gli altri, il secondo altare a destra, 
di padronato de' calzolai, dedicato ai Ss. Crispino 
e Crispiniano, dove la tavola a scompartimenti sopra 



50G 



LIBRO TERZO 



l'altare ed i diciotlo quadretti graziosamente inca- 
strati fra gli ornamenti delle pareti laterali, sono 
attribuiti ad uno de' più celebri pennelli della scuola 
tedesca, Alberto Durer da Nurimberga. Il vescovo 
che si vede accanto ai santi titolari, è Sant'Orso, di 
cui si celebra la festa il primo giorno di febbraio (8). 

Nel terzo altare la Madonna con S. Gio. Battista, 
con S. Francesco di Sales, S. Michele Arcangelo e 
S. Filippo Neri, è di Bartolommeo Caravoglia, allievo 
del Guercino, ma molto più debole del maestro nel 
trattar l'ombre e i lumi, nel qual magistero il Guer- 
cino era sovrano. 

L'altare di San Secondo che non ha cosa nota- 
bile, ma che è molto pulito e adorno, anticamente 
dedicato ai Santi Stefano e Catterina, era dapprima 
patronato dei conti di Pollenzo, poi passò alla Real 
Casa di Savoia. Nella crudele pestilenza del 1630, 
la citta di Torino si votò a S. Secondo, promettendo 
dedicargli una cappella. Cessato il morbo, ottenne 
di poter consecrare al Santo la cappella di Santa 
Catterina, e vi pose una iscrizione che rammentava 
il voto. 

In altra cappella i Ss. Cosimo e Damiano, colla 
Vergine incoronata dalla SS. ma Trinità, furono di- 
pinti da Gian Andrea Casella di Lugano , discepolo 
di Pier Berrettini detto Pier da Cortona, meno fe- 
condo del maestro, ma ammanierato del pari. 

Nell'altare del Crocifìsso in cui si conserva il SS. 



CAPO QUARTO 



367 



Sacramento, le scolture in legno sono del Borelli, 
le due statue di S ta Teresa e S ta Cristina, poste ai 
lati dell'altare, sono egregia opera di Pietro Legros; 
e vennero qui trasportate dalla chiesa di Santa Cri- 
stina in aprile del 1804. 

Ai due lati di quest'altare, che non era nel sito 
preciso in cui ora si trova, vcdevansi nel 1584 i de- 
positi del cardinale di S. Clemente, Domenico della 
Rovere, vescovo di Torino e fondatore di questa 
chiesa, morto nel 1501 a Roma, donde dieci anni 
dopo fu trasferito a Torino, e di Giovanni Ludovico, 
suo nipote e coadiutore , poi vescovo di Torino , 
morto nel 1510 (9). Questi sepolcri furono di- 
sfatti nelle varie mutazioni alle quali andò soggetta 
V interna disposizione delle cappelle, e le casse ven- 
nero allogate entro al muro tra il coro invernale 
e la cappella; rinvenute qualche anno fa, quando 
si aprì ad uso de' canonici la piccola porta a mez- 
zodì, si trasferirono nelle tombe d'essi canonici in 
un sepolcro a foggia d' altare. 

La tribuna reale che trovasi dall'altro lato della 
chiesa, di fronte a questa cappella, fu disegnala 
dall'architetto Francesco Martinez, e scolpita da 
Ignazio Perucca. 

Nel coro, dietro l'aitar maggiore, vedesi una glo- 
ria d'angioli che suonano di varii strumenti. E opera 
laudevole di Domenico Guidobono di Savona, fratello 



508 L1BHO TERZO 

del prete Bartolomeo, che fu altresì pittore di grido. 
Fu dipinta nel 1709. 

Un'altra gloria d'angioli dipinse Domenico nel 
duomo di Genova, con tanto studio e tanta felicità, 
che molto s'avvicina alla soavità di Guido Reni. Ma 
di rado il suo pennello ebbe tanta fortuna. 11 padre 
di questi due pittori era pittor di maioliche al ser- 
vigio della corte di Torino. 

Ed è notabile quanto presto allignasse l'amor 
dell'arti negli animi de' principi di Savoia. Amedeo v 
che visitò la Toscana e Roma ne' primi anni del se- 
colo xiv, condusse a' suoi servigi Giorgio d'Aquila , 
fiorentino. Amedeo vm, in principio del secolo xv, 
Gregorio Boni, veneziano. Da Emmanuele Filiberto 
in qua vi fu un perpetuo studio d'aver buoni pit- 
tori, scultori ed architetti; e se talvolta vi fu error 
nella scelta; se tal altra volta, agli artisti ricercati 
con larghe proferte, non parve bello abbastanza, 
abbastanza inspiratore il sorriso del nostro cielo, 
molte altre fiate per altro riuscirono i principi 
di Savoia, ora ad ottimi, ora a lodevoli risulta- 
menti. 

Tornando per la navata della tribuna verso la 
porta, noterò che dove ora è il maestoso ingresso 
dello scalone del Santissimo Sudario, era antica- 
mente la cappella de'Ss. Stefano e Catterina, patro- 
nato dei conti di Pollenzo, dove gli Innocenti, vale 



CAPO QUAKTO 563 

a dire i cantori facevano celebrare una messa 
quotidiana. In questa cappella fu custodita assai 
tempo la Santissima Sindone. La tavola della cap- 
pella di San Luca è del celebre nostro nazio- 
nale cavaliere Ferdinando Cavalieri, e fu surrogata 
ad altra che prima esisteva del cavalier Delfino. 
È un dipinto di bontà notabile in tinte molto 
chiare, per compensare l'oscurità del sito in cui 

è collocato. 

Questa cappella di patronato dei pittori e scul- 
tori, è anche titolo canonicale della collegiata della 
SS. raa Trinità, la cui origine risale al 1060, epoca 
nella quale Adelaide conlessa di Torino, vedova d'Od- 
done di Savoia, deputò in perpetuo sei cappellani 
che pregassero per le anime de' suoi trapassati, ed 
in particolare per quella di suo padre Olderico 
Manfredi, conte e marchese, seppellito appiè di 

quell'altare. 

Ora questi Canonici, cresciuti di numero, decorati 
di mezzetta invece dell'almuzia che una volta por- 
tavano, ulHciano due chiese; parte di essi, vale a 
dire i preti teologi del Corpus Domini, servono la 
chiesa di questo nome; gli altri sono deputati ad 
officiare la R. chiesa di San Lorenzo. Ma nei giorni 
fenati della quaresima si radunano nella loro cap- 
pella del duomo a salmeggiare pel riposo delle anime 
de' nostri principi. 

In altra cappella la tavola della Risurrezione è del 

47 



570 LIBltO TERZO 

cavaliere Federigo Zuccaro. Prima del 1500 questa 
cappella intitolavasi a San Francesco. 

La tavola dell'altare di Sant'Eligio fu dipinta dal 
già lodalo Caravoglia. Appartiene questa cappella 
all' università de' panattieri, uno de' quali, Matteo 
Mota, donò il tabernacolo nel 1665, l'altro, Martino 
Gianineto, fece l'altare di marmo nel 1680, come 
appare da due iscrizioni (10). La tavola di San Mas- 
simo è di mano del Casella, quella di Sant'Onorato 
del cavaliere Delfino. 

L'ultimo altare di questa navata presso alla porta, 
dedicato a S. Giovanni, S. Maurizio, S. Turibio Bec- 
cuti, S. Secondo e varii altri santi, è molto negletto, 
ed il quadro che è sopra l'altare, è rotto in più 
luoghi 5 e dovrebbe tenersi in maggior conto, es- 
sendo dipinto da Guglielmo Caccia detto il Moncalvo; 
pittor nazionale di bella fama, e se non correttis- 
simo nel disegno, abbondante nelle invenzioni e mi- 
rabile per la freschezza del colorire. 

La statuetta del Santo Precursore nel battistero, 
è di mano del già lodato Stefano Maria Clemente. 

A' tempi della visita di monsignor Peruzzi vescovo 
di Sarcina, le cappelle della chiesa metropolitana 
erano più di venti, due delle quali nel sito ove ora 
s'aprono gli scaloni del Santissimo Sudario; ma 
nella massima parte, per incuria de' patroni od 
ecclesiastici o laici, non solo disadorne, ma squal- 
lide e sfornite, con altari di legno, senza croce 



CAPO QUARTO 371 

ne' candelieri , e piene d'immondezze. Le finestre 
non aveano vetri, ma tela incerata, la quale vedevasi 
ancora in Torino fino ne' palazzi de' principi. Il coro 
de 1 Canonici era angusto molto. Accanto alia chiesa 
verso il meriggio era il cimitero. Ma dopo quella 
visita apostolica, la chiesa fu ripulita, le cappelle 
adornate, gli altari costrutti di muratura, di pietre 
o di marmi, ridotti a minor numero, ma alzati allo 
splendor conveniente. Carlo Emmanuele i ornò l'ai- 
tar maggiore, vi costrusse uno stupendo tabernacolo, 
ampliò il coro e vi fece attorno gradi marmorei; fé' 
alzare un elegante oratorio di legno o tribuna, in 
cui egli e la sua famiglia assister potessero ai divini 

uffici (11). 

A quei tempi i Gesuiti insegnavano il catechismo 
ai ragazzi nel duomo e in San Dalmazzo ; e il sa- 
cerdote che portava l'olio santo ad un infermo, an- 
dava in cotta e stola solennemente, preceduto dalla 
croce. 

Le pareti di questo sagro tempio s' adornano di 
molte lapidi sepolcrali. 

L'iscrizione più antica e preziosa è quella del 
vescovo Ursicino che morì nel 509(12). Poi si valica 
un intervallo di otto secoli, e si trova il sepolcro di 
Giovanna d'Orliè, dama de la Balme, morta a Pavia, 
trasferita a Torino e sepolta nella cattedrale extra 
magnani portam nel 1479. Fondò questa dama tre 
coristi nella cattedrale. Nel 1495, quando si rifece 



572 LIBRO TERZO 

il duomo, il sepolcro di lei fu trasferito nel coro, 
donde nel 1657, dovendosi edificar la cappella del 
SS. m ° Sudario, fu trasportata presso alla porla gran- 
de; ivi si vede la sua statua inginocchiala sopra ad 
un monumento adorno di slatuine. Ma non v'è iscri- 
zione (13). 

Rammenteremo dipoi come sotto la tribuna si ve- 
deano, prima del 1778, due statue giacenti, Tuna 
d'un vescovo, l'altra d'un togato. Erano opera di 
Antonio Cartone (14), scultore de' primi anni del cin- 
quecento, e raffiguravano, l' una Amedeo di Roma- 
gnano, vescovo di Mondovì e cancellier di Savoia, 
come scorgesi dall'iscrizione; l'altra, senza iscri- 
zione, ma divisala collo stemma dei Romagnani, od 
Antonio di Romagnano suo padre, stato altresì can- 
celliere di Savoia, morto nel 1479, od Antonio di 
Romagnano suo fratello, eletto consigliere del duca 
Filippo ii nel 1496. 

Nel 1778 le due statue furono trasferite ne' sot- 
terranei (15) e poste nella cappella accanto alla porta 
per cui si va nel sepolcro de' vescovi. Rimase sotto 
la tribuna la sola iscrizione metrica d' Amedeo (16). 

Amedeo fu prima canonico di San Giovanni, poi 
cancelliere, poi vescovo di Mondovì. Fu creato can- 
celliere nel 1495, e morì in marzo del 1509. Fu 
questo prelato gran protettore delle scienze, ed in 
particolare delle scienze mediche (17). 

Un altro illustre sepolcro è quello di Claudio di 



CAPO QUARTO °'5 

Seyssel, colla sua statua giacente nel coro invernale 
de' Canonici ov' era la cappella di San Lazzaro da 

lui fondata. 

Fu il Seyssel professore di leggi nell'università di 
Torino; passò quindi molti anni al servigio di Fran- 
cia, e sostenne per Ludovico xu difficili amba- 
sciate. Stette prima assai tempo in ufficio di mae- 
stro delle richieste , come la si chiamano ; poi fu 
vescovo di Marsiglia; in ultimo, arcivescovo di To- 
rino, e morì il 51 di maggio 1520. 

Era profondo giurisconsulto e letterato, secondo 
quei tempi, discretamente dotto; scrisse un libro 
assai riputato De triplici statu viatoris. Voltò molli 
autori greci dalla versione latina in lingua fran- 
cese. Alcune sue traduzioni sono stampate, molte 
inedite (18). Infine fondò il Monte di Pietà di 
Torino. 

Di tre nunzi pontificii morti a Torino e sepolti 
nella metropolitana, fanno memoria le lapidi, e sono 
Francesco Bacod, vescovo di Ginevra, morto il 1° 
di luglio del 1568; Corrado Tartarini di Tiferno, 
vescovo di Forlì, morto nel 1602, e Giambatista 
Landò, morto nel 1648. —Di sei vescovi e arcive- 
scovi, oltre al Seyssel già mentovato, e sono: Dome- 
nico della Rovere, cardinale di San Clemente, che 
rialzò il duomo dai fondamenti, e morì nel 1501; 
Gian Ludovico della Rovere, morto nel 1510; Michele 
Beggiamo, morlo nel 1689; Antonio Vibò, morto nel 



374 



LIBRO TERZO 



1715; Francesco Arborio di Gattinara, morto nel 
1745; Colombano Chiaveroti, morto nel 1851. 

D' un segretario degli arcivescovi, Jacopo Maurizio 
Passeroni, morto nel 1650, è detto con opportuna 
locuzione, che insegnò col suo esempio non meno a 
parlare che a tacere. 

Degni di memoria sono ancora i sepolcri d'un il- 
lustre fiorentino, Antonio degli Adimari, morto nel 
1528; di Cristoforo, marchese di Ceva, morto nel 
1516, di Claudio Guichard, istoriografo e consiglier 
ducale, autore di varie opere, morto nel 1607 : questi 
ha sul suo sepolcro quel distico famoso ripetuto su 
varii altri, e pieno d' inestimabil sapienza. 



Soli fide Deo, vitae quod sufficit opta; 
Sit Ubi cara salus, caetera crede nihil. 



I due pilastroni laterali all'aitar maggiore serbano 
memoria deir arciprete Guglielmo Bardino, stato 
assai tempo vicario generale di monsignor Gianfran- 
cesco Della Rovere, morto nel 1518, e dell'arcidia- 
cono Andrea Provana, morto nel 1515. Nel pilastro 
che sta di fronte a quest'ultimo, un marmo ricorda 
la ricostruzione, e la consecrazione del duomo (19), 
e T erezione della cattedra torinese a dignità arci- 
vescovile nel 1515. 

Due canonici del duomo, zio e nipote, chiamati 



e Aro QUARTO 575 

ambedue Ignazio Carrocio, si meritarono un grande 
elogio, li primo, morto nel 1674, ricusò tre volte 
d'esser vescovo; infulis tertium recusatis glorioso. 
Ma ebbe invece la badia di San Mauro ed altri ca- 
richi di Stato. 

Il secondo ricusò i vescovati di Saluzzo e di Ver- 
celli; ma non ebbe badie ne uffici di Stato; e da- 
tosi tutto al servizio de' poveri nello spedale di San 
Giovanni , ne alzò la cappella , ne accrebbe le en- 
trate, servì di sua persona gli infermi (20) ; e però 
venula per lui Tultim'ora, il 5 d'aprile del 1769 
moriva fra le lagrime e le congratulazioni di tutti i 
buoni. Qui giacciono, soggiunge riscrizione, le sole 
spoglie, ma egli ancor veglia su noi (21). 

Due soli ancora rammenteremo, medici famosi: 
Pietro Bairo, al quale per la fede illibata e la sin- 
goiar perizia, i più gran principi affidarono la cura 
de' loro corpi. Egli diligente circa i cari capi od i 
capi illustri che gli venian commessi , non dimenti- 
cava il proprio, e morì il 1° d'aprile 1558 nella gra- 
vissima età di novant'anni. 

L'altro, Giovanni Argenterò, fu il ristoratore delle 
scienze mediche, ma non aveva il balsamo della vita 
di maestro Antonio di Faenza, sicché campò soli 
cinquantanove anni e morì in maggio del 157 v 2 (22). 
Ne' sotterranei del duomo è il sepolcro di Sua 
Altezza Serenissima monsignor il principe Federigo 
Augusto della Torre e Taxis, nato a Brusselle il 5 



576 LIBRO TERZO 

dicembre 1736, morto a Torino il 12 settembre 
1751, e quello del conte e maggior generale Nicolò 
Palfì, morto in guerra il dì 26 maggio del 1800, di 
anni trentasei. 

1 sepolcri degli arcivescovi sono costrutti a guisa 
d'altari. 

I monumenti conservati sono pochissimi — di Fran- 
cesco Arborio Gattinara, morto in ottobre del 1745 ; 
— di Francesco Lucerna Rorengo di Rorà, morto in 
marzo del 1778; era questi stato rettore dell' uni- 
versità di Torino, e poi vicario di corte, quando in 
giovane età fu eletto vescovo d'Ivrea. Essendo di 
bello e fresco sembiante, compariva forse più gio- 
vane ancora di quel che fosse; ammesso all'udienza 
di Benedetto xiv, il pontefice che amava motteg- 
giare e pungere, ebbe a dire ad alcuni prelati che 
là si trovavano: Il Re di Sardegna ci manda stu- 
denti per farne vescovi. Ma Y esame provò eh' egli 
era maestro, e che ne sapea quanto i più provetti. 
Nel 1768 fu fatto arcivescovo di Torino. Dieci anni 
dopo morì d' anni 46, dopo d'aver consecrato cento- 
cinquanta chiese. — Del cardinale Vittorio Gaetano 
Maria Costa d'Arignano, dottissimo uomo, e tanto 
dotto, che gli invidiosi ed i maligni, che mai non 
mancano, paragonando le opere posteriori del Denina 
colle Rivoluzioni d'Italia, e scorgendole tanto infe- 
riori, andavano susurrando che monsignor Costa e 
non Denina n'era stalo l'autore. Questo porporato 



CAPO QUAKTO 377 

non essendo andato a Roma a prendere il eappello, 
non ebbe titolo eardinalizio. Morì in dieembre del 

1796. Del dotto, pio e beneficentissimo Giacinto 

Della Torre morto il 7 d'aprile 1814, il cui brevis- 
simo e freddissimo epitafio dimostra che fu scritto 
in tempi di sospetto e di reazione ; seppure non de- 
riva da una modesta ultima volontà del defunto.— 
Di Colombano Chiaveroti, morto in agosto del 1851, 
di cui son chiare la dottrina, la pietà e la prudenza. 
Tra i sepolcri degli arcivescovi v'ha sul muro una 
iscrizione che ricorda un altro arcivescovo di To- 
rino, il cardinale Giovanni Battista Rovero , morto 
in ottobre del 1756, in età d'anni 83. Questo pre- 
lato è sepolto in Santa Teresa, di cui alzò la fac- 
ciata; epperò qui sta scritto : 

Maeroris non sepulehri argumentnm. 

Infine qui giacciono similmente le spoglie del car- 
dinale Paolo Giuseppe Solaro, già vescovo d'Aosta, 
morto in settembre del 1824, e di Carlo Arnosio, 
arcivescovo di Sassari, stato assai tempo canonico 
e curato di questa chiesa metropolitana, morto in 
agosto del 1829; ed hanno sepolcro foggiato come 
quello degli arcivescovi. 

Fra le tombe de' canonici sono da distinguersi 
quelle di due vescovi stranieri, Ludovico Gerolamo 
di Suffren di St-Tropez, vescovo di INevers, morto 

Voi. Il 48 



578 MURO TKBZO 

nella casa de' Missionarii di questa citta il 22 di 
giugno del 1766; e Giuseppe Maria Luca Falcom- 
bello d'Albareto, vescovo di Salat, nel Périgord, 
morto a Torino il 20 di maggio del 1800. Ricorde- 
remo poscia il sepolcro del già lodato abate Gio- 
vanni Pietro Costa, al quale posero i colleghi un 
ampio e ben meritato elogio (23); e quelli de' ca- 
nonici prevosti Bonaventura Roffredo di Saorgio, 
morto il 16 d'aprile 1829, Giovanni Gaetano 
Ferraris di Genola, morto il 24 d'agosto 1845, ed 
Arrigo Ruffino di Gattiera, piissimo e modestissimo 
prelato, morto il 5 d'aprile 1837, il quale ultimo 
lasciò allo spedale di San Giovanni un pingue legato; 
gli altri due lo instituirono erede d'ogni loro so- 
stanza. 

Molti altri canonici che qui dormono il sonno del 
giusto, incanutiti tra il dir le Iodi di Dio, l'eserci- 
tare il ministero apostolico, il servire e l'arricchir 
lo spedale, trapassarono una vita non celebrata fra- 
gorosamente per le bocche degli uomini, ma tanto 
più meritoria al cospetto di Dio, che scrive sul libro 
adamantino tutto ciò che si fa a gloria sua, e palese 
ed occulto, e fin le parole più segrete e i più se- 
greti pensieri. 

In una cameretta che si trova al di là delle tombe 
dei vescovi, addobbata una volta di tela nera, e so- 
pra un palco addossato al muro, e che girava per 
tre lati della stanza funebre, erano deposte le bare 



CAPO QUARTO 379 

di molli principi di Savoia, Amedeo vili, Emmanuele 
Filiberto, Caterina d'Austria, moglie di Carlo Em- 
manuele i, che vi fu deposta alle ore nove di notte 
dell' 8 novembre 1597, ma che non so se più tardi 
sia stata portata al santuario di Vico, ov' è il se- 
polcro del duca suo marito; Carlo Emmanuele u, 
Francesca di Borbone e Maria Giovanna Battista di 
Nemours sue consortili principe Tommaso (sepolto 
il 23 di gennaio del 1656) e varii principi e prin- 
cipesse della stirpe di Savoia Carignano, e d'altri 
principi del sangue, e signori del sangue. De' prin- 
cipi di Savoia Carignano, linea felicemente regnante, 
ricorderò il principe Giuseppe Emmanuel, figliuolo 
del principe Tommaso, morto pochi giorni prima 
del padre, e sepolto il 5 gennaio del 1656; il prin- 
cipe Maurizio, già cardinale, morto il 3 d'ottobre 
1657; Emmanuele Filiberto di Savoia, conte di Drò, 
d' anni quattordici, morto il 18, sepolto il 19 di 
aprile 1676; Emmanuele Filiberto di Savoia, prin- 
cipe di Carignano, sordo e muto dalla nascita, e 
nondimeno perfettamente ammaestrato nelle lettere, 
e di belli e virtuosi costumi informalo, morto il 25, 
sepolto il 27 d'aprile 1709. Ora i due primi ed il 
quarto, col principe Tommaso, riposano nella cap- 
pella del Santissimo Sudario. Gli altri nella badia di 
San Michele della Chiusa. 

Nel sepolcreto dell'antica parrocchia di corte 
sotto la tribuna sono segnati varii sepolcri; noteremo 



380 LIBRO TERZO 

fra gli altri quelli di Crescentino Vaselli di Siena, 
archiatro di Carlo Emmanuele in, morto nel 1789; 
e d'Alfonso di Verduco conte di Torre Palma, amba- 
sciadore di Spagna, morto nel 1767. 

Ma d'altre memorie illustri c'informarono i libri 
de'battezzati e de'defunti della chiesa Metropolitana, 
che per l'usata cortesia del reverendissimo capitolo 
mi fu dato di consultare. 11 più antico di questi libri 
risale fino al 1532, ma continua poi per serie in- 
terrotta. Quindi s'attinge che nel battesimo s'usa- 
vano d' ordinario quattro o cinque, e spesso anche 
nove o dieci padrini ; ed una , e talora due e fino 
a quattro madrine. Nel 1553, il 5 d'ottobre, fu bat- 
tezzato Carlo, figliuolo del signor Giovanni di Com- 
bafort. Non ebbe che due padrini ed una madrina. Ma 
questi erano Carlo in duca di Savoia, Ludovico di 
Chàtillon sire di Musinens, e Caterina principessa 
di Savoia. Lo battezzò l'arciprete Giacomo Provana. 
Il 23 dello stesso mese al battesimo di Cesare, 
figliuolo del collaterale Scaglioni , fu compadre 
Pietro Bayro con otto altri; madrine Margarita Cara 
con tre altre. 

S'attinge ancora che a que' tempi la fede parca 
virtù si rara che non si commetteva ad un artefice 
un baston pastorale, od altro oggetto prezioso ad 
aggiustare, senza farsene spedir ricevuta in pre- 
senza di testimonii. 

Fra i morti degni di special memoria ricorderò : 



CAPO QUARTO 381 



L'illustre capitanio Francesco Attobrandino ne- 
potè di N. S. papa Clemente vili, sepolto li 10 set- 
tembre 1593; Prospero di Lullin cavaliere dell'An- 
nunziata , sepolto il 1° d'agosto del 1595; La 
signora Aurelia, moglie del sig. Giovanni Maria An- 
tonazzone commediante di Padova, residente in To- 
rino, sepolta il 15 agosto 1602, contemporanea della 
famosa Isabella Andreini , la quale era ad un tempo 
commediografa e commediante. La storia della com- 
media italiana è ancora da farsi, e chi pigliasse a 
studiar bene il gran numero di commedie pubbli- 
cate ne' secoli xvi e xvn , e ad indagare la vita e 
i costumi de' comici, troverebbe di che formare un 
libro curioso ed istruttivo (24). Ancora troviamo no- 
tizia di Giovanni Carraca, pittor fiammingo, sepolto 
il 19 marzo 1607; Gioseffo Longo, pittor veneziano, 
sepolto l'undici di gennaio 1611; Beatrice Langosco, 
marchesa di Pianezza, celebre amica d'Emmanuelc 
Filiberto, moglie del conte Martinengo, depositata 
il 16 di gennaio 1612, in San Giovanni, essendosi 
legata la sepoltura a Bergamo; monsignor Giovanni 
Battista Ferreri, arcivescovo di Torino, sepolto il 15 
luglio 1627; Boberto Lovoie , francese pittore, se- 
polto il 25 maggio 1630; e per tacer d'altri molti, 
il cavaliere Giovanni Miei, fiammingo, morto il 5 
d'aprile 1664, dopo d'aver ingentilito di numerosi 
dipinti la regia villa della Veneria (25). 

La chiesa di San Giovanni e la cappella del SS. mo 



582 



MURO TERZO 



Sudario risuonano nelle maggiori solennità de' soavi 
ad un tempo e maestosi concenti de 1 musici della 
Cappella Regia. Tulta la citta accorre ad udire il 
mesto canto delle lamentazioni di Geremia nella 
Settimana Santa. Qui s'udiva il magico archetto di 
Pugnani e di Viotti, e qui eccellenti maestri spie- 
gavano e spiegano la pompa di caste e sublimi ar- 
monie, degne del Dio vivente, non mai profanate 
ad accompagnare i trilli o le danze lascive delle 
Frinì teatrali (26). 

Ma dove lascio quel pergamo sul quale più forse 
che sopra ogni altro d'Italia la sagra eloquenza spande 
i rivi delle salutari sue dottrine, ora di serene le- 
tizie ammantandosi ad allettamento de' cuori deboli 
ed erranti, ora tuonando fra le nubi procellose e i 
fulmini guizzanti della sospesa ira di Dio a spavento 
de'cuori indurati, delle volontà ribelli ? 

Ella è questa cattedra una delle nostre glorie 
più pure. Ne vorrei che la fama di cui gode inge- 
nerasse talvolta ne' sagri oratori il pensiero che, 
per lenocinio di stile e per pompa di rettoriche 
vaghezze, debba segnalarsi chi vi ascende a bandir 
la divina parola. 

La parola evangelica è tanto bella per se, che solo 
ad esporla con vocaboli appropriati, con ordine e 
semplicità, investe di sua grazia sovrumana lo stile, 
e lo fa non solo piacente, ma ciò che più monta , 
efficace; e tutta la bellezza che dalla stessa divina 



capo qua uro 583 

parola non scaturisce immediatamente, è orpello 
che non Tadorna ma la travisa. 

Non condanno già l'arte necessaria in questa prin- 
cipalissima eloquenza, del pari e più che nell'altra; 
l'abuso riprovo degli ornamenti di falsa lega, e le 
interminabili descrizioni, e la nociva pompa di vo- 
caboli tolti alle nomenclature de' notomisti o de' 
naturalisti; in breve condanno i lisci, il belletto e 
gli unguenti, di cui qualche rara volta un orator 
mal avvisato potrebbe lasciarsi tentare d'impiastric- 
ciare l'augusto sembiante dell'eterno vero. 

Altre volte usavano accordarsi cinque o sci semi- 
naristi, i quali ponendosi sotto al pulpito, scriveano 
ad un tempo, e per via d'abbreviature e di numeri, 
la predica, che poi giunti a casa ricopiavano, sup- 
plendo l'uno al difetto dell'altro; e così pigliavano 
interi quaresimali, che servivano loro di utilissima 
esercitazione (27). Non so se questo sistema con- 
tinui. 

Nel secolo xvn frequenti furono sul pulpito di San 
Giovanni i predicatori Teatini, tra cui molti Napo- 
litani; Vincenzo Giliberti di Modena (1621), Giro- 
lamo Passerino di Firenze (1632), Agostino Bozzomo 
genovese (1643 e di nuovo 1661), Lorenzo Biffi di 
Bergamo (1646) , Giambatista Giustiniani genovese 
(1648), Agostino Pepe napolitano (1650), Gaetano 
Spinola (1659), Placido Caraffa napolitano (1662), 
Carlo Palma napolitano (1664) , Pietro Nobilione 



5j5 ì LIBllO TERZO 

napolilauo (1667); questo predicatore fu da Carlo Em- 
ularmele 11 invitalo al ballo di corte il martedì grasso 
di quell'anno nel teatro del palazzo vecchio, ed egli 
v'andò con altri cinque padri, per godere la vista di 
quel giocondo spettacolo, non ripugnando siffatto 
intervento alle usanze assai più libere di quella età 
mollo gaia. 

Seguitano i predicatori Teatini con Francesco Ca- 
racciolo napolitano (1668), Filippo Seltaioli paler- 
mitano (1669), Giuseppe Arrigoni veneziano (1670), 
Francesco Belgioioso milanese (1672), Francesco 
Moles napolitano (1673), Carlo Danese napolitano 
(1676), Giuseppe Sfondrati cremonese (1677), Ber- 
nardino Nani veneziano (1678). Seguitano altri 24 
fino al 1760 (28). 

Ho voluto inserire questa notizia, affinchè si veda, 
come fra i celebri predicatori di quest'ordine, v'e- 
rano uomini appartenenti alle famiglie più illustri 
d'Italia; e s'attinga una delle cause per cui in tanto 
credilo erano vernili i regolari nel secolo xvn, e 
perchè tale opinione nel secolo seguente sia venuta 
a poco a poco sviandosi e mancando. 

La ragione per cui i Teatini erano così frequen- 
temente privilegiati del pulpito di San Giovanni, si 
può desumere dal Biglietto che indirizzava il 6 di 
settembre 1675 ai religiosi del convento di San Lo- 
renzo la duchessa reggente Maria Giovanna Battista: 
« Reverendi nostri carissimi. Col presente viglietlo 



CAPO QUARTO 585 

vi confermiamo quei Ire anni del pulpito di San 
Giovanni di questa metropolitana che vi sono stati 
accordati da fu S. A. R., mio signore e consorte, 
dopo i già conceduti in ultimo luogo, affinchè pos- 
siate dar compimento alla vostra Chiesa; com'è 
desiderio nostro per maggior gloria di Dio e salute 
del pubblico. E nostro Signore vi conservi ». 

Il padre Caraffa per altro era già stato raccoman- 
dato per lettere date da Bologna, il 17 maggio 1652, 
dalla veneranda Infanta Maria di Savoia, che in 
diversi tempi propose pel medesimo ufficio Lorenzo 
Franci Agostiniano, Michel Angelo Silvano di Civi- 
tanova, dello stesso ordine, ed il padre abate D. 
Marcello Orafi da Verona, tutti predicatori d'alto 
grido (29). 

Nel secolo scorso e nel presente molti si segna- 
larono fra i segnalati a cui fu concesso di salir que- 
sto pulpito. Citerò fra gli altri l'abate Paparelli 
( 1752 ) , che poi fu vescovo di Cagli ; il padre 
Valsecchi Domenicano, piemontese, illustre anche 
pe' libri pubblicati; il padre Migliavacca Domeni- 
cano, milanese (1769-1773); il padre Porro, tori- 
nese, ministro degli Infermi (1774); l'abate Costa- 
guti, poi vescovo di San Sepolcro in Toscana (1777- 
1782); il padre Campana Barnabita, torinese (1781); 
il padre Quadrumani Barnabita, milanese (1790-1795- 
1800); il padre Tonso Domenicano, le cui prediche 
sono stampate, che si gode onoratissimo l'ultima 

Voi. Il 49 



.180 LIBRO TERZO 

vecchiezza (1796-1815); il teologo collegiato Sineo, 
vero esempio de' sagri oratori, della cui semplice 
eleganza, soda dottrina, efficace persuasione ser- 
ban cara memoria e l'oratorio dell'Università, e 
la chiesa di Santa Pelagia; il padre Bollati, poi 
vescovo di Biella (1808-1818); il canonico Berta di 
Biandrate (1807-1814); Giacinto Pippi di Siena, che 
venne la seconda volta quand' era già vescovo di 
Montalcino (1812-1817); l'abate Deluca, vicentino 
(1820-1824-1832); il padre Pacifico Deani , minor 
osservante di Brescia, il cui quaresimale, come quello 
dell'abate Deluca, è fatto di pubblico diritto, e che 
fu da morte immatura sottratto ad ulteriori trionfi ; 
monsignor Scarpa di Vicenza (1826-1830-1834- 
1838); Filippo Artico di Ceneda (1840), crealo 
poi vescovo d'Asti. 

Nel 1787 predicava in duomo l'abate Lavini; fra 
gli argomenti delle sue prediche uno ne trovo che 
dovrebbe più spesso esser tema de' sermoni evange- 
lici, poiché trattasi di vizio comune, di vizio de- 
testabile. 11 12 marzo di quell'anno discorreva il 
Lavini de' falsi zelanti, e dimostrava ch'essi rovi- 
nano la religione dai fondamenti, opponendosi alla 
carità : 

1° Coi pensieri, giudicando il male dove non è; 

2° Colle parole, pubblicando per male quel che 
non è; 

3° Colle opere, pregiudicando colle azioni in 



CAPO QUARTO 587 

sequela dei più stravolti già conceputi giudizi, e dei 
più maligni già pubblicati discorsi (50). 

Non so se allora o dopo si compose sul falso zelo, 
chiamato anche zelo persecutore, il seguente epi- 
taffio che non penso sia stato mai pubblicato : 



Qui sta sepolto un mostro orrendo e fiero 
Che contro a Cristo alzò le man rapaci ; 
In volto umìl, quant' empio in suo pensiero, 
Del vangel parve figlio, autor di paci ; 
Ma ristampò con labbro menzognero 
Sul volto redentor di Giuda i baci ; 
Stolto, cieco, crudel nel suo furore 
Uccideva il peccato e il peccatore. 

Qui giace folgorato e qui le faci 

Giaccion con lui de le discordie accese : 
Cristo le larve gli strappò mendaci 
E l'orrendo natio ceffo gli rese; 
Mostrò i celati in seno aspi voraci 
E nel vero suo nome il fé' palese, 
E sul sasso intagliò del suo dolore: 
Zelo persecutore. 



Due predicatori non poterono compier l'aringo 
di loro quaresimali fatiche, essendo inopinatamente 
usciti di vita. L'abate Trombaglio nel 1750, il pa- 
dre Corvesi, Agostiniano, nel 1794. 

Ma uomo di ben altra fama fu da morte improv- 
visa sorpreso su questo pulpito stesso nel mentre 



588 LIBRO TERZO, CAPO QUARTO 

che predicava. Era il giorno 7 di febbraio del 1751. 
Compiuta la procession generale per l'aprimento del- 
l'anno santo, ascese il pergamo il padre Giambattista 
Prever, dell'Oratorio, uomo veramente apostolico, 
pieno di zelo, e per tutta la città tenuto in concetto 
d'uomo santo (31). Pigliò per tema del suo discorso 
il versetto : Variis et miris modis vocat nos Deus. 
Finito l' esordio, ripetè il versetto e cadde morto. 
Fu così viva e così universale l'opinione che fosse 
santo che, stampatosene il ritratto, se ne spaccia- 
rono in brevissimo tempo parecchie migliaia. Esposto 
secondo l'uso il cadavere in chiesa, il popolo divoto 
corse a furia a tagliargli i capelli e l'abito; né a 
ciò contento, fece a pezzi il confessionale, e ne serbò 
i brani come reliquia (32). 



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NOTE 



(1) La vedova d'Andreone di Nicoloso testando nel 1438 eleggeva la sua 
sepoltura nel duomo, in membro quod dicitur S. Salvator. In documento 
del 1481 si legge: prope ostium per quod itur ab ecclesia Calhedrali (di 
San Giovanni) ad ecclesiam S. Salvatoris. 

In documenti del 1372 si chiamano le chiese di San Giovanni e di Santa 
Maria adiacenti a quella del Salvatore. 

(2) Decreto del vescovo Ludovico di Romagnano in data del 25 d'ot- 
tobre 1443. Arch. della Metropolitana. 

(3) Archivi arcivescovili, protoc. xx. 

(4) Soleri, Diario. — Archivi camerali. Contratti. Registro 162, Ibi. 370 
e seguenti. 

(5) Ecco l'iscrizione sull'alto della facciata : 

IOANNl BAPTISTAE PRAECVRSORI 

DOMINICVS RVVERE TAVRINENSIS PRAESVL 

IN S. ROM. EOCLESIAE CARDIN. TITVLO SANCTl 

CLEMENTIS A SIXTO UH PONTIF. MAXIMO 

ADLECTVS BASILICAM SITV VETVST 

ATEQVE LABENTEM A FVNDAMENTIS DEMOLlTAM 

AVGVSTIORE ORNATV PIE 

RELIGIOSEQVE AD PATRIAE DECVS ET 

REIP. CHRISTIANAE HONESTAMENTVM 

ILLVSTRIBVS SAB. DVCIBVS 

IOANNE KAROLO AMEDEO ET BLANCA EIVS MATRE 

TVTRICEQVE REMPVBLICAM AEQVO tVRE ADMINISTRANTIRVS 

EREXIT ET PH1LIBERTO II DVCE 

IBID. FLORENTISS. IVSTISSIMOQVE DEDICATAM ABSOLVIT 

ANNO SALVTIS MCCCCXCV1N 



300 CAPO QUARTO 

(61 MS. dell' Archivio di corte citato in memoria me. sul Duomo tori- 
nese del prelodato professore Promis. 

(7) Li capitali infra lo Rev.mo Cardin. de sancto Clemente et maestro 
mheo. 

Et primo lo Reverendissimo Card, de Sancto Clemente alloga a 
maestro mheo del Caprino da Settignano tuta la fabrica de la chiesa de 
Turino, cioè mura ledi incollati pianellati amatoriali et ogni qualunque 
cossa se hauera ad fare in dieta fabrica etiam de ferramenti: cum questo 
che tuta la ruina excepto li marmo ouero pietre grosse et ogni altra 
chossa debia essere et cedere in utililale desso magistro mheo. 

ltem promette murare tuli li conii anderano in dieta chiesa et ri- 
zare colonne tutte a sue spese, o vero far pilastri diligentemente lavo- 
rati dummodo se misure vodo per pieno et non computarlo più che per 
muro come di sopra e detto intendendo doue solamente anderano le 
coione o vero pilastri delle doe naue et tuto el resto anderà vodo per 
pieno da le imposte in suso cioè de tutti li archi di pilastri de sotto 
et de sopra et tutte le cappelle et cappellete, et così de la Sapiencia. 

Et tutti li danarii se sono spesi circha dieta fabbrica excepto 

quelli de li scarpellini tenerli per receputi et ducati cento che hebe a 
Roma et tute altre opere di ogni condizione sian state fatte per insino 
in questo dì presente in della fabbrica et per securtà de'mons. Rev. 
che maestro mheo resti sempre creditore de 300 ducati super dieta fabrica 
sino all'ultimo. 

Ita est D. Card. S. Clementis manu propria. 

Segue Pinstromento latino che si riferisce a delti capitoli del 1492 in- 
diatone x, 15 novembre, con cui Ludovico della Rovere protonotario apo- 
stolico, prevosto della chiesa di Torino, ed altri procuratori del cai dinaie di 
S. Clemente allogano detta opera magistro Amedeo de Francisco de Se- 
tignano diocesis Fiorentine. 

Poi 1498 3i luglio. Praesentibus ibidem magistro Amedeo de Fran- 
cisco ac nobili Vieto de Pisiis. ibidem Reverendissimi^ dom. electus et 
dom. Lucas Dulcius nom. Reverendissimi dom. Card, convenerunt cum 
Bernardino de Antrino Fiorentino el Bartolomeo de Charri Fiorentino 
prout infra ,yidelìcet- quod ipsi Bernardinus et Bartholomeus promittnnt 
face re astatum siue plateam ante ecclesiam Taurinensem a gradibus 
usque ad faciatam de lapidibus marmoris pretio ducatorum ducentum 

et quinquaginta auri largorum Et ita promittnnt facere per totum 

mensem februarii proxime venturum. 

ltem Sandrius de Iohanne Florcnlinus promittil facere unum pil- 
lastrum similem UH qui existit prò aqua benedicta et duas alias pillas 



NOIIi 



591 



muratas in muro ad portas collaterales ecclesiae in muro ad instar duqrum 
nittiorum prò quolibet pilastro predo ducatorum viginti quatuor in 
auro largorum. 

Lo stesso giorno. Le medesime persone allogano a Francescano Caverna 
di Casale S. Evasio facere portas quinque videlicet magnam et alias duas 
contiguas in facie ecclesiae et duas collaterales in cruce de suo nemore 
ruris silicet et nucis -= maiorem porlam pretio florenor lx et alias quat- 
tuor pretio florenor centum ita quodfaciat illas in labore cornisato et 
coperto toto nucis. 

(8) Visita di monsignor Angelo Peruzzi, vescovo di Sarcina, nel 1584. 

(9) Visita di monsignor Angelo Peruzzi già citata; da essa anzi risulta 
che monsignor Gerolamo Della Rovere , arcivescovo di Torino , aveva in 
animo di costrurre una cappella in onore di San Clemente e di trasferirvi 
quei sepolcri. 

(10) Debbo queste ed altre notizie alla cortesia del signor teologo priore 
Antonio Bosio, erudito e diligente indagatore delle patrie antichità. 

(11) Conto di messer Giacomo Alberti, tesoriere della fabbrica del 
nuovo palazzo, 1587. 

(12) V. Storia di Torino, voi. i, pag. 90, 95, 96. 

(13) La quale statua con sua nicchia si è tramutata dal detto choro 
alla gran porta del Duomo. — Conto del conte Gioannini Bruco. 

(14) Nella base sotto ai pie delle statue si legge: Antonii CarloniS Opvs. 
Né v'ha altra iscrizione. Solo vi è inciso lo stemma de'Romagnani. 

(15) Raccolta d'iscrizioni patrie. — Archivi di corte. 

(16) M. D. O. 

OLIM ALLOBROGICI DVCIS SERENI 

CANCELLARIVS 1NSVPERQVE MONTIS 

REGALIS PLACIDVS PIVS BENIGNVS 

ATsTlSTES MISERIS SALVS LEVAMEN 

ROMAGNA GEMTVS DOMO VETVSTA 

HIC 1NGENS AMEDEVS ILLE CARPIT 

O LECTOR PLACIDAM SENEX QVIETEM 

ANTONIVS ROMAGNANVS PIENTISSIMVS 

EIDEM AMEDEO QV1 V1XIT ANNOS LXXVUI 

ET OBIIT MDVIIU XVI KAL. APRIL1S 

H. M. P. 



51)2 CAPO QUANTO 

(17) Malacarne, Opere di medici e cerusici che fiorirono negli Stati 
della Real Casa di Savoia, p. 2, 333. — Galli, Cariche del Piemonte, r, 
164, 174. 

(18) CLAVDIO SEYSSELLO LVDOVICI XII FRANCORVM 

REGIS A REQVEST1S MAGISTRO 

PRO EODEM AD OMNES FERE CHRISTIANOS PRINCIPES 

ORATORI ELOQVENTISSIMO LAVD. ADM1NISTRATOR1 

MASSILIENSIVM PRAESVLI 

TAVRIN. ARCHIEPISCOPO I. C. CONSVMMATISSIMO 

ATQVE HVIVS SACELLI FVNDATORI 

COLLEGIVM CANONICORVM PIENTISSIMO PATRI POSVIT 

OBIIT PRHHE KAL. JVNII MDXX 

(19) Fu consecrato nel 1505 da Baldassarre Bernetio, arcivescovo Laodi- 
cense. 

(20) MAIORIS NOSOCOMII 

CVI PRAETER ERECTVM SACELLVM ET DONATOS REDDITVS 

QVOT1DIE MINISTRANS SE ETIAM TRADIDIT 

AMPLIFICATOR MAGNIFICVS CVRATOR ASSIDVVS 

(21). HIC SOL1S IACENS EXVVIIS ET ADHVC VIGILANS 

(22) Vedi YHerbolato di Ludovico Ariosto. 

(23) IOANNI PETRO COSTAE AB VXELLIO 
ECCLESIAE METROPOL1T. CANONICO THEOLOGO ET CANTORVM 
PRAEFECTO IN SACRVM THEOLOGORVM COLLEGIVM COOPTATO 
ET III PRAES1D. ARCHIEP1SCOPALIS SEMINARII RECTORI ET RE- 
PARATORI MVNIFICENTISSIMO REGINAE ANNAE AVRELIANENSIS 

TUM REGI CAROLO EMM. III 

A CONFESSIONIBVS 

D1VORVM VICTORIS ET CONSTANTII ABBATI COMMENDATARIO 

SINGVLARI IN DEVM PIETATE MIRA VITAE INNOCENTIA 

SACRORVM CVRA SVMMA IN EGENOS LIBERALITATE SPECTATISSIMO 

SODALES CANONICI OB ILLVSTRIA VIRTVTIS MERITA 

MONVM. POSVERVNT 

HECESSIT IH KAL. DECEMBRIS A. MDCCLX ANNOS NATVS LXXXIX. 



NOTE 



505 



(24) Nel Conto del viaggio in Francia fatto dal cardinale Maurizio di 
Savoia nel 1619 pel matrimonio del principe di Piemonte, si rammentano 
alcuni giri di catena d'oro dati da lui: Alla Maturina bufìona di S. M.— 
Alla commediante che rappresenta commedie avanti a S. M., ed una 
somma di 215 fiorini data a Monsieur Francois Votrelle, commediante. 

(25) 11 cavaliere Giovanni Miei avea fatto testamento a Roma il 26 set- 
tembre 1658, lasciando erede Agostino Fransoni, e dopo lui Giacomo Fran- 
soni, che fu cardinale. Morendo poi a Torino, avea legalo verbalmente a 
S. A. R. ed al marchese di S. Germano i migliori suoi quadri, e detto anche 
di voler usare qualche liberalità allo spedale dell'ordine de' Ss. Maurizio e 
Lazzaro, di cui portava l'abito e la croce. Ma il duca volle si eseguisse il 
testamento, e fece consegnare l'eredità ai Fransoni.— Archivio camerale. 

(26) V'ha ne'Libri parrochiali memoria di varii maestri di cappella, fra 
i quali citerò: Simeone Cocquard, di Picardia, morto di peste il 2i maggio 
1599.— Il Reverendo Giovanni Battista Stefanin di Modena, di cui s'ha notizia 
dal Libro de' forestieri admessi ad habitar in Torino dopo laconlagione. 
Archivi di Corte. - Roggiero Trofeo, morto il 20 settembre 1614. - Nel 
1765 era maestro di cappella l'abate Gasparini Bresciano, al quale poi 
soltentrò l'abate Ottani di Bologna. - Rammentasi ancora il M.to lll.e e 
R.do sig. Vincenzo Piccini musico di S. A. R., morto il 12 settembre 1666. 

Addì 17 maggio 1782 alcuni cavalieri Torinesi fecero celebrare nella 
chiesa del Carmine con superbo apparato un funerale in suffragio dell'a- 
nima dell'abate Pietro Metastasio. Le cappelle erano riservate per le dame. 
La chiesa ed il coro per le persone distinte (molte, come sempre accade, 
non aveano altra distinzione che quell'invito). Vi fu doppia orchestra. Primo 
violino era Pugnani. Dopo questo gran padre delle armonie è da rammentar 
Marchesini famosissimo soprano, di que'musici evirati che per buona sorte 
cominciano a difettare. 

(27) Diario del convento del Carmine. 

(28) Memorie de Padri Teatini. MS. ne\\' Archivio di corte. 

(29) Neil' Archivio di corte. 

(30) Miscellanea presso il padre Ignazio da Montegrosso, vicecurato ama 
bilissimo della Madonna degli Angioli. 

31) Diario del convento del Carmine. 



(32) Ivi. 
PÒI. U 



50 



CAPO QUINTO 



Cappella del Santissimo Sudario. — Breve storia della reliquia. — 
Pellegrinaggio di S. Carlo Borromeo. — Descrizione del sagro Len- 
zuolo fatta dal pittore Claudio Beaumont. — Pubbliche allegrezze 
in occasion della festa. — Teatino, ferito nel predicare al popolo 
accanto al duca. — Cappella, da chi edificata. — Monumenti sepol- 
crali d' Amedeo vm, d' Emmanuelc Filiberto, del principe Tom- 
maso, e di Carlo Emmanuele n, eretti dal re Carlo *\lrerto. 
— Tesoro della Reale cappella. 



Alla cappella del Santissimo Sudario ne guidano 
gli scaloni che s'alzano a capo delle due navi la- 
terali del duomo, sotto a due porte giganti di 
marmo nero. Funebre è l'ingresso, funebre è tutto 
l'apparato della cappella, in mezzo alla quale s'alza 
a guisa d'avello sopra l'altare l'urna che racchiude 
uno de' sagri lenzuoli che mostrano l' impronta la- 
sciata nel sudario sepolcrale dalle trafìtte ed insan- 
guinate membra di Cristo. 

Il prezzo di questa reliquia Dio lo autenticò co' 
miracoli (1). Solo sappiam dalla storia che, correndo 
il secolo xiv, Guglielmo di Villar Sexel, cavaliere 



LIBUO TERZO, CAPO QUINTO 595 

illustre per natali e per valentia, la portò dall'Oriente 
e la depose nella chiesa di Lirey in Sciampagna, 
ove fondò un collegio di canonici; che dopo aver 
patito per cagion della guerra varie vicende , ed 
essere stala trasferita in varii luoghi, Margarita di 
Charny, della stirpe dei Villar Sexel, la donò verso 
il 1464 a Ludovico di Savoia, il quale con sue let- 
tere del 6 di febbraio di quell' anno, assegnò come 
testimonianza di gratitudine al capitolo di Lirey, 
già custode della santa reliquia, cinquanta franchi 
d'oro air anno; che in Savoia il Sudario fu prima 
per alcun tempo riposto in San Francesco di Gam- 
beri , poi nella cappella di quel castello, chiamala 
Santa Cappella; e che nel 1554, arsa la cappella, 
fuso il metallo della cassa in cui era riposta, quasi 
intatto, e appena con un picciol segno di fuoco ri- 
mase quel sagro pegno, in riguardo al quale Giulio n 
e Leone x aprirono ai devoti che visitano questa 
reliquia il tesoro delle indulgenze. Clemente vii ne 
autorizzò l'ufficiatura speciale. 

Ma nell'anno 1578 addì 8 d' ottobre il santo car- 
dinale Carlo Borromeo partivasi con un bordone 
in mano, accompagnato da poco seguilo, a piedi pel- 
legrinando per venir ad onorare questa insigne me- 
moria della passione di Cristo, e il duca Emma- 
nuele Filiberto di ciò consapevole, desiderando di 
risparmiargli la parte più disastrosa del viaggio, e 
lieto ancora di trovar una giusta cagione per tenere 



396 LIBRO TERZO 

presso di se una reliquia di tanto prezzo, die com- 
missione al canonico Neyton di trasferire la SS. Sin- 
done a Torino, dove il Santo la venerò 11 bordone 
a cui s' appoggiava San Carlo nei suo pellegrinaggio 
si conserva nel castello di Castellinaldo, già proprio 
de' conti Priocca, ed ora de' marchesi Faussone di 
Clavesana (2). 

Il Santo Sudario quando fu recato da Ciamberì 
venne con solenne processione dal duca, dai prin- 
cipi, dall' arcivescovo e dal clero incontrato e por- 
tato alla cappella ducale in castello, donde fu tra- 
sferito nella cattedrale. 

Emmanuele Filiberto, devoto a questa memoria 
della passione di Cristo, avea ordinato nel suo te- 
stamento la costruzione d'una chiesa, ove potesse 
con degna pompa venerarsi, ed in cui voleva egli 
medesimo essere seppellito. Morto questo gran prin- 
cipe nel 1580, il suo corpo fu provvisoriamente de- 
posto nello scurolo de' padri di San Domenico sotto 
l'aliar maggiore (3). 

Carlo Emmanuele ì, bersagliato da continue guer- 
re, si contentò di fabbricare fin dal 1587 (4) entro al 
suo palazzo medesimo (il palazzo vecchio) un ora- 
torio rotondo ornato di bei marmi, in cui allogò il 
Sudario. Alcuni anni dopo fu portato a San Gio- 
vanni e custodito, come abbiam già detto, nella 
cappella de' Ss. Stefano e Catterina, in capo alla 
nave che apresi dal lato dell' evangelio. 



CAPO QUINTO 597 



Intanto la devozione dei popoli si faceva ogni 
giorno più grande. Ogni anno il 4 di maggio si 
mostrava da varii vescovi al popolo. Quel giorno era 
solenne alla pietà de' Torinesi. Quintane, corse al 
facchino, luminarie ed altre feste segnalavano la 
pubblica gioia. 

Nel 1621 non era ancora edificato l'elegantissimo 
padiglione ottagono che sorse dipoi nel sito dove 
ora si vede la cancellata di Pelagio Palagi, luogo che 
fu poi specialmente consecrato alle ostensioni della 
Sindone. E però si mostrava da un palco molto adorno 
che si costruiva a questo fine. Era sul palco accanto 
al duca Carlo Emmanuele ì il generale de' Teatini 
padre Vincenzo Giliberti di Modena , il quale pre- 
gato dal duca a dir qualche parola al popolo , orò 
con tanta efficacia, e tanto spirito di divozione ec- 
citò fra gli astanti, che da ogni parte gli si gitlavan 
corone e medaglie, perchè le ponesse a contatto della 
sacra reliquia; una corona assai grossa, guernita di 
pesanti medaglie e scagliata da man poderosa, venne 
sgraziatamente a colpire il padre Giliberti nella 
bocca, e tutta la mise in sangue. Carlo Emmanuele 
si fé' innanzi sollecito, e con quel piglio pieno di 
grazia e di maestà che lo distingueva, gli terse di 
propria mano il sangue che colava, dicendogli con 
un sorriso: Non mai un generale fu ferito in occa- 
sion più gloriosa, né con più felice sticcesso (5). 
Molto s'adoperarono i Teatini nel diffondere la 



598 LIBRO TERZO 

divozione del Santo Sudario, e fra gli altri il padre 
Agostino Pepe, napolitano, che predicò in San Gio- 
vanni nel 1650. Sono frutto delle sue predicazioni 
le tante imagini del Sudario dipinte in varie strade 
della citta. Più tardi molto si segnalò nell' infervo- 
rare i popoli in questa divozione anche il beato Se- 
bastiano Valfrè dell' Oratorio (6). 

Era riservata a Carlo Emmanuele u la gloria d'al- 
zare al Sudario torinese un tempio degno del gran 
mistero redentor che rammenta. E la bizzarra e fan- 
tastica, ma grande ad un tempo e sorprendente 
architettura del padre Guarino Guarini, servì molto 
bene al concetto del principe. Tra il palazzo ed 
il coro della cattedrale sorse il sagro edilizio coir 
ardita sua cupola disposta a zone esagone, in modo 
che l'angolo d'una zona risponde al mezzo del lato 
delle sotto e soprastanti ; pervenuta a certa altezza, 
la parte interna converge rapidamente, ed è tutta 
traforata da luci triangolari , finche lo spazio reso 
angusto è chiuso da una stella intagliata che lascia 
vedere a traverso i suoi vani un' altra vòlta in cui 
è dipinto il Santo Spirito in gloria. 

Questa cupola così leggiera e fantastica che s'alza 
sopra una rotonda di marmo nero, con archi e pi- 
lastri di belle e grandi proporzioni, è, a parer mio, 
un monumento degnissimo di considerazione. La cu- 
pola produce un effetto analogo a quei padiglioni, 
a quei campanili traforali dell'architettura gotica. 



CAPO QUINTO 599 

Non è come ora sono i nostri monumenti architet- 
tonici (se v'han monumenti) pallide copie di cose 
sreche o romane. E una creazione. Ha carattere eli 
grandezza e maestà. Ha un suggello suo proprio. Ed 
invece il secolo xix, se continua come ha cominciato, 
legherà ai posteri molte case mercantili, alcuni gra- 
ziosi casini, archi, cappelle e qualche tempio, imi- 
tati dai Greci e dai Romani, ma non un solo palazzo, 
né una sola chiesa. 

La mirabile cappella di cui parliamo fu cominciata 
nel 1657 e finita affatto nel 1694. Li danari occor- 
renti si pigliarono dai proventi della zecca, tratta, 
dogana e fonderia. II conte Amedeo eli Castella- 
monte, ingegnere eli S. A., soprainlendeva alla ese- 
cuzione dei lavori. 

Della ricerca e del trasporto de' marmi s'occu- 
pava l'ingegnere Bernardino Quadri. I pilastri e 
contropilastri sono di marmo di Franosa; gli zoc- 
coli di marmo di Chianoc; la scala per cui si scende 
alla tribuna reale è di marmo eli Foresto. Simone 
Boucheron di Tours e Lorenzo Frugone fondevano 
bronzi pe' capitelli. Scolpiva i capitelli dei pila- 
stroni Bernardo Falconi. Ridia e varii altri li dora- 
vano (7). 

La S ta Sindone fu trasferita nella nuova cappella 
addì 1° giugno del 1694 , alle ore quattro pomeri- 
diane. Le aste del baldacchino erano sostenute da 
Viitorio Amedeo n, dal principe eli Carignano, dal 



400 LIBRO TERZO 

maresciallo Caprara, e dal marchese di Dronero, dei 
signori del sangue. 

11 duomo era pieno di gente, ma non conteneva 
che persone invitate. 1 principi di Brandeborgo, che 
si trovavano allora a Torino, videro la solenne ce- 
rimonia da una tribuna e, benché non cattolici, si 
segnalarono per compostezza e riverenza. 

Due anni prima la sacra Sindone era stata senza i 
soliti apparati, e senza previo avviso (per causa della 
guerra che desolava il paese) mostrata al popolo dal 
terrazzo che è sopra alla galleria ora chiamata di 
Beaumont (8). 

Gli al lari e l'avello soprastante, in cui è racchiusa 
la reliquia e la balaustrata che li circonda, furono 
fatti sui disegni del celebre ingegnere Antonio 
Bertola. 

Nel secolo scorso un pittore di nobile fama, vis- 
suto molto tempo a Roma , e poi nominato primo 
pittore di Carlo Emmanuele in, Claudio Beaumont, 
visitò attentamente, e con queste parole descrisse 
la Santa Sindone: « Primieramente il sagro lenzuolo 
u non si può definire sicuramente di qual materia 
u sia intessuto; ma comunemente si giudica bom- 
« bace. 11 contorno tanto della parte posteriore come 
« di quella d' avanti di tutto il corpo si distingue 
a benissimo , ma soprattutto le gambe e la pianta 
« de' piedi è a meraviglia disegnata. Si osserva nella 
« parte posteriore vicino all'osso sacro la forma di 



CAPO QUINTO 401 

(( Ire anelli di catena di color sanguigno, come pure 
« il contorno della corona di spine. Le mani fanno 
u vedere una striscia di sangue che viene dal mezzo 
a della mano sino al corpo , passando direttamente 
« sopra al semicarpo: e tutto il disegno del corpo si 
« vede alto oncie 42 di nostra misura ed è segnato 
u interrottamente. Quello però che non si vede si 
<c è il segno della fascia che avea cinta ai lombi. Per 
« ultimo la faccia è soprammodo distinta quantunque 
« gonfia, sanguigna e colla barba e capelli intorti- 
« gliati. Tuttavia corrisponde al volto Santo che sta 
« in San Pietro in Roma, come anche a quello che 
« ritrovavasi in casa Savelli nella medesima città. 
(( Vista nel mese di giugno 1750 da me cavaliere 
« Claudio Francesco Beaumont , primo pittore di 
«S.M. » (9). 

Dal Santo Sudario si chiamarono, a Torino la con- 
fraternita di disciplinanti che costrusse con molta 
generosità e governò il Manicomio, e di cui si è già 
parlato; a Roma la chiesa nostra nazionale fondata 
nel 1587, in una chiesetta che già apparteneva alla 
nazione Francese, da Giorgio Provana, Ponzio Ceva, 
Ottaviano Malabaila e Girolamo Amet (10). 

Entro ai vani dei quattro archi che rimanean li- 
beri in questa cappella , la pietà del re Carlo Al- 
berto ha allogato le ossa di quattro principi di Sa- 
voia di grandissimo nome. Amedeo vni, Emmanuele 
Filiberto, il principe Tommaso e Carlo Emmanuele n 

Voi. Il 51 



402 LIBRO TERZO 

fondatore di questa cappella. \ due primi hanno 
nobile monumento, opera degli eccellenti scalpelli 
di Benedetto Cacciatori e di Pompeo Marchesi. Gli 
altri avranno ugual onore per mano dei valenti ar- 
tisti Gaggini e Fraccaroli. Amedeo vili ha questa 
iscrizione : 

OSSA HEIC SITA SVNT 

AMEDEI Vili 

PRINCIPIS LEGIBVS POPVLO CONSTITVTIS 

SANCTITATE VITAE 

PACE ORBI CHRISTIANA PARTA CIBARISSIMI 

REX CAROLVS ALBERTVS 

DECORI AC LVMINI GENTIS SVAE 

MON. POS. A. MCCCXLII 

OB. GEBENN. IDIB. JAN. ANNO MCCCCLI 

Emmanuele Filiberto quest'altra: 

CINERIBVS 

EMMANVELIS PHILIBERTI 

RESTITVTORIS IMPERII 

IN TEMPLO QVOD IPSE MORIENS 

CONSTRVI 

ET QVO CORPVS SVVM INFERRI 

IVSS1T 

REX CAROLVS ALBERTVS 



capo quinto 403 

Ardevano anticamente attorno alla sacra reliquia 
lampadi d' argento di gran prezzo, fra le quali di- 
stinguevasi, per grandezza e per nobiltà di lavoro, 
quella donata da Madama Reale Maria Giovanna 
Battista, del valore d' oltre ad ottomila scudi (11). 

Sono da vedersi nel tesoro della sacristia una 
croce, un calice e quattro candelieri di cristallo di 
Rocca con graziosi intagli; e soprattutto una croce 
di legno lavorata a traforo, con miracolo di pazienza, 
in cui sono intagliate in figure minutissime, le varie 
fasi della passione di Cristo; e sembra lavoro del 
secolo xv. 



NOTE 



(1) Li miracoli sono la firma di Dio e li sigilli della sua divina auto- 
rità. — 1 teologi sostengono con S. Tommaso che non possono farsi mi- 
racoli in conferma d'una dottrina che non sia santa. — Lettera di mon- 
signor Francesco Arborio Galtinara, vescovo d' Alessandria, poi arci- 
vescovo di Torino, del 13 dicembre 1722. 

(2) Piano, Commentarii sopra la SS. Sindone. 

(3) V'era ancora nel 1584, in tempo della visita apostolica di monsignor 
Peruzzi, vescovo di Sarcina; ma poi fu trasferito nella truna dei principi 
in San Giovanni. 

(4) Conto di messer Giacomo Alberti, tesoriere della fabbrica del nuovo 
palazzo. 

(5) Memorie dei padri Teatini di Torino estratte da autentici docu- 
menti, ms. Archivio di corte. Iscrizioni patrie. 

(6) Si coniarono in diversi tempi in onor della Santissima Sindone quattro 
medaglie, si scrissero molti libri e molti versi, fra i quali noterò come rari 
je Canzoni^ sonetti e sestine in lode della sacra Sindone conservata in 
Torino, del reverendo don Lucilio Martinenghi, monaco Cassinense . 
Al serenissimo Carlo Emmanuele, gran duca di Savoia et principe del 
Piemonte. In Brescia appresso Policreto Turlini, ad istanza di Gio- 
vanni Battista Borelli (1590). 

In una notizia di Torino di poche e mal ordite pagine, stampata da 
Giovanni Andrea Paoletti a Padova, nel 1676, e chiamata ambiziosamente : 
Historia di Torino, sta scrirto a pag. 6, che la famosissima solennità 
della Sindone si celebra con concorso di cinquanta in sessantamila fo- 
restieri. 



CAPO QUINTO, NOTE 4UJ 

(7) Conto della fabbrica della cappella del Santissimo Sudario del 
conte Greqorio Gioannini Btucco. 

(8) Cerimoniale del conte di Vcrnone. Ardi, di corte. 

(9) Diario del convento del Carmine. 

{ \0) Far.ucci, Trattato di tutte le opere pie dell'alma città di Roma, 381 . 

fir) Memorie della vita di Madama Reale Maria Giovanna Battista 
dopala sua reggenza, compilate dal padre Pantalone Dollera frate della 
Buona morte, teologo e predicatore d'essa A. R., ms. dell'amo d* 
corte. 



CAPO SESTO 



Antico palazzo de vescovi. Sua vasta estensione. Occupato dai viceré 
francesi, poi dal duca Emmanuele Filiberto. — Castello di Torino; 
interna sua disposizione in principio del secolo xv. — Storie liete 
e dolorose che rammenta.— Prigioni.— Delitti di Stato; di sorti- 
legio. — Facciata e scaloni del castello.— Galleria di Carlo Emma- 
nuele i. — Ritratti de' principi di Savoia, quali sien veri, quali 
ideali. — Quadri d' insigni maestri di cui &' abbelliva, ora in parte 
smarriti. — Museo di storia naturale. — Saggi de' marmi che allora 
si scavavano in Piemonte.— Ciò che da Carlo Emmanuele i aspet- 
tava V Italia. — Palazzo Chiablese, chi vi abitasse. — Il Marini ed 
il Murtola. — Padiglione da cui si mostrava il Santissimo Sudario. 



L ornai tempo che dalia piazza di San Giovanni si 
faccia passaggio a parlare dell'antico palazzo de' 
Vescovi e di piazza Castello. Il palazzo del vescovo 
di Torino occupava lo spazio che tiene adesso la 
galleria detta di Beaumont ed il nuovo palazzo reale, 
se non che spingevasi un po' meno verso il duomo, 
dietro al quale v'era alquanto spazio libero. Segui- 
tava poi dietro i chiostri de 1 canonici verso la porta 



LIBRO TERZO, CAPO SESTO 



407 



Palatina (le torri) lungo il muro della città, e così 
sulla linea del secondo cortile del palazzo vecchio ; 
comprendendo per tal guisa case di varie forme ed 
altezze, varii cortili, orti e giardini. 

Nel 1497 si costrusse, appoggiandola al muro 
istesso della citta, una galleria che dal castello desse 
comunicazione al palazzo del vescovo; questa gal- 
leria ebbe volgarmente il nome di gabinetti (1). 

11 palazzo del vescovo era certamente il più ampio 
ed orrevole che fosse in Torino ; e perciò i principi 
d'Acaia ed i principi di Savoia, quando venivano 
a Torino, solevano eleggerlo di preferenza a loro 
stanza,- sebbene molte volte fermassero anche di- 
mora nel castello od in qualche pubblico albergo. 

Poiché Torino cadde in poter de' Francesi nel 
1536, i viceré del Piemonte, monsignor di Langé, 
monsignor d'Annebaud, il principe di Melfi, il Bris- 
sac, ed in ultimo il Bourdillon (che tanto penò a 
spiccarsi da questi paesi, e non li abbandonò se non 
quando gli ordini reiterati ed inutili de' suoi re si 
cambiarono in minacce), abitarono il palazzo vesco- 
vile, ed appunto la parte orientale del medesimo, 
mentre nella casa presso a San Giovanni , che era 
più elevata delle altre, stavano i suffraganei degli 
arcivescovi, avendovi abitato monsignor Casate, il 
vescovo di Ventimiglia, il vescovo di Nicomedia ed 
anche l'arcivescovo Cesare Cibo. Il Brissac si die 
anzi a murar una fabbrica verso l'oriente che si 



408 LIBItO TERZO 

chiamò Paradiso-, che non so bene a qual lato ri- 
sponda degli odierni palazzi regii. 

La ragione per cui tutti i viceré francesi, due 
soli eccettuati (2), pigliaron dimora nell'arcivesco- 
vado, era non solo la sua capacità, ma eziandio il 
sito in cui era posto, occupando un angolo impor- 
tante della citta e signoreggiando quasi due porte 
della medesima, onde conveniva tenerlo ben fornito 
d'armati o distruggerlo: anzi per maggior difesa i 
Francesi costrussero all'angolo nord-est un fortis- 
simo bastione chiamato degli angeli, a cui non si 
avea l'accesso fuorché dal palazzo. Queste mede- 
sime cause indussero Emmanuel Filiberto a sce- 
glierlo nel 1562 per sua dimora, e trovatolo, a 
malgrado della sua ampiezza, in condizione misera 
e rovinosa, ampliò l'ala chiamata Paradiso, ove pose 
i magistrati del Senato e della Camera, e com- 
prate le case de' canonici al nord del duomo, 
v'edificò una galleria e varie stanze, nelle quali 
abitò poi egli stesso, ed in cui potè dare l'ospita- 
lità ad Arrigo ni re di Francia e di Polonia ; mentre 
ad altri principi e grandi personaggi che avrebbe 
voluto aver seco ad ospizio, era costretto di cer- 
care comoda stanza in case private (3). 

La piazza che ora si chiama Reale era occupata 
fin presso alla strada de' Panierai (che allora per 
altro non era, come abbiam veduto, aperta) da 
due piccoli recinti quadrilunghi che cominciavano a 



CAPO SESTO 



400 



qualche distanza dal palazzo, e lasciavano tra loro 
e dai due lati sufficiente spazio a comode strade. In 
uno di questi recinti era la fonderia, che fu poi 
demolita nel 1660. 

Il castello (castrum portae Phibellonae) esisteva 
da tempi antichi, ed ho qualche sospetto che sia 
questa la casa forte che Guglielmo vii v'aveva edi- 
ficato nel tempo in cui signoreggiò la citta di To- 
rino (4). Verso la meta del secolo xiv Jacopo di 
Savoia principe d'Acaia, vi facea murare una casa. 
Amedeo vi (il Conte Verde) vi negoziò nel 1381 
la famosa pace ira Venezia e Genova. L'ultimo prin- 
cipe della linea d'Acaia, Ludovico, due anni prima di 
morire facea ricostrurre le torri alte e robuste che 
si vedono ancor di presente (1416). 

Aveva allora il castello una gran camera di para- 
mento, ossia de' ricevimenti solenni al piano terreno. 
Un'altra gran camera di paramento al piano supe- 
riore; una gran sala al piano superiore ove desinava il 
principe. Contenea ìx mense e due buffetti. Vi si ve- 
deva un orologio colla campana: una sala bassa pe' 
famigli con otto mense: una loggia guernita di pan- 
che sopra la porta grande del castello; una loggia 
sulla pusterla: un' altra loggia ove lavoravano i segre- 
tari^ la camera di bon droyt dov' era il letto nuziale; 
una camera sopra la cucina col pello, cioè col 
riscaldatolo comunicante il calore della cucina, 
per dormirvi l'inverno. Ogni camera avea la sua 

Voi. II 52 



410 LIBRO TERZO 

retrocamera (retrait). La cappella, con un sito attiguo 
(retrait) dove si custodivano la cera e le spezierie ; 
due guardarobe, la panatteria, la bottiglieria, le 
cantine, la larderia dove si conservavan le grasce. 

V'erano infine dodici o quindici altre camere e 
retrocamere pel maggiordomo, per gli scudieri, e 
per le altre persone del servizio nobile e non nobile 
che aveano stanza in castello. Molte delle suppel- 
lettili ed arredi che vi si trovavano, erano contras- 
segnate co'nodi d'amore, e col motto fert, divise 
de' principi di Savoia dal conte Verde in poi , ov- 
vero erano divisate colla rotella, particolar emblema 
de' principi d'Acaia. 

Nella grande guardaroba delle tappezzerie si ve- 
deano fra le altre cose dodici vesti pe' paggi; ed 
erano rosse foderate di bianco colle maniche ricamate 
d'argento con tre mazzette. 

Dopo la morte di Ludovico principe d'Acaia, 
Amedeo figliuolo primogenito del duca Amedeo vili, 
e suo luogotenente generale al di qua dai monti 
ebbe dal padre, e fu la prima volta che si desse, il 
titolo di principe di Piemonte, e venne ad abitar 
in castello. Ma mentre dava di sé le più belle spe- 
ranze, fu in giovanissima età colto da un morbo che 
in breve l'uccise nel 1431. 

Fra le cose che avea seco, sono da notare varii 
libri divoti ed inoltre i Viaggi di Giovanni di Mande- 
ville, il Romanzo della Rosa, L'Albero delle battaglie, 



CAPO SESTO 411 

i Detti de'Savii, gli Statuti di Vercelli, le Nuove 
guerre di Francia, un astrolabio, armi ed arnesi di 
Turchia, e due tavolette (tabliers) lavorate d'avorio 
bianco e nero a personaggi; un libro di scacchi; 
un gioco di carte ; una carta geografica dell' Italia ; 
un altro gioco di carte fatto a personaggi; trenta- 
nove colovrine d'ottone a manico di legno, ed un 
paniere di pallottoline di piombo per le medesime; 
una nave d'argento su quattro ruote, dono del co- 
mune di Oneri , e divisata dell' armi del principe 
e del comune; una coppa d'oro data dal commen- 
datore di Sant' Antonio di Ranverso; un reliquiario 
d' argento in forma di chiesa colle reliquie della vera 
Croce, e di San Sebastiano; una croce d'argento do- 
ralo appiè della quale stavano i quattro Evangelisti. 
Noterò infine due armature di testa : ung arnoys 
de teste appele bav (bahut) guernito d 1 argento, or- 
nalo di rose e bottoni e di tortelles, divisa del signor 
di Milano, e due cappucci di cuoio (5). 

Ho voluto notare questi particolari, perchè meglio 
che le descrizioni moderne rendono ragione dello 
stato d'una casa principesca a quei tempi. Abita- 
rono tempo a tempo quel castello quando venivano 
a Torino i duchi di Savoia fino a Carlo ni inclusi- 
vamente. 

Vi stette in agosto del 1474 la duchessa Violante 
di Francia vedova del beato Amedeo ix, venuta da 
Vercelli a Torino ond' esser presente alla elezione 



412 LIBRO TERZO 

del rettore dell' Università che spesso dava luogo a 
gravi risse e tumulti tra gli scolari della nazione 
italiana e quelli della nazione oltramontana. In quel 
mentre v'ebbe a corte una moresca o ballo con tra- 
vestimenti all'uso de'Mori, del quale fu ordinatore 
lo scudiere Lancellotlo di Lanzo. Addì 16 dicembre 
dell'anno medesimo, essendo di passaggio a Torino 
la marchesa di Monferrato, moglie di Guglielmo vni, 
la duchessa le die una cena a guisa di banchetto trion- 
fate; portavansi in tavola le vivande sopra galere ar- 
gentate, guernite d'uomini d'armi e di banderuole di- 
visate colle insegne di Savoia e di Monferrato. Eranvi 
intermezzi con torri, e castelli, e sirene, ed altri sim- 
boli, che raffiguravano al solito, venture di guerra e 
d'amore. Nicolò Roberti pittor ducale v'adoperò il 
magistero del suo pennello. Altri intermezzi usati in 
quell'età, oltre al più celebre del castello d'amore, 
erano la Spedizione degli Argonauti ossia il Vello 
d'oro, la storia di S. Maurizio, e d'altri santi e 
sante. 

In questo stesso castello predicò con gran frutto 
il beato Angiolo Carletti di Chivasso, alla presenza 
della duchessa Bianca e di tutta la corte nella qua- 
resima del 1489. 

In esso nacque il 26 giugno dell'anno medesimo 
Carlo Giovanni Amedeo principe di Piemonte chia- 
mato poi Carlo il, che morì di pochi anni e non 
regnò che di nome. Monsignor di Clérieux Io tenne 



CAPO SESTO 41 ° 



a battesimo a nome del re di Francia. La camera 
in cui nacque fu parata di taffettà rosso e bianco. 
A'16 d'aprile 1496 questo principe usciva di vita 
nel castello di Moncalieri. A' 21 fu sepolto in Santa 
Maria della Scala. Quattro torchi giganti ardevano 
ai quattro canti della bara e pesavano fra tutti 
undici rubbi. 

Fra i cordiali con cui s' era tentato di rinvigorire 
quella esausta natura v'era polvere di giacinti, ru- 
bini, granate, margarite orientali peste con anici 
e cinnamomo. In altri cordiali scioglieansi perle ed 
oro. Tale si era la medicina di quei tempi; dico 
quella dei principi. 

Negli ultimi anni del secolo xvi , aveano stanza 
in castello i serenissimi principi Tommaso e Mau- 
rizio figliuoli di Carlo Emmanuele 1, Più lardi il prin- 
cipe di Carignano abitò il palazzo che vedesi allato 
all' albergo della Bornie femme nella via dei Guar- 
dinfanti, finche fu alzata sulla piazza a cui diede il 
nome la nuova e regia sua dimora. 

La sala del castello, a'tempi di Cario Emmanuele 1, 
serviva di teatro di corte. La fu rappresentata per 
le nozze del duca coli' infanta donna Cattalina fi- 
gliuola di Filippo 11 la favola boschereccia delPastor 
fido. Là in dicembre del 1605 si rappresentava una 
commedia pcscaloria , ed uno de' commedianti era 
messer Battistino Austoni (6). 

In una delle torri di queslo castello fu custodito 



4,4 LIBRO TERZO 



il signor di Créquy , general francese genero del 
maresciallo di Lesdiguière , preso sopra una mon- 
tagna dove avea passato la notte colla neve a mezza 
la persona , tentando di salvarsi dopo aver perduto 
la battaglia d' Epierre (Moriana) nel 1597. 

Liberato alla pace del 1598, e chiamato in duello 
da don Filippino, naturale di Savoia, per alcune pa- 
role piene della solita millanteria Francese, piglia- 
rono campo sulle sponde del Rodano presso a Port 
de Quirieux il 2 giugno 1599. Si batterono disperata- 
mente, e Filippino fu ucciso. 

Altre memorie più meste ricordano le torri di 
questo castello, la cui parte somma servì lungo tempo 
di carcere. Nel 1587 vi fu sostenuto il capitano Giu- 
seppe Rubatto di Cuneo, accusalo di segreti trattati 
per dar alla Francia Cuneo, Roccasparviera e Car- 
magnola. Il Rubatto fu giudicato a morte, trascinalo 
al patibolo a coda di cavallo, e decapitato. 

Nel secolo seguente vi furono rinchiusi il presi- 
dente Ruffino, l'abate Valeriano Castiglione il com- 
mendatore Pasero, il conte Messerali, Giovanni An- 
tonio Gioia, il senator Sillano, il conte di Magliano, 
il presidente Blancardi. Sono storie dolorose; storie 
che mostrano ad evidenza ai nemici del tempo pre- 
sente che il mondo non peggiora, ma avanza, ten- 
tennando sì, errando, inciampando, ma avanza verso 
un avvenire sempre migliore, come promette la 
religione cristiana, ed è sorte della stirpe umana. 



CAPO SESTO 



415 



Nel 1654 serviva al duca Vittorio Amedeo i come 
primo segretario di Stato il commendatore Gian Tom- 
maso Pasero, di natali, dice un contemporaneo, né 
illustri, né plebei, di professione dottor in leggi, né 
ignorante, né dotto, di temperamento tra bilioso e 
sanguigno, che lo rendeva d'ingegno astuto, spiritoso, 
attivo, facondo, con una vena di poesia-, ma nelle 
passioni violento, vendicativo, simulato ed ugual- 
mente lusinghiero e maledico, portando sempre il 
fiele nel cuore ed in bocca il riso. 

Il duca, il quale amava i ministri quieti e sodi, 
non T aveva in grazia, ma se ne serviva, perchè avea 
avuto le chiavi di molti segreti negozii al tempo di 
Carlo Emmanuele i, e perchè aveva uno stile facile, 
nervoso, imaginoso, efficace, condito con termini 
legali appropriati, sicché la penna del Pasero era 
detta volgarmente penna d 1 aquila. 

A maggior grado di considerazione e di favore, 
che il Pasero, era salito il presidente Lelio Cauda, 
il quale, quando la pestilenza del 1630 volse in fuga 
tutte le podestà della capitale, che qua e la si di- 
spersero, andato colla corte a Cherasco, sosteneva 
solo il peso del total reggimento, e senza l'aiuto del 
Senato e della Camera, e degli altri regii consigli, 
provvide con gran senno e gran fede a tutti gli 
emergenti, moltiplicandosi secondo il bisogno, e 
mostrandosi prudente, vigilante, indefesso, disinte- 
ressato. 11 favore di questo ministro accese l'invidia 



116 LIBIU) TERZO 

del Pasero, di cui già aveva acceso il risentimento 
F incarico dato al Cauda di formare certa inquisi- 
zione contra gli uomini di Sommariva di Perno, 
vassalli del Pasero, uccisori del capitano Fauzone 
di Villanova. Quest'omicidio dicevasi seguito ad 
istigazione del Pasero; e fosse vero o no, il fatto è 
che il Pasero interpose la mediazione del celebre 
nunzio e poi cardinale Mazzarini, affinchè il proce- 
dimento venisse sospeso. 

11 livore del Pasero cominciò a sfogarsi con libelli 
pieni d'invettive e di calunnie che poneva sullo 
scrigno del duca mentre S. A. R. era alla caccia. Ma 
il prudentissimo principe, mentre si confermò viep- 
più nella buona opinione che aveva del presidente 
Cauda, giudicò di dover dissimulare, e non ricercar 
gli autori di que' libelli. 

11 Pasero allora die sfogo alla viperina sua lin- 
gua, e favellando all' orecchio de' più influenti, loro 
persuase che Cauda era la sola cagione per cui non 
si potea far nulla di bene. L'amara sua facondia 
fece senso nell'animo di molti gran personaggi. Ma- 
dama Cristina pigliò il Cauda in tale abborrimento, 
che più d'una volta, mentre il presidente era a 
stretti consigli col duca nel gabinetto, essa, come 
giovinetta bella e gioviale, a cui tutto si concede, 
con quel tuono che volteggia tra il buffo e il serio, 
alzando pian piano la portiera gridava: Cauda tu 
seras pendu; e subilo ridendo si ritirava. 11 duca la 



CAPO SESTO 417 

pigliava in facezia; ma il presidente rispondeva con 
un ghigno sardonico al riso del padrone. 

Lasciossi aggirare dalle insidie del Pasero anche 
il cardinale Maurizio; e a suggestione di lui andò 
a far visita al Cauda sotto specie di onorarlo, ma 
in reallaper mostrare che la somma delle cose stava 
in lui, e che fino i principi gli si doveano umiliare; 
mezzo sicuro di rovinarlo. Ma Cauda vedendolo com- 
parire gridò: Altezza, i miei nemici mi vogliono 
perduto; e andò subito a piangerne col duca, il quale 
lo consolò, e lo assicurò che la sua grazia non gli 
fallirebbe. 

Pasero vedendo che il Cauda era di diamante, e 
che tutti i suoi colpi spuntavansi, rivolse le sue 
persecuzioni contro gli amici di lui. 

Era governatore di Savigliano, sua patria, il pre- 
sidente Ottavio Ruffino, vecchio e zelante ministro, 
stato già presidente delle Finanze. In quella città, 
e nel monastero di San Pietro avea stanza Valeriano 
Castiglioni, abate Benedittino, famoso storico, che 
per gli ufficii del Pasero era stato da Carlo Emma- 
miele i chiamato al suo servigio, e creato istorio- 
grafo ducale ; ma che non aveva a gran pezza l'animo 
altresì bello come l'ingegno. Costui si lasciò per- 
suadere dal Pasero a scrivere un libello contra la 
nobiltà di Savigliano, per cui ebbe dal malvagio 
ministro parecchie minute e scandalose particolarità. 
Lo scrisse di suo pugno il Castiglioni, alterando il 

Fui. II 53 



118 Mimo TEHZO 

carattere, e lo pubblicò di nottetempo. La mattina 
quando fu conosciuto, sollevò a grande indegnazione 
tutti que' patrizi, che venuti a furia a Torino, esposta 
la cosa al Pasero, lo costituirono loro procuratore 
a sollecitare contro air ignoto autore i rigori della 
giustizia. E da notarsi che fra gli offesi, per meglio 
celare il gioco, era anche Pasero. Questi, andato 
dal duca, gli disse che come cristiano perdonava ai 
suoi offensori, ma che come ministro era obbligato 
di consigliare pronta giustizia e sommi rigori, essendo 
lesa la maestà del principe e la pubblica quiete, 
non che l'onore di tante principali famiglie. Il duca 
delegò il primo presidente Antonio Bellone ad istruire 
il procedimento. 11 Pasero instava per la nobiltà di 
Savigliano. 

De' primi chiamati ad esame fu il Castiglioni, il 
quale disse che il libello era verosimilmente dettato 
da don Emmanuele Tesauro, a giudicarne dallo stile, 
e così disse perchè il Tesauro era amicissimo del 
presidente Ruffino. Ma il giudice era sagace ; para- 
gonate le scritture e lo stile, trovò che a Valeriano 
Castiglioni, anziché al Tesauro potevasi con fonda- 
mento attribuire. 

Castiglioni vedendosi a mal partito si consigliò di 
nuovo con Pasero, il quale lo esortò a confessare d'es- 
serne l'autore, soggiungendo che 1' avea scritto per 
ordine del presidente Ruffino, e sforzato dalla paura. 
Giurò il Pasero, ponendosi la mano sopra la croce, 



CAPO SESTO 419 



che da tal confessione, non deriverebbe ad esso 
Castiglioni il menomo danno, rendendosene egli me- 
desimo mallevadore. Il Castiglioni vinto dalle sue 
lusinghe così fece. Falsi testimonii compri dal Pasero 
ne corroborarono i detti. Il povero presidente era 
in Torino a letto travagliato da dolorosa podagra , 
quando vide entrar nella camera i soldati di giu- 
stizia, che ravvoltolo nelle sue coperte lo portarono 
pubblicamente a braccia nel castello e lo serrarono 
nella torre. Assai tempo vi giacque quella vittima 
della più nera macchinazione , finché chiamata la 
causa, difeso da Ludovico Tesauro, riportò per sen- 
tenza del Senato compiuta vittoria, onde fu dal duca 
restituito con lettere patenti agli antichi onori ed 
al governo di Savigliano. Mentre col calunniato erasi 
proceduto con tanto rigore, col calunniatore s'ado- 
prarono termini di gran riguardo. Andava dicendo 
•il Pasero: ch'egli era scrittore di quel valore che 
tutti sapeano ; che aveva in petto i più gelosi ar- 
cani dello Stato; che potea dare colle sue storie 
nobile e perpetua fama a' suoi signori. Come se po- 
tesse essere storico uno che mancò sì bruttamente 
di fede : come se avesse qualche virtù una penna 
contaminata neir orditura d'un libello; come se 
il principe potesse far caso d'una lode che non 
sorga spontanea dai fatti, che non sia data da 
chi dispensa con uguale bilancia anche la giusta 



420 LIBRO TERZO 

censura; d'una lode venale, d'una lode com- 
prata con oltraggio della giustizia. 

E nondimeno al Castiglioni fu assegnata a cortese 
prigione la casa dell'inquisizione, dove fu spettatore 
di nuova ribalderia ordita dal Pasero; vale a dire 
d'una fìnta indemoniata, che fu Margarita moglie d'un 
Antonio Roero, soldato della guardia del duca, bella, 
astuta ed impudica. Questa, dopo d' essere stata lun- 
gamente ammaestrata a sostener la commedia che do- 
vea rappresentare, cominciava il sacrilego gioco tor- 
cendosi, divincolandosi, voltando gli occhi spavento- 
samente, e facendo tutte le smorfie degli ossessi: poi 
apriva la bocca, come invasa da spirito profetico, 
a sinistre predizioni, annunciando eslerminio de' 
popoli, rovina della città, e della casa reale, se non 
si scacciavano immediatamente, il presidente Cauda, 
il conte Appiano, il senatore Barberis, perfidi mi- 
nistri e già destinali all' inferno. 

La plebe è dappertutto superstiziosa ; e quando 
si tratta di superstizioni di certa qualità, anche 
molti uomini insigni son plebe. In quel secolo poi 
vie maggior forza aveano i pregiudizii, talché una 
volta la città si vuotò, e il popolo corse alla mon- 
tagna per una voce sparsa da un matto malizioso 
che Torino dovea profondare. La finta indemoniata 
colle lugubri sue predizioni di fame, di peste, di 
guerra ed altri malanni, andava facendo gran senso. 



CAPO SESTO 



421 



Ma il vicario dell'arcivescovo, uomo di fino giudieio, 
non si lasciò trarre in inganno ; rise di quelle 
favole e domandò al duca gli si consegnassero la 
donna e il marito. Fecesi. Guardati con diligenza, 
esaminati sottilmente si scoprì la frode, e furono 
puniti. Ma del Pasero che n' era primo autore niuno 
fiatò (7). 

Frattanto il presidente Rullino non rifiniva di do- 
mandar giustizia. Egli, tenuto sì lungo tempo a gran 
torto in istretta prigione, vedeva il Gastiglioni suo 
calunniatore passeggiar liberamente ne' chiostri di 
San Domenico, e andarsene perciò quasi impunito. 
Le sue continue doglianze mossero finalmente il duca 
a far rinchiudere il Castiglioni in castello, senza ba- 
dare alle rimostranze del commendatore Pasero. 
Quando il Castiglioni, avvezzo a un viver lauto ed 
alle brigate gioviali, gustò Tamaro dal carcere, e 
vide che l'un giorno passava e I" altro ancora senza 
speranza di liberazione, arrovellato contro al Pasero, 
prima cagion de' suoi mali, fatto chiamare il presi- 
dente Benso, gli svelò ogni cosa, e del libello in- 
famatorio, e della falsa spiritata, alle quali turpi 
macchinazioni partecipava con Pasero anche il conte 
Messerati, generale delle poste. Sapute queste cose 
il duca giurò di dare un pubblico esempio di quei 
due scellerati ministri, e intanto li fé' serrare am- 
bedue nelle torri del castello (1654). Ma ogni ri- 
baldo trova un più ribaldo di lui che lo prolegge, 



^22 LIBRO TERZO 

e uomini dabbene, semplici, ingannali, che hanno 
fede neli' innocenza, che non hanno facoltà visiva 
pel male, i quali lo vogliono salvo. Queste doppie 
influenze sospesero la condanna dei disleali; fin- 
ché, morto il duca, nate le gare fra la duchessa e 
i cognati per le reggenza , il Richclieu consigliò 
Madama Cristina di valersi del Pasero e del Mes- 
serati, che aveano antica divozione co'principi, onde 
persuaderli a non entrare in Piemonte (8). La du- 
chessa non consentì; ma rimise dell'antico rigore, 
e die a Pasero il castello di Saluzzo per carcere , 
al Messcrati ordinò gli arresti nella propria casa. 
Ma l'uno e l'altro, corrotti i custodi, fuggirono, non 
senza aver tramalo una pratica per dare Carmagnola, 
e la cittadella di Torino in mano de' principi. Pa- 
sero si ritirò a Loano, castello dei Doria , donde 
s'offerì tutto a' servigi di Spagna, mentre continuava 
a mantener vive pratiche colla duchessa scriven- 
dole : che mala stanza era il carcere e dura mercede 
a chi avea ben servito; supplicandola di grazia, e offe- 
rendole i suoi servigi se gli restituiva l' antico favore. 
Frattanto questo sciagurato ebbe dalla mano di Dio 
il primo gastigo delle sue ribalderie. Volendo aver 
seco due suoi figliuoli che erano rimasti in Piemonte, 
e temendo che ove viaggiassero palesemente, non 
fossero dalle genti Savoine trattenuti, li fé' rinchiu- 
dere in certe casse , onde avesser libero il passo. 
Giunte le casse a Loano, fu sollecito d'aprirle e 



CAPO SESTO 425 

trovò duo cadaveri. 1 miseri fanciulli erano morii 
soffocali. 

Quando la reggente conchiuse raccordo co' prin- 
cipi suoi cognati, volle nelle mani il Pasero, e lo 
riserrò in castello con animo si procedesse contro 
di lui fino a sentenza definitiva. Ma la morte fu 
pietosa, e lo liberò da tanti affanni prima della con- 
danna (9). 

Una di quelle opinioni che fanno onta maggiore 
all'umana ragione, e che pure ne' secoli passati 
seminavano sospetti e paure , mettean discordie e 
confusioni, generavano crudeltà inaudite, governate 
per maggior derisione colle forme de'giudizii, ma 
rette da norme particolari dettate con gran pompa 
di erudizione da solenni giurisconsulti, meditate ed 
applicate da giudici che deliravano coi deliranti, è 
l'opinione de' negromanti e delle streghe e del so- 
vrumano loro potere. Questa stoltezza, che avea fatto 
ergere tanti roghi , insanguinar tanti palchi , era 
stata da molte leggi municipali ne' tempi di mezzo 
guardata con occhio di compassione, considerala non 
come misfatto, ma come errore pregiudicievole al- 
l'ordine pubblico, e punito di sola pena pecuniale. 
Neil' economia politica del medio evo abbiam narrato 
il caso d' un tale punito in simil modo perchè facea 
sortilegi nel contemplar le stelle (in visione stella- 
rum). Era forse un Plana in erba: ma lo studio della 
astronomia portava seco allora gravi pericoli. Questa 



524 li imo tkkzo 

mitezza fu abbandonata nel secolo xv, secolo s'altri 
fu mai persecutore ed intollerante, che tornò ad inspi- 
rarsi in materia di dritto penale (se dritto si può 
chiamare) entro alle barbare prescrizioni degli impe- 
ratori romani, aggravate dal considerar che si faceva 
il misfatto di stregoneria unito con quello d'aposta- 
sia, di patti col demonio, e colle nefande sozzure 
dei notturni conciliaboli delle maliarde e de' loro 
amanti, e del laido caprone che li presedeva. 

Essendo questo error comune, non è a dire che 
mancassero i colpevoli i quali di buona fede crede- 
vano tutte queste cose, di buona fede, anche fuor 
del tormento, confessavano talvolta d' avervi parte- 
cipato; ed era certamente in sogno; colpevoli, dico, 
almeno d'intenzione. Ma ed allora e più tardi non 
mancarono gli avveduti che, nulla credendo di que- 
ste baie, si tinsero negromanti, o per barare con 
quest'arte il prossimo, o per far parlare di se, o per 
altri fini meno onesti. &' 27 di settembre del 1417, 
Giovanni Lageret, dottor di leggi, che avea seduto 
lungo tempo in uffici di magistratura, fu condannato 
nel capo e nell'avere come colpevole d'aver fatto, 
o lasciato fare da un tal Michele Decipati un ima- 
gine d'un leone sopra un ducato d'oro per guarire 
il mal di fianco e di reni. La figura d'uno scorpione 
sopra un altro ducato d' oro atto a procurare che le 
donne incinte non si sconciassero; una testa d'oro, 
azzurrata di sopra, a somiglianza d' un giovinetto, 



CAPO SESTO 425 

sovrana contro al vomito ed al mal caduco; un bu- 
sto senza braccia con testa coronata ed un cuore in 
cui doveano confluire tutte le virtù celesti, affine di 
render esso Lageret più eloquente e sicuro, portan- 
dolo addosso, e fargli il duca amico, e condiscen- 
dente a tutte sue domande; un'altra figura con spada 
in mano, portando la quale non riceverebbe offesa 
dai nemici; ancora certe figure di legno che poste 
sulla casa non lasciavano entrar persona a dispetto 
del padrone; ancora altra figura che portala innanzi 
ai principi , col solo mutarla di luogo causava loro 
sanità, o malattia, li temperava a dolcezza, o li ar- 
mava di rigore. Le quali figure il Decipati nello 
studio di Lageret avea circondate d'accese can- 
dele di cera vergine, profumate con mirra ed aloe, 
e con tremende invocazioni di deità infernali esor- 
cizzate. 

Giudice fu Giovanni Tarditi, il quale pronunciò 
la sua sentenza nella galleria del castello del Bour- 
gel, condannando il Lageret come colpevole dei de- 
litti di matematica, di sortilegio e di lesa maestà. 

Ma scendiamo a' tempi a noi più vicini e torniamo 
alle memorie di questo castello. Abbiam già notato 
come la guerra della reggente Cristina co' principi 
suoi cognati avesse diviso profondamente gli animi 
de' cittadini, sicché, anche sedate le discordie, e 
ricondotta la pace , molti desiderassero e fossero 
disposti a procurare di render capi del governo i 

Voi. II 54 



426 LIBRO TERZO 

principi in luogo della reggente. Che i principi sor- 
ridessero a queste disposizioni de'loro fautori sì può 
credere facilmente, poiché ed il comando loro pia- 
ceva, ed essi credevano di meritarlo. Ma del rima- 
nente niuna parte pigliavano nelle macchine che i 
loro fautori andavano invaginando per condurre a 
buon fine cotali desiderii , sebbene per la natura 
stessa della cosa , trattandosi di fatti , dai quali 
vantaggio loro tornava, il nome d'essi principi si 
trovasse sgraziatamente, e senza loro colpa mesco- 
lato in pratiche disgustose. 

Sul finire del 1647 si pubblicavano a Mondovì 
dalla stamperia Rosso e Gislandi due almanacchi pel 
1648, uno piccolo chiamato Almanacco Astrologico, 
l'altro grande chiamato Accademia Planetaria, Que- 
st' ultimo contenea varie predizioni, e tra le altre 
quella della morte di Madama Reale e del duca suo 
figliuolo; adombrandosi Madama Reale sotto ai nomi, 
ora di Venere or di Cibele. 

Siffatta predizione , ravvisata subito , dietro al 
velo trasparente che serviva a segnalarla piucchè a 
nasconderla, destò la vigilanza del governo, tanto 
più perchè i tempi che correvano erano pieni 
d' odio e di sospetto per le recenti e non ri- 
marginate piaghe della guerra intestina. Cercossi 
chi fosse l'autore dell' almanacco, e si riseppe es- 
sere un monaco della Consolata, di nome Giovanni 
Gandolfi. 



CAPO SESTO 427 

Fu preso a Ceva, sua patria, ne'primi giorni di gen- 
naio. La notte del 7 all'8 di quel mese tentò d'uc- 
cidersi aprendosi la vena d'un braccio con un tempe- 
rino. Il sangue che ne spicciò, fece un rigagnolo sul 
pavimento, e seguendone il pendio si sparse fin sotto 
la porta della camera , sicché i custodi che veglia- 
vano nella stanza vicina, se ne avvidero, ed accorsi 
furono in tempo a riparare. 

Condotto a Torino fu rinchiuso alcun tempo in 
castello, poi nelle carceri senatorie. Dagli esami si 
riseppe che il senatore Bernardino Sillano , l' aiu- 
tante di camera Giovanni Antonio Gioia e il mo- 
naco aveano trattato di far morire Madama Reale 
e il duca. S' era parlato di veleno, ma non pia- 
ceva quel mezzo, onde si giudicò di ricorrere alle 
incantagioni. 

11 libro Centum regum, la clavìeula Salomonis, ed 
altri tenebrosi maestri di tali scienze insegnarono 
al monaco siccome formando nel mese di settembre 
quando il sole entra in libbra una statua di cera ver- 
gine, recitando per un certo tempo sopra la mede- 
sima il salmo: Deus laudem meam ne tacueris, e 
giunto al versetto fiant dies eius pauci, prefìggendo 
alla persona che con detta imagine si è voluta raf- 
figurare il termine entro il quale dovesse morire, e 
piantando in petto alla statua la spina d'un pesce 
chiamato mìcrosj si procurava con effetto alla detta 
persona la morte. 



428 LIBRO TERZO 

A queste baie, scellerate per l' intenzione, ma 
innocentissimc nel fatto, attendevano i congiurali. 

Ma non li tenean per baie queste macchinazioni 
ne la reggente, né i giudici ; e non lo erano fuorché 
nell'effetto indipendente dalla volontà de'eongiurati. 
Furono presi anche il Gioia ed il Sillano e posti in ca- 
stello. Sillano arrestato il 30 dicembre 1647, fu messo 
nel carcere che era in cima alla lorre, con un came- 
riere per servirlo, che gli portava la vivanda da casa. 
Licenza questa assai misteriosa e grave, forse di qual- 
che significazione. Diffa Ito dopo un primo interrogato- 
rio in cui negò ogni partecipazione nel misfatto di cui 
si trattava, in sull'alba del primo di gennaio, s'alzò 
dal letto, prese due biscotti e un po'di vino, e si pose 
a leggere, vicino al fuoco, 1' ufficio della Madonna. 
Di quando in quando cessava dal pregare e dicea: 
Dio perdoni a chi è causa di questo. — Altre volte 
invece- diceva : Dio lo castighi, è un infame ; e in- 
tendeva del monaco. Poco stante ebbe uno sveni- 
mento e mancò di vita. Sillano usciva pur allora 
d'una lunga malattia, e non è chiaro di qual morte 
morisse. La stessa mattina undici medici e sei chi- 
rurghi vennero e fecero aprir il cadavere. La piuc- 
chè laconica relazione dice che nel cadavere non 
si trovò traccia di veleno; senza spiegare altri- 
menti la causa probabile della morte; senza neppur 
dire in che modo avessero proceduto all'esame; nò 
in che slato fossero i visceri, nò altro. 



CAPO SESTO 



429 



S' unì il Senato coi togati della Camera. 11 Gioia 
condannato ad essere squartalo a coda di cavalli, 
previa emenda ed applicazione dalle tanaglie infuo- 
cale, fu strozzato invece segretamente nel suo car- 
cere. 11 monaco fu condannato similmente a morte 
e giustiziato in carcere ed appiccato poscia per un 
piede al patibolo pubblicamente. Una colonna infame 
fu eretta alla memoria di Gioia sul luogo stesso del 
patibolo, e dicea così: 



1648 28 GENNAIO 

ALL' INFAME ED ESECKABILE MEMORIA 

DI GIOVANNI ANTONIO SOLIVO DETTO PER SOPRANNOME 

GIOIA 

CONDANNATO ALL'ULTIMO SUPPLICHI PER 

AVER COSPIRATO NELLA VITA DI MADAMA REALE 

E DI S. A. R. NOSTRO SIGNORE. 



Il monaco fu giustiziato assai tempo dopo. 

Essendo Sillano, Gioia e il monaco persone con- 
fidenti de' principi, si menò gran rumore e delle 
accuse e delle pene, e se ne parlò, secondo r affetto, 
diversamente. I principi ne pigliarono grande alte- 
razione e si dolsero con iMadama Reale di non aver 
potulo veder gli alti del processo, dell'essersi nella 



450 LIBRO TERZO 

copia del medesimo Iella in Senato, ommesse molle 
particolarità in seguito ad un ordine di Madama 
Reale; infine del supplizio segreto 5 quasiché tutto 
ciò si fosse fatto, se non con espresso fine /almeno 
coll'effetto d'aggravar la loro riputazione; massima- 
mente che si era passato oltre alla condanna del 
monaco, senza averne facoltà dalla S. Sede, la quale 
persuasa (sebbene a torto) che fosser calunnie in- 
dirizzale a ferir V onore de'principi, non avea mai 
voluto autorizzare il relativo procedimento. Madama 
Reale quietò con buone parole i principi, e li assi- 
curò solennemente, che ombra di sospetto non era 
passala in capo a lei, nò al duca, rispetto air illi- 
batezza della loro fede. Nella copia poi del processo 
non s'erano ommessi che quei capi nei quali gli ac- 
cusati i testimonii riferivano parole e giudizi che 
offendevano la riputazione della duchessa. 

La medesima superstizione delle statue di cera , 
battezzate col nome d' alcuno , e poi trafitte per 
uccidere il personaggio che vi si rappresentava, con- 
dusse nel 1710 al patibolo Giovanni Antonio Boca- 
laro di Caselle. Questi si trovava in carcere come 
sospetto d' omicidio , e sperava, quando venisse a 
morte Vittorio Amedeo 11, un indulto che gli aprisse 
le porte della prigione. Queste invece gli furon di- 
schiuse il 30 di gennaio di quel!' anno per condurlo 
all' udienza del Senato, sedente in toga rossa, ove 
domandò, con una torcia in mano, perdono a Dio, al 



CAl'O SESTO 431 

principe, alla giustizia; e donde, attanagliato pervia 
dal carnefice, passò alla piazza dell' erbe. Cola fu 
strangolato, e poscia appeso per un piede e lasciato 
fino al terzo giorno. Ed in ultimo squartalo. Anche 
a lui s' eresse colonna infame. Oggi si durerà fatica 
a credere che un congresso di ministri accusasse il 
Senato di troppa clemenza per trattarsi, dicevano 
querelanti, di misfatto di lesa maestà aggravato da 
sortilegio ereticale! 

Nel 1716 Clara Maria Brigida Ribollet, originaria 
di Grenoble, maritata ad un Astigiano, fuggita di 
ca&a con un suo drudo, fu sostenuta nel castello di 
Miolans. Narrava un millione di cose una più pau- 
rosa dell' altra; rapimenti per aria, balli e conventi 
notturni di streghe e di demonii, congiura per far 
morire il principe di Piemonte coli' usato mezzo 
di una statua di cera, a compor la quale s' adope- 
rava terra di cimitero, agnus Dei, ostia consecrata, 
olio santo , sangue e cervella di piccioli bambini , 
sangue di gatto, ecc., accusava di questi enormi 
misfatti principi, ministri, sacerdoti, mezza la corte. 
La menzogna era evidente. Diffatto la Ribollet, tocca 
dai rimorsi , illuminata da un raggio della divina 
grazia, confessò che erano state le sue parole tutte 
favole ed invenzioni , e mostrò gran dolore d'aver 
accusato a torto tante oneste persone. Allora fu 
messa al tormento spietatamente. Ma essa ricom- 
però con un coraggio superiore al sesso le passate 



452 LIBRO TERZO 

suo colpe, dicendo ai giudici : Se mi facessero star 
sempre in aria non dirò differente (sic), e questo tor- 
mento mi servirà d'un grado per andar al cielo.... 
confido in Dio che mi conserverà il mio buon sen- 
timento di sostenere la verità e mai più accusare 
persona a torto. E Dio l' aiutò; finché il chirurgo 
avendo protestato che non potea reggere maggior 
tormento, fu calata. 

In settembre del 1717 fu avviata a Torino con 
Calterina Core sua complice , ma più perversa di 
lei. Tanta paura destavano ancora a quel tempo 
le imaginazioni de' poteri sovrannaturali delle ma- 
liarde, che quelle due donne incatenate, peste e 
rotte dalla tortura, erano guardate da un nerbo di 
cavalleria, e le comunità avean ordine di dare, oc- 
correndo, man forte. 

Condannate all' estremo supplizio, la Ribollet 
per calunnie nere ed esecrabili, senzachè si dicesse 
di più, la Core per patti col demonio, e per com- 
mercio carnale col medesimo, ed anche per nere 
calunnie , furono condotte al patibolo senzachè il 
pubblico potesse sapere il perchè , non essendosi 
pubblicata la sentenza, né permesso l'accesso al 
confortatorio ad altri che ai confessori. 

Nel 1723 un conte Dupleoz, pari d'Aosta, accu- 
sato d'aver praticato le stesse arti malvage del- 
l' imagine di cera nel suo castello di Sorley per far 
morire Margarita sua moglie, fu giudicato a perder 



CAPO SESTO 



453 



la testa , e decollato sulla piazza del convento di 
San Francesco in quella citta (10). 

Cotanto traviava ancora il senso pubblico, il senso 
legale in tempi da noi non lontani: or che dirà 
di noi medesimi, dopo un altro secolo la posterità, 
non punto e con ragione indulgente, quando si 
tratta di supplizi! Se non crediamo più alle stre- 
ghe, potrebbe darsi che altri pregiudizi ci travol- 
gessero il celabro , e che in qualche luogo s'adope- 
rasse la scure in casi ne' quali sarebbero appena 
permessi i ceppi e le ritorte. 

Nel 1673, in queste torri medesime fu sostenuto 
il conte Catalano Alfieri, cav. della Nunziata, gene- 
rale in capo dell' esercito che invadeva l'anno prima 
con infelici successi il Genovesato. Gli fu apposta a 
delitto colale disgrazia, e si ebbe sospetto della sua 
fede. Secondo la consueta umana viltà, quando si 
seppe che il conte Alfieri era in mala vista, si trovò 
più d'uno che per giustificar se medesimo aggra- 
vava il capitano. L'Alfieri prima ebbe ordine di 
recarsi al suo castello di Magliano e di non par- 
tirsi di là. Poscia in agosto del 1673 il fiscal ge- 
nerale Comotto gli recò nuovi comandi del duca 
che gli prescriveano di recarsi a Moncalieri all'a- 
steria di qua dal Po chiamata Taglialargo, dove il 
maggior delle guardie Umberto si recherebbe a pi- 
gliarlo. Obbediva Catalano, ed a' 23 d'agosto era 
preso e condotto in castello, dove si guardava a 

Voi. II 55 



454 LIBRO TERZO 

vista. Fu deputato a far inquisizione contro di lui 
il presidente Cari' Antonio Blancardi, che i fautori 
del conte diceano, aver con l'inquisito un'antica 
ruggine. Si procedette lungamente, e con tutto il 
rigore, e durante l'inquisizione fu provvisoriamente 
levato al conte Alfieri il piccolo collare dell'ordine. 
Sentironsi oltre a 200 testimonii. Il fisco formò in- 
fine ventitré capi di contestazione, più facili, per 
quel che pare, a formar "che a provare. Ma frattanto 
il conte Alfieri, che era antico d'anni e pativa da 
assai tempo una malattia di cuore, aggravato dal do- 
lore e dai patimenti, rendette nel suo carcere l'anima 
a Dio il 14 di settembre 1674. 

Allora cambiossi a suo riguardo la piega degli 
umani affetti, e l'ira sollevatasi in sulle prime con- 
tro di lui, si riversò, forse con uguale ingiustizia, 
contro al rigoroso giudice procedente. 

Blancardi, di natura subita e risentita, era uso ad 
aggravare colla durezza de' modi 1' esercizio d' un' 
autorità rigorosa. Nel proprio uffizio ei ravvisava 
piucchè un augusto ministero da compiere, un amor 
proprio da soddisfare, e nel trionfo della propria 
opinione mettea tutto queir impegno che avrebbe 
dovuto collocare esclusivamente nella ricerca impar- 
ziale del vero. Tenace de'suoi propositi, sprezzator 
de' colleghi , rotto alla maldicenza era odiato non 
meno dagli altri giudici, che dagli infelici che ne 
sperimentavano la superba fierezza. Non è dunque 



CAPO SESTO 



maraviglia se alle tante cause che già davan luogo 
ad odiarlo, aggiuntasi la morte del misero Catalano 
fra lo squallore d' un carcere, la lunghezza del proce- 
dimento, l'ostinazione con cui Blancardi avea procu- 
rato di raccogliere ogni menomissimo indizio utile al 
fìsco, e il niun conto in che mostrava: tenere i lesli- 
monii favorevoli all'accusato; non è maraviglia, dico, 
se le voci che gli amici del conte di Magliano avevano 
costantemente sparse , sulla supposta iniquità con 
cui si procedeva, si moltiplicarono allora e si rinfor- 
zarono al punto da piegare a qualche sospetto il 
retto animo del principe. DifYatto il duca ordinò che 
la visita del cadavere del conte Alfieri fosse fatta dal 
senator Leone e non dal Blancardi; poi comandò che 
gli atti del processo fossero dal medesimo senatore 
esaminati e parafrati a ciascun foglio ; e die breve 
termine al Blancardi perchè pronunziasse la sentenza. 
Scrisse inoltre a qualche suo confidente che s'ac- 
corgeva come in quest' affare egli era stato tradito. 
Quanta alterazione pigliasse il Blancardi di tali 
inaspettati colpi è facile imaginarlo. Cercava udienza 
dal principe, ma non l'otteneva, onde riparavasi dal 
ministro delle finanze Giambastista Truchi che gli 
avea tenuto un figliuolo a battesimo, e lagnavasi in 
sue lettere : « eh' egli trovava tutte le porte chiuse: 
cieco, sordo e muto ogni nume — dichiarava che giu- 
stissimamente si poteva venir alla condanna della 
memoria del conte Alfieri, e che era stoltezza levar al 



45G LIBRO TERZO 

principe una condanna di 150[m.ducatoni che gli eia 
dovuta — che egli solo sapeva il fallo, e che con gli 
atti e le dottrine alla mano farebbe tacer tutti — 
esser vero che queste non erano parti di giudice, 
ma che il giudice non fa mai male quando fa ciò 
che porta il giusto. — 1 ministri che pensavano di- 
versamente non poter essere che ciechi e maliziosi. 
— Che sperava d'essere giustificato, e poi preghe- 
rebbe S. A. di gradire la resignazione delle sue 
cariche, amando egli ¥ onore e non gli onori e di- 
mettendo volontieri quelle pompose spoglie. » 

Altra volte chiedeva un processo fulminante con 
cinque o sei ministri che lo sentissero mezz'ora col 
processo alla mano, e se si trovasse tardanza o colpa 
menomissima volea esser punito: io chiamo giudici 
rigorosi e non grazia, quando sia reo: castigo e non 
'perdono. Così egli. Il duca deputò a sentirlo Novarina 
primo presidente, Blancardi, Leone, Balegno e Fri- 
chignono senatori; ma egli rispose: che cosa dirà 
ai delegati ? Stima miglior partito far una scrittura 
in cui dirà di più di ciò che direbbe a voce; nuo- 
vamente giurando che in ciò che riguarda il servizio 
di S. A. e la giustizia non ha un peccato veniale. 

Intanto spargevasi un infame libello contro al 
duca, del quale subito si fé' correr voce esser Blan- 
cardi l'autore. Fu creduto agevolmente, per trattarsi 
d'uomo d' indole maledica e disgustatissimo. Avver- 
tito della nuova accusa, scrisse a Truchi: benché la 



CAPO SESTO 437 



mia fede ed incorrotta integrità ricevano ìiotabilissimi 
aggravii per ridicolissimi sospetti, io veramente ri- 
mango stupito di quanto al mio ritorno mi vien si- 
gnificato. Povero principel Poveri servitori! A questo 
segno giunge la perfidia di voler trionfare delVinno- 
cenzal V. E. si compiaccia farmi pervenire quelle 
cieche infamie, perchè io svelerò quell'incarnato de-^ 
monio che ne è V autore, e non m ingannerò, perchè 
riabbiamo molti riscontri urgenti ed infallibili.... 

A crescere la miseria di questo ministro gli so- 
praggiunse l'8 dicembre un'altra grave amarezza. 
Aveva egli casa e podere a Doirone, e non essendo 
di sua natura punto agevole, viveva in perpetue 
quislioni coi vicini. 11 popolo dibassano, veden- 
dolo scaduto dalla grazia del principe, sonata cam- 
pana a martello, andò ad insultare i suoi massari, 
a diroccar le muraglie, a guastargli i giardini con 
parole contro di me che non si direbbero ai cani, 
fatti mille sprezzi come se fossimo nella Tracia, e 
in un paese in cui non vi fosse nò Dio, ne principe, 

né legge quanto a me, bramo morire per non 

sopravvìvere alle mie pubbliche ignominie. Tali an- 
gosciose querele mandava il Blancardi in lettera ai 
segretario di stato Buonfìglio. 

La sua brama di morire fu pur troppo, e in modo 
crudelissimo, esaudita. 

Fin dal 10 novembre 1674, Leone, uno dei dele- 
gati, accennando al libello, scriveva ad un ministro 



458 



LIBRO TERZO 



essere il Blancardi autore della maggiore delle scel- 
leraggini; doversi cominciare dall' arrestarlo-, esservi 
perciò prove soprabbondanti} esservi prova d'una 
falsità giudiciale ; poter fuggire ed accrescere le mal- 
dicenze, e con la sua mala natura li pericoli, sicché 
vi voleva una soda e ferma deliberazione di S. A. 
R> di lasciar fare alla giustizia il suo corso (11). 

Appoggiavansi questi giudici troppo solleciti non 
tanto ai delitti di lesa giustizia, quanto a quelli 
di lesa maestà per la maldicenza contro al prin- 
cipe; ma Carlo Emmanuele prudentissimo non si 
risolvea, finche stretto da molti lati, e persuaso 
della reità., permise si procedesse. In gennaio del 
1675, all'uscir d'un congresso tenuto in casa 
del primo presidente Novarina , Blancardi fu da 
un maggiore di piazza arrestato, fatto entrare in 
una sedia, portato in castello, e per maggior cru- 
deltà, rinchiuso nel carcere stesso del conte Catalano 
Alfieri, dove raccapricciò vedendo sopra la tavola, 
sulla quale erane stato aperto il corpo, una traccia 
di sangue; questa macchia di sangue gli percosse 
per tal modo l'imaginazione, che, da qualunque lato 
girasse lo sguardo, dicono, che Y avesse poi perpe- 
tuamente avanti agli occhi. 

Nella inquisizione che si fece svanì V accusa di 
prevaricazione a danno dei conte Alfieri, ed invece 
il fìsco credette potergli imputare una falsità, che 
si disse commessa da un notaio, per favorire il conte 



CAPO SESTO 459 

Ricci suo suocero, una alterazione d' un mandato 
per esigere due volte la medesima somma , ed un 
libello famoso; reati tutti difficili a credersi, più 
difficili a provarsi. Nondimeno l'infelice Blancardi 
fu condannato da una delegazione speciale alla pena 
di morte, previa la degradazione e la tortura. Spo- 
gliato colle consuete cerimonie di tutte le nobili 
insegne che portava ed anche della laurea dottorale, 
fu messo al tormento, donde più morto che vivo (12) 
condotto alla piazza, che trovasi presso la porta della 
cittadella, ora ombreggiata da annosi viali, gli fu 
sur un alto palco tagliata la testa. 

Il cadavere rimase tutto quel giorno esposto in quel 
luogo in mezzo a molti doppieri accesi. Questa tra- 
gica scena fu a' 7 di marzo 1676, e ai considerar 
quanl'odio avea dovuto accumulare sopra al suo 
capo il processo che andava formando contro al conte 
Catalano Alfieri, personaggio sì potente per seguito 
e per parentadi, come pigliato per un misfatto sia 
stato condannato per altri di ben diversa natura e 
tali che agevolissimo era in quei tempi impetrarne 
per danaro la rimessione; come sia stato acerba 
sopra ogni ragione la pena , e come tutto ciò acca- 
desse nel mentre si moltiplicavano i favori al conte 
di Magliano figliuolo del defunto conte Alfieri, e si 
cancellava nelle lettere patenti date a chi gli suc- 
cedette nella carica di luogotenente generale della 
fanteria ogni espressione che ne potesse offendere 
la memoria; come infine alle ed atlive influenze 



i iO LIBItO TERZO 

congiurassero fin da Parigi in odio del Blancardi, 
lutto ciò mi da forti sospetti che la giustizia abbia da 
piangere ne' casi da noi narrati, non una ma due 
vittime delle passioni degli uomini e della debolezza 
de' governi. 

Questo castello aveva una facciata semplice , ma 
gentile, che s'armonizzava benissimo colle sue torri 
surmontate d' una tettoia di bella forma che dava 
loro una certa sveltezza. Madama Reale Maria Gio- 
vanna Battista madre del Re Vittorio Amedeo 11, 
che lo abitava, lo decorò nel 1718 del doppio sca- 
lone di cui non si da forse più bello al mondo, e poi 
della maestosa facciata marmorea a colonne e pilastri 
corintii (13). Filippo Juvara ne fu l'architetto. Le 
statue, i vasi, i trofei sono del cav. Gio. Baratta (14). 
1 marmi derivano dalle cave di Prales. Questo ca- 
stello che sul finir dello scorso secolo era stanza 
dei duchi di Savoia e di Monferrato; che nel governo 
francese era sede del tribunale d 1 appello; che ora 
è nobilitalo dalla Reale Pinacoteca, univasi altre- 
volte verso il nord al palazzo per una lunga galleria; 
al sud un piccolo fabbricato lo disgiungeva dalla 
porta della citta che in principio del secolo xvu 
s'apriva sulla linea della strada de' Guardinfanti ; 
e chiamavasi porta Castello. 

A far capo dal tempo in cui Emmanuele Filiberto 
si mise in possesso del palazzo arcivescovile, si può 
dire che mai non si dimettesse di lavorare attorno 
a quel vasto edilìzio. Cominciò Emmanuele Filiberto 



CAPO SESTO 



441 



a murare un nuovo palazzo allato a San Giovanni nel 
sito prima occupato dalla canonica. Crebbe a maggior 
altezza inver l'oriente l'ala chiamata paradiso. Ri- 
fece e nobilitò il giardino. Vi fé' una fontana, un 
bagno ed una grotta. 

Ne meno operosa fu la cura di Carlo Emmanuele i 
intorno agli edifici Palatini. 

Già in una piccola galleria presso al giardino, es- 
sendo egli ancora principe di Piemonte, avea fatlo 
conserva di belle e rare armature, di rarissimi quadri, 
e di curiosità d'arte o di natura. Più lardi fé' bella- 
mente apparecchiare l'altra galleria che giungeva il 
castello al palazzo; e vi ripose la sua collezione. 
Egli non solo propose i soggetti dei dipinti, di cui 
doveva ornarsi, ma dettò il modo con cui si dovean 
comporre, e le fantasie, e le allegorie, ed ogni altro 
accessorio, e fino gli scompartimenti delle vòlte. 

La sua famosa galleria conteneva i ritratti de'prin- 
cipi di Savoia suoi antecessori, de' quali, pe'non 
conosciuti, indicò l'abito e le fattezze. Allato a 
loro effigiavansi i paesi conquistati, i santi protet- 
tori d'essi paesi, le grandi fabbriche costrutte, come 
Altacomba e la chiesa di Brou per Umberto ni e per 
Filiberto il Bello; e per se medesimo il santuario 
di Vico. Trovò anche le divise appropriate all'indole 
di ciascun principe, ed in breve tutto l'onore del- 
l'invenzione di quella galleria tanto lodata fu di Carlo 
Emmanuele i. 

Voi. Il 56 



442 LIBRO TEUZO 

In una nota di sua mano conservata nell'archivio 
di corte si vede donde traesse l'effigie de' suoi glo- 
riosi predecessori. Avea rinvenuto quella d'Amedeo v 
(morto nel 1523) in una pittura conservata in una 
sala del palazzo, o castello di Pinerolo; quelli d'Um- 
berto ni (morto nel 1188) e d'Aimone (morto nel 
1343) toglieva dalle statue giacenti sui loro sepolcri 
nella badia d'Altacomba. Quella d'Edoardo (morto 
nel 1329) dal libro vecchio, ed era forse un qualche 
ufficio od altro codice miniato. Amedeo vi, il conte 
Verde (morto nel 1383), avea tolto da un dipinto che 
si vedeva a Lanzo. Amedeo vm (morto nel 1451) 
avea trovato dipinto a Roma e nel castello di Rivoli. 
Di Ludovico i, serbava l'effigie in un piombo; di 
Ludovico re di Cipro, in una stampa. Amedeo ix, il 
Beato, rinveniva nella santa cappella di Ciamberì, 
a Ivrea, a Rivoli, a Pinerolo, e noi potremmo sog- 
giungere, nella cappella del Forno di Lemie. Carlo i 
era dipinto a Lemens; di Filiberto i, avea l'effigie 
stampata; Carlo Giovanni Amedeo trovava ne'dipinti 
del castello di Rivoli; Filippo n, in que'di Lemens 
e nelle monete. Nelle monete e medaglie, Filiberto 
il Bello. Dell'avolo e del padre non mancavan ri- 
tratti; per altri più antichi riferivasi a certi disegni 
che si vedono in un libro del Pingone, i quali sono 
affatto privi d'autenticità. Non debbo tralasciare di 
notare l' errore che prese circa a un altro principe 
de' più illustri della sua casa,- ed è d' aver tolto il 



CAPO SESTO 443 

ritratto di Tommaso 1 (morto nel 1252) dal sepolcro 
che si vede nella cattedrale d' Aosta, e che ora si 
è trovato appartenere invece a Tommaso 11 (morto 
nel 1259). Le sembianze di questa Itala Dinastia, 
riprodotte più tardi nelle opere del Guichenon, e 
del Ferrerò, e nelle gallerie de' castelli reali, non 
sono pertanto imaginarie fuorché per pochi dei 
primi sovrani; avendo fondamento di vero quelle di 
Umberto in (il Beato), di Tommaso n (sotto nome 
di Tommaso i), d'Amedeo v (il grande), d'Odoardo, 
d'Aimone, d'Amedeo vi (conte Verde), d'Amedeo vili, 
del duca Ludovico, e di Ludovico re di Cipro, di 
Amedeo ix (il Beato), di Carlo i, di Filiberto i, di 
Carlo n, di Filippo u, di Filiberto il Bello e de'loro 
successori. 

In quella stupenda galleria Carlo Emmanuele avea 
raccolto oggetti rari appartenenti ai tre regni della 
storia naturale e mandati a comprare in Olanda. 

In una nota pure di sua mano egli comanda l'ac- 
quisto non solo di lioni e di tigri, ma anche d'onze, 
giraffe, ippopotami. 

In quanto ai cani ei ne divisa di quattordici sorta, 
dai limieri grandi di Brettagna, fino ai barbetti ed 
ai turchetti piccioli di Lione per dama. Volle an- 
che far mostra delle ricchezze minerali del suo Stato; 
e nella galleria comparivano i saggi de' seguenti 
marmi, alcuni de' quali non si sono continuati a 
scavare : 



444 LIBRO TERZO 

Di Frabosa —bianco che pende in bigio ; negro; 

lionato. 
Di Coazze — bianco. 
Di Gassino — bigio broccatello. 
Di Pesio — negro , bianco , e giallo. 
Di Lanzo - marmo color di zolfo. 
Di Rivoli — giallo diverso o ensejado. 
Di Venasca — bianco venato di negro. 
Di Garessio — rosso venato di bianco. 

— rosso a grandi macchie bianche. 

— lionato con del rosso assai. 

— negro, aranciato, e giallo. 



Dipinsero nella galleria tra gli altri, sul finir del 
secolo xvi, ed in principio del seguente, Giovanni 
Carracha Fiammingo, Giacomo Rossignoli, Antonino 
Parentani, Nicolò Ventura, ed il cavaliere Federigo 
Zuccari (15), per tacer d' altri molti, il cui pennello 
venne anche adoperato nelle sale del castello, ed 
in altri luoghi delle case palatine. 

Pochi anni dopo faticavano a rallegrare cogli splen- 
dori dell'arte le reali dimore il cav. Isidoro Bian- 
chi, r cav. Francesco Cayre (ambedue rinomati di- 
scepoli del Morazzone e fatti cavalieri dal nostro 
duca), Giulio Mayno (d'Asti) che dipingeva i prin- 
cipi a cavallo ed i martiri Tebei, Pellegrino Broc- 
cato, Vittorio Mombarchi, Cristoforo Lucchese, 



CAPO SESTO 



446 



Carlo Conti che pennelleggiava fiori ed uccelli, il 
cav. Francesco de' Franceschi che raffigurava in varie 
tavole i santi Tebei, Ambrogio Cantù che dipingeva 
gli affreschi delle volle, Pompeo e Francesco fratelli 
Bianchi, Giovanni Francesco ed Antonio Cerniti Fea, 
che dipinsero nel castello di Moncalieri ed alla vigna 
chiamata poi della Regina ed allora della principessa 
Ludovica, Innocenzo Guiscardi o Guicciardi, Ago- 
stino Parenlani, Giovanni Grattapaglia e Bartolomeo 
Caravoglia che dipinsero il palazzo di San Giovanni, 
e in castello, Monsieur Dauphin, Andrea e Giacomo 
Casella scolari di Pier da Cortona, Domenico Mar- 
nano, Alessandro Maccagno, Amando Perlasca , 
Luigi Tuffo, ed altri molti. 

Ma le sale della reggia s'abbellivano, a' tempi di 
Carlo Emmanuele i, di tavole fatte venir da lontano 
e con gran dispendio raccolte. 

Nella sala del giardino vedevasi una Venere, nuda 
tutta, di Messer Alessandro (Allori). — La bella me- 
lancolia, quadro già stato perso. — La Spagnuola ve- 
stita a la italiana data dal Sucarello et portata da 
Genova. 

I gran quadri del Vasari, fiera, Vulcano, rapto 
delle Sabine et quattro stagioni et altri. 

I gran quadri del Veronese, Regina Saba et figlia 
di Faraone, David, et Judit con le teste di Golia 
et d'Oloferne. 

Del Palma, San Quintino et Golia. Così da nota 



446 



IBRO TERZO 



scritta di mano del duca, che non vi comprese il 
mirabile cartone di Sant'Anna di Leonardo da Vinci 
con sì squisita diligenza testé restauralo dal profes- 
sore Volpato, ne tanti altri insigni dipinti e disegni, 
de' quali per altre memorie autentiche appare aver 
il medesimo accolto prezioso tesoro. 

Ora qual maraviglia se un principe nato di stirpe 
così gloriosa ed italiana, capitano e guerriero di pro- 
vato valore, di spiriti bellicosi e cavallereschi, che 
amava le lettere e le arti, le coltivava, le proteggeva, 
che mostravasi insofferente d' ogni dominazione stra- 
niera in Italia, e massime dell'oppressione spagno- 
lesca, sollevasse dall' Alpi al mar di Sicilia le spe- 
ranze di questa povera Italia, e ne fosse, ed in versi 
ed in prosa gridalo liberatore? Certo s'egli avesse 
saputo meglio temperar colla prudenza la foga della 
sua imaginazione e la grandezza de' suoi smisurali 
concetti, aspettar tempo e ferire, avrebbe forse po- 
tuto adempiere in qualche parte almeno quel pie- 
toso divisamente, quella nobile ambizione, e con- 
tentar il giusto desiderio di quei che pensano che i 
popoli sono commessi, piucchè all'imperio alla tu- 
tela dei principi per esserne con lieve ed onorato 
freno governati, con forte braccio difesi, e non ol- 
traggiati, tiranneggiali e premuti. 

Ecco alcuni bei versi fra i tanti che furono a 
Carlo Emmanuele 1 , sesto fra gli avi del Re Carlo 
Alberto, da ogni lato d'Italia indirizzati: 



CAPO SESTO 447 

Sonetto 

O dell antica Italia eccelse e chiare 
Opre onde fé' con gloriosa guerra 
Meta all' imperio suo quanto la terra, 
Quanto co' suoi gran giri abbraccia il mare ! 

Ben di voi Viva, immensa luce appare, 

E i bronzi e i marmi indarno il tempo atterra; 
Ma in qual de' nostri petti un cor si serra 
Che generoso ad imitarvi impari? 

E sgombrar tenti all' infelice il seno 
Del vii timore in cui sepolta giace, 
Sì che ancor ponga a tanti oltraggi il freno? 

Sol d'un gran Carlo al ciel d'ornarla piace, 
Perchè dall' arme sue speriamo almeno, 
Se non imperio, liberiate e pace. 



11 palazzo che ora chiamano del Chiablese era una 
appartenenza del palagio ducale ed aveva annesso 
un giardino. V'abitò, ai tempi d'Emmanuele Fili- 
berto, Beatrice Langosca, marchesa di Pianezza, 
madre di donna Matilde di Savoia; nel 1609 v' avea 
stanza il cardinale Aldobrandino nipote di Cle- 
mente vai (16); varii anni dopo fu dato al principe 
Maurizio di Savoia, la cui vedova Ludovica lo abitò 
finche visse (17). 

Più tardi v' ebbero sede alcuni uiììcii e magi- 
strati. 



418 LIBRO TKIIZO 

Nel secolo scorso fu da Carlo Emmanuele in con- 
cesso in appanaggio al duca del Chiablese, suo fi- 
gliuolo secondogenito, e venne in lai occasione am- 
pliato e restaurato sui disegni del conte Benedetto 
Alfieri. 

Dopo il duca del Chiablese suo zio, l'abitò dal 
1817 al 1831 Carlo Felice, di gloriosa memoria. 
Ora è placida stanza della piissima vedova Regina 
Maria Cristina, la cui beneficenza abbraccia desi- 
derosa ogni maniera di carità, la cui protezione ri- 
cerca e conforta ogni merito di lettere o d' arti. 

Il cardinale Aldobrandino, nipote di papa Cle- 
mente vni, che abitò, come abbiam detto, questo 
palazzo, era venuto sul cader di marzo 1608 in- 
caricato di negoziazioni politiche (18); e, siccome 
quello che si piaceva di conversare con nobili in- 
gegni, avea condotto seco Giambattista Marino Na- 
politano, poeta di calda e ricca fantasia, copioso 
d'invenzioni, di penna facile, arguta e brillante, 
troppo forse esaltato a 'suoi tempi, ma troppo ancora 
e troppo ingiustamente negletto al dì d'oggi. 

11 Marini dovea piacere, e piacque a Carlo Em- 
manuele principe così letterato., e col poemetto in- 
titolato il Ritratto, panegirico d'esso duca indiriz- 
zato all'insigne pittor di ritratti Ambrogio Figino, 
tanto s' insinuò nella sua grazia, che in gennaio del- 
l' anno seguente fu annoverato tra i cavalieri del- 
l'ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro. 



CAPO SESTO 



449 



Fin dall'ottobre del 1607 era stato ritenuto ai 
servigi del duca in qualità di segretario il genovese 
Gaspare Murtola , uomo di molte lettere, venuto al 
seguito di Pietro Francesco Costa, vescovo di Sa- 
vona, nunzio apostolico. Verseggiava egli pure, e si 
studiava secondo le forze di onorare sì generoso si- 
gnore, sia nella Creazione della Perla, scritta per 
le nozze dell'infanta donna Margarita di Savoia col 
duca di Mantova, sia nel poema della Creazione del 
Mondo, più notabile per la maestà del concetto che 
per la bellezza dell'esecuzione. Imperocché se niuno 
per la facoltà poetica poteva in quel secolo para- 
gonarsi col Marini, moltissimi all'incontro d'assai 
minor fama , superavano facilmente il segretario 
genovese. Sorta tra il Murtola ed il Marini ge- 
losa gara, minutamente narrata dal Marini stesso 
in una delle sue lettere; allargato dall'una parte e 
dall'altra il freno alla maldicenza, il Marini scrisse 
varii sonetti intitolati la Murtoleide, fischiate 9 ^ alle 
quali il Murtola contrappose la Marineide, risate. Ma 
debole egli era a petto al Marini così nello stil sa- 
tirico, come nell'eroico. Tutti ridevano, ma non 
del Marini; del che il Murtola oltre ogni ragione 
alterato, macchinò più rio disegno: ma udiamo il 
Marini : « domenica passata che fu il primo di feb- 
braio (1609), vigilia della Purificazione della Santis- 
sima Vergine, giorno per me sempre memorabile, 
sulla strada maestra presso la piazza pubblica poco 

Voi. il 57 



150 LIIJRO TERZO 

innanzi alle 24 hore, il Murtola, mentre ch'io di lui 
non mi guardava, mi appostò con una pistolella ca- 
rica di cinque palle ben grosse, et di sua propria 
mano molto da vicino mi tirò alla volta della vita. 
Delle palle tre ne andarono a colpire la porta d'una 
bottega che ancor se ne vede segnata , l'altre due 
mi passarono strisciando su per lo braccio sini- 
stro e giunsero a ferire il Braida, giovane virtuoso, 
ben nato, et mio partiate amico il quale mi era al- 
lora a lato, et veniva meco passeggiando: talché piaccia 
a Dio che la scampi. Questo è slato uno dei più sen- 
sibili et evidenti miracoli che sia seguito da gran 
tempo in qua. Miracolo certo della Beatissima Ver- 
gine, la quale per la particolar divotione ch'io le 
porto non volse soffrire ch'io in un giorno della sua 
festività fossi morto così villanamente per man d'un 
traditore: et miracolo anco di San Maurilio del quale 
agli 11 del mese passato io presi il sagro abito; et 
se ne vede la prova manifesta poiché tutta la parte 
sinistra del mantello nuovo è lacera et forata dalle 
palle eccetto la croce che sola vi è rimasa intatta 
et senza offesa alcuna. 11 Murtola fuggendo, ap- 
pena fu in piazza, diede tra i birri e fu preso, e 
condotto in prigione dove subito confessò d' aver 
tirato al Marini con animo deliberalo d'ucciderlo, 
affermando che quando avesse potuto gli avrebbe 
dato di bel mezzodì quando io era in carozza col 
duca (19), e coi cardinali. » 



CAPO SESTO 451 

Il Murtola correa pericolo della forca se lo stesso 
Marini non si fosse reso intercessore per quello 
sciagurato, il quale recossi poscia a Roma dove fu 
adoperato in varii governi; forse perchè all'eia fer- 
rigna non ripugnavano uomini capaci di spedienti 
risoluti e terminativi. 

Si consolava il Marini d'aver fuggita la morte, 
cantando : 



Pensò forse il fellon quando m' offese 
Per atto tal di migliorar ventura, 
E con la voce del ferrato arnese 
D' acquistar grido appo V età ventura. 
Sperò col lampo che la polve accese 
Di rischiarar la sua memoria oscura, 
E fatto dalla rabbia audace e forte, 
Si volse immortalar con la mia morte. 



Ma col Murtola non s'erano allontanati da Torino 
tutti i nemici del poeta. Altezza d'ingegno, e li- 
berta di favella bastavano a procacciargliene un nu- 
golo in qualsivoglia corte, anche la meglio ordinata; 
e tanto più da temersi in quantochè occulti ed usi 
a saettar nelle tenebre. Marini avea composto a Na- 
poli nella sua prima giovinezza, e prima quasi che 
cominciasse a risuonargli all'orecchio il nome di Carlo 
Emmanuele, un poema satirico intitolato la Cuccagna, 
in cui trafiggeva coll'usata mordacità i vizi veri o 
supposti dei grandi che avean maneggio d'affari o 



152 LIBRO TEItZO 

preponderanza in quella citta. A Torino navca la- 
sciato copia a qualche amico. L'arte de' traditori fu 
di persuadere al duca che alcune di quelle allegorie 
fossero scritte in oltraggio di lui. Carlo Emmanuel e 
die orecchio ai malvagi, e subitaneo com'era nelle 
sue risoluzioni, prima di dar adito alle discolpe fé' 
trarre in carcere il Marini, e porre sotto sequestro 
tutti i suoi libri e manoscritti. 

Fra tutti i vizi che possono cadere in un principe 
è la precipitazione uno dei più pericolosi, massime 
quando si tratta di fatti, ne' quali ei medesimo si 
tiene offeso, e di persone dalle quali ha avuto per 
l'addielro prove di devozione e d'affetto. Resistere 
egli debbe ai primi moti dell'amor proprio leso, 
ai primi consigli dell'ira, e rammentare che non è 
mai tanto grande, come quando sa vincer se stesso; 
gli conviene esser lento a ritirare altrui la sua grazia, 
più lento ancora a punire. 

Mal ne seppe al cuor generoso di Carlo Emma- 
nuele 1 di non aver seguitato queste norme, dell'es- 
ser passato col Marini dalle carezze ai birri, quando 
da uomini che avean veduto il malaugurato poema 
in Napoli, nella prima giovinezza del Marini, fu cer- 
tificato non esservi ombra di vero in quello che gli 
era stato supposto. iUlora i maligni, veduta crollar 
la macchina da loro indirizzata contro al poeta, cer- 
cavano di persuadere al duca, che se s'aprivan le 
porte della prigione al Marini, egli di sua natura, 



CAPO SESTO 



453 



maledico"c fiero, si vendicherebbe con velenose rime 
dell'oltraggio; e la fama di Sua Altezza ne rimar- 
rebbe in perpetuo diminuita. Questa nuova malva- 
gità rattenne breve tempo il duca, il quale prosciolse 
il poeta, e lo restituì nella sua grazia; ma nel ren- 
dere i manoscritti, annullò il poema, causa d'un 
tanto errore. E il Marino sapendo che i soli uomini 
impeccabili hanno ragione di chieder principi im- 
peccabili ; che la menzogna e l'adulazione assediando 
costantemente gli accessi del trono, bisognerebbe ai 
monarchi una tempra angelica per non cader mai 
in errore; che ad ogni modo il principe si debbe 
amar come principio quando non si può amar come 
uomo; e che per difetti anche soprabbondanti del- 
l'indole sua, Carlo Emmanuele non lasciava d'esser 
primo capitano e primo uomo di stato de' suoi tempi 
pio, umano, affabile, letteralissimo, e dell'indipen- 
denza italiana caldo amico e promotore efficace; 
Marini, dico, continuò ad amare ed onorare il duca 
e gli altri principi di Savoia, a cantarne le lodi, a 
riceverne tenerezze e segnalati favori. 

« Non volle il Marini fermarsi sotto quel cielo 
dove F ombre erano creduli corpi, e le apparenze 
sostanze.» Così il Loredano, suo biografo, genera- 
lizzando, secondo il solito error di logica, un fatto 
particolare, anzi eccezionale. Il vero è che Marini 
andò a Parigi onde stamparvi V Adone, che qui non 
avrebbe potuto stampare. Dedicò quel poema a Maria 



-554 LIBRO TERZO 

de* Medici, da cui fu regalmente guiderdonato con 
una pensione di 1500 scudi, e con presenti di gioie, e 
di moneta di grandissimo valore. E bene è da dolere 
che sien quei canti corrotti da alcune lascivie e non 
di solo stile, che giustamente li fecero condannare; 
perchè rifulgono di bellezze peregrine e mostrano 
un'altezza d'ingegno, e un magistero di versi certa- 
mente rarissimi; valga d'esempio l'invocazione, da 
cui s'inaugura il poema. 



Io chiamo te per cui si volge e muove 
La più benigna e mansueta sfera, 
Santa madre d' amor, figlia di Giove, 
Bella Dea d' Amatunta e di Citerà; 
Te, la cui stella ond' ogni grazia piove, 
De la notte e del giorno è messaggicra : 
Te, lo cui raggio lucido e fecondo 
Serena il cielo ed innamora il mondo. 



Tornato il Marini in Italia, ricevè a Torino tutti 
quegli incontri e quegli onori che Alessandro avrebbe 
renduti ad Omero (20); dedicò al principe Tommaso 
di Savoia il suo poema della Zampogna e n'ebbe 
in dono una ricca collana d'oro; il principe cardi- 
nale Maurizio lo volle seco nel viaggio di Roma. Ed 
in quella città e a Napoli ebbe onori ed incensi straor- 
dinarissimi, come sono usi, i troppo modesti o troppo 
gelosi Italiani, a renderli a que'soli il cui merito 



CAPO SESTO 455 

sia slato in paese straniero preconizzato. Morì a 
Napoli in marzo del 1625 d'anni 56, e mostrò in sul 
declinar de' suoi giorni così profondo sentimento di 
dolore de'suoi peccati, e massime degli oltraggi dati 
al buon costume, che mosse a pietà tutti gli astanti. 
Finì la vita pronunciando il versetto: Miserere mei 
Deus, secundum magnani miserìcordiam tuam. Fu 
sepolto con pompa regia in San Domenico maggiore 
di Napoli. 

Ma finita sì lunga descrizione torniamo al palazzo 
dei duchi di Savoia. 

Carlo Emmanuele n cominciò la nuova fabbrica 
del palazzo reale negli ultimi anni del suo regno 
co' disegni del conte Amedeo di Castellamonte. Essa 
fu proseguita da Maria Giovanna Battista e dal re 
suo figliuolo. Grandi ne sono le proporzioni, ma non 
soda a gran pezza come ne apparisce la struttura. 
Nel sito in cui ora si vede la cancellata di ferro, 
un eleganle padiglione ornato di colonne, di marmi e 
di statue serviva come d'antiporta al palazzo, e com- 
pensava il difetto d'ornamenti nella facciata. Da quel 
padiglione mostravasi al popolo l'insigne reliquia 
della SS. Sindone; e furono talora a simil fèsta 
fino a sedici vescovi ed un cardinale (21). Dopo di 
essersi esposta alla pubblica venerazione dal padi- 
glione, esponeasi ugualmente per maggior appa- 
gamento del popolo dalle due gallerie del castello, 
come abbiam veduto farsi nell'auspicatissime nozze 



450 UBKO TERZO 

dell' augusto Vittorio Emmanuele duca di Savoia 
colla Imperiale Arciduchessa Maria Adelaide. 

Sopra lo scalone dei palazzo reale è la statua 
equestre di Vittorio Amedeo 1, popolarmente famosa 
sotto al nome di cavallo di marmo. I montanari 
che dai gioghi e dalle valli alpine scendono in 
città non aveano altre volte idea di maggior opera 
dell'arte della scoltura. Ora che cominciano, per 
munificenza del Re, a vedersi pubblici monumenti, 
come si conviene a citta italiana, il cavallo di marmo 
ò scaduto dell' antica fama. Fu modellato questo ca- 
vallo da Pietro Tacca di Carrara discepolo di Gio- 
vanni Bologna, ma è lavoro mediocre. Bella invece 
è la statua del duca in bronzo del Duprè. 1 due 
schiavi di marmo incurvati sotto al cavallo, di egre- 
gio lavoro, diconsi di Giovanni Bologna. L'atrio, 
e lo scalone di questo palazzo s'adornano di busti 
e di statue antiche, le quali derivano dal castello di 
Casalmonferrato , come quelle che vedonsi nel ca- 
stello, e quelle che si vedeano nella galleria delle 
R. Segreterie di Stato. 

Molte volte sono state descritte le opere d' arte 
che adornan la reggia; noi non ridiremo il già detto: 
ai nomi di Giovanni Miele, Daniele Seiter, Carlo 
Delfino, Claudio Beaumont, che vi dipinsero, con- 
viene ora aggiunger quelli di Palagio Palagi Bolo- 
gnese, di Podesti, d'Arienti, di Migliaia, d'Hayez, 
di Storelli, ed altri molti. 



CAPO SESTO 457 

Molti pittori, la cui memoria è perita, contri- 
buirono co' loro pennelli all'abbellimento di questa 
reggia. Ho trovato i nomi d' alcuni di loro, e sono 
Luigi Vanier, Lorenzo Bononcelli, Salvator Bianco, 
Pietr' Antonio Pallone , Gerolamo Ghersi , Aurelio 
Gambone, che operarono dal 1686 al 1694 (22). 

Ma l'arte a quel tempo era scaduta, e maggior 
copia, certo d' illustri pennelli ebbero a' loro servigi 
Emmanuele Filiberto e soprattutto Carlo Emma- 
nuele ì e Maria Cristina, sua nuora, che non Carlo 
Emmanuele n e Maria Giovanna Battista. E nondi- 
meno la reggia Torinese e ancora per l'interno suo 
splendore una delle più ricche e più magnifiche ; e 
la camera chiamata dell'alcova, tutla ornala di gran- 
dissimi vasi del Giappone, non teme confronti. 

Il padiglione che dividea la piazza Castello dal 
palazzo reale e la galleria, che congiungeva il ca- 
stello, o palazzo di Madama col palazzo del re, furono 
atterrali ne' primi anni del governo francese (25). 
Allora si trattò pure di distruggere il castello sotto 
colore di togliere ogni ingombro alla piazza. 

Per buona sorte l'occhio di Napoleone fu più 
artistico e la sua volontà più discreta che quella dei 
barbari che avean messo innanzi un disegno lanto 
balordo, e il castello rimase. 

»i2« 



roi. n 



58 



IN O T E 



(J) Conto del tesorier generale. 

(2) Monsignor di Montigian, e monsignor di Termes che occupavano le 
case del generale Sebastiano Ferreri ( stipite degli antichi e del moderno 
principe di Masserano), situate nella parrocchia di Santa Maria. Prima della 
guerra abitava nell'arcivescovado Gotier Lopez, arnbasciadore di Carlo v. 

(3) S.Carlo Borromeo fu alloggiato in casa della conlessa di Pancalieri. 
V. informazioni prese dal cardinale Lauro sull'utilità della vendita del pa- 
lazzo arcivescovile. Questa vendita non fu stipulata che il 12 febbraio 1583, 
ed approvata il 14 dicembre 1584. V'era allora il progetto di costruire col 
prezzo della vendita (I2|m. scudi, cresciuti poi fino a I5rm. ) un altro pa- 
lazzo arcivescovile sulla piazza di San Giovanni, di fronte al duomo. 

(4) V. Storia di Torino, voi. i, 260. 

(5) [nventaire du chateau de Turin. 

(6) Conto del tesorier generale Valle. 

(7) Pasero ed i padri Robiolio e Ballada avevano perfino cercalo di per- 
suadere all'Inquisizione di Roma che per arie magica il Cauda scopriva i 
segreti de' gabinetti de' principi, e li rivelava al duca; ond' era ventilo 
l'ordine al padre inquisitore di procedere contro al Cauda. Ma il duca non 
lo permise. 

(8) Memoria sulle calunnie nere ed esecrabili contro alli presidenti Cauda, 
Ruffino, ecc. Archivio di corte. 

(9) Questo si ha dalle storie del Castiglioni medesimo, il quale delincando 
il ritratto del Pasero, lo chiama : amatore di novità, di spirito inclinato 
ai risentimenti, dedito alle vendette, pronto alle violenze.— Archivi di 
corte. 



CAPO SESTO, NOTE 459 

(IO) Tutte le cose narrate risultano dagli atti de' relativi procedimenti. 
Del supplicio delle due donne parla anche il Soleri nel Diario già citato. 
Nel 1720 v'era a Castellamonte una donna chiamata Antonia Polletta, 
creduta dal volgo regina delle streghe. — Poco prima, in Savoia, un cano- 
nico era condannato, in contumacia, dal Senato alla pena di morte, per 
aver passato tre dì e tre notti nella caverna des Balmes per far sortilegi coi 
libri d' Agrippa, e trovar tesori. 

(il) Archivio di corte. Materie criminali. 

(12) Lasciatolo quasi per morto, restò senza poter più muover la lingua 
quasi esanimato. V. La calunnia svelata, ovvero Li riscontri dell' inno- 
cenza difesa, dell' illustrissimo ed eccellentissimo signor conte Catalano 
Alfieri. Libro a stampa nella biblioteca di Sua Maestà. 

(13) Soleri, Diario. 

(14) Biblioteca Modenese, vi, 3i2. 

(15) Più de' fiorini 7475 pagati al signor cavaliere Zuccaro, pittore per 
intiero pagamento della servitù fatta, si da lui, che da' suoi uomini, 
tanto alla galleria, cK altr opere, sino per tutto aprile prossimo pas- 
salo. — Conto del tesoriere Valle. 1606. 

(16) Monnier, Anliquités,mcmoires,ctc.,de France, Bourgogne, Savoie, 
Piedmont, atc. Lille, 161 4, pag. 46. 

(17) Theatrum statuum R. Cels. Sabaudiae ducis, e te. 

(8) Neil' Archivio dell'insigne badia di Montecassino, dove fui accolto 
colla più cortese ed amorevole ospitalità, e dove contrassi care corrispon- 
denze d'affetto, si conserva un registro di lettere del cardinale Aldobrandino 
delnegociato della pace conclusa in Lione tra Arrigo iv e Carlo Em- 
manuele i. 

(19) Così onoravansi da quel principe i nobili intelletti.— E il Chiabrera, 
non ornalo d' altri ricami che del proprio merito, fu dallo stesso duca fatto 
servire, mentre dimorò a Torino, d'una delle sue carrozze a quattro ca- 
valli, dimostrazione d'amorevolezza, la quale, come nota il biografo, solea 
farsi agli ambasciatori de' principi. —Del Marini e del Murtola parlano il 
Cinelli nella Biblioteca volante, hi, 379; il Ghilini, nel Teatro d'uomini 
letterati, 104. 

(20) Gianfrancesco Loredano nella Vita del Marini. 

(21) Guida di Torino 1753 (del Craveri). 

(22) Conti dei tesorieri generali. 

23) Fu ordinata la demolizione in marzo del 1801. 



CAPO SETTIMO 



Piazza Castello. — Portici costrutti in principio del secolo xvu, sui 
disegni del Vittozzi. — Strada Nuova aperta nel 1615. — Palazzo 
del conte Martinengo, poi di donna Matilde di Savoia, poi dei 
principi di Francavilla. — Fiere di S. Germano. — Prova d'armi 
d'un cavaliere errante con un ciambellano del duca nel 1449. — 
Quintane, giostre ed altre feste in piazza Castello. — Abbazia degli 
Stolti. Curiosi privilegi dell' abate e dei monaci. — San Lorenzo 
cappella di corte. — Teatini. — Chiesa di San Lorenzo. — Piazza 
detta di Madama. — Teatro Regio. — Palchi occupati nel 1745 
dal marchese d' Ormea, dal conte Bogino e dal conte Alfieri. — 
Segreterie di Stato. — Archivio di corte. 



Jn principio del secolo xv angusto era lo spazio 
che rimaneva avanti al Castello. Allora per ordine 
del principe d' Acaia s'allargò la piazza atterrando 
varie case. Nel 1659 si distrussero i due piccoli 
isolati che ingombravano la miglior parte della piazza 
ora chiamata Reale, dov' era la fonderia dell' arti- 
glieria, e P arsenale, e si edificò invece Y elegante 
padiglione che già abbiam rammentato. 



LlBItO TEKZO, CAPO SETTIMO 



4G1 



11 lato di piazza Castello che guarda a levante, 
venne ricostrutto su disegno uniforme tra il 1606 
ed il 1615. Dal canto meridionale dov'era la casa 
del medico Busca, archiatro del duca, fino al sito 
ora occupato dalla chiesa di San Lorenzo, ed allora 
della casa della prevostura di Pollenzo, non s'apriva 
altra strada che quella di Dora Grossa, e le case 
si levavano or alte or basse, disformi d'architettura, 
secondo il talento di chi le avea costrutte. Di quel- 
1' anno Carlo Emmanuele ì fé' delineare dal capi- 
tano Ascanio Vittozzi, d'Orvieto, gentiluomo romano, 
che fin dal 1584 era suo ingegnere ed architetto, un 
disegno uniforme con ampio porticale, e ordinò ai 
padroni della case di rifabbricarle, con facoltà di 
occupare gratuitamente pei portici parte della piazza, 
oppure di vender le case a chi pigliasse l'obbligo di 
rifabbricarle secondo il disegno suddetto. Ma impa- 
ziente coni' egli era, vedendo che l'opera procedea 
con molta lentezza, due anni dopo, in occasione delle 
feste che rallegrarono il carnovale di quell'anno, già 
fatto solenne dal doppio matrimonio delle due In- 
fanti maggiori Margarita ed Isabella, maritate ai 
principi di Mantova e di Modena, costrusse egli 
stesso attorno alla piazza Castello, innanzi alle case, 
un giro di portici surmontati da una galleria aperta, 
che donò per patenti del 26 marzo 1612 ai padroni 
degli edifìzi retrostanti, con obbligo di fabbricare 
sopra quelli almeno due piani (1). 



4G2 LIBRO TERZO 

11 lato della pia/za che guarda al nord, fino a 
porta Castello, ed al bastione di Santa Margarita, a 
cui s'appoggiava, non era prima del 1615 interse- 
cato da nissuna strada ; ma formava una linea non 
interrotta di case fino alla via chiamala allora del- 
l' Anello d'oro dall'osteria di tal nome, ed ora della 
Palma. 

Già per altro quella parte della piazza s' era co- 
minciata a nobilitare, ed il conte Francesco Marti- 
nengo, marito di Beatrice Langosco, v'avea edificato 
un palazzo del quale, traendo profitto della disgrazia 
in cui cadde il Martinengo, e del procedimento cri- 
minale che s 1 instiluì contro di lui contumace, si fé' 
investire donna Matilde di Savoia, figliuola d'amore 
di Beatrice Langosco, da cui passò a' suoi discen- 
denti marchesi di Simiana e di Pianezza, e poi ai 
principi di Francavilla (2), ed è quel medesimo che 
rifatto più tardi, apparteneva ai dì nostri al ban- 
chiere Martini. Ma nel 1615 si cominciò sui disegni 
del Vittozzi la strada Nuova, atterrando le case che 
faceano impedimento, e tra le altre quella del 
Nicolto, cameriere di S. A., il quale confinava a 
levante con Antonino Parentani, pittore già lodato, 
a ponente col palazzo Martinengo, al nord colla 
piazza Castello, al sud col Trincotto di madama 
Caterina Meraviglia, ossia Verintiana, già da noi ri- 
cordata (3). A levante del palazzo Martinengo, e 
della strada Nuova, lo slesso Vittozzi ebbe dono 



CAPO SKTTIMO 



405 



di sito per costrurvi un palazzo; ma non l'edificò, 
impedito da morte; ed invece Ludovico San Martino 
d'Aglio di S. Germano costrusse il bello edilìzio che 
è tuttora posseduto da' suoi discendenti, e che allora 
s'appoggiava al muro della citta. Il celebre don Fi- 
lippo d'Aglio suo nipote l'ampliò. Questa illustre 
famiglia ebbe il generoso pensiero di destinare il 
vasto portico che è sotto la casa ad uso di fiera, 
ed una iscrizione che ancor si vede sotto allo stesso 
portico ha tramandato ai posteri la memoria del 
benefìcio procurato (4), dappoiché con patenti del 
4 maggio 1685, ad istanza del marchese Carlo Lu- 
dovico San Martino di San Germano grande scu- 
diere, Vittorio Amedeo n die facoltà di tenere in 
Torino due fiere annue chiamate di San Germano, 
Tuna per quanto era lungo il carnovale, 1' altra in 
principio di maggio, in occasione della festa del 
Santissimo Sudario. 

Piazza Castello fu sovente campo d' armeggerie , 
di corse e d'altre feste. Nel mese di settembre del 
1447 venne alla corte di Savoia al duca Ludovico 
messer Giovanni di Bonifacio cavaliere errante (che- 
valier aventureux) il quale, andando per. le corti de' 
principi cercando occasioni di segnalarsi, avea sen- 
tito ricordare tra i più valorosi cavalieri messer Gio- 
vanni di Compeys, sire di Thorein ciambellano del 
duca di Savoia. Tanto bastò perchè l'accendesse 



Ì61 LIBRO TKBZO 

nobil desk) di provarsi con esso; onde toltane so- 
lennemente Timpresa non mise tempo in mezzo, ma 
venne in Savoia a ricercar il suo famoso avversario 
che gli piacesse di battersi con lui a pie ed a ca- 
vallo secondo i capitoli che egli avea formati, e di 
levargli V insegna che portava per questo fine. Era 
quest' insegna, chiamata anche emprise, un pubblico 
riconoscimento che si portava d' una promessa o 
d' un voto solenne, la quale non potea deporsi fin- 
che la promessa fosse adempiuta. 11 Compeys chie- 
dette al duca facoltà d'accettare la sfida, e l'ebbe, 
onde i due cavalieri furono d'accordo di far quelle 
prove innanzi al duca e di rimettersi al suo giu- 
dizio. 

Prima un' infermità e poi gli atYari di stalo im- 
pedirono il duca d' occuparsi di quella impresa. E 
l'errante cavaliere ebbe la costanza d'aspettare fino 
al 12 dicembre del 1449, giorno a cui fu final- 
mente assegnata la prova, e nel quale innanzi al 
castello di Torino, alzale le barriere e sedendo il 
duca in trono (nous tenans sièges de prime ès lices 
pour ce faistes en la place deuant nostre chastel de 
Turirì) cominciò la battaglia. Durò assai tempo in 
quel giorno , e poi si rinnovò ne' giorni seguenti , 
a pie ed a cavallo. Non si sa chi riportasse il van- 
taggio, imperocché il duca nelle lettere patenti che 
ne spedì dichiarò que iceux ckcvaliers premicrcmcìif 



CAPO SETTIMO 



465 



apied puis a cheval se porterent vaìllamment en grani 
pronesse et hardiesse et tellement firent come ung 
chescun peut voyr. Ma noi che non abbiamo veduto 
dobbiamo star contenti al giudicio del duca e cre- 
dere che tutti e due si sieno portati bene. Presenti 
a quel duello erano Giacomo della Torre cancellier 
di Savoia, Giovanni bastardo d' Armagnac, Luigi di 
Savoia, Sire di Racconigi, maresciallo di Savoia, 
Giacomo di Valperga , Amedeo di Luserna ed altri 
molti. Le lettere patenti hanno la data del 16 gen- 
naio 1450 (5). 

A' tempi di Carlo Emmanuele l, la corte di 
Savoia era delle più liete. Questo principe trovava 
invenzioni ingegnosissime per feste allegoriche, ca- 
valleresche ad un tempo e mitologiche. Ad esempio 
del principe, i suoi figliuoli ed i cortigiani esercita- 
vano la loro facoltà inventiva. Alcune di queste feste 
davansi nel palazzo, o in teatro. Varie nel giardino, 
o nel parco. Si ha memoria di favole pastorali fatte 
rappresentare in quest'ultimo sito nel 1601; d'una 
gran festa che vi si diede al maresciallo di Crequy 
nel 1629. La piazza Castello si riservava alle corse 
al Saracino, chiamato altrimenti facchino, o uomo 
armato ; che era un gran gigante di legno girante 
sur un perno con braccia armate di bastone. Si 
correva contra di lui colla lancia in resta. Se la 
lancia percuoteva nel mézzo del petto il gigante non 
si moveva, ed il colpo era onorato : per poco che 

Voi. Il 59 



466 unito tkrzo 

deviasse, la macchina girava rapidamente, ed il ma- 
laccorto feritore era colpito dal bastone del Sa- 
racino. 

Queste corse faceansi d'ordinario, in principio 
dell'anno o nel giorno della festa del Santissimo 
Sudario. 

In gennaio del 1607 due cavalieri nascosti sotto 
ai nomi di cavalier Prodicleo e di cavalier Anteo, 
che s' intitolavano guerrieri d' amore , sfidarono a 
tre colpi di lancia nell'uomo armato chiunque vo- 
lesse opporsi alla verità che proclamavano man- 
tenendo: CHE SE NON È GRADITA LA SERVITÙ DE* CA- 
VALIERI, NASCE DAL POCO MERITO E MOLTA INCOSTANZA 
LORO (6). 

Nel 1619 Filiberto di Savoia gran prior di Castiglia 
sfidò a tre colpi di lancia e cinque di stocco chiun- 
que avesse ardir di negare che: vero amante non 

È QUELLO CHE HA SPERANZA. 

Poco dopo si onorarono con una giostra in 
piazza Castello le nozze di Vittorio Amedeo prin- 
cipe di Piemonte con Cristina di Francia figliuola 
d' Arrigo vili (7). 

Piazza Castello serviva prima d'Emmanuele Fili- 
berto aux esbattemens et aux honneurs della abbazia 
degli Stolti. Era questa una gaia compagnia insti- 
tuita nella prima metà del secolo xv, e dal duca 
Ludovico approvata e privilegiata, la quale aveva 
l: incarico di regolare le feste pubbliche, di ordinare 



:apo settimo 



167 



giocondi ricreamene, liete brigate, allegri conviti, 
graziose veglie, d' incontrare e d'onorare i principi 
forestieri congiunti di sangue colla casa di Savoia, 
d'imbandire festini alle dame ed ai signori della citta, 
di dare spettacoli sulla pubblica piazza. Essa avea 
poi privilegio di far pagare alle novelle spose il 
dritto di barriera, recandosi in beli' arnese 1' abate 
co' suoi monaci lungo il cammino che la novella 
sposa dovea percorrere, e vietando festivamente alla 
medesima il passo, finche non avesse pagata la mo- 
neta determinata dalla consuetudine. 

Grave era siffatta consuetudine per i binubi, i 
quali, onde ricomperarsi da quella musica discorde 
di paiuoli, molle, pentole e padelle che disturbava 
la prima sera delle nozze (8), doveano un desinare 
a tutti i monaci, ed un quarto di grosso all'abbazia 
per ciascun fiorino del valsente della dote. 

Questo privilegio ed un altro, di cui parleremo, 
erano certamente stati conceduti e a Torino ed in 
tutte le grosse terre, all'abbazia, affine di comin- 
ciare a metter regola ed ordine in ciò che prima 
operavasi per incomposta violenza di moto po- 
polare. 

Se taluno si lasciava battere dalla propria moglie, 
andava Vabbazia degli Stolti a pigliarlo, lo poneva 
cavalcioni sopra un asino, e lo conduceva per le 
vie della città circondato da molti monaci armati di 
conocchie. 



4(iH 



unno terzo 



Ancora i monaci poteano obbligare i facchini ed 
altra gente minuta a scopare e nettar la piazza in 
cui si doveano far i giuochi; riscuotevano da ogni 
bottegaio un quarto di grosso all'anno per mantenere 
i tamburini; dai beccai una spalla di montone pe' 
banchetti delle dame; dagli speziali una torcia per 
accompagnare le dame secondo l'usanza. 

I bovari poi e li carrettieri erano tenuti alle feste 
di Pentecoste di condurre un carro di rami verdi e 
fogliali, per far le frascate. 

Filippo di Savoia, chiamato monsignor di Bressa, 
fu monaco di questa badia, i cui privilegi vennero 
ancora approvati da Carlo in; ma che probabilmente 
venne meno durante V occupazione Francese (9). 

Attigua al palazzo della regina Maria Cristina 
è la chiesa di San Lorenzo, la cui bizzarra ed ar- 
dita struttura è degna d'essere considerata; impe- 
rocché sebbene vi si vegga come in tutti gli edifìzi 
dello stile Borrominesco e Guariniano l'abuso delle 
curve, non manca ne di bellezza, nò di grazia, ed 
abbonda di quella originalità, che invano si cerca 
ne'moderni edifizii, che tutti hanno maschere greche, 
o romane, o gotiche, o svizzere, ed anche peggio, 
ma non hanno fisionomia loro propria (10). 

Emmanuele Filiberto nella battaglia di San Quin- 
tino, combattuta il giorno di San Lorenzo, avea fatto 
voto di consecrargli una chiesa, se Dio gli concedea 
la vittoria. Lo stesso voto avea fatto lunge dai 



CAPO SKTTIMO 469 



pericoli della battaglia Filippo n re di Spagna. La 
vittoria del duca di Savoia fu trionfale. Filippo 11 
per segno di gratitudine a San Lorenzo edificò quel 
famoso monastero dell'Escuriale presso Madrid, che 
è una delle maraviglie di Spagna. Emmanuele Fi- 
liberto che non avea i tesori del nuovo mondo e 
rientrava in un dominio spolpato, consumato dalla 
lunga guerra, dovette star contento a minori dimo- 
strazioni. Era in prossimità del palazzo, appoggiala 
al muro della città, a settentrione, una chiesuola 
di tre altari dedicata a Santa Maria del presepio, 
e propria de' canonici del duomo. 

11 duca meglio adornatala, rifatto l'aitar maggiore, 
la dedicò a San Lorenzo, e la fé' da Gregorio xm 
privilegiare di molte indulgenze. Rimase quella chie- 
setta cappella di corte, ma non v'ebbe altro tempio 
in onore del santo martire (11), finche s'introdusse 
a Torino l'ordine de' Teatini. 

Nel 1600 ardea la guerra tra il duca di Savoia 
ed Arrigo iv re di Francia, in seguito alla occupa- 
zione del Saluzzese fatta da Carlo Emmanuele i. Il 
cardinale Aldobrandino fu mandato dal papa a recar 
parole di pace. Venne a Torino ed avea con se il 
padre Tolosa Teatino, che fé' conoscere al duca. 
Andò quindi a Tolone dov' era il re con Maria de' 
Medici sua consorte. Là il padre Tolosa, predicando 
innanzi alle loro maestà intorno ai mali della guerra 
ed ai benefizi della pace, parlò con tanta eloquenza 



470 LIBKO TERZO 

che il re ne fu commosso e si dispose all' ac^ 
cordo. 

Fu poi Tolosa fatto arcivescovo di Chieti, e nel 
1605 venne a Torino in qualità di nunzio aposto- 
lico. Carlo Emmanuele i lo tenne in conto d'amico, 
e da' suoi discorsi e dall' aver udito parecchie volte 
in duomo predicatori Teatini s' andò via via inco- 
rando d'introdurre quell'ordine nella sua capitale. 

Nel 1621 ne scrisse lettere al generale dell'or- 
dine Vincenzo Giliberti che venne per questo fine 
a Torino. Ma non s' avea per allora né casa né chiesa 
da cedere. I tempi eran duri, e non v'era modo 
di cominciar nuove fabbriche. 

Vennero tuttavia due padri e due laici; Gaetano 
Cessa e Dionisio Dentice abitarono alcune camere 
vicine al duomo, dove celebravano e predicavano. 

Furono poi trasferiti alla chiesa di San Paolo, 
ma in breve dovettero uscirne per le molestie di 
que' battuti; andarono a San Michele, ma l'angustia 
della casa e l'aria malsana li cacciò. Passarono nel 
1623 nella casa degli eredi del contadore Agostino 
Falletto vicino alla Trinità, dove crebbero al numero 
di dodici religiosi, e rimasero fino al 1634 (12), nel 
qual anno con lettere patenti dell' 8 d'aprile, ebbero 
dalla liberalità di Vittorio Amedeo ì la casa attigua 
al palazzo del cardinal Maurizio di Savoia (ora della 
regina Maria Cristina), ove sollecitamente, e con 
danaro proprio, e con limosine raccolte, e co'sussidii 



CAPO SETTIMO 471 

de' principi si diedero a costrurre una chiesa degna 
e capace. 

Di queir anno medesimo se ne pose la prima pietra 
dall' arcivescovo Provana (13). Ma i lavori prosegui- 
rono con grande lentezza per difetto di danaro. 1 
Teatini che faceano il quaresimale a San Giovanni 
lasciavano d' ordinario alla fabbrica parte della 
ricca mercede annessa a quel pulpito. Ma ciò era 
poco. Frattanto giunse da Parigi nel 1666 il padre 
Guarino Guarini Teatino, e fu creato architetto civile 
e militare del duca. Profondo matematico, non meno 
che abile architetto, egli disegnò molti edifizi pub- 
blici e privati di questa città, e fra gli altri la cap- 
pella del Santo Sudario e la chiesa di San Lorenzo. 
La sua presenza die stimolo ad avanzar l'opera , 
ed abbondando gli aiuti, e della corte, e del pub- 
blico, la chiesa fu condotta a compimento nel 1687, 
quattr'anni dopo la morte dell' architetto, sebbene 
fin dal 1680 cominciasse ad essere uffiziata (14), 
essendosene coi doni di Madama Reale Maria Gio- 
vanna Battista edificato il ricchissimo altare mag- 
giore (15). 

La cupola della chiesa di San Lorenzo è molto 
fantastica, e si sostiene per archi che vanno a mano 
a mano digradando, ed equilibrandosi l'un sull'altro. 
Nel primo altare, a destra entrando in chiesa, la 
tavola col Crocifìsso, Maria Santissima, la Maddalena 
e San Giovanni è del padre Andrea Pozzi Trentino. 



172 LIBRO TEMO 

Domenico Maria Muratori Bolognese, ottimo dise- 
gnatore, ma coloritor mediocre, che dipinse a Roma, 
a Pisa ed altrove, è l'autore della tavola del terzo 
altare in cui è effigiata la Vergine in gloria, con 
sotto varii santi. La tavola dell'aitar maggiore è del 
cav. Marc' Antonio Franceschini, Bolognese, disce- 
polo del Cignani, ma miglior del maestro, il quale 
dipinse fra tante altre opere insigni, anche gli af- 
freschi della sala del consiglio grande di Genova, 
ammirati dai Mengs primachè fosser distrutti dal 
fuoco. Ma il nostro San Lorenzo non è tra le mi- 
gliori sue opere. I due angioli di marmo ai lati del 
quadro sono del Tantardini. 

Sull'urna dell'aitar maggiore è scolpita in basso 
rilievo la battaglia di San Quintino con un angiolo 
che benedice le genti capitanate da Emmanuele Fi- 
liberto. 

Il quadro delle anime purganti nell' ultimo altare 
a cornu evangelii è opera del cav. Peruzzini di Pe- 
saro, che dipingeva, come si vede, nello stil carrac- 
cesco e che godette a' suoi tempi di bella fama. 

I Teatini cacciati dalla rivoluzione francese, non 
sono stati ristabiliti dopo ristaurata la monarchia. 
La chiesa è ora ufficiata da una parte dei canonici 
della Trinità, e serve per volere di S. M. ai fune- 
rali dei cavalieri dell'ordine militare e dell'ordine 
civile di Savoia. 

Piazza Castello (ino ai primi anni del secolo xvn 



CAPO SETTIMO 475 

ora terminata a levante dalla galleria del castello, 
e dal muro della citta che trovavasi verso la meta 
del corpo dello stesso castello tra 1' una e l'altra 
torre. A' mezzodì era chiusa, come si è detto, da 
un lungo isolato. Cominciò allora Carlo Emmanuele i 
ad aggiungere, come abbiam veduto, dieci isolati al 
meriggio sulla linea della chiesa di San Carlo, e per 
dare diretta comunicazione dal suo palazzo alla città 
nuova, aprì la via che si chiamò Nuova (1615). 
Qualche anno dopo (1619), aperse un' altra strada 
che dal palazzo di citta sboccasse in faccia alla 
galleria del castello (via de' Panierai). Quando poi 
Maria Cristina e Carlo Emmanuele n ebbero il vasto 
concetto di comprendere il borgo di Po nella città, 
allora si raddoppiò verso levante su disegno uni- 
forme, la piazza Castello, quale vedeasi verso po- 
nente ; il castello divenne centro della piazza, e 
la porta della città si trasferì, come si è già dichia- 
rato, in fine della stupenda via di Po, ricostrutta 
anch'essa con architettura uniforme del Bertola. 

Abbiam veduto che serviva di teatro alla corte il 
salone del castello. Un altro teatro era nel palazzo 
vecchio. Quando s' ampliò la città a levante, Carlo 
Emmanuele n fece costrurre il teatro delle feste vi- 
cino al silo (16), ove sorse più tardi il gran teatro 
architettato dal conte Benedetto Alfieri. 

11 novello Regio teatro fu costrutto negli anni 1758, 
1759, in sito attiguo al teatro antico; e la società 

Voi. IT 6D 



474 LIBRO TERZO 

di cavalieri che n' ebbe allora la direzione, offerì 
spontaneamente al re il prestito di lire lOOmi. per 
sei anni, senza interessi, onde aiutarne la fabbrica. 

Per qualche anno rimasero in piedi ambedue i 
teatri; ma verso la metà del secolo il teatro vecchio 
fu preda delle fiamme (17). 

Il secondo ventennio fu nel secolo scorso come 
nel presente un periodo di tempo eminentemente 
teatrale, essendosi costrutti, oltre al Regio teatro 
di Torino, i teatri d' Alessandria, Casale ed Asti. 

Nel 1745, nel Regio teatro di Torino il marchese 
d'Ormea occupava il secondo palco in seconda fila 
a mano destra, allato a quello del Re; il conte Bogino 
il decimoquinto a destra in quarta fila, allato a S. 
A. il conte di Susa: il conte Alfieri, primo architetto 
di S. M., la settima a sinistra. Sono di tanti nomi i 
soli che dopo un -secolo si possano ricordare. 

Era celebre in esso teatro una tenda dipinta da 
Bernardino Galliari che rappresentava il trionfo di 
Bacco. Da pochi anni questo teatro fu restaurato ed 
abbellito di vaghi dipinti dal cav. Pelagio Palagi. 

L'Accademia militare fu eretta dal già lodato Carlo 
Emmanuele n sui disegni del conte di Castellamonte. 
I regii archivii di Corte ed il palazzo delle segre- 
terie di Stato vennero edificati da Carlo Emma- 
nuele in sui disegni dei Juvara. 

Un sotterraneo, chiamato perciò crota, accoglieva 
anticamente nel castello di Ciamberì ed in quello 



CAPO SETTIMO 



475 



del Bourget i tesori di metallo e di carte, che con- 
leneano le ragioni del principe, e il fondamento 
dalle sue corrispondenze co' principi forestieri, co' 
vassalli e co'sudditi. A' tempi di Carlo Emmanuele 1 
gli archivii si conservavano in una delle torri del ca- 
stello. Carlo Emmanuelè in le pose in magnifiche 
sale attigue alla reggia , ma per isventura, troppo 
anche vicine al teatro. 



NOTE 



(1) Duboin, Raccolta di leggi, 910. 

(2) Allegazioni in fatto ed in ragione nella causa del marchese Marti- 
nengo contro alla principessa di Francavilla, voi. 11, 73. 

L'avvocato Modesto Paroletti nell'erudita sua opera Turiti et ses cu- 
riosités, ha narrato alcuni particolari intorno a questo palazzo Martincngo: 
ma prese inganno dove afferma che s'estendeva 6no al sito ov'è la bot- 
tega del libraio Reycend. 

(3) Archivio camerale. Contratti, registro lxxi, fol. 19. 

(4) CIVES EXTERl ADESTE 
PVBLICAE VTILITATI LIBERVM HIC EMPORIVM 

INST1TVIT 

n. carol. i.vnov. s. Martin, ab aladio 

MARCHIO S. GERMANI 

PRIVILEGIO IN SVCCESSORES VALITVRIS 

A VICT. AMED. Il SAB. DVCE CYPRI REGE 

IN PERPÈTVVM CONCESS1S 

AN. SAL. 1685. 

(5) De Clauxo, protoc. xcvi, fol. 392. Archivi di corte.— -Essendo questa 
cosa rara e curiosa, non sarà discaro di qui vederne il tenore: 

Loys, duc de Savoie., etc. 

Savoir faisons que come noble messire Jehan de Boniface, cheuaticr 
auentareux, l'an mccccxlviì ou moys de settembre uenisl eti nostre 



CAVO SETTIMO, NOTE 



477 



court réquérir nostre cheualier bien amè feal consciller et chamdèUain 
messire Jehan de Compois seigneur de l'horein, cheualier, lequel il 
auqit ouy és autres cours des princes, conme il disoit, eslre réputé va- 
leureux cheiialier et expert en armes quii voulsict accomplir et fere ouec 
luy darmes a pie et a cheual second le contenu de aucunx chapitres quii 
portait et luy leuer l'enseigne que pour ceste cause il auait sur soy. Et 
après nostre dit chambellain le seigneur de Thoreins accepta les diles 
armes de nostre congie et ouctroya au dit cheualier auentureux de les 
ly acomplir pardeuant nous et soubs nostre jugement. — 

(Espone i motivi di malattia e d'affari di Stato, per cui egli non ha 
potuto assegnar un giorno per quelle prove d' armi.) 

Ains a este force a iceulx cheualier s d'atendre nostre conualescence 
par gracieuses dilacions jusques le xu jour du moys de decembre dar- 
riere passe que lesdis cheualiers en bel estat et habillemens se presenterent 
pardeuant nous lors nous lenans siege de prince ez licez pour ce faictes 
en la place deuant nostre chastel de Turiti esquelles lices voyans et as- 
sistans grant multitude de notables persones-, Par nostre licerne, tant 
le dit jour, que certeins aultres jour.s après ils procederei a leurs dictes 
armes et à V éxecucion des quelles iceux cheualiers prémièrement a 
pied, puis a cheual se porterent vaillamment en grant prouesse et ha- 
rdiesse et tellement firent come ung chescun peut voyr. 

Donne z en nostre cité de Thurin le xvi jour de januier lan de grace 
milccccL. 

Pour monseigneur pres. mess. 

Jaques de la Tour chancell. de Savoye. 

Jean, bastard d'Armagnac. 
ect. 

, 6) Ecco il tenore del cartello di sfida : 

Tale è l'osservanza che vero amore ne' petti de' cavaglieri verso le 
dame imprime, che i sdegni e le ripulse (come di lealtà sicura prova), fa 
stimare grazie e favori. È però nella reggia del dorato Toro, dove sotto ma- 
gnanimo Duce e novelli heroi fioriscono le virtudi e l'arme, sì poco da' ca- 
valieri intesa questa legge, che dove le tocca in sorte amoroso servire senza 
pronta mercede, scordati di loro stessi e della fede con vane doglienze, in 
un momento volgono i suoi pensieri altrove. Di che certificati i due sotto- 
scritti guerrieri d'amore, per difendere da sì ingiuste querele dame, la cui 
rara beltà è accompagnata da senno e valore, abbandonando altre felici 
imprese, hanno determinato di yenirc in questo luogo, dove fanno sapere : 



478 CAPO SETTIMO 

CHE SE NON È GRADUA LA SERVITÙ DI' C»V*LIEBI, NASCE HAI. POCO MERITO 

e molta inconstanza eoro. E per Ironcare ogni mal fonda.a raggio" „ 

ZZIT: V0 ' eSSer0 add " rre ' S ' 0,IerÌSCOn0 per ' 28 di " e " ar » * — 
nerlo con le arno ,n mano a Ire colpi di lancia nell'uomo armalo contra 

tS^St r 0t V UUth ardÌfe d0I,p0rSÌ » '*"«« - ritó - ™°»*" - 
B usta citia di Torino li 25 genaro mdcvii. 



il cavaglier Prodicleo.— il cavaglier Aliteo. 

(7) Delle giostre alla corte di Savoia. V.Cibrario, Opuscoli, edizione del 
Fontana. 

(8) Chiamata in varii statuii Zabramaritum, salita ai dì nostri all'onore 
di significazione politica, Charivari. 

(9) Archivio del venerando collegio de' causidici di Torino. 

(io) È più che pedantesco ed ingiusto il giudicio che si reca di questo in- 
signe architetto nel Dizionario del Ticozzi, in cui si dice che fu architetto 
del duca di Savoia, perchè ogni idea di buon gusto era perduta. — Che 
vane città ebbero piuttosto la sventura che la sorte d'avere edifizii di 
sua invenzione;— tutto in queste fabbriche è arbitrario, irregolare, sfor- 
mato. —Morì per VANTAGGIO DELL'ARTE nel 1683!!! 

Certamente lo stile del Palladio e del Sansovino, del Sanmicheli, ed 
anche quello di Juvafa e d'AlQeri è assai migliore. Ma niuno contesterà al 
Guari», un gran merito d'invenzione, un gran merito di difficoltà superale, e 
se non la purezza, la semplicità, l'eleganza, un genere di bellezza e di grazia, 
< he per essere ricercato, non tralascia d'esser piacente. Chi potrà dir che 
il Marini non era poeta, e gran poeta, quantunque servisse al traviato sen- 
timento del suo secolo? Il Guarini é il Marini dell'architettura. 

(11) E dal canto verso laporla della città detta porta Palazzo, il detto 
palazzo capitulato, ossia il suo sito non si estende salvo fino al luogo 
dove al presente è edificata la cappella di S.Lorenzo, appoggiala e con- 
tigua alla detta muraglia della città.— Esami fatti da monsignor Vincenzo 
Lauro, nunzio apostolico, intorno alla convenienza dell'alienazione del pa- 
lazzo vescovile. Archivi di corte. 

(12) Avendovi essi padri fino al presente di continuo con gran divo- 
tione et edificatane nostra et de'nostri sudditi mantenuto religiosi, 
massime di nazione napoletana et oltre alla amministratione et prediche, 
hauendoui eretto una congregatione sotto il titolo de' Servi della Santis- 
sima Madona della disciplina, con gran concorso non solo di popolo, 
ma della nobiltà, cavalieri et uffizioli della corte nostra et dei nostri 
magistrati .....— Archivio camerale. Patenti, registro lui, 50. 



note 479 

(13) Eccone l'iscrizione: 

D. O. M. AC SANCTISS1MAE DEIPARAE AU PRAESEPE 

TEMPLVM BEATO MARTYRl LAVRENTIO 

SERENISSIMI EMMANVELIS PHILlBERTI VOTO 

OB PARTAM VICTORIA!»! IAM DICATVM 

HAEREDITARIA P1ETATE AMPLIORE MAGNIFICEINTIA 

PVBLICAE COMODITAT! VICTORIVS AMEDEVS RESTITVIT 

ANNVENTE REGIA CONIVGE CHRISTINA ET CARDINALI MAVRITIO 

IN CLERICORVM REGVLARIVM SORTESI A. MDCXXXIV. 

(14) Sopra l'arco dell'aitar maggiore: 

EMMANVEL PHILIBERTVS 

VOVIT 

MARIA IOANNA BAPTISTA A SABAVDIA 

PERFECIT. 

(15) Archivio camerale. Registro, Contratti, n° clxx, fol. 22!. cunei, 
fot. 217, ecc. 

(16) Da lettere patenti in favore del mastro auditore Giovanni Pietro 
Quadro, risulta già costrutto nel 1669. 

(17) Duboin, Raccolta delle leggi, vol.xv, p.864. 



^m 



LIBRO IV. 



Voi. 11 



61 



LIBRO QUARTO 



CAPO PRIMO 



Strada Nuova. — Piazza di San Carlo. — Palazzi che la circondano. 

— Conte Tana, monaco della Trappa col nome di fra Palemone. 

— Il conte Pioletto, commedia piemontese d' un marchese Tana. 

— Colpe del marchese di Fleury, e grandezza d' animo di Carlo 
Emmanuele n. — Palazzo della villa, ora Collobiano, abitato da 
Vittorio Alfieri. — Denominazioni di alcune strade e piazze di 
Torino al tempo del governo Francese. — Feroce duello in piazza 
di San Carlo il 27 febbraio 1662. — Palazzo già Caraglio, poi 
Del Borgo, ora dell' Accademia Filarmonica. — Statua equestre di 
Emmanuele Filiberto. — Degli imitatori servili. 



La strada Nuova fu aperta nel 1615 sui disegni di 
Ascanio Vittozzi, e fu la prima che porse ai forestieri 



484 LIBRO QUARTO 

occasione d'ammirare il beli' effetto della simme- 
trica eleganza che , convertendo più case , anzi 
intere isole, in un solo palazzo, lo impronta di gran- 
dezza e di maestà. 

In fine di questa strada era l'antico muro di cinta 
della città in cui si praticò una porta, onde aver 
l'accesso, senza risalire a porta Marmorea, al pe- 
rimetro assegnato da Carlo Emmanuele i alle costru- 
zioni della città nuova. 

Nel 1640 la prima fabbrica che s' incontrasse, 
entrando per questo lato nella città nuova, era la 
chiesa di San Carlo , divisa per vasto spazio ancor 
vacuo dall' antica. 

La reggente Maria Cristina, già prima de' moti di 
guerra intestini, e molto più poich'ebbe composto 
le discordie coi principi suoi cognati, volse l'animo 
a metter ad esecuzione il concetto del duca suo 
marito, ordinando la formazione d' una piazza reale 
su disegno uniforme deir architetto conte Carlo di 
Castellamonte. Uno dei primi ad ottenervi concessione 
di sito, fu Gian Antonio Turinetti, il quale era, in- 
sieme con suo fratello banchiere di corte , e fu nel 
1641 investito del feudo di Bonavalle. Egli n' ebbe 
privilegio per patenti del 23 d'ottobre 1638. Ma il 
conte Giorgio Turinetti, presidente delle Finanze, 
fu quello che nel 1644 edificò il palazzo ora pos- 
seduto dal marchese Turinetti di Cambiano, e che 
allora comprendeva anche l'attiguo palazzo dei conti 



capo pitwo 



485 



Panissera; poiché troviamo che nel 1649 il detto 
presidente alienò parte della sua casa al marchese 
Saluzzo Miolans Spinola, barone di Carde (1). 

Il palazzo Turinetli fu rifatto nel secolo scorso 
per la parte che guarda a mezzodì, lungo la strada 
di San Carlo, sui disegni dell'architetto Borra. Di 
fronte a questo palazzo, sulla piazza di San Carlo, 
ebbe nel 1648 concessione d'ampio sito per fabbri- 
care D. Francesco Delpozzo marchese di Voghera, 
generale d' artiglieria. Allato a quello avea più tardi 
clono d 1 una casa una bella dama francese, sposa 
d' uno de' principali nostri cavalieri , della quale il 
duca era invaghito, ed è quella che appartenne di 
poi ai conti Pastoris, e fu restaurata nell'interno dal 
conte di Tavigliano, ed ora spetta a S. E. la contessa 
di Saluzzo. 11 palazzo che ora appartiene alla signora 
marchesa Enrichetta di San Tommaso, era quello 
de' marchesi di Fleury, che ne aveano avuto dono 
da Madama Reale Maria Cristina, dai quali passò 
più tardi nei marchesi di Barolo. 

Dal 1647 al 1662 fabbricava di fronte alla chiesa 
di San Carlo il nobile suo casamento il conte Federigo 
Tana, capitano della guardia degli archibugieri a 
cavallo. Rammenta questo palazzo la mirabile con- 
versione di Ludovico Felice Tana chiamato il conte 
di Santena; era egli tanto sviato che pareva non 
essere ornai più possibile che ritornasse sul buon 
cammino , uomo altierissimo ed arrogantissimo, la 



486 LIBRO QUARTO 

sua nobiltà, il suo spirito, il suo genio, il quale in- 
chinavalo alV altrui disprezzo ed alla mordacità de- 
gli scherzi più pungenti aveangli guasto ed enfiato 
il cuore a segno che rendevasi intollerabile a quelli 
che non gli erano a grado (2). 

Circa agli altri peccati egli stesso protestò più 
volte che s'era profondato in tutti i disordini, e 
che se alcuno ve n'era che non avesse commesso, 
derivava piuttosto da mancanza d'allettamento o di 
occasione che di volontà. 

Andando col suo reggimento da Lilla a Bethune, 
e dovendo far quel viaggio in carrozza, per la fe- 
rita che aveva in una gamba, si pose a leggere per 
passar tempo la storia di Giuseppe neh" Antico 
Testamento. La notte non potè chiuder l'occhio 
per una grande inquietudine che l'agitava. Passò 
nondimeno il giorno seguente all' ordinario. Ma ve- 
nuta la notte tornarono a colpirlo gravi e pungenti 
pensieri. Udiamo quel che egli stesso ne scrivea più 
tardi ricercatone da un amico... dopo aver passati 
alcuni giorni in qualche travaglio di spirito la stessa 
notte che morì mio padre mi punse una sinderesi 
acuta oltre modo si che per una o due ore non seppi 
trovar sollievo. Quando all'improvviso mi rivolsi a 
Dio e gli dissi: Ah mio Dio io son certo che se 
vengo a voi di buon cuore accetterete le mie pre- 
ghiere e mi consolerete e mi farete misericordia. 
Appena ebbi dette queste parole , o per dir meglio 



CAPO PRIMO 487 

conceputo nel cuore questo pensiero che mi gettai da 
letto colla faccia a terra chiedendo misericordia 
e feci proponimento di portarmi colf aiuto di Dio 
il giorno seguente a' piedi d' un confessore. Sul far 
del giorno mi levai avendo passato il rimanente 
della notte non solamente in riposo, ma in grande 
tranquillità. Da quel tempo in poi ho avuto giusto 
titolo di stimar piccola in paragone di quella che 
ha fatto a me la misericordia , che Gesù Cristo fece 
al buon ladrone poiché nessuno mai la meritò meno 
di me. Voi già sapete quello che poi ri è seguito e 
come Dio ha sottratta la mia fiacchezza dal pe- 
ricolo delle occasioni... V aggiungo di più che non 
ostante tutto il mio demerito e le miserie mie che 
mi rendono indegno di nominare il suo santo nome 
tuttavia egli adempie in me quel che disse nel suo 
vangelo che il suo giogo è dolce e il suo peso leg- 
giero; perchè v'assicuro che non ho mai goduto 
un riposo e una pace così tranquilla in verun tempo 
della vita mia] e con ogni sincerità vi dico che noi 
aspettiamo la morte con tanta allegrezza che il 
mondo non la può dare né la sa comprendere. 

Il conte di Santena dopo d'aver mutato vita era 
andato a visitare la famosa badia della Trappa, ri- 
formata con tutto il più aspro rigore delle primitive 
osservanze dall'abate Armando di Rancé. In quel 
monastero posto in luogo lontano da ogni abitazione 
nel seno d'una gran valle, ricinto e quasi steccato 



488 LIBRO QUARTO 

di selve e colline , che lo nascondono agli occhi e 
lo segregano dal mondo, cinto di nove stagni che 
formano come una seconda barriera a proibirne l'ac- 
cesso, erano que' monaci come tanti cadaveri nel 
sepolcro , non solamente per non saper più nulla 
ne de' parenti, ne degli amici, ne de' successi del 
mondo, ma per levarsi ancora da tutte le pratiche 
della vita sociale con que' medesimi co' quali con- 
vivono, lavorando, pregando, mangiando insieme, vi- 
vendo e morendo senza mai parlarsi, a guisa d'ombre. 
In quel luogo , dove ancora vivea l'austero rifor- 
matore abbate di Rancé, andò una prima volta nel 
1691 per semplice curiosità il conte di Santena, e 
fu commosso dalla scena che gli si aperse dinanzi , 
mesta ad un tempo e sublime. Tornò dopo qualche 
tempo, e trovò esser morto e vide esposto nel coro 
un monaco chiamato Palemone, stato come lui pec- 
catore, come lui gentiluomo e capitano di genti da 
guerra, e che ravvedutosi avea dato in quella so- 
litudine frutti mirabili di penitenza. Benché l'avesse 
dimesticamente conosciuto nel mondo non poteva già 
ravvisarlo per quanto gli ficcasse gli occhi bramosi nel 
volto. Perchè, all'antiche fattezze, le quali erano dure 
e grosse , erano sottentrati lineamenti che parean 
d'angelo, ed una soavissima aria di paradiso, sicché 
niuno sapea saziarsi di contemplarlo. Il conte di 
Santena fu preso da insolito turbamento; onde poi- 
ché, compiute le esequie, V ebbe veduto a porre in 



CAPO PRIMO 489 



lena con una verde fronda sotto al capo, mentre 
i monaci colla fronte sul pavimento recitavano i sette 
salmi penitenziali, si sentì tale una stretta al cuore 
che, ritiratosi nella cappella di S ta Maria Egiziaca, 
sfogò con Dio la piena de'prorompenti affetti, orando; 
e sul fine della sua preghiera: Frate Palemone , 
sclamò, or che siete come io credo, alla presenza di 
Dio, ottenetemi grazia di conoscere quello ch'egli 
vuole ch'io faccia. Appena dette queste parole gli 
parve di sentir una voce che internamente gli par- 
lasse così : Prendi il mio posto e il mio nome e fi- 
nisci i tuoi giorni nel luogo ove tu sei. 

E così fu. 11 conte di Santena diventò fra Pale- 
mone. All'eroismo del suo cuore parean lievi gli 
eccessi d'austerità di quell'ordine religioso, sicché 
malato di malattia mortale supplicava l'abate, non 
gli consentisse il trattamento meno rigida che la re- 
gola ammette in tali casi. In luglio del 1692 fece 
la sua professione: il 9 novembre 1694, dopo lunghi 
patimenti sostenuti con serena letizia, prosteso, se- 
condo l'usanza, sopra una croce di cenere coperta 
di poca paglia sulla nuda terra, rendette lo spirito 
a Dio nelle mani dell'abate di Rancé in presenza 
di tutti i monaci (3). 

Dopo quella grande ed austera figura di Palemone, 
che in quell'età non pigmea, segnalata per grandi 
errori e grandi conversioni, fu degno di far cor- 
teggio al fondator della Trappa , il palazzo Tana ci 

Voi. n *2 



490 li imo qua ino 

rammenta ancora l'imagine della scherzosa Talia 
in una commedia che fu, credo, la prima stampata 
in dialetto piemontese; il conte Piolctto, e il cui 
autore fu il marchese Carlo Giambatista Tana d'En- 
traque. 

Verso la meta del secolo scorso, insieme con un 
acceso desiderio d'investigare le antichità e le 
storie della patria nostra, nacque vaghezza d'ingen- 
tilire il vecchio nostro dialetto, di ridurne la gram- 
matica a certe regole, di purgarne il vocabolario da 
certe foresterie che in un dialetto vivente trovano 
facile e continuo accesso; di valersene insomma e 
in prosa e in versi, onde emulare, se fosse possibile, 
se non il dialetto veneziano e il siculo, almeno 
gli altri meno privilegiati; il genovese, per esempio, 
nel quale s 1 ha un intero volume di commedie stam- 
pate. Il conte Pioletto è una prova di questa novella 
tendenza. Un nuovo gentiluomo , che si chiama 
conte perchè ha comprato due punti di giurisdizione 
d'un feudo, vecchio, spolmonato, spiantato, vorrebbe 
ristorarsi, sposando una giovanetta, creduta figlia 
d'un vignaiuolo ed assai agiata de' beni di fortuna. 
I versi di questa commedia sono molto volgari ; e 
non hanno che fare con quelli del cav. Borelli , del 
conte Orsini, di Silvio Balbis, d'Odoardo Calvo, d'E- 
miliano Aprati, di Angelo Brofferio; anzi neppure 
coi Toni (4), d'un vecchio marchese di San Mar- 
zano, avo del celebre ministro che mancò di vila 



CAPO PRIMO 4 ^1 



nel 1828, né con quelli d' alcuni fra i più chiari 
successori di lui. 

De' quali poeti piemontesi , il Borelli sollevò il 
nostro dialetto con grandissima felicita in alcuni so- 
netti all'onore dell'epopea; l'Orsini alla gravita 
d'un linguaggio filosofico e morale. La grazia ora 
Tibulliana ed ora Anacreontica del Calvo non ha 
mestieri di essere commendata. Brofferio è un fe- 
licissimo imitatore del Beranger, e tra le molte e 
belle sue canzoni, noto come carissima quella inti- 
tolata Sor Cavajer. 

Ho già accennalo come nel lato della piazza che 
guarda a levante s' alzava il palazzo del marchese di 
Fleury. Allato al medesimo abitava una bella dama, 
la marchesa di... (5) la quale il duca, giovane d'anni, 
ed anche in ciò di giudizio, amava di caldo amore, 
e da cui si credeva riamato. 11 Fleury fu preso allo 
stesso vischio, e, sebbene la riverenza che doveva 
al duca suo signore, da cui era stato in molte guise 
beneficato, dovesse rattenerlo, la passione prevalse; 
né punto crudele si mostrò la bella dama al novello 
adoratore. Anzi fatto un buco nel muro divisorio si 
vedeano e stavano insieme a loro grand' agio. Avea 
la marchesa uno staffiere francese chiamato Fran- 
cesco Cornavin , il quale, non si sa se per isdegno 
d'essere stato congedato, o per cupidità, si recò 
al Valentino, onde informar S. A. di tali tresche. 
Interrogato dal conte Caresana, primo paggio, del 



4 ( J2 unno QUAiiTo 

motivo che l' avea colà portato, e dettogli che il duca 
era ammalato e non poteva udirlo, il Cornavin gli 
svelò ogni cosa pregandolo di riferirlo al duca. 

Il paggio, da buon cortigiano che non reca al suo 
signore fuorché lieti annunzi , e non suscita imba- 
razzi alle favorite , ed anche da uomo prudente che 
non presta fede ai rapporti d' un servo che tradisce 
il padrone, fu sollecito d' informarne, non Carlo Em- 
manuele n, ma la marchesa, la quale raccontò il 
fatto al Fleury. 

Pochi giorni dopo , il 6 luglio 1666 , alcuni pe- 
scatori ritrovarono sulle sponde di Stura un cada- 
vere d' un uomo ucciso con un colpo di pistola sotto 
l'ascella, e con più colpi di falcetta nel collo. Re- 
cato a porta Castello si riconobbe pel Cornavin. 

Cominciata l'inquisizione, si seppe che era stato 
arrestato dal Fleury coli' aiuto d'alcuni arcieri nella 
piazza Reale (così chiamavasi la piazza di San Carlo), 
condotto alla Cascinetta che possedeva alle Madda- 
lene, poi trascinato dai soli arcieri in un bosco sulle 
sponde di Stura , e là, per aver gridato e tentato 
di fuggire, ucciso. In qual ira salisse il duca all'in- 
tendere l'enorme reato, e l'insulto fatto al proprio 
onore dal Fleury, è facile imaginarlo. Offeso in un 
sentimento de' più teneri e più profondi, offeso nel- 
l'amor proprio, il quale, se talvolta è gigante nei 
piccini , non può essere tanto scarso nei principi , 
fece sostenere, ma solo per un momento nel proprio 



CAPO PRIMO 



403 



palazzo, la marchesa, fe'trarre il Fleury nel castello, 
ordinò che la giustizia avesse il suo corso e vietò 
al marchese di San Trivier fratello di lui, e ad altri 
suoi attinenti, e specialmente al marchese di Pia- 
nezza, signore del sangue, di domandargli in alcun 
tempo la grazia di quell'indegno. 

Il Senato avendo sollecitamente proceduto, con 
sentenza del 2 dicembre di queir anno medesimo 
condannò a morte gli uccisori ; e pei con altra sen- 
tenza del 21 giugno 1666, condannò il marchese 
di Fleury nella pena della galera perpetua sola- 
mente; perchè il mandato d' uccidere Cornavin non 
era stato formale ed assoluto, ma condizionale. 

La crescente civiltà non aveva ancora abolita la 
turpe usanza, per cui talvolta il principe, disagiato 
sempre di moneta sonante, permetteva ai con- 
dannati di ricomprarsi per danaro da ogni pena. 
Quest'unica, e per la natura del caso, debolissima 
luce di speranza rimaneva al Fleury, il quale addì 17 
d'ottobre scrisse un' umilissima lettera al duca, colla 
quale, confessando la propria iniquità, implorando 
grazia e misericordia, offeriva centomila scudi per 
ottenerla. 

La risposta del duca è monumento d'animo vera- 
mente regio, degno d' essere conservato, e dice così : 

« Voglio che voi sappiate che tutte le ricchezze del 
mondo non potrebbero bastare a rendervi la libertà, 



494 LIBRO QUARTO 

ne a fare in me la menoma impressione. Perciò ricuso 
di rendervela al prezzo che mi offerite. Ma non 
posso ricusare alla mia bontà di continuarvene gli 
effetti. Voi ne avete veduto chiari segni in tutta la 
mia condotta, poiché ho mostrato di saper coman- 
dare alle mie passioni abbandonando alla giustizia 
la punizione dei vostri misfatti , alcuni dei quali 
erano d' un indole tanto rea contro di me che avrei 
potuto mancar di pazienza, e lasciarmi trasportare 
dall'ira, senza esserne biasimato. Voi sapete meglio 
di me quanto l'avreste meritato. Ma perchè sia noto 
al mondo ch'io sono superiore alle vostre offerte ed 
alle vostre offese, ricuso di nuovo i centomila scudi; 
e se voi ve ne siete servito per offendermi, non me 
ne voglio servire a perdonarvi... Vi fo dunque sortir 
di prigione , comandandovi un esilio perpetuo da' 
miei Stati ». 

Così vendicavasi delle offese Carlo Emmanue- 
le n, il quale scrivea poi al marchese di Pianezza, 
che fin da principio , quando si mostrava così risen- 
tito, e gli vietava di domandargli la grazia del 
Fleury, aveva in animo di governarsi a questo modo. 
Di ciò dava anche informazione al padre Graneri, 
Gesuita suo confidente, che allora si trovava a Roma, 
dicendogli: ce Vi scrivo questo, padre mio, come ad 
«uno de' miei amici; ma anche più volonticri per- 
« che vi trovate a Roma , dove potrete ottenermi 
ce assoluzione della vanità che sento d' essere stato 



capo primo 495 

« così buono, e di perdonar delitti che offendono 
utanto sensibilmente l'amore, l'amicizia, il do- 
« vere (6) ». 

La famiglia de' marchesi di Fleury continuò poi 
a fiorire in grande stato in Piemonte. L'ultimo di 
quella stirpe trovavasi al teatro Regio dove si rap- 
presentava il dramma di Mitridate che moriva in 
pubblico in sulla scena, quando, sentendosi colpito 
d'apoplessia, gridò: Io faccio la morte di Mitridate, 
e cadde estinto. Così quell'animo di forti tempre 
piacevoleggiava in faccia alla morte ! 

La casa che sta sul canto verso la chiesa di 
San Carlo, già propria dei conti della Villa, ed ora 
dei conti Avogadro di Collobiano, ha una grande me- 
mora. Fu abitata da Vittorio Alfieri ; presso ad una 
di quelle finestre quell'uomo di forte volontà si fé' 
legare dallo staffiere al seggiolone , affinchè , se la 
continua vista della casa che si leva dal lato oppo- 
sto della piazza, abitata da una lusinghiera ch'egli 
amava, ma che non potea stimare, gli facesse forza, 
e lo traesse contro al fatto proposito a rivederla, 
il legame materiale potesse più che l' irrazionale 
appetito. Così trionfò di quella malnata passione un 
uomo, che in età molle, e in letteratura tra' vezzi, 
e baci, colombescamente lasciviente, ebbe tempera 
sì robusta, e facoltà cotanto operativa da rinvigorir 
la tempera della nazione. Onoriamone la grandezza, 
e lasciamo all' invidia degli stranieri la cura di 



496 LIBRO QUARTO 

scrutarne per minuto i difetti, de' quali niuno è 
scevro, e talora più abbonda chi più risplende. 

Durante il governo Francese chiamavasi strada 
Alfieri quella che ora si chiama strada di San 
Carlo. 

La piazza di San Carlo, anticamente chiamala 
piazza Reale, denominavasi piazza Napoleone. La 
via che da questa piazza mette a Porta Nuova, strada 
Paolina, dal nome della più bella fra le sorelle del 
gran capitano. La via dell'Arsenale fino a via nuova, 
strada d' Austerlitz, poi strada di Jena. La via del 
teatro d' Angennes , strada di Tilsitt-, quella che 
dalla piazza Carlina mette al baluardo di levante, 
strada di Marengo ; la via del Carmine fino al suo 
sbocco nella via d'Italia, strada Campana, dal nome 
di Federigo Campana, socio del collegio di giuri- 
sprudenza nell'università di Torino, il quale accesa 
la mente d'ardenza repubblicana, gittata la toga e 
datosi all'armi, fu generale di brigata negli eserciti 
francesi, e fu ucciso nella campagna di Polonia del 
1806, poco lunge da Ostrolenko. Piazza Castello 
denominavasi piazza Imperiale. I viali della citta- 
della dicevansi corso Borghese. Non si creda che 
P ossequio reso al gran tragico derivasse dai gover- 
nanti stranieri: erano cittadini teneri dell' onor na- 
zionale che esaltavano le glorie nostre domestiche. 

Addì 27 febbraio 1662, un giovane cavaliere at- 
traversava in lettiga la piazza di San Carlo; giunto 



CAPO PRIMO 497 

innanzi al palazzo del barone di Carde, non lunge 
dalla chiesa delle Carmelite, uscì dai portici, ove era 
stato assai tempo baloccando, un altro giovinotto, 
e accostatosi alla lettiga , invitò chi v' era portato 
ad uscire. Così fece. Dopo brevi parole poser mano 
alle spade. Fatti pochi colpi, l'aggressore punse l'av- 
versario sotto la mammella destra con tanta forza, 
che il ferro uscì dall' opposto lato. Ritrattolo fuggì. 
Uno degli spettatori alzò da terra il ferito; e lo so- 
stenne; ma fatti appena due passi lo vide mutarsi 
in viso, tremare e morire. 

L'ucciso in quel feroce duello era Francesco 
Gerolamo Ternengo conte di Mussano, genero del 
presidente Truchi. 11 provocatore ed omicida, il ca- 
valiere Vittorio Bernardino Scaglia de' conti di Ver- 
rua, il quale, a' 28 d'aprile di queir anno medesimo 
fu giudicato in contumacia a perder la testa. 

Uno dei più bei palagi da cui la piazza San Carlo 
venga nobilitata, è quello del marchese Solaro Del 
Borgo, già proprio de' marchesi di Caraglio, e che 
ora appartiene all' Accademia Filarmonica. L'interno 
del medesimo fu rifabbricato sui disegni del conte 
AlGeri, e riluce d'uno splendor principesco. Ivi fu- 
rono nell'aprile del 1771 date dall'ambasciador di 
Francia le feste pel matrimonio di Madama Giusep- 
pina di Savoia, sposa del conte di Provenza; infelice 
principessa destinala a vedere le prime scene cru- 
deli della rivoluzione francese, ed a portar nell'esilio 

Voi. II 65 



498 LIBRO QUARTO 

un vano titolo di regina di Francia e di Navarra. 1 
disegni degli addobbi usati in tal occasione furono 
dati dal conte Giambattista Nicolis di Robilant, e 
vennero intagliati in rame. 

II vólto della sala di questo palazzo è stato di- 
pinto dai fratelli Galliari. Concorsero ad ornare 
questi nobili appartamenti i pennelli di Cignaroli, 
Gili e Rapous. 

Vi ha degna sede, come abbiam detto, l'Accademia 
Filarmonica, la quale ebbe cominciamento dai privati 
concerti d'alcuni giovani dilettanti, che fin dal 1815 
cominciarono a radunarsi per intendere a sì lodevoli 
esercizi. Crebbe poi di numero e andò via via sten- 
dendo l'ale questa soave insti tuzione, e cominciò in 
pubbliche esercitazioni a render ottimo conto di sé; 
e prima fece costrurre un' ampia sala sul Mercato 
delle legna, poi, acquistato il palazzo Del Borgo, 
aggiunse ai vasti appartamenti, occupando una loggia 
e parte del cortile, una sala ottimamente appropriata 
a quest' uso, sui disegni dell' accademico cavaliere 
Talucchi; sicché si può dir francamente che niun 
corpo scientifico od armonico ( che son cose dispa- 
rate) possiede più magnifica stanza. 

Il re Carlo Felice e S. M. il re Carlo Alberto 
sono stati larghi di protezione e d'aiuti all'Accademia 
Filarmonica, la quale volendo rendersi non solo pia- 
cente, ma utile, insti luì fin dal 1827 una scuola 
gratuita di canto pe' giovani d' ambo i sessi, dalla 



CAPO PIUMO 



499 



quale sono già usciti alunni ed alunne che compa- 
rirono con plauso sui primi teatri. 

Fino dal 1838 sorge nel bel mezzo di questa piazza 
per volere del re Carlo Alberto sovra un piede- 
stallo di granito di Baveno, adorno di bassirilievi e 
di fregi in bronzo, la statua equestre d'Emmanuele 
Filiberto, dello stesso metallo. Questo monumento 
del Marochetti, originario piemontese, ha fama eu- 
ropea. 11 gran capitano, nell'atto di rientrare nella 
sua capitale, raffrena il focoso destriero con una 
mano, e coli' altra ricaccia nel fodero la vincitrice 
sua spada, deliberato ornai di darsi tutto all'arti di 
pace, e di cambiar il lauro contro al Palladio ulivo (7). 
La foga del cavallo arrestato in un punto da quella 
man poderosa non è scolpita, ma vera; e lo scultore 
dipartendosi dall' antico, seppe trovare una novità 
fortunata in argomento assai trito e tante volte ri- 
prodotto ; dimostrando come la sapiente imitazione 
non procede incatenata, ma libera; non copia, ma 
s' inspira ai tipi del bello antico, e crea. Cotesto non 
fanno quelli che in fatto di lettere e d'arti si stra- 
scinano penosamente dietro all' orme di chi ci ha 
preceduti, che a gran ragione il Marini chiamava 
ebrei; perchè ostinati a non voler avanzare; perchè 
quanto è in loro piantano un chiodo nelF ali del 
progresso; perchè delle bellezze, del giudicio, della 
grandezza antica, non sprone a virtù, ma strame 
fanno alla propria infingardaggine e dappochezza. 



500 LIBRO QUARTO, CAPO PRIMO 

La piazza di San Carlo era tenuta la più bella 
d'Italia dopo San Marco, fin dai tempi del Ge- 
melli (8). Or che sarà, dopoché vedesi ornata di 
sì splendido monumento da dugent' anni progettato, 
ma non mai fino ai dì nostri eseguito ? Ora che per- 
fetta la rende la nobile facciata teste aggiunta alla 
chiesa che le dà il nome ? 



NOTE 



(1) Archivi del signor marchese di S. Germano. 

(2) Così da lettera d'un testimonio delia sua conversione. 

(3) Conversione e morte di fra Palemone, nel secolo, Ludovico Felice 
Tana, conte di Santena. Torino 1696. 

L' illustre signor di Chateaubriand, nel mosaico intitolalo Vita di 
Rancé, scrive che Giovanni Battista Marini, andato in Francia nel 1609, 
vi portò l'amore dei concetti. Con buona pace del grande scrittore, il Marini 
era assai meno concettista di quel che lo fossero e prima e dopo di lui i 
begli spiriti soliti frequentare l'hotel de Rambouillet; ed eralo con molto 
maggior dose d'ingegno e di giudizio. Perchè poi, dopo d'aver giusta- 
mente dannato i concetti, e datone ingiustamente carico all'Italia, ne ha 
egli infiorato il suo stile, massimamente in quest' ultima opera sua la 
Vita di Rancé? 

(4) Così chiamansi certe canzoni popolaresche sul far delle antiche leg- 
gende. Vedi ne' miei Opuscoli storici e letterarii, stampati a Milano, il 
Saggio sul dialetto Piemontese. 

(5) Fu madre di donna Cristina di Savoia, sposata di poi al principe di 
Masserano. 

(6) Della causa criminale s'ha il sommario stampato. Le lettere sono negli 
Archivi di corte. 



502 capo primo, note 

(7) emmanveli filiberto 

CAROLI III F. 

ALLOBROGVM DVCI 

REX CAROLVS ALBERTVS 

PRIMVS NEPOTVM 

ATAVO FORTISSIMO 

VINDICI ET STATORI 

CENTIS SVAE 



A. MDCCCXXXVIII. 



L'iscrizione del lato settentrionale rammenta il primo ingresso d' Em- 
manuel Filiberto nella sua città capitale. 

11 monumento è alto in tutto metri 8. 62. — V. Bertololti, Descrizione 
di Torino. 96. 

(8) Viaggi per l'Europa. 



C^-* 



CAPO SECONDO 



Agostiniani scalzi al Parco. — Agostiniani scalzi nella chiesa di San 
Carlo.— Descrizione d'essa chiesa.— Sepolcro del marchese Broglia. 
Missione degli Agostiniani scalzi nel Tunkino. Monsignor fra Ilario 
Costa, vescovo Coricense; sue notizie. — Chiesa di S.ta Cristina. 
Carmelitane scalze. — Venerabile suor Anna Maria Forni. — Ve- 
nerabile suor Maria degli Angeli. —S.ta Maria Maddalena. Chiesa 
e convento delle Convertite del terz' ordine di S. Francesco, fon- 
date dalle Infanti Maria e Caterina di Savoia. 



La chiesa di San Carlo fu costrutta da Carlo Em- 
ularmele i per gli Agostiniani scalzi, sui disegni, 
chi vuole dell' ingegnere Maurizio Valperga, chi del 
conte Galleani di Barbaresco, bolognese, che primo 
introdusse in Piemonte l'arte di torcer la seta (1). 
Gli Agostiniani scalzi furono dapprima stabiliti 
dal medesimo duca nella cappella delle Quattro Ver- 
gini al Parco, all'uscita del bosco verso San Lazzaro, 
per patenti del 15 d'ottobre 1611. B sito che venne 
loro donato era proprietà dell'ordine de'Ss. Maurizio 
e Lazzaro, e il duca, gran maestro, facendone cortesia 



«^4 LIBRO QUARTO 

a quei frati, ristorò d'altrettanti beni la religione 
Mauriziana (2). 

Primo superiore ne fu il venerabile fra Giuliano 
Gallo di S ta Maria di Murazzano, che morì poi vit- 
tima dell' apostolico ministero con immensa carità 
esercitato nel gran contagio del 1630. 

Nel 1619 Carlo Emmanuele, scelto un sito acconcio 
nel perimetro della città nuova, e in capo alla gran 
piazza Reale che aveva in animo di costrurre, spinto 
eziandio da divozione alla memoria di S. Carlo Bor- 
romeo, eh' egli avea conosciuto di persona, pose la 
prima pietra della chiesa che intitolò a questo santo, 
deputando ad ufiiziarla gli Agostiniani scalzi del 
Parco. La chiesa era già in parte costrutta, e già 
cominciavasi ad uffiziare nel 1620, poiché abbiam 
veduto che in giugno di quell'anno vi fu depositato 
il femore di S. Rocco portato da Mompellieri; e ab- 
bondando i soccorsi del duca, poco lardò ad essere 
condotta a compimento. 

La liberalità del re Carlo Alberto, della regina 
Maria Cristina, della Città di Torino e di varii pri- 
vati, v'aggiunse in questi ultimi anni la facciala di 
granito roseo, notabile anche per un bassorilievo 
del Buti, che rappresenta il Santo Cardinale nell'atto 
di dar la comunione al duca Emmanuele Filiberto 
(1578). 

Nella prima cappella a destra la tavola col Croci- 
lìsso, Maria Vergine e S. Giovanni ò di Michelangelo 



CAPO SECONDO '')05 

da Caravaggio. Il quadro dell' aliar maggiore, mezzo 
sepolto dietro al trono su cui s' espone il Santis- 
simo, e le file di candelieri che fanno ala al mede- 
simo, e che rappresenta S. Carlo genuflesso innanzi 
alla Santissima Sindone sostenuta da due angioli, 
è del Morazzone ( Pier Francesco Mazzucchelli). 

Nella cappella di San Giuseppe, patronato dei 
Broglia, la tavola è dipinta da monsù Delfino, e v'ha 
il monumento colla statua di Francesco MariaBroglia, 
che, fatte le prime armi alla famosa scuola di Carlo 
Emmanuele i, passò in Francia, e salì ad alti onori, 
e nel 1656, posto l'assedio a Valenza, nel riconoscer 
la piazza fu da una palla nemica trafitto. L'iscri- 
zione lunga ed ampollosa è d'Emmanuele Tesauro, il 
quale ebbe per lunghi anni il privilegio degli epitafii 
pe' morti illustri, e d'ogni altro genere d'iscrizioni; 
e sebbene ne ignorasse il verace magistero, che niuno 
trovò prima di Morcelli e Vernazza, tuttavia adoperò 
lingua assai buona, e in fatto di stile, tra il lucci- 
car delle false gemme si riconosce anche lo splendor 
delle buone, perchè non si può negare che il Te* 
sauro fosse potente d'ingegno e d'imaginazione. 
Le sue iscrizioni sono stampate, e ve ne hanno 
più edizioni (3). Morì il 26 febbraio 1675. 

Una breve iscrizione che si legge in un angolo del 
sepolcro del Broglia ci avverte che architetto e scul- 
tore di questa cappella e di quella del Crocifisso, che 
le sta di fronte, è Tommaso Carlone di Lugano (4). 

Voi. II fi * 



$06 LI uno OUAKTO 

Nel 1696 gli Agostiniani scalzi cominciarono una 
missione nel reame di Tunkino, la quale portò no- 
bili frutti, e primo di quesl' ordine a spargere in 
quel paese la parola di vita, fu il padre Giovanni 
di Sant' Agostino, romano. Ma guari non tardò il 
convento di S. Carlo a spedirvi anch' esso operai 
evangelici, de' quali il più famoso fu Martino Costa, 
torinese, ma originario d' Usseglio, chiamalo in re- 
ligione fra Ilario del Gesù, che fu vescovo coricensc 
e vicario apostolico. 

Nacque in Torino il 2 settembre 1696, di famiglia 
che da Usseglio (5) erasi trasferita a Pessinetto; 
suo padre avea bottega di mercante da ferro vicino 
a porta Nuova. Venne al mondo colle mani giunte, 
onde la levatrice gli disse: Poiché nasci colle mani 
giunte, va a farti frate. Diffatlo, e nei discorsi, e 
nei trastulli fanciulleschi dimostrava evidente incli- 
nazione allo stato religioso, piacendosi d' altarini, 
di croci, di meditar la passione di Cristo, di far il 
catechismo e di predicare ai compagni. Sul finire 
di agosto 1714 vestì l'abito degli Agostiniani scalzi 
nel noviziato eli S. Pancrazio a Pianezza.; passò poi 
a Genova agli studi, e colà mirabile si mostrò la 
facilità nell'apprendere, la sottigliezza nel disputare, 
il fervore della divozione nell'orare e nel continuo 
esercitarsi che faceva in mortificazioni e patimenti 
onde rendersi degno del sublime apostolato che am- 
biva nella missione lunldnese. Richiamato nella sua 



CAPO SECONDO 507 

provincia, disse la prima messa il 15 d'agosto 1719 
a Torino, dove rimase fino al primo novembre 1721, 
sospiralissimo giorno in cui partì per le missioni. 
Andò a Brusselles, dove fu accollo con gran favore 
dal marchese di Prie, che n'era governatore. Salpò 
da Oslenda e giunse a Canton in agosto del 1722. 
Con lettera del 10 settembre 1723, che fu stam- 
pata da Giambattista Fontana, ragguagliò i superiori 
del viaggio; disse che avea trovato a Canton due 
piemontesi sacerdoti della compagnia della Missione, 
Pedrini ed Appiani, il primo de' quali liberato pur 
allora dal carcere ov' era stato tenuto più anni; il 
secondo ancora in prigione. Aspettava che cessasse 
la fiera persecuzione che v'era contro ai cristiani 
nel Tunkino, per cui tutti i passi eran chiusi. Entrò 
in quel regno il giovedì santo 14 d'aprile del 1729; 
fu forza entrarvi con lungo e pericoloso viaggio di 
terra onde evitar le insidie nelle quali, a malgrado 
di tutte le cautele, sarebbero infallibilmente caduti, 
se non avessero, come scrivea poi fra Lorenzo Maria 
della Concezione, trovalo la via seminata di mira- 
coli. Giunse il padre Ilario a Dun-xen, e (rovo il 
padre Roberto, prefetto della Missione, ammalato del 
morbo di cui pochi giorni dopo morì. 

Questi, giunto due mesi prima, soccombeva ai 
patimenti e al clima. Gli fu surrogato il padre Ilario. 
Inestimabile fu quello che operò e quel che sofferse 
nel suo apostolato. Cibi, non solo pessimi, ma alla 



508 LIBRO QUARTO 

indole europea schifosi e ributtanti; viaggi disastrosi, 
sagre funzioni esercitate in tempo di notte, onde 
nasconderle al guardo dei persecutori; insidie, vil- 
lanie, pericoli di morte continui; liti domestiche da 
comporre, differenze co' Domenicani spagnuoli; Di- 
vina parola da spargere a voce ed in iscritto nel- 
l' idioma proprio di quelle genti. Clima micidiale, 
onde malattie gravi e frequenti; popoli di modi così 
riposati, che ogni riscaldamento o vivacità europea 
li offende e li turba, onde necessità d'usar sempre 
la lieta mansuetudine di S. Francesco di Sales, e 
quindi impossibilità di congedar taluno che vi rubi 
il tempo con inutili ciance. 11 Costa lutto superò 
allegramente, bramoso di spender la vita per gli 
Annamiti che riguardava come suoi proprii figliuoli. 
E come semplice missionario, e come prefetto, e 
come commissario visitatore e vicario apostolico del 
Tunkino occidentale, e come vescovo ei si fé' tutto 
a tutti. Ma gracile di complessione, con tante fatiche, 
tanti patimenti, a cinquantanni avea l'aspetto d'un 
ottuagenario, ed era sì consumato, che si può dire 
che la sola carità lo mantenesse vivo. Infine, dopo 
trentanni di missione, diciassette di vicariato apo- 
stolico, morì a' 31 di marzo del 1754, nella sua re- 
sidenza di Luc-Thuy, con universale- cordoglio e 
ferma opinione di santità (6). 

Gli Agostiniani scalzi non vennero, dopo la re- 
staurazione della monarchia, ristabiliti, ed ora la 



CAPO SECONDO 



509 



chiesa di San Carlo viene uftìziata dai Servi di 
Maria. 

Fino dal 1623, quando si introdussero a Torino 
i Carmelitani scalzi di S ta Teresa, Madama Reale 
Maria Cristina, allora principessa di Piemonte, per 
sua particolar divozione, fece venir dalla Francia 
alcune monache dello stesso ordine, le quali vennero 
provvisionalmente allogate nella casa dello spedale 
de' Ss. Maurizio e Lazzaro. Qualche tempo dopo 
Vittorio Amedeo i s'impegnava, per voto, a costrurre 
alle medesime un monastero, onde farle godere del 
benefìcio della clausura; ma impedito dalla morte, 
non potè recar ad effetto la pia sua intenzione. Ma 
nel 1639 Madama comprò dal conte Carlo di Ca- 
stellamonte, e da Fiorenzo Forno due case, onde 
convertirle in chiesa e monastero, e col volger degli 
anni ne andò con ulteriori acquisti allargando il 
giro (7). 

Pochi monasteri fiorirono al par di questo per 
merito di virtù e di regolar disciplina. Onde, tanto 
la fondatrice Cristina, quanto Maria Giovanna Bat- 
tista si piacevano della pia conversazion delle mo- 
nache, e ritraevansi sovente, ma soprattutto quest' 
ultima, dalle pompe cortigianesche a quella divota 
solitudine. Madama Cristina morendo volle essere 
seppellita nella lor chiesa (dicembre 1664). 11 16 
maggio 1692, alle due ore dopo la mezzanotte, uno 
scudiere vi recava il cuore della principessa Ludovica 



IO 



LIBRO QUARTO 



moria due giorni prima. Maria Giovanna Battista 
abbelliva d'una statua di bronzo dorato l'aitar mag- 
giore, aggiungeva alla vaga chiesuola le due cappelle 
laterali, ampliava il monastero, e un piccolo ap- 
partamento apparecchiava per se medesima e per 
quelle principesse che dopo lei volessero riparare 
di tempo in tempo in quel porto, a considerare al 
lume della fede quelle grandezze, quei scettri, quelle 
corone, quella potenza, quegli ori, quelle gemme 
che hanno, viste con occhio umano, così tenaci at- 
trattive, e che un riflesso della grazia ci mostra es- 
sere splendide bolle di sapone, e non altro. Maria 
Giovanna Battista abbellì la chiesa e la piazza, 
aggiungendovi, nel 1718, la maestosa facciala di 
pietra sui disegni del cavaliere D. Filippo Juvara; 
e morendo sette anni dopo, volle fosse in S ta Cristina 
depositato il suo cuore (15 marzo 1725) (8). 

Tra le monache le quali sotto la spiritual dire- 
zione de' padri di S ta Teresa crebber la fama del 
monastero di S ta Cristina, rammenterò donna Mar- 
garita, figliuola del marchese Forni di Ferrara, prima 
figlia d' onore dell'infanta donna Maria di Savoia, la 
quale, dopo d' aver raccolto in Roma l' ultimo fiato 
della santa sua signora, venne a Torino e pigliò in 
S ta Cristina l'abito carmelitano il 17 giugno del 1657. 
Chiamossi in religione suor Anna Maria di S. Gioa- 
chino ; e sebbene non vi durasse, vivendo fra continui 
patimenti, nemmeno undici anni, essendo morta il 



CAPO SECONDO 51 1 

25 di gennaio del 1668, d' anni quarantotto, di sì 
sublimi perfezioni die' prova ed esempio, che ben 
si conobbe a qual alta scuola era stata ammaestrata, 
e come nel puro ed amante suo cuore mai non avesse 
allignato altro affetto che quello del crocifìsso Gesù. 
Morì con molta opinione di santità, e nella sua vita 
stampata narransi parecchi felici sperimenti del po- 
tere delle sue intercessioni. 

Ebbe suor Anna Maria una sorella chiamata donna 
Giulia, le cui virtù rilussero nell'austerissimo ordine 
delle madri Cappuccine in questa stessa città (9). 

In fama salì nel monastero di S ta Cristina un' altra 
pia religiosa, la venerabile suor Maria degli An- 
gioli. Chiamossi nel secolo Marianna, e fu figliuola 
del conte Gian Donato Fontanella di Santena, e di 
Maria Tana. Di sei sorelle eh' ella ebbe, cinque fu- 
rono religiose. 

Marianna, dotata fin dalla sua tenera età d' un 
gran fervore di spirito, superati felicemente tutti gli 
inciampi che le suscitava la bellezza di sua persona, 
V altezza dell' ingegno, la perfezion de' costumi, la 
tenerezza de'genitori, pigliò l'abitò delle Carmelitane 
scalze il 19 di novembre del 1676. Quanto risplen^ 
desse poscia la luce de' suoi santi esempi in quel 
monastero, come fosse avida di croci, quanto umile, 
quanto paziente, quanto pronta e lieta, anzi beata 
nell'esercizio della carità, sarebbe lunga istoria a 
narrarlo, e sarebbe altronde un ripetere ciò che si 



512 LIBKO QUARTO 

legge stampato, e che in gran parie fu già ricono- 
sciuto ed approvato dalla Santa Chiesa. Soggiungerò 
solamente che continuo era il ricorrere che faceano 
e secolari e regolari, ed anche uomini costituiti nel 
grado del sacerdozio, ai consigli di suor Maria degli 
Angioli, ai quali ella, umile non men che prudente, 
ricordava i precetti dell' eterna sapienza, pigliando 
da quelle incessanti domande incessante cagione di 
abbassamento e d'umiliazione, quasiché Dio ciò per- 
mettesse onde meglio venisse a comprendersi la sua 
viltà. Morì a 1 16 dicembre del 1717: e tanta, e così 
universale fu l' opinione della sua santità, che la 
Santa Sede permise si desse principio alla causa di 
beatiflcazione prima che fosse trascorso il decennio 
dal d'i della morte. 

Quando il corpo della serva di Dio, adorno di 
tal bellezza, maestà e grazia che il suo giacere parea 
riposo e non morte, fu recato nel coro interiore, 
corrispondente alla grata che riguardava l'aitar mag- 
giore, la calca e la divota curiosità del popolo fu sì 
grande, che gettò a terra la balaustra di marmo che 
chiudeva il Sancta Sanctorum (10). 

Il corpo di suor Maria degli Angioli era deposto 
a lato dell' aliar maggiore, dalla parte del Vangelo, 
coli' iscrizione: 



CAPO SECONDO 513 

HIC 1ACET 

CORPVS VENERABILE SERVAE DEI 

MARIAE AB ANGELIS DEFVNCTAE 

DIE 16 DECEMBRIS 1717. 

Quando la rivoluzione ebbe scacciato le sacre 
vergini dai chiostri, entro ai quali aveano, profes- 
sando, sperato di vivere e morire, le reliquie della 
serva di Dio furono, addì 21 di settembre del 1802 
innanzi giorno, trasferite a S ta Teresa, e collocate 
nell'andito che si trova al lato del Vangelo dell'ai- 
tar maggiore. E nella stessa occasione probabilmente 
vi venne trasferito il corpo di Madama Reale Maria 
Cristina (11), che fu deposto nel sotterraneo sotto 
P aitar maggiore. Due anni dopo, sull' architrave 
della facciata di S ta Cristina leggevasi l'iscrizione : 

BOURSE DE COMMERCE. 

Quando Maria Giovanna Battista alzò la facciata 
di S ta Cristina, si posero in essa le statue di S ia Cri- 
stina e di S ta Teresa, opera di Pietro Le-Gros, pa- 
rigino. Ma perchè erano troppo belle, furono toh e 
di là, e collocate accanto all'aitar maggiore; nel- 
P aprile del 1804 portate alla Metropolitana, furono 
poste ai due lati dell'altare del Crocifisso (12). Le 
statue surrogate nella facciata alle due del Le-Gros, 
sono del Caresana. Le altre del Tanlardini (15). 

Voi. II 65 



514 LIBRO QUARTO 

Ora per benefìcio del Re la chiesa è amministrata 
dalla pia Società del cuore di Maria, a cui la libe- 
ralità della Regina vedova Maria Cristina forniva 
un' annua provvigione per mantenere un rettore ed 
un cappellano., come attesta un' iscrizione collocata 
sai muro a sinistra entrando. 

Seguitando la strada Nuova incontrasi in principio 
della seconda isola a mano destra la chiesa di S ta 
Maria Maddalena coli' annesso monastero, che già 
fu delle Convertite del terz' ordine di S. Francesco, 
ed ora appartiene alle Cappuccine. 

Fin dal secolo xvi era in Torino un' opera delle 
Convertite allogata in certe case vicino a San Mar- 
tiniano (14); ma non era di gran lunga sufficiente al 
bisogno. Del che dolenti le piissime Infanti Maria e 
Caterina di Savoia , fatte cacciatrici d' anime , si 
diedero a cercare e raccogliere quelle, la cui lasciva 
bellezza, mutata in merce venale, maggior danno 
recava alla pubblica onestà, e ricoveratele in casa 
da loro comprata, ne commisero il non facil governo 
a Caterina de' Rossi Lazari, donna per età, per pru- 
denza e per pietà attissima a quel carico, aggiuntavi 
l' assistenza del padre Ruga, barnabita. 

Furono da sessanta le Taidi che la mano medesima 
delle Infanti vestì solennemente di cadizzo bigio, e 
che con capestro al collo e corona di spine in capo 
inaugurarono con divota processione il passaggio dalle 
laidezze alla penitenza (15). Ciò fu nell'anno 1654. 



CAPO SECONDO 515 

Intanto, come sempre accade, altre donne s' ag- 
giunsero in aiuto alla direttrice, dimodoché le mo- 
nache d'onesta origine finirono per prevalere di 
numero alle Convertite, massimamente dopoché l'ar- 
civescovo Beggiamo le ridusse nel 1671 a clau- 
sura (16). Le Convertite aveano voce attiva, ma non 
passiva. Nel 1757 erano ridotte ad otto. La chiesa 
e l'attiguo monastero furono edificati nel 1672. 

L' altare del beato Amedeo era patronato della 
famiglia, ora estinta, dei conti Vibò di Prales. 

L' isola dov' è la chiesa di S ta Maddalena era 
P ultima da questo lato verso la porta Nuova. Noi 
abbiam veduto costrurre la bella piazza Carlo Felice, 
coi due sodi e vasti casamenti Talachino-Manati e 
Rorà. Se Dio ci concede ancora qualche anno di vita, 
vedremo pel continuo fabbricar intermedio congiunta 
la citta colla chiesa di San Salvarlo e col castello 
del Valentino, acquistar le proporzioni di una gran 
capitale. 



NOTE 



(1) Guida di l'ormo.— Iscrizioni patrie, ne\V Archivio di corte. 

(2) Archivio camerale, Registro controllo, lxxii, fol. 189. 

(3) D. Emmanuelis Thesauri, inscriptiones, elogia et carmina, p.266. 

(4) Utriusque Sanctissimi Crucifixi Sanctorum Josephi et Augustini 
Sacelli, architectus et artifex Thomas Carlonus luganensis. Manca questo 
scultore nel Dizionario del Ticozzi. 

(5) Era parente dell'abate Giampietro Costa. — Notizie di monsignor 
Ilario del Gesù, nell' Archivio di San Carlo. 

(6) La prerogativa di questo grand' uomo è stata d' essere stalo raro 
in tutte le virtù che ha praticate in grado eminente, e tutte ad un istesso 

tempo Si è perduto uno specchio di santità, dottrina, prudenza e zelo, 

che credo queste missioni non abbiano avuto il pari. Infine, non è pos- 
sibile V epilogare in poche linee le virtù singolari di questo santo pre- 
lato , del quale eterna ne resterà la memoria nei posteri, principalmente 
per le erudite opere date alla luce (in lingua annamitica), e che servi- 
ranno di scudo spirituale alli neofiti e d' accesa fiaccola per illuminare 
le ottenebrate menti dei gentili. 

Da lettera 12 maggio 1754 di fra Paolino del Gesù, conservata nell'^r- 
chivio di San Carlo, con altre assai da me vedute per cortesia del M.to 
Rev.do Padre Curato. 

(7) Archivio camerale, Patenti del 25 di marzo 1639. Registro n.LVi, 
fol. 186. 

(8) Nel giardino e sopra la porta del chiostro eranvi le due iscrizioni 
che seguono, le quali con ottimo consiglio il signor cavaliere Gian Carlo 
Cagnone, intendente generale dell'Azienda economica dell' Interno, salvò e 



CAPO SECONDO, NOTE 517 

fece collocare nella sala del museo, presso la medesima Azienda stabili lo, 
segnando sulla pietra il luogo in cui erano e il tempo della traslazione : 

MARIA GIOVANNA BATTISTA DI SAVOIA 

DVCHESSA DI SAV. REINA DI CIP. 

AMPLIÒ QVEST' ALBERGO A SE DILETTO 

REGIA BENEFATTRICE E IL RESE ADORNO 

CHE SPESSO PREFERÌ NEL PIO RICETTO 

AGLI ANNI PIÙ FELICI IL BEN D' VN GIORNO 

NELL' ANNO DEL SIG. 

MDCC 

TRASLOCATA DAL VICINO GIARDINO 

1845. 



MARIA IOANNA BAPTISTA A SABAVDIA 

VICTORIS AMEDEI SICILIAE REGIS MATER 

QVOD IN HOC VIRTVTIS ET SANCTITATIS DOMICILIO 

QVO SAEPE DIVERTERE SOLET 

A S. THERESIA MATRE S1MILLIMISQ. MATRI ALVMNIS 

PIOS ANIMI SENSVS SEMPER HAVSERIT 

REGIO INTRA CLAVSTRI AMBITVM SECESSV 

SIBI FVTVRISQ. REGINIS MAGNIFICE EXTRVCTO 

INTERIORI MONIALIVM DOMO 

AEDIBVS AERE SVO COEMPT1S ADIECT1SQVE 

LATIVS EXTENSA ELEGANTIVS ORNATA 

AVCTO INSVPER GEMINIS ALTARIBVS TEMPLO 

VT EAM DENIQVE ClVIVM ANIMIS 

QVAM IPSA PROFITETVR VENERATIONEM LOCI CONCILIARET 

AVGVSTAM HANC TEMPLI FACIEM 

OCVLIS OFFERERAT 

ANNO 1717. 

TRASLOCATA DALLA FACCIATA 
ESTERNA DEL PALAZZO 

1845. 



518 CAPO SECONDO. NOTE 

(9) La virtù educata in corte, perfezionata nel chiostro, descritta nella 
vita d'Anna Maria di S. Gioachino, nel secolo donna Caterina Forni. 

(10) La diletta del Crocifisso. Vita della venerabile madre Suor Maria 
degli Angioli. 

(il) Da noia di mano del Vernazza. 
Il sepolcro di questa principessa ne' sotterranei di S.ta Cristina avea la 
seguente iscrizione: 

CHRISTIANA A FRANCIA 

HENRICI IV ET LVDOVICI XIII REGVM CHRISTIANISSIMORVM 

FILIA ET SOROR 

VICTORIS AMEDEI, FRANCISCI HYACINTHI CAROLIQVE EMMANVELI FRATRVM 

VXOR MATER ET TVTRIX 

NATA LVTETIAE PARISIORVM X FERRVARII MDCLVI 

OR. AVG. TAVR. XXVU DECEMRRIS MDCLXIII. 

(12) Da nota di mano del Vernazza. 

(13) Derossi, Nuova guida per la città di Torino. 

(14) La reverenda madre Reltrice delle reverende Convertite , delta 
Suor Marta, sepolta per sua elettione, ricevuti li santi sacramenti nella 
chiesa di San Domenico li 16 novembre 1607. — Se ne hanno anche me- 
morie anteriori nel Libro de' morti di San Martiniano, e negli Archivi, 
di città e di corte. 

(15) Alessio, Vita della serenissima Infanta Maria di Savoia. 73. — 
Arpio, Vita dell' Infanta Caterina di Savoia. 214. 

(16) Memorie di Torino e contorni, ms. dell' Archivio di corte. 



CAPO TERZO 



Via di Po. — Specula del padre Beccaria. — Università degli studi. 
Biblioteca; sua origine. — San Francesco di Paola; sue memorie. 
— Spedale di Carità. Mendicanti validi e veri poveri. Origini di 
questo spedale. Gesuiti promovitori d' opera egregia; Albricci, 
Guevarra ed altri. Giuseppe Adami. Ricovero di mendicità. — 
Chiesa e confraternita dell'Annunziata; sue origini. — Chiesa di 
Sant' Antonio. — Opera della mendicità istruita. Felice Fontana, 
fratello dell' Oratorio. — Piazza Vittorio Emmanuele. — Chiesa 
della Gran Madre di Dio. — Via della Zecca. — Accademia Reale. 
— Stamperia Reale. 



Ma ecco ornai a se n'invita la bèlla e spaziosa via 
di Po, la quale da chi e quando fosse costrutta, già 
detto abbiamo. In sul cominciare della prima isola 
a sinistra levasi una piccola torre quadrata, sulla 
quale il padre Giambattista Beccaria faceva le os- 
servazioni e le sperienze elettriche, da cui gli venne 
sì chiaro nome. Di fronte alla medesima, nelP isola 
a destra, sono le stanze dove abitava e dove morì. 
La seconda isola a sinistra è occupala tutta intera 



520 LIBRO QUARTO 

dalla R. Università degli studi. Vittorio Amedeo n, il 
quale mentre conosceva al pari di qualsivoglia mer- 
catante il valor delle cose e il governo del danaro, 
non avea poi nelle opere che imprendeva niun con- 
cetto che regio veramente non fosse, e sapeva che 
bene speso è il danaro che ne' pubblici monumenti 
s'impiega, costrusse all'insegnamento questa nuova 
splendida sede, togliendolo alle strettezze ed alla 
oscurità del portone che è di fronte a San Rocco. In 
marzo del 1715 si cominciò a demolire la fabbrica 
imperfetta che apparteneva al misuratore Martinotlo; 
e addì 29 di maggio fu posta la prima pietra del 
novello edifìzio all'angolo verso casa Castelli, nella 
via di Po, celebrando il santo sacrificio della messa 
il curato di San Giovanni (era sede vacante). Poco 
di poi si costrusse, sui disegni dell'architetto Ricca, 
il vasto palazzo con ampio cortile cinto lutto all'in- 
torno di portici e di logge a due piani. 

Non la sola sede materiale dell'insegnamento, ma 
il corpo insegnante rinnovò quel savio principe. Le 
varie provincie d'Italia e la Francia spedirongli let- 
tori degni dell'antica fama dello studio torinese. 

L'abate Francesco Rencini di Malta, già da trent' 
anni professore di teologia nel collegio urbano di 
Propaganda in Roma, ebbe la scuola di Dogmatica; 
il canonico Giuseppe Pasini di Padova, quella di 
Sacra Scrittura e lingua ebraica; il padre Pietro 
Severac di Tolosa, de' predicatori, quella di Storia 



CAI»0 TERZO 521 

teologica. In medicina era famoso il torinese Gio- 
vanni Fantoni; egli ebbe dunque la prima cattedra; 
ne meno famoso fu il professore di chirurgia Pietro 
Simone Rohault di Parigi, notissimo pel suo Trattato 
delle ferite al capo. La cattedra di matematica ebbe 
l'abate Ercole Corazzi di Bologna, monaco Olivetano. 
Rettorica, ossia eloquenza e lingua greca, insegnò 
Bernardo Lama, napolitano. Dopo questi primi re- 
stauratori delle scienze appresso a noi, che con ot- 
timo consiglio andò Vittorio Amedeo cercando anche 
fra gli stranieri, se tali possono dirsi gli alti intel- 
letti che, creati da Dio per beneficio universale, sono 
cittadini del mondo, lunga serie di chiari uomini 
illustrò le cattedre della nostra Università* fra i quali 
basterà ricordare Sigismondo Giacinto Gerdil, Casto 
Innocenzo Ansaldi, Mario Campiani, Giuseppe Cridis, 
Vitaliano Donati, Gianfrancesco Cigna, Ambrogio Ber- 
trand!, Carlo Allione, Giambattista Balbis, Ludovico 
Rolando, Lorenzo Martini, Giambattista Beccaria, 
Giovanni Antonio Giobert, Francesco Domenico Mi- 
chelolti, Giorgio Bidone, Girolamo Tagliazucchi, Giu- 
seppe Bario! i, Tommaso Valperga di Caluso, Giu- 
seppe Vernazza, Carlo Denina, Giuseppe Biamonti, 
Carlo Boucheron. 

11 commendatore e mastro auditore D. Giovanni 
Antonio Rogero avea legato alla citta di Torino duca- 
toni 2jm. onde fondare una biblioteca pubblica. La 
città comprava la biblioteca dell' avvocalo Giovanni 

Voi. IT 66 



522 LIBRO QUANTO 

Michele Perrini, e la collocava in una delle sale 
dello studio avanti San Rocco, e ne affidò la cura 
nell'anno 1714 al padre Pietro Paolo Quaglino, ago- 
stiniano. Crebbe negli anni seguenti per doni e per 
compre, finche nel 1723 il Re, desiderando che 
nell' edifìcio della nuova università si fondasse una 
pubblica biblioteca, donò diecimila volumi della sua 
privata libreria, e vi fé' trasferir quelli della città. 
Tali furono le prime origini della biblioteca della 
Regia Università, or tanto ricca e di libri rari, e di 
preziosi manoscritti, dove bel nome di se lasciarono 
i prefetti abate Pasini, barone Vernazza, e quel Giu- 
seppe Bessone, uomo di vasta erudizione, di pronto 
ingegno, di puri e dolci costumi, di cuore ad ogni 
bisogno del suo simile largamente e rapidamente 
soccorrevole, la cui virtuosa memoria non può es- 
sere oscurata nò con accuse palesi, ne con reticenze 
fallaci. 

Inestimabile è l'amore con cui la Maestà del Re 
Carlo Alberto promuove l'aumento di questa Uni- 
versità, prezioso deposito dell'umano sapere; e lunga 
narrazione sarebbe il discorrere lutto ciò che si è 
fatto e si fa. Dio lo serbi lungamente in questa santa 
intenzione, poiché se s 1 instiluisce paragone fra le 
nostre università d'Italia ed alcuna delle più famose 
di Germania, è lieve lo scorgere il molto che resta 
da fare,* e conviene assolutamente che questa terra, 
in cui viva e gagliarda si conserva l'impronta della 



CAPO TERZO 525 

nazionalità italiana, la possa e l'onor dell'armi cit- 
tadine^ Paura che feconda e nudrisce la sacra favilla 
degli ingegni, la preminenza degli sludi più virili e 
più generosi, il forte sentire e 'I forte operare, la 
volontà che s'innerva fra gli ostacoli, e sa infrenarsi 
e durarla per vincere, conviene, dico assolutamente, 
che questa terra divenga esempio all'Italia, così di 
civili ordinamenti, come d'ottima educazione reli- 
giosa, civile e letteraria. 

Scendendo questa strada, la prima chiesa che si 
incontra è quella di San Francesco di Paola, e che 
fu de' Minimi, coll'annesso convento. 

Questi frati erano già introdotti a Torino nel 1627, 
e si trattava d'edificare loro una chiesa al Valen- 
tino (1). Cinque anni dopo la chiesa era costrutta 
nel sito in cui ora si vede per munificenza di Maria 
Cristina (2). Accadde allora un caso che trafisse 
il cuore di tutti i buoni. Levavasi innanzi alla chiesa 
una gran croce. Una mattina trovossi per mani scel- 
lerate abbattuta, ed appeso il titolo della medesima 
alle colonne della forca (3). La città gareggiò coi 
principi in divole espiazioni per quell'oltraggio. 

Se la fabbrica della chiesa era a un dipresso com- 
piuta nel 1634, assai tempo e danaro fu ancora im- 
piegato nello abbellirla ed arricchirla, e dotarla di 
ricche suppellettili, nel che instancabile veramente 
fu la liberalità di Madama Reale e di Carlo Emma- 
miele li. Anzi, quest'ultimo nel 1651 essendo caduto 



524 LIBRO QUANTO 

nel fiume Po, e correndo gran rischio d' annegarsi, 
fé' voto di donare al convento di San Francesco di 
Paola mille ducatoni, se campava la vita. E così fu (4). 

Continuava la fabbrica negli anni 1675, 1676, e 
quattr' anni dopo s'ampliava il noviziato. 

Questa chiesa è graziosa, e di marmi finissimi 
ingentilita. La tavola dell'altare maggiore col santo 
in gloria, e nel piano Francesco Giacinto di Savoia 
e Carlo Emmanuele n sono di mano del cavaliere 
Delfino, che dipinse ancora i due laterali, nell'uno 
de' quali vedesi Luigia di Savoia, duchessa d'An- 
goulème a' piedi di S. Francesco, pregandolo d'otte- 
nerle da Dio grazia di prole mascolina. È noto che 
fu poi madre di Francesco ì. 

La prima cappella che segue dal lato del Vangelo, 
colla statua in marmo di Nostra Signora ausiliatrice 
fu eretta dal principe Maurizio di Savoia. Il cuor 
del medesimo, e le interiora di Ludovica di Savoia, 
sua moglie, sono sepolti sotto al gradino dell'altare. 
Sulle due porte laterali sono scolpiti in bassorilievo 
i loro ritratti. La terza cappella intitolata a S ta Ge- 
noveffa venne fondata dalla regina Anna d'Orleans, 
moglie di Vittorio Amedeo n. La tavola è del cava- 
liere Daniele Seyter di Vienna, pittor di corte, morto 
in Torino nel 1710, e sepolto a San Dalmazzo. Egli 
fu, come varii tra' più celebri suoi predecessori e 
successori, decorato della croce di S. Maurizio. Glie 
ne fu dato l'abito il 9 d'aprile 1697. A Giovanni 



CAPO TERZO 525 

Miele di Bolduc era stato dato il 10 marzo 1665. 
Aveano avuto il medesimo onore lo storico Samuele 
Guichenon a' 6 di gennaio 1657, il poeta Fulvio 
Testi il 10 d' agosto 1619 (5). Nella cappella della 
Trinità, di patronato dei Morozzi, la tavola è di 
Sebastiano Taricco da Cherasco; hannovi inoltre due 
monumenti sepolcrali, del marchese Francesco Mo- 
rozzo, ambasciadore in Francia, e del marchese Carlo 
Filippo Morozzo, gran cancelliere. 

La cappella di San Michele, propria de'marchesi 
Graneri della Roccia, fu terminata nel 1699, per 
cura di Marc' Antonio Graneri, abate d'Entremont, 
che di quell'anno comandava, per suo testamento, si 
dipingesse il quadro che doveva esservi collocato. Lo 
dipinse Stefano Maria Legnani. Apparteneva ai mar- 
chesi Graneri anche la tribuna allato all'aitar mag- 
giore. La cappella della Concezione era di patronato 
dei marchesi Carron di S. Tommaso, dai quali passò 
teste nei marchesi Bensi di Cavorre. Il quadro è del 
cavaliere Giovanni Peruzzini di Pesaro, che dipin- 
geva nello stile caraccesco. Nel coro i due ovali del 
divin Salvatore e della Beata Vergine, e gli Apostoli 
che si vedono nella sagrestia, furono dipinti da Bar- 
tolomeo Guidoboni da Savona; di sua mano sono anche 
gli affreschi che ancor si vedono nei chiostri del con- 
vento, tranne la Crocifissione sul pianerottolo dello 
scalone, dipinta bensì dal Guidoboni, ma rifatta mo- 
dernamente. 



520 LIBRO QUARTO 

Fra le iscrizioni sepolcrali rammenteremo in primo 
luogo quella di Tommaso Carloni, al cui scalpello 
sono dovute le statue, il pulpito e le altre scolture 
di questa chiesa, morlo il 1° aprile 1667; quella del 
conte Orazio Provana, ministro al congresso di Ni- 
mega, ambasciadore a Roma e a Parigi, morto nel 
1697; quella del marchese Tommaso Graneri, pre- 
sidente delle Finanze, ministro di Stato, morto nel 
1698; quella di Maurizio Guibert di Nizza, famoso 
ingegnere, il quale si segnalò in Francia, nel Belgio, 
e neirisola di Creta e di Malta, morto nel 1688 (6); 
finalmente quella onoraria del celebre matematico 
Giorgio Bidone, il cui corpo è sepolto al Campo Santo. 

Fra le tombe de' religiosi sotto al coro, si vede 
quella del sacerdote Gian Francesco Marchini, ver- 
cellese, professore di Sacra Scrittura e di lingue 
orientali nell'Università di Torino, morto nel 1774. 

In questa chiesa il professore d'eloquenza latina 
Gian Bernardo Vigo, addì 2 luglio 1758, fé' tenere 
da' suoi scolari un esercizio accademico in versi la- 
tini : De Bethulia per Judith liberata (7). 1 Minimi 
non sono stati ristabiliti. La chiesa è dal 1801 par- 
rocchiale. Nel convento sono le scuole, ed i labora- 
torii di chimica, e l'accademia di Belle Arti. Uno 
de' Minimi che fiorivano al tempo della soppressione, 
il padre Lazzaro Piano, scrisse due volumi di eruditi 
Commentarli sopra la Santissima Sindone. 

Lo Spedale di Carità che s'incontra nella terza 



CAPO TKRZ41 527 

isola a sinistra, in un sito ov' era ai tempi d'Emma- 
nuele Filiberto la posta de' cavalli, ed ove poi iu 
una casa di delizia di D. Amedeo di Savoia, richiama 
una questione molto agitata intorno alla giustizia e 
convenienza d'abolire la mendicità. La società civile 
non essendo veramente che una ordinata distribu- 
zione di lavoro, è dunque principio sociale che tutti 
debbano lavorare. Ed è ciò tanto vero, che quelli 
che chiamansi ricchi, e vivono talvolta oziosi del 
provento delle loro possessioni, non campano d'altro 
che del prodotto di lavori anteriori, di cui si sono 
renduti consolidatarii. 

I mendicanti non lavorano e non hanno credito di 
lavori anteriori con cui campare. 

Essi dividonsi in tre classi : quei che non possono 
lavorare; quelli che possono e vogliono, ma non tro- 
vano lavoro, e quei che possono e non vogliono la- 
vorare. 

In quanto ai poveri delle due prime classi, è 
debito della società di soccorrerli. E ciò che più 
monta, è caro precetto della carità cristiana, le cui 
sante massime sono sempre, a considerarle anche 
solo dal lato umano, le più prudenti, le più sicure, 
le più eminentemente sociali. 

Nel soccorrerli la società ha la scelta de' mezzi 
più acconci, può ordinare soccorsi individuali, e soc- 
corsi collettivi, aiutarli nelle loro case od albergarli 
in un ospizio con certe regole, sì veramente che ad 



528 LIBRO QUARTO 

ogni cosa presieda la carila, e l'ospizio non si muti 
in prigione. 

In quanto ai mendicanti validi, sono essi in islato 
permanente di rivolta verso la società; essi vogliono 
godere de' benefizii sociali, senza sentirne i pesi; 
ciò che strappano di mano ai benefattori, che non 
hanno tempo o modo di considerare a cui son cor- 
lesi, è vera truffa. Contro questi tali dagli imperatori 
romani fino a noi, la società si è armata di qualche 
rigore per costringerli a lavorare. E ciò ha fatto e 
fa giustamente; e non è che per fallacia d'argomen- 
tazioni, per confusione de' poveri validi, coi veri po- 
veri; dei poveri per mestiere, coi poveri per necessità; 
dell'obbligo d'amare e di nudrire i poveri, con quello 
d'alimentar l'ozio e la mendicità; che taluno si sforza 
d' arrivare a conclusioni contrarie, immemore di 
quello che scrive S. Paolo ai Tessalonicensi: « Im- 
u perocché voi sapete, scrive il grande Apostolo, in 
u qual modo vi convenga imitar noi: i quali non 
« siamo stati in mezzo a voi d'alcun disturbo; ne 
« abbiam mangiato oziosamente il pane d'alcuna per- 
« sona ; ma sì lavorando, e faticando giorno e notte 
u onde non esser d' aggravio a nissuno : e quando 
<c eravamo in mezzo a voi, sempre v'abbiam prote- 
« slato: che chi non vuol lavorare non mangi (//oc 
« denunciabamus vobis : quoniam si quis non vult 
« operavi, nec manducet). » 

Diffatto, i nostri vecchi si pensarono di obbedire 



CAPO TERZO 529 

al Vangelo, e d' esercitare ad un tempo un diritto 
ed un dovere sociale, procurando l'abolizione, non 
della povertà (che impossibile sarebbe), ma della 
mendicità, collo instituire ospizii, dove i poveri che 
possono lavorare, lavorino; e quei che non possono, 
sieno caritatevolmente nudriti. 

Negli ultimi anni del regno d'Emmanuele Fili- 
berto alcuni uomini principali della tanto beneme- 
rita, e tanto sapientemente e cristianamente opera- 
tiva Compagnia di S. Paolo, congiuntisi con altri 
virtuosi cittadini, formarono una pia unione che in- 
titolarono della Carità, e costr ussero una casa nel 
borgo di Po, presso al sito ove ora son le Rosine, 
che chiamarono Albergo di Carità, dove i mendichi 
inabili al lavoro fossero ospitati e pasciuti, e gli altri 
apprendesser quell'arte che meglio a ciascuno tor- 
nava. Quest' ultima parte fu per altro la sola che 
poterono per allora avviare , e si distinse poi col 
nome di Albergo di Virtù, e l'ospizio de' non abili 
al lavoro, lo Spedale di Carità, rimase per qualche 
tempo nella condizione di desiderio e di progetto. 
Molte agiate ed industri famiglie milanesi erano 
venute ad abitar Torino, trattevi dal prudente e 
regolato governo di Emmanuele Filiberto (8), le 
quali avendo nella mente l' idea del vasto spedai 
di Milano, procuravano a tutto potere d'introdurre 
un simile stabilimento a Torino. Questo pensiero 
sorrideva pure a Carlo Emmanuele ì, il quale fin 



550 MURO QUARTO 

dal 1583 dichiarava di voler fondare uno spedale 
sotto al titolo dell'Annunziata pel ricovero dei men- 
dicanti; ma perchè sopravvennero di poi casi di 
guerra e pestilenze che intorbidarono quel pio di- 
segno , non potè il medesimo avere esecuzione 
fino all'anno 1628. Frattanto non mancò il principe 
ad istanza della città di provvedere a raffrenar la 
turba de' mendicanti che invadeva le chiese e di- 
sturbava i divini uffici; sicché fu mestieri di cac- 
ciarli a gran colpi di frusta, e con minacce di più 
severo gastigo. 

Ma neir anno 1628 si provvide di rimedio più 
opportuno. 11 duca eresse lo Spedale della Carità, lo 
unì con quello dell'ordine de' Ss. Maurizio e Lazzaro, 
e lo collocò nello spedai di S. Lazzaro al di là della 
Dora. Comandò poi a tutti i mendicanti di radunarsi 
il 2 d'aprile, quarta domenica di quaresima, innanzi 
al duomo, ond' essere a quello spedale accompagnati. 
Predicava allora nel duomo la parola di Dio un in- 
signe oratore gesuita, il padre Luigi Albrici; ed egli, 
pigliato dal Vangelo il testo appropriato, orò con 
tanta facondia, che infiammò tutto il popolo a quella 
pia opera; onde terminati i divini ufficii, incammi- 
nossi il clero e il popolo col duca e co'principi suoi 
figliuoli, e condusse processionalmente que' mendichi 
a S. Lazzaro, dove i veri poveri recavansi con aria 
allegra, fatti sicuri ornai di campar la vita, i men- 
dicanti di professione, col volto ingrugnato d'uomini 



CAPO TERZO 531 

a cui si ricide un' industria quanto più colpevole, 
tanto più lucrativa. 

Poco dopo, essendo il luogo fuor di mano, ed 
insalubre, furono trasferiti nello spedale de' frati di 
S. Giovanni di Dio. Ma non potè rimaner lungo tempo 
in fiore lo Spedale della Carità, perchè di nuovo la 
pestilenza e la guerra lo ridussero al nulla. Riordinato 
per cura della Compagnia di S. Paolo, e principal- 
mente del presidente Belle^ia, cogli aiuti di Madama 
Reale, venne riaperto il 15 maggio 1650 in un gran 
casamento de' signori Tarini, in via di Po, donde 
venne poscia trasferito nell'isola ora occupata dal 
Ghetto. Di nuovo si vietò sotto pene severe il men- 
dicare. Ma sempre questa vivace gramigna si ripro- 
dusse. Fosse il vitto dell'ospedale troppo tenue, fosse 
il reggimento del medesimo non abbastanza mite, o 
l'irrequieta bramosia d'indipendenza, di moto, d'aria, 
di luce, d' orizzonte non circoscritto, o Y abbona- 
mento ad ogni fatica, da quella in fuori di barare il 
prossimo, molti fuggivano dallo spedale; e nel 1651, 
1654, 1657 si stabilirono e si rinnovarono pene 
contro ai fuggiaschi. I mendicanti validi doveano 
essere presi e condotti allo spedale; e molti per una 
carità tutta di nervi e non di mente abbominavano 
quella apparente durezza; onde fu necessario com- 
minar pene a chi impedisse la cattura de'mendicanti. 

Nel 1679 Maria Giovanna Battista, temendo, da 
tanti poveri radunati in un sito angusto, pericolo di 



532 LIBRO QUARTO 

infezione, li traslocò alla vigna di Madama Reale 
Cristina, in faccia al Valentino. Ma in breve cono- 
sciutosi che il consiglio non era prudente, perchè 
scemavano le limosine e la sorveglianza de'direttori 
rendeasi meno sollecita, si pensò di destinare allo Spe- 
dale di Carità la casa occupata dall'Albergo di Virtù, 
in via di Po, assegnando allo stesso Albergo nuovo 
sito sulla piazza Carlina, in cui la carità dei cittadini 
alzò la fabbrica, la quale di presente si vede (9). 

Così questi due instituti, frutto d'uno stesso con- 
cetto, ed uniti nell' intenzione de' fondatori, costi- 
tuironsi l'uno dall'altro separati, e crebbero a mag- 
giori progressi. 

Ma nel 1716 le vie e le piazze erano di nuovo 
invase dai mendichi ; effetto in parte delle guerre, 
che disertando le campagne aumentano il numero 
degli infelici; in parte del continuo aumentarsi della 
popolazione nella capitale, e massimamente del tra- 
sferirvisi che fanno le famiglie facoltose dalle Pro- 
vincie, onde scemano fuori della capitale i lavori 
ed i soccorsi (10). Allora si pensò nuovamente a 
sbandir la mendicità, e per buona sorte venne in 
aiuto al re Vittorio Amedeo n un gesuita potente 
d'ingegno, di cuore e di volontà, che ordinò, non nella 
sola Torino, ma in tutto Io Stato, l'opera che ancora 
si mantiene. Era questi il padre Andrea Guevarre, 
della diocesi di Vence, nato nel 1645. Egli, coll'aiuto 
de' padri S. Giorgio, Boschis, Reynaudi e Govone 



CAPO TERZO 



553 



infiammò la carità de'cittadini, predicando nel duomo 
in francese, in S ta Croce, all'Annunziata, alla Mise- 
ricordia, ai Ss. Martiri in italiano, affinchè tutti 
concorressero alla santa impresa di sbandir la men- 
dicità, con mantenere i poveri nello Spedale di Ca- 
rità, ed instituire in ogni terra de' Regii Stati una 
congregazione di carità che avesse cura de'poveri. 

Anche allora vi furono contrasti che mai non man- 
cano ad ogni opera buona (11). Anche allora si di- 
pinse il Guevara come un uomo che, volendo farsi un 
nome, privava dei consueti sussidii de' fedeli tutti 
gli altri instituti per arricchirne il suo spedale; anche 
allora, confondendo i poveri coi mendicanti, si disse 
che lo sbandirli era contrario al Vangelo. Il Guevara 
dovette scrivere lettere di giustificazione al generale 
intorno ad un' opera, sulla quale avea meditato e 
lavorato quarant' anni. Ma jche cosa sono queste voci 
invide, o sciocche, o maligne innanzi al buon senso 
pubblico, il quale può essere momentaneamente of- 
fuscato, ma non traviato lungamente? Fiato di vento 
che or vieni quinci ed or vien quindi, pronto a sof- 
fiare, secondo la passione, anche da due lati opposti 
ad un tempo. 

Addì 7 d'aprile 1717 i questuanti furono tutti 
raccolti, in numero d'ottocento e più; e dopo una 
procession generale , seduti a lieto banchetto in 
piazza Castello, vennero serviti dai paggi di corte e 
dalle figlie d'onore, non che da cavalieri e dame 



554 LIBRO QUARTO 

destinate dal re, dalla regina e da Madama Reale (12). 
Il numero dei ricoverati nello Spedale di Carità è 
d'oltre a 3,500; poiché col volger d'un secolo 
moltiplicaronsi co' bisogni anche i benefattori, dei 
quali fanno memoria, e gli stemmi, e i busti, e le 
iscrizioni che nobilitano il vasto edifìzio. Negli ultimi 
anni deir Impero francese lo Spedale di Carità era 
minacciato di soppressione, quando accorse a salvarlo 
uno di quei cuori che Dio crea per pubblico bene- 
fìzio, il conte Adami di Bergolo, il quale ne pigliò 
sopra di se tutta la cura, e quella numerosa famiglia 
tenne in conto di propria, e molte industrie v'intro- 
dusse, molte ne migliorò, e fra gli altri studi, quello 
vi recò della musica; e in ogni tempo, e sino al ter- 
mine della sua mortai carriera, anche dappoiché 
racquistatasi per noi l'indipendenza nazionale, più 
non mancava allo Spedale di Carità efficacia di pro- 
tezione, il conte Giuseppe Adami perseverò a pro- 
muovere con ogni cura gli interessi morali e fisici 
dei ricoverati con tale abbondanza d'affetto, che ora, 
dopo molti anni che riposa nella quiete del Campo 
Santo, se vedi un tumulo cui faccian corona le figlie 
dello Spedale inginocchiate, una delle quali spazzi 
la polvere che ricopre la pietra del sepolcro, l'altra 
su vi deponga una modesta corona, la terza s'inchini 
a baciarla, mormorando sommessamente il dolce nome 
di padre, puoi conoscere da ciò che quello è il se- 
polcro di Giuseppe Adami. 



<:w»o terzo 535 

Ma la gigantesca ampliazione di Torino, e il mol- 
tiplicarsi delle varie cause da noi sovra accennate, 
aumentò senza fine il numero degli accattoni. Ornai 

10 Spedale più non bastava. Ma Torino, in materia 
di beneficenza, è la città de' miracoli. 11 re ne pre- 
sentì e ne infervorò il vigoroso impulso, e, date con 
patenti del 29 novembre 1856 utili norme a' nuovi 
stabilimenti, vide, e qui e nelle provincie,per effetto 
di carità privata, crearsi Ricoveri di mendicità, e 
fiorire. V ampio Ricovero torinese, frutto di pia e 
savia beneficenza, è nel borgo di Po, in sulla via 
che mette alla Madonna del Pilone. 

L' edifìzio dello Spedale di Carità è vasto, e no- 
tabilissimo. La chiesa fu restaurata sui disegni del 
conte Dellala di Beinasco, che v' aggiunse la facciata. 

11 soffitto d' essa chiesa era stato dipinto dal cava- 
liere Daniele Seyter. 

Unito a questo Spedale è quello delle malattie 
incurabili ed appiccaticcie, e specialmente de' sifi- 
litici, fondato nel 1734 dal banchiere Ludovico 
Boggetto, che in molti altri modi esercitò la sua 
carità, legando a varie parrocchie annui soccorsi pei 
poveri. 

Seguitando il nostro cammino lungo la via di Po, 
troviamo nell'ultima isola a sinistra la chiesa della 
Annunziata. Nell'anno 1580 molti confratelli della 
compagnia del Santo nome di Gesù, abitanti lungo 
il Po, non avendo comodità di recarsi alle radunanze 



556 LIBRO QUARTO 

ed alle uftiziature in San Martiniano, supplicarono 
la confraternita a permetter loro di far corpo da se, 
ritenendo, come divota colonia, il nome e l' abito 
antico. Furono compiaciuti, e dalla confraternita di 
San Martiniano accompagnali processionalmente al 
Duomo, e poscia a San Marco, presso al ponte di Po, 
dove il curato li ricevette, e loro die' facoltà di ce- 
lebrare i divini ufficii. Nel 1648 comprarono quei 
confratelli un sito nella via di Po, e costrussero la 
chiesa dell'Annunziata. Nel 1668 la confraternita 
recossi pellegrinando a visitare il sacro chiodo in 
Milano, in seguito ad un voto fatto per la salute del 
principe di Piemonte. De' viaggi della confraternita 
dello Spirito Santo abbiam già parlato. Rammente- 
remo qui opportunamente che anche la confraternita 
della Trinità si recò a Loreto ed a Roma nell' anno 
santo 1650, e che ricevette in Rologna cortese e 
divota ospitalità dall' infanta donna Maria di Savoia. 
Nel 1776 i confratelli dell' Annunziata abbellirono 
la chiesa e v'aggiunsero la facciata sui disegni del- 
l' architetto Francesco Marlinez, messinese. 11 che 
viene ricordato da una iscrizione latina dettata dal 
Vernazza. 

L'aitar maggiore, tutto di marmi, è disegno del- 
l' architetto Bernardo Vittone. 

Nel primo altare a destra, la tavola di S. Giuseppe 
e S. Biagio colla Vergine in gloria fu dipinta nel 
1656 da Giovanni Andrea Casella da Lugano, di cui 



CAPO TERZO 557 

pur sono i freschi della cappella. La tavola di Sani' 
Anna in altra cappella è di Giovanni di Zamora, di 
Siviglia, più valente nella pittura dei paesi, che nella 
figura. Il gran quadro deir Annunziata è del Mari, 
torinese, che dipinse pure le tre cappelle dal lato 
del Vangelo. Le pitture a fresco scompartite in due 
ordini nel coro, in cui sono raffigurati i fatti più 
memorandi della vita di Gesù e di Maria Vergine, 
sono stati dipinti nel 1700 da Giovanni Battista Pozzi, 
milanese. Nella cappella interna dal lato del Van- 
gelo le belle statue in legno di Maria Vergine a pie' 
della croce, di S. Giovanni, della Veronica, ecc., 
sono di Stefano Maria Clemente. 

Nella cappella sotterranea della Madonna delle 
Grazie è sepolto Giambalista Bianchi, protomedico 
e professor d'anatomia, chiamato con frase troppo # 
ambiziosa celeberrimo per tutta V Europa, vi giace 
pure un Giovanni Altare, morto nel 1763, chiamato 
similmente celeberrimo per tutta V Europa. Io non so 
chi sia, e dubito che la celebrità europea sia stata 
un dono cortese dell' artefice marmorario, cosa non 
molto rara. Finalmente vi è sepolto l'architetto Fran- 
cesco Marlinez, messinese, morto il 7 maggio 1777. 
L' iscrizione non dice che fosse famoso, ma non 
toglie che abbia lasciato nome onorato. 

Dopoché i padri di Sant' Antonio abbandonarono 
ai Barnabiti la chiesa di San Dalmazzo, si erano mu- 
rati pe' medesimi una nuova chiesa ed un convento 
/<■/ // m 



£58 LIBRO QUARTO 

in Cme dell'isola dell'Annunziata, in una casa che 
Gian Domenico Tarino avea venduta al presidente 
Pergamo. Nel 1626 la chiesa era già edificala. Nel 
secolo scorso era stata nobilitala con facciata e cu- 
pola sui disegni di Bernardo Vittone. Giovanni Paolo 
Recchi, di Como, allievo del Morazzone, v' avea di- 
pinto nel 1671 la tavola del Crocifìsso. Vedeansi in 
quella chiesa altri dipinti del cav. Delfino, del Trono, 
del Milocco; ma non v'era cosa di gran pregio. 

I canonici regolari di Sant' Antonio non furono 
appresso a noi tra i più segnalati ne per merito di 
dottrina, né per merito di santità. La disciplina fin 
dai primi anni del secolo xvn andava molto scadendo, 
nò bastarono gli sforzi d'alcuno degli abati generali 
a ristorarla solidamente. Erano già in poco buona 
vista presso a Carlo Emmanuele m; ma li sostenne 
la propensione che il marchese d' Ormea nudriva 
per l' abate generale Gasparini. Possedevano, come 
è noto, anche il celebre ed antico monastero di 
Sant'Antonio di Ranverso, presso a Rivoli. Ma colà 
ed a Torino il maggior numero dei canonici era fran- 
cese, epperò vi fu costante opposizione a formare, 
come si praticò per gii altri ordini, una provincia 
nazionale. 

In dicembre del 1776 una bolla pontifìcia unì 
l'ordine regolare di Sant'Antonio all'ordine di Malta; 
ma il convento di Torino fu dismesso all'ordine dei 
Ss. Maurizio e Lazzaro. 



CAPO TERZO 559 

Questa chiesa, che fu ridotta di poi ad usi profani, 
è memorabile per aver accolta nascente la bella 
opera della mendicità istruita. 

Felice Fontana, torinese, laico della congregazione 
dell'Oratorio, cominciò a radunare nei corridoi di 
San Filippo i ragazzi cenciosi e seminudi che gio- 
cavano, mendicavano, birboneggiavano, pericolavano 
per le vie; ad ammaestrarli nelle cose della fede; a 
procurar loro qualche soccorso ad imitazione di 
S. Giuseppe Calasanzio, di Giambattista De la Salle, 
ed altri santi. Quella pietosa cura fu gradita al pub- 
blico, il quale l'aiutò coli' inesauribile sua benefi- 
cenza, al re Vittorio Amedeo ni, da cui venne ap- 
provata con R. patenti de' 5 marzo 1776, ed allogata 
in giugno del 1778 nella chiesa di Sant'Antonio, 
donde si trasferì più lardi a S ta Pelagia. Il Fontana 
era un semplice mastro da muro che lavorava attorno 
alla fabbrica del convento di San Filippo. Entrato 
nella congregazione dell' Oratorio in qualità di fra- 
tello, si mostrò dotato di singoiar ingegno, di molto 
giudicio, e s'avanzò tanto nella pietà, che i primi 
dello Stato, e fra gli altri il venerabile cardinal delle 
Lanze, andavano spesso a trovarlo e a conversare 
con lui. Morì il 17 d'aprile del 1787 (13). 

La chiesa di Sant'Antonio era situata nel sodo 
di mura che si vede a sinistra, entrando nel cortile 
della casa che ha sulla porta l'insegna della croce 
mauriziana. Nel giardino degli Antoniani fu eretto 



510 LIBHO QUARTO 

dal conte Dellalu il quartiere delle Guardie del 
Corpo. 

In essa chiesa fu sepolto nel 1728 Giovanni Smith, 
professore di diritto nell'università di Torino. 

Siccome la chiesa di San Dalmazzo assegnata nel 
1271 ai frati di Sant'Antonio, apparteneva al capi- 
tolo della cattedrale, s' era il medesimo mantenuto 
nel diritto di venire il giorno della festa del santo 
ad uffiziare solennemente nella loro chiesa (14). 

La piazza Vittorio Emmanuele, che d'ampiezza e 
di magnificenza agguaglia le più famose, e nella 
bellezza degli aspetti le vince, aspetta due fontane 
monumentali che ne coronino i pregi. Già parecchie 
volte nel secolo scorso s'esaminò il livello delle 
acque di Trana e di Millefonti, coli' intento di con- 
durle ad ornare di belli e freschi zampilli la piazza 
di San Carlo. Ora che a quella piazza si è larga- 
mente provveduto colla statua equestre d' Emma- 
nuele Filiberto, rimane a darsi a questa la perfezion 
necessaria con monumenti che riposino e rallegrino, 
e non interrompan la vista del ponte, del tempio 
della Gran Madre, e del colle ombroso e ridente 
che fa sponda al regal fiume. Il disegno di questa 
piazza (notabile anche per Tartifizioso digradar 
delle case che dissimula il declivio) è dell'archi- 
tetto Giuseppe Frizzi. 

L'antico ponte di Po, di tredici archi, dieci grandi 
e tre piccoli, era situalo alquanto a sinistra di quello 



CAI'O TERZO 



541 



che ora si vede. Costrutto nei primi anni del secolo 
xv, durò quattrocenfanni. Nel 1810 si cominciarono 
i lavori del nuovo ponte sui disegni dell' ingegnere 
Pertinchamp, e sotto la direzione del cavaliere 
Mallet (15). Prigionieri di guerra spagnuoli, e di 
altre nazioni, furono adoperati a palificare il fondo 
del fiume. Di questo bel ponte Napoleone tanto si 
compiaceva, che non mancava di citarlo fra i monu- 
menti notabili del suo regno. Dopo la restaurazione 
i lavori ne furono condotti a compimento, e vennero 
aggiunti i due argini laterali a sinistra. 

Al di la del ponte sorge sopra un alto basamento 
la rotonda della Gran Madre di Dio; voto del Corpo 
Decurionale pel fausto ritorno del Re. Vittorio Em- 
manuele ne pose la prima pietra addì 25 di luglio 
del 1818. Fu costrutto e quasi condotto a compi- 
mento durante il regno, e mercè la liberalità di 
Carlo Felice. 

Costò circa due milioni e mezzo. 11 cavaliere Fer^ 
dinando Bonsignore che ne die' il disegno, imitò il 
Panteone, e lasciò in Torino un esempio di classico 
e puro stile. Se non che le rotonde quando non 
sono di gran dimensione, o non s' addotta il partito 
di collocare l' ara maggiore nel centro, convengono 
assai poco alla maestà del rito cattolico. 

Sotto a questo tempio s' espongono i cadaveri ab- 
bandonati, che prima si esponeano in un sito attiguo 
al Palazzo di città, dov' era molto maggior concorso 



«'342 LIBRO QUARTO 

di popolo, e dove poteansi riconoscere più facil- 
mente. La chiesa della Gran Madre di Dio è par- 
rocchia suburbana. 

Nel 1669 era ordinata la costruzione della strada 
della Zecca e dell'Accademia Reale ; di questa fu 
architetto Amedeo di Castellamonte. Nel sito com- 
preso tra l'angolo della nuova strada ed il teatro 
delle feste in piazza Castello, ebbe dono di sito il 
mastro auditore Gio. Battista Quadro, coir obbligo 
di fabbricarvi un trincotto o pallamaglio, secondo 
il disegno, per comodo della corte e degli Accade- 
mici. Ma per ragioni indipendenti dalla volontà del 
Quadro il trincotto non potè farsi. L'Accademia Reale 
divenne scuola famosa di studii cavallereschi; e ad 
essa accorrevano anche da lontane regioni giovani 
di nobil sangue ond'esservi educati. Con lettera del 
22 marzo 1688 il principe Eugenio raccomandava 
al duca suo cugino il conte Massimiliano figliuolo 
del tenente maresciallo conte di Eberstein, e nipote 
del signor principe di Diechtristein, cameriere mag- 
giore delV Imperatore , il quale ad apprendere gli 
esercizii cavallereschi se ne passa a cotesta Reale 
Accademia. 

Due anni dopo passava il medesimo ufficio in fa- 
vore del conte Palfì. 

Chiusa dipoi alcun tempo per cagion della guerra, 
fu riaperta il 1 di maggio 1713. 

Ordinata a' tempi dell'impero a scuola militare 



CAPO TEItZO 545 

sotto nome di Liceo, ricevette nel 1815 novella or- 
ganizzazione, col nome d'Accademia Militare. Nuove 
riforme v'introdusse teste il re Carlo Alberto. 

Avanzando per questa via, troviamo a destra la 
porta dell'Università, ornata da Carlo Felice di 
colonne di marmo, quando chiuse l'ingresso che prima 
s'avea per la strada di Po ; a sinistra la Zecca che 
dà nome alla strada; dopo la Zecca dalla stessa parte 
era anticamente la scuola di scultura de' fratelli 
Collini. Alquanto più in giù sempre dal lato stesso 
in fondo alla via traversa è il teatro dell'Accademia 
filodrammatica. Questa società privata, la quale ebbe 
principio nel 1828, crebbe a lieti risultamene, sicché 
nel 1840 edificò l'ampia e bella sala di cui par- 
liamo, disegno dell'architetto Leoni. E direttrice 
delle rappresentazioni di questo teatro la rarissima 
attrice Carlotta Marchionni. S'incontra finalmente, 
continuando il cammino, ultimo edifìzio a mano si- 
nistra ? la Stamperia Reale. 

Fu stabilita nel 1740 dal re Carlo Emmanuel in, 
a petizione del conte Ignazio Favetti di Bosses a 
nome di una società e ad imitazione di quelle già 
stabilite a Milano ed a Firenze. Ebbe sede, prima 
nell'isola dell'Università, poi sotto alle segreterie di 
Stato presso al teatro; quindi nel palazzo del Col- 
legio de' Nobili (Accademia delle Scienze). Ora dagli 
ultimi anni del regno di Carlo Felice ha sede in 
quest'edilìzio per essa appositamente costrutto. 



I'ì44 LIBRO QUARTO 

Una delle cause della grandezza di Roma fu l'imi- 
tar che faceva con discernimento e prudenza i buoni 
inslituli delle altre nazioni. 

Quest'arte medesima ha giovato e potrà giovar 
non poco alla nostra italiana grandezza. 

Chi sa la storia nostra, conosce che una parie 
della sapienza legislatrice fu sempre riposta nello 
scegliere tra le vicine nazioni quelle istituzioni , 
quegli ordini che, elaborati nei grandi centri di ci- 
viltà francese, germanico, britannico / sono dalla 
prova di molti anni autenticati per buoni. A dieci, 
a trenta, al più a cinquantanni di distanza, molti 
di tali ordini, varcate le Alpi e il Ticino, ebbero 
cittadinanza sulle rive del Po e della Dora; profit- 
tando noi per tutti i modi; e col non esser costretti 
a patire i sussulti delle prime sperienze e dei su- 
biti passaggi, che ci travagliano quando si tratta di 
dar esecuzione a pensieri, che messi in carta paion 
divini, ridotti in opera provano male, o per occulta 
magagna, o per difetto di metodo; e per potere si- 
curamente, adottando un buon ordine già trovato 
da altri, migliorarlo, appropriarlo ai nostri bisogni, 
dargli virtù e slancio maggiore; e per potere ancora, 
quando si vede che il passaggio sarebbe troppo 
forte, pigliarne sol quella parte che conviene; non 
tuttavia in modo da render eunuca V istituzione, 
sicché s'importi un* epigrafe, e non altro. Dio di- 
stribuisce qua e là, come gli piace, a lutto \e 



CAPO TERZO 545 

nazioni gli alti intelletti, vogliosi e capaci di utili 
riforme in materia di Stato. Quello ch'essi trovano, 
non è patrimonio di quella sola nazione , è patri- 
monio comune; perchè son patrimonio comune il 
vero, il buono e il bello. È debito di chi governa 
cercarlo dove si trova, introdurlo dove non è. L'or- 
dinamento sociale non ha altro fine. 



i vi. ir 60 



NOTE 



(1) Registro Controllo, num. xciv, fol. 15. Archivio camerale. 

(2) Dicesi nella Guida di Torino, architettura del Pellegrini. Del Pelle- 
grino Tibaldi non può essere, morto ventisette anni prima. D'altri di quel 
nome non so. 

(3) Arpio, op. cit., pag.200. 

(4) Registro Controllo, num. cxxx, fol. 88. V. ancora i Registri clviii 200- 
clxviii, 180; clxix, 180, ecc. 

(5) Dai ruoli dell' Archivio Mauriziano. 

(6) Di tre ingegneri ducali della famiglia Ghibert o Guibert abbiam tro- 
vato memoria; d'Apollonio nel 1668; di Ludovico Maurizio, primo ingegnere 
nel 1686; di Ludovico Andrea, primo ingegnere nel 1693; senza parlare di 
Onorato, che nel 1686 depulavasi ingegnere nella contea di Nizza. E posto- 
che è caduto qui il discorso degli ingegneri ducali, e molti ne abbiam già 
ricordato de'più famosi; diremo che Ascanio Vittozzi, d'Orvieto, fu deputato 
architetto ed ingegnere di Carlo Emmanuele i con patenti del 18 d'ottobre 
1584; che il primo settembre del 1592, quando quel principe fé' l'impresa 
di Provenza, costituì il Vittozzi sovra intendente generale delle fortezze della 
provincia conquistata; che nel 1595 fu dato in aiuto, al capitano Ascanio, 
l'ingegnere Viltozzo Vittozzi, suo nipote, morto in luglio del 1615, prima 
dello zio; che fin dal 1606 era ingegnere ducale Carlo di Castellamonte; che 
addì 4 dicembre 1637 venne assegnato nella medesima qualità al conte 
Amedeo di Castellamonte Io stipendio goduto dal conte Carlo suo padre; e 
che il 2 d'aprile 1639 esso conte Amedeo veniva deputato sovr' intendente 
generale delle fabbriche e fortificazioni; che fin dal 1626 era ingegnere aiu- 
tante, sotto al conte Carlo di Caslellamontc, Maurizio Valperga; che fu poi 



C\l»0 TERZO, NOTE 547 

nel 1634 ingegnere, e nel 1667 primo ingegnere; Andrea Valperga, figliuolo 
di lui, fu eletto ingegnere ordinano nell'anno medesimo. 

D. Filippo Juvara finalmente fu eletto primo ingegnere civile per lettere 
patenti del 15 dicembre 1714 coli* annuo stipendio di lire 3im. d'argento.— 
Archivio camerale. 

(7) Si ha stampato. 

(8) Fontanella, Polliago, ecc. 

(9) Tesauro, Storia della Compagnia di S. Paolo.— Guida di Torino. 
— Iscrizioni patrie,ms. degli Archivi di corte.— Torchi, Memorie dell'Ar- 
chivio arcivescovile di Torino y ms. d'esso archivio. 

(10) Perciò non è giusto il far ricondurre i mendicanti non torinesi alle 
patrie loro, impoverite dai rapidi aumenti della capitale. Quando una parte 
notabile della ricchezza della provincia si consuma nella capitale, conviene 
che la capitale sopporti nella stessa proporzione i pesi della provincia. 

(11) Lettere degli Archivi del preposito generale de' Gesuiti a Roma. 

(12) Editto 6 agosto 1716; li maggio 1717— Istruzioni e regole per le 
congregazioni di carità. — Soleri, Diaria.— Sacchi (Defendente), Instituti 
di beneficenza a Torino.— V. pure l'opera intitolata: La mendicità sban- 
dita (del Guevarra). 

(13) Memorie dell' Archivio de' Filippini. 

(14) Chiesa di Sant'Antonio di Torino. Archivio dell ordine de' Ss. Mau- 
rizio e Lazzaro. 

(15) Paroletti, Turin et ses curiositès. 



LIBRO Y. 



LIBRO QUINTO 



CAPO PRIMO 



Vie al sud di Dora Grossa. — San Pietro, antico monastero Bene- 
dittino. — Sua unione col monastero di Santa Croce. — Nuovo 
monastero in piazza Carlina. — Cessione della chiesa antica alla com- 
pagnia della Misericordia. — Breve storia di essa compagnia, e 
descrizione della chiesa. — Come conforti i condannati a morte. — 
Letteratura convulsa d' oggidì. — Quanto possa la grazia sui cuori 
più indurati. — Antico palazzo de' principi di Carignano, nella via 
de' Guardinfanti. 



Ripigliando ora da capo la parie occidentale di 
Torino, diremo che tra San Martiniano e 1' angolo 
sud-ovest della città, esisteva già prima del mille il 
monastero di San Pietro di religiose Beneditene, 
a cui, nel 1077, la duchessa Immilla, figliuola di 
Odelrico Manfredi, marchese e conte di Torino, 
Iacea cortesia di due possessioni in Musinasco. 



552 LIBRO QUINTO 

Nel 1376 Giovanni di Rivalta facendo la visita di 
quel monastero, die' varii provvedimenti che dimo- 
strano quanto ne fosse sciolta la disciplina. Impe- 
rocché ordinò, a pena di scomunica, alla badessa 
Agnesina che tenesse il monastero chiuso, ne per- 
mettesse ad alcun laico l'ingresso; che andando laico 
o religioso a parlar con monache, essa disponesse 
che parlassero alla porta o alla finestra, e fossero 
sempre in due; che se alcun giovane laico andasse 
per parlare con una monaca, essa badessa in termine 
di quattro giorni lo facesse sapere al vescovo ; fi- 
nalmente ordinò che tutte le monache dormissero 
nel dormitorio, eccettuata la badessa e la signora 
Lionetta (1). 

Queste monache non aveano clausura, ed uscivano 
liberamente per la città; e però si ha memoria d'un 
Giovanni Mussato, condannato in sette fiorini d'oro 
e mezzo di multa, per aver fatto cadere maliziosa- 
mente suor Alessina degli Aimari, monaca del mo- 
nastero di San Pietro (2) (1385). 

Erano queste monache per lo più d'illustri natali. 
Due priorati dipendeano dal monastero, ed aveano 
ciascuno una monaca deputata a governarlo. Nel 
1387 Catterina della Rovere era priora di Scarna- 
fìggi ; Isabella Provana, priora di Macello (3). 

Nel 1560 erano le monache di San Pietro ridotto 
al numero di tre, quando Pio ìv le unì al nuovo 
monastero delle Canonichesse Laterancnsi di Santa 



CAPO PRIMO 



Croce, le quali in memoria di tale unione posero un 
altare dedicato a S. Pietro nella loro chiesa. 

Nel 1535 Beatrisina Romagnano, desiderosa che 
s'introducesse a Torino l'ordine delle Canonichesse 
Lateranensi, avea ceduto a questo fine una casa posta 
nel sito dove ora sorge la chiesa della Misericordia, 
e dove 1' anno seguente vennero dal monastero della 
Annunziata di Vercelli donna Desideria Taglienti e 
due compagne. Chiamossi quel monastero, Monastero 
di Santa Croce, e la chiesa s'intitolò di Nostra Si- 
gnora di Misericordia. 

Nel 1549 ne fu benedetta badessa Laura di Sa- 
luzzo; le fanciulle di non chiari natali non v' entra- 
vano, perchè, secondo V errore di que' tempi, nel 
consecrarsi a Dio si pensavano di poter transigere 
co' pregiudicii mondani, e d'esser tenute da più, 
quando aveano per compagne nel servigio di Dio 
fanciulle di pari grado; il che forse anche principal- 
mente faceano, perchè tra donne pressoché uguali di 
nascita e d'educazione riputavano più agevole il man- 
tenimento della pace e dell'amorevolezza. Nel 1558 
la chiesa della Misericordia fu consecrata da Andrea 
de Montedei, vescovo di Nicomedia, suffragalo di 
Cesare Cibo, arcivescovo di Torino. Ma per essere il 
sito ove abitavano presso le mura angusto e malsano, 
le Canonichesse Lateranensi si trasferirono verso al 
1684 nel nuovo monastero di piazza Carlina. L'an- 
tica loro chiesa della Misericordia fu poi venduta 



554 L1BH0 QUINTO 

alla confraternita di S. Giovanni decollato, posta si- 
milmente sotto la protezione di Nostra Signora di 
Misericordia l'anno 1720. 

Le monache di Santa Croce tenevano educande. 
Fin dal 1586 si trova memoria di somme pagate a 
suor Maria de Gagliardi, badessa, in acconto delle 
donzene fatte alle figliuole che d'ordine di S. A. ten- 
gono nel detto monastero. Tra queste figliuole man- 
tenute nel monastero dalla liberalità del principe 
trovasi nel 1590 mentovata Anna detta di Racconigi, 
che probabilmente era del sangue di Bernardino di 
Savoia, signore di quel luogo (4). 

Questo monastero e quello di Santa Chiara erano 
i soli luoghi in cui si curasse allora in Torino l'edu- 
cazion femminile, tanto importante e tanto negletta. 

La confraternita della Misericordia, una delle più 
benemerite per l'amministrazione delle carceri che 
le venne affidata, per le pietose assistenze che usa 
ai carcerati, pe' soccorsi che dispensa, e finalmente 
per l'antico suo instituto dello assistere i condannati 
all'estremo supplizio, ebbe cominciamento in marzo 
del 1578. 

Ne' primi giorni di quel mese Michele Zuccato, 
Andrea de' Millani, Marc' Antonio Spana, Fabrizio 
Bonanome e varii altri impetrarono dall'arcivescovo, 
e poi dal duca Emmanuele Filiberto, licenza di fare 
una- nuova compagnia di disciplinanti nella chiesa 
dei Ss. Simone e Giuda, sotto al titolo di S. Giovanni 



CAPO PRIMO 555 

Battista decollato. Neil' anno seguente papa Gre- 
gorio xiii ne privilegiava i confratelli d' ambo i 
sessi d'indulgenza plenaria, nell'ingresso, in punto di 
morte, nel giorno della decollazione di S. Giovanni 
Battista, ed in altre occasioni specificate nella bolla. 

Nel 1580, in seguito a convenzione del 9 di feb- 
braio di quell' anno co' frati di Sant' Antonio, passò 
alla chiesa di San Dalmazzo, ove alzò un oratorio 
in fondo alla chiesa, e costrusse allato alla medesima, 
verso ponente, una cappella dove si seppellivano i 
giustiziati; mentre il sepolcro de' confratelli era ap- 
parecchiato innanzi all' aitar maggiore. 

Nel 1581 la compagnia di S. Giovanni decollato, 
detta della Misericordia, venne aggregata all'arci- 
confraternita dello stesso titolo della nazione fioren- 
tina stabilita in Roma (5), a mediazione d'Ottavio 
Santacroce, vescovo di Cervia, e di Bernardo Aldo- 
brandino. Neil' anno medesimo, a' 10 di luglio, la 
confraternita della Misericordia ottenne da Carlo 
Emmanuele ì la facoltà di liberare un condannato 
a morte od a galera, ovvero un bandito, purché non 
reo di maestà, nò di falsa moneta, ne d' assassinio, 
ne di falsa testimonianza. Più tardi ebbe privilegio 
d' altre nomine fino al numero di tre all' anno; ed 
ogni utile se ne ritraesse, si convertiva in sollievo 
de' carcerati. 

Quando godeva di tal facoltà, recavasi la compagnia 
la vigilia di S.Giovanni decollato processionalmenle 



5i>0 LlBito QUINTO 

alle carceri, dove le veniva consegnato il reo. La 
compagnia lo vestiva d'un abito di zendado rosso, 
lo coronava di lauro, gli poneva in mano un ramo- 
scello d'ulivo in segno di vittoria e pace; e quindi, 
postolo in mezzo al priore ed al sottopriore, lo ac- 
compagnava al suono di festivi stromenti, e cantando 
il Te Deum, al Duomo, donde riconducevalo alla 
chiesa di San Dalmazzo, nella quale si cantava una 
messa coir applicazione del sacrifizio per la Real 
Casa di Savoia. Finita la messa, il reo se ne partiva 
dopo d' aver offerto 1" elemosina convenuta, e trova- 
vasi restituito nella libertà, ne' beni, nell'onore e 
nella fama antica (6), seppure alcuna persona al 
mondo può rendere l'onore e la fama una volta per- 
duta; se pure l'opinione pubblica si può cambiare 
con un rescritto. È noto che Benvenuto Cellini trovò 
in Roma la stessa via di salvarsi dalla pena incorsa 
per un omicidio; e lo narra ei medesimo in quella 
sua vita, che sarà un perpetuo e sicuro modello di 
lingua e di stile per l'aurea sua scioltezza e sem- 
plicità, e che raccomando singolarmente ai giovani, 
perchè serve di correttivo a quella tendenza che la 
foga dell'imaginazione induce allo stile gonfio e ri- 
dondante, uno dei soliti peccati dell'età più verde. 
La sublime missione di carità che esercita questa 
Compagnia, ed il modo con cui costantemente l'eser- 
citò, invitarono in ogni tempo uomini distinti per 
nascita, per uffizi, per ingegno a farvisi aggregare. 



f.AIH) PP.IMO 



557 



A 'tempi di Carlo Emmanuele e di Vittorio Amedeo i, 
quando più bollivano le discordie d'essa Compagnia 
co' Barnabiti , che voleano allontanarla dalla loro 
chiesa, intervenne più volte in suo favore la media- 
zione della piissima infanta Catterina di Savoia onde 
potesse celebrareliberamente inSanDalmazzolafesta 
di S. Giovanni decollato. La principessa Ludovica 
di Savoia ne fu consorella; ed in molte occasioni i 
nostri principi v'esercitarono il primario ufficio di 
priore o governatore. 

Nel 1695 era priore l'abate don Giovanni Battista 
lsnardi de Castello, cavaliere dell'Annunziata. Sosle- 
neano l'ufficio di consiglieri l'abate don Carlo Tom- 
maso Ludovico Maillard de Tournon, poi cardinale, 
quel medesimo che fu così celebre per la sua lega- 
zione alla Cina e per le persecuzioni che vi patì; 
l'abate don Francesco Canalis di Cumiana, il mar- 
chese Giambattista Ripa di Meana,il mastro auditore 
Paolo del Ponte, il conte Giovanni Antonio Frichi- 
gnono di Castellengo , il conte Giuseppe Antonio 
Gastaldi, il cavaliere don Giovanni Lorenzo Arpino. 

Due anni dopo era priore il conte e cavaliere di 
gran croce don Ludovico Solaro di Moretta, quando 
per decreto della sacra congregazione de'vescovi e 
regolari la confraternita fu obbligata ad uscir dalla 
chiesa di San Dalmazzo. I Domenicani fecero le più 
graziose proferte per averla con loro. Darebbero la 
cappella dell'Annunciala ne'chiostri di San Domenico 



558 LIBRO QUINTO 

per oratorio, una cappella nella chiesa, sepolcro pei 
giustiziati, sepolcro pe' confratelli. La Compagnia 
preferì l'acquisto della chiesa del beato Amedeo, 
propria dello Spedale di Carità, ufficiata dai padri 
Somaschi, posta nel sito dove ora è il ghetto, in 
faccia al palazzo del conte Balbo: e là rimase fino 
al 1720, quando, dopo due anni di trattative colle 
monache di Santa Croce, e per volontà del re che volle 
fosse la compagnia della Misericordia preferita a 
quella del S. Sudario, acquistarono la chiesa antica 
d'esse monache, e fattala restaurare, v'entrarono pro- 
cessionalmente addì 21 di settembre (7). Nel 1751 
i confratelli fecero rinnovare la chiesa su vago disegno 
del conte di Robilant. Si ha l'intaglio della gentil 
facciata che quest'egregio architetto aveva imaginata, 
ma che non fu eseguita (8). Quella che ora si vede 
fu eretta per doni volontarii di confratelli e con 
qualche aiuto della regina Maria Teresa d'Austria 
d'Este nel 1828 sui disegni dell'architetto Lombardi. 
È opera di minor dispendio e di bellezza minore. 

In questa chiesa la tavola dell'aitar maggiore, in 
cui è raffigurata la decollazione di S. Giovanni Bat- 
tista, assai copiosa di figure, è di Federigo Zuccari. 
Nella cappella dal lato del Vangelo la Vergine Ad- 
dolorata con S. Giovanni Nepomuceno in atto di 
pregare dinanzi a quella, è fatica del cavaliere Beau- 
mont. 

Questa confraternita dispensa altresì varie doti ; 



CAPO PRIMO 



559 



quattro annuali di lire 220 l'una, legale dal nego- 
ziante Michele Bistorti nel 1731 ; due pure annuali 
di lire 100 l'una, legate da Michele Gaetano Pateri 
nel 1727 (9). 

Ma il suo antico e principale inslituto è d'assi- 
stere i condannati all'estremo supplizio, ed ecco in 
qual forma si procede. 

La Compagnia avvertita per cura degli agenti del 
fisco esservi qualche infelice condannato a morte, 
invita i prefetti delle carceri ed i misericordiosi de- 
putali all'ufficio di confortatori ed alcun altro dei 
principali a trovarsi nel confortatorio. Letta al con- 
dannato la sentenza, viene il medesimo circondalo 
dai preti e laici della Compagnia, i quali in que'primi 
crudeli momenti, lasciando alla desolata natura un 
necessario sfogo, gli usano conforto di compassione- 
vole sembiante e di cortesi servizii piucchè di parole. 
È condotto poi nel luogo che chiamasi da noi con- 
fortatorio, ed è una cappella dove in faccia all'altare 
s'apre una finestra sul cortile interno della prigione; 
nel muro che è dal lato del Vangelo s'apre una porta 
munita di robusto cancello di ferro, al di là del quale 
entro un andito angusto e chiuso in ogni lato, è un 
letticciuolo, su cui è assiso il condannato colle mani 
libere, ma con una catena al piede; accanto al con- 
dannato sul letticciuolo medesimo s'asside or l'uno 
or l'altro de'sacerdoti, ministrando al cuore indurato 
ed ulcerato il divin farmaco di quella parola, sola 



HftO L1BIIO QUINTO 

polente a mutarne la natura ed a farne un esempio 
di ravvedimento e di grazia, come quasi sempre suc- 
cede. Nella cappella sta il sindaco della Misericordia, 
capo del confortatorio, cogli altri misericordiosi. Fuori 
della cappella e della vista del condannalo i soldati 
di giustizia che lo custodiscono. La sentenza gli si 
legge d'ordinario alle undici di mattina: non prima 
della stessa ora del giorno seguente dee ricevere la 
sua esecuzione. Sono ventiquattro ore che gli si la- 
sciano onde provveda alla salute dell'anima sua. Noto 
quello che accade d'ordinario e che so per sicura 
relazione di confratelli più forti di me nella esem- 
plare e meritoria loro pietà. Nelle prime ore o scor- 
gesi una morale prostrazione, un totale abbattimento, 
o la concitazione degli affetti più violenti, più rab- 
biosi, più disperati; e certe volte l'uno stato succede 
all'altro. Ma venuta meno la luce odiata di quel 
giorno che fu apportatore di sì funesta novella, torna 
un po' di calma e da luogo a migliori consigli. Allora 
più non si rifiuta la confessione, e raro è il caso in 
cui s'indugi fino a notte inoltrata. Passa il condan- 
nalo una parte della notte in preghiere, e poi gusta 
qualche ora di sonno inquieto; all'alba del nuovo 
giorno sente la messa che si celebra nella vicina cap- 
pella e riceve il pane degli angioli, che in altri paesi, 
con soverchia durezza, si ricusa ai condannali. Divote 
orazioni, pii affetti vannosi alternando fino all'ora 
fatale, giunta la quale l'esecutore fa domandare al 



CAl'O PKIMO 561 

sindaco della confraternita il permesso d'entrare. 
Avutolo, comincia un soldato di giustizia a staccar 
la catena che inceppa il piò del paziente, poi lo ac- 
compagna appiè dell'altare, dove s'inginocchiano egli 
e l'esecutore. Questi a lui rivolto gli dice esser egli 
dalla giustizia destinato ad eseguirla sentenza; ese- 
guirla, non per alcun odio che a ciò lo mova, ma per 
dovere, pregandolo di perdonargli. Il condannato 
risponde che gli perdona. L'esecutore rialzatosi gli 
lega le braccia e gli pone al collo il laccio, stalo 
prima benedetto dal sacerdote. Allora si apre la 
finestra che da sul cortile della prigione, ove sono 
accolti i carcerati. Il paziente si congeda da loro, 
invitandoli a pigliar esempio da lui e ad emendarsi. 
Dopo ciò s'avvia il funebre corteggio; la compagnia 
col gonfalone, il carro cinto dai soldati di giustizia 
e dagli esecutori, e formato di due banchi lateral- 
mente l'uno all'altro addossali, sovr'uno de' quali 
siede il paziente, in mezzo a due sacerdoti; sull'altro 
il sindaco con altri confortatori muniti di cordiali. 
Innanzi alla chiesa de'Gesuiti ed alla Basilica il 
carro si ferma un istante onde il paziente riceva la 
benedizione dell'agonia. Finito il triste spettacolo, 
che sempre attira una quantità di popolo minuto, 
di borsaiuoli e di donne da partito, il sindaco della 
Misericordia sale sopra la scala del patibolo e taglia 
il capestro a cui è sospeso il giustiziato, mentre altri 
confratelli adagiano il cadavere nella bara e lo 

Voi. Il ™ 



562 LIBRO QUINTO 

accompagnano quindi processionalmente al campo 
santo. Il capestro è riposto in una borsa di velluto 
e quindi arso. Una volta ciò facevasi pubblicamente 
la vigilia di S. Giovanni decollato. Ora s'evita di 
darne conoscimento al pubblico, perchè le donnic- 
ciole traevano dal numero e dalla qualità di quei 
lacci argomento di giocate al lotto. 

Se fossimo in un tempo in cui le lettere, memori 
della loro dignità, mai non valicassero i termini del 
nobile e gentil conversare, noi non avremmo osato 
di rammentar in questo libro siffatte dolorose partico- 
larità. Ma in un tempo in cui tanti lettori si deliziano 
dell'idioma de'bagni e delle taverne, delle turpitu- 
dini più infami de' piccioli e de'grandi malfattori, 
de'misleri de 1 lupanari e delle prigioni, del dipinto 
strazio di carni umane: quando se un fior di virtù 
sbuccia fra tante infamie, si mostra nato nel cuore 
d'una cortigiana o d'un assassino; quando trionfa 
questa letteratura convulsa, boiesca che adopera gli 
uncini e gli aculei, onde addentar fibre, per lungo 
abuso d'emozioni stemperate e ribelli, e profittare 
di quella poca breccia che v'apre, per innestarvi 
calunnie 7 confido che niuno troverà sconveniente un 
racconto che fondasi almeno sovra pure intenzioni, e 
adombra appena ed accenna ciò che altri espone e 
dipinge. 

Quanto possa la religione sull' animo d' un per- 
verso che snoda il cuore all'impulso della grazia. 



CAPO PRIMO 



565 



l'abbiam veduto nel recente esempio d'un assassino. 
Condannato questi centra le proprie e le altrui pre- 
visioni all' estremo supplizio, ma preparato già con 
un fervente dolore de'suoi peccali ad incontrare qua- 
lunque si fosse il suo destino, udita la sentenza ri- 
spose queste sole parole: La morte l.... Io m'aspet- 
tava soltanto la galera perpetua. Pazienza. 

Condotto in confortatorio, appena vide il suo con- 
fessore, gli annunziò ei medesimo con tutta tran- 
quillità la novella fatale soggiungendo: Veramente mi 
dava qualche sospetto il vedere che i birri mi lega- 
vano con maggiori precauzioni dell'ordinario. Questo 
giovane di belle forme, di molto ingegno e di suffi- 
ciente istruzione si dimostrò gratissimo a tutti quei 
che lo confortavano, e diceva loro: I miei misfatti 
mi hanno condotto a questo passo; ho meritato, non 
una, ma cinquanta forche. Ho fatto il male, trattasi 
ora di espiarlo. Nulla di più naturale: spero che Dio 
mi userà misericordia. Tutto ciò diceva senza punto 
smarrirsi e senza esaltazione di fantasia riscaldata. 
Venuta la notte dormì più di quatlr'ore d'un sonno 
tranquillissimo; e avrebbe dormito di più se il cam- 
panello della prigione non lo svegliava, Passò la 
mattina in ferventi orazioni. Venuta l'ora salì sul 
carro, e giunto in capo alla via di Doragrossa, vedendo 
la gran calca di gente che l'ingombrava, disse al suo 
confessore. Chi crederebbe che di tanti che qui siamo il 
più contento son io ? Agli spettatori diceva: Preghino 



564 IlltltO Ql UNTO, CAPO PRIMO 

per me , eh' io spero fra poco di pregar per loro. 
Tulio ciò sempre senza mai lasciar trasparire agli 
ulti o al viso il menomo turbamento. 11 confessore, 
vedendo un effetto così mirabile della grazia divina, 
gli raccomandò di pregare per lui giunto che fosse 
in paradiso, e per la congregazione a cui apparteneva. 
Il paziente glielo promise. Giunto al patibolo, salito 
sopra la scala, quando sentì che l'esecutore s'appre- 
stava a dargli la spinta, si volse sorridendo al con- 
fessore e gli disse: A momenti la sua commissione 
sarà fatta (10). 

La compagnia della Misericordia s'augura non lon- 
tana Fora, in cui, facendosi rari i misfatti più atroci, 
si potrà abolir una pena, che. a ben considerarla, ò 
un dritto sociale, indotto da una lamentevole ne- 
cessità, epperciò non perpetuo ma temporaneo; ed 
in cui perciò essa medesima potrà riservare tutte 
le sue cure al sollievo de'carcerati. 

La strada che percorriamo comincia col nome di 
via della Madonnetta, e piglia allato a San Fran- 
cesco quello de' Guardinfanti, dal commercio che 
vi si facea di queir incomodo arnese, proprio d'un' 
età dissoluta. 

Neil' ultima isola a destra sorgeva, allato air al- 
bergo di Londra l'antico palazzo de' principi di Ca- 
rignano, abitato dal celebre principe Tommaso, e 
da Emmanuele Filiberto, suo figliuolo, finche venne 
edificato 1' altro assai più degno sulla piazza, cui 
diede il nome. 



N T E 



(1) Archivi arcivescovili, proloc. xm. 

(2) Conto del chiavarlo di Torino, 1384, 86. 

(3) Archivi arcivescovili, proloc. xix. 

(4) Archivi camerali. Registri, Controllo xlix, fol. 166. lii, fol. 372. 

(5) Quest'aggregazione fu confermata in perpetuo nel 1609. 

(6) Da supplica e rescritto di Madama Reale Maria Giovanna Ballista, 
stampa, negli Archivi dell' arciconfraternita stessa. Negli statuti fatti il 
IO maggio 1585 è scritto invece, che, se si tratterà d'un condannato a 
morte, l'abito sarà bianco di zendado. Fin dal 1582 vennero aggregati a 
questa nostra confraternita i disciplinanti di S.la Maria di Biella, e intorno 
agli stessi tempi la Compagnia della Misericordia di Cavallermaggiore; ne' 
tempi posteriori, molte altre. 

Nelle Memorie storiche, ms. della confraternita del SS. Nome di Gesù 
di San Martiniano, leggo che prima della fondazione della confraternita di 
S. Giovanni decollato, veniva ad assistere i condannali a morte la com- 
pagnia del Crocifisso di Grugliasco. 

(7) Ricordiamo che sul finire del secolo xvn non esisteva ancora la 
larga via, per cui da San Dalmazzo si va alla Misericordia. Ma invece vi 
era una piccola strada senza capo, che riusciva ad un sodo di case che 
la disgiungeva dalla via in cui era la chiesa delle Monache, come si può 
veder sulla carta. 

(8) Se ne conservano due esemplari negli Archivi della confraternita. 

(9) Archivi della confraternita. 

(10) Ho queste informazioni dal signor D. Cafassi, che lo assisteva. 



CAPO SECONDO 



Via di Santa Maria. — Chiesa di questo nome: breve storia della 
medesima. — Riforma de' Carmelitani nel 1633.— Uomini illustri 
sepolti in Santa Maria. — Usanze della corte di Torino co' gene- 
rali degli ordini religiosi. — Compagnia di S. Paolo. Opere di bene- 
ficenza da lei fondate. — Antonio Monaco di Ceva, chiaro giure- 
consulto. — Via del Gambero, e varii nomi che muta. — Cesare 
Benevello, e Società promotrice delle Belle Arti. — Teatro Gu- 
glielmone, ora d' Angennes. — Palazzo de' marchesi di Breme, ora 
d* Azeglio. 



L'angusta via che chiamasi di Santa Maria, verso 
ponente, è senza capo, e si perde nella strada di 
San Dalmazzo; procedendo verso levante, piglia de- 
nominazione di via del Monte di Pietà, dei due Buoi, 
della Caccia, del Giardino, delle Finanze, finché 
sbocca nella via Bogino. Piucchè modesta ne' suoi 
principii, cresce in breve a discreta larghezza, poi 
si restringe di nuovo, e passata la chiesa di San 
Tommaso, s' interna fra case antiche e scure, e non 
molto nette,- fa un risvolto nella strada della Palma, 



LIBHO QUINTO, CAPO SECONDO 567 

poi si raddrizza, ed in breve si deterge e s'allarga, 
e costeggiando il palazzo ed il giardino de'principi 
di Carignano, finisce nobilmente fra case signorili, 
specchio di molte vite umane. 

Nella seconda isola a sinistra, andando sempre 
da ponente a levante, è la chiesa parrocchiale di 
Santa Maria di Piazza, una delle più antiche di To- 
rino in quanto al titolo ed al sito. 

Nel 1568 n' era parroco don Ameoto, quando fu 
visitata dai vescovo Giovanni di Rivalta. Le suppel- 
lettili di questa chiesa, povera come tutte le chiese 
di Torino non affidate ai regolari, consistevano allora 
in sei candelieri di ferro, un forzieretto d' avorio, 
dove si riponeva l'Eucaristia, un calice d' argento, 
due paramentali ed otto tovaglie, oltre ai messali ed 
agli antifonarii indispensabili (1). 

Nel 1543 n' era curato D. Lupo} egli ne fé' ces- 
sione ai Carmelitani, i quali dopo la distruzione di 
San Sebastiano, presso porta Marmorea, stavano da 
qualche anno in San Benigno, vicino al palazzo di 
Città. Pare che da principio i Carmelitani non si 
mostrassero molto solleciti intorno a questa chiesa^ 
poiché nella visita dell'arcivescovo Cesare Cibo, nel 
1551, è scritto che non vi si conservava il santo 
sacramento dell'Eucaristia. Ma le guerre intermi- 
nabili, la serpeggiante e lussureggiante eresia, la 
depravazion de' costumi erano a quel tempo causa 
di molti mali. 



568 LIBRO QUINTO 

Nel 1584 monsignor Peruzzi, vescovo di Sarcina, 
vi Irovò quattordici Carmelitani, di cui dieci sacer- 
doti, l'aitar maggiore ornato d'un bellissimo quadro, 
e nove altri altari, che in chiesa così picciola come 
era Santa Maria, non so come potessero convenien- 
temente collocarsi. Nel 1658 il conte Teodoro Roero 
di Sciolze donava all'aitar maggiore un palliolto 
d' argento massiccio. 

Sul principio del secolo xvn il convento di 
Santa Maria di Piazza, essendo ridotto ad una total 
fiacchezza di disciplina, accese lo zelo delle serenis- 
sime infanti Maria e Caterina di Savoia, a procu- 
rarne con ogni potere la riforma, nel che ebbero 
poderoso aiutatore il padre Bolla, priore, e il padre 
Stracci, generale dell'ordine. Levati da quel con- 
vento quelli che, usati nel disordine, mal solferivano 
il rigore delle nuove regole, e popolato quel chiostro 
di religiosi di provata virtù, si vide nuovamente a 
fiorire di esempi e d'opere salutari (2). 

Questa riforma fu cominciata l'anno 1635, e primo 
capo e padre di essa è detto nel Libro de' morti 
il padre maestro de Virana di Cherasco, chiamato in 
religione padre Domenico di Santa Maria. Questi 
ebbe i principali uffizi dell'ordine; fu priore del 
convento e provinciale ; e confessore d'Emmanuele 
Filiberto, principe di Carignano, che essendo fin 
dalla nascila sordo e muto, fu educato con tanto ma- 
gistero e sì gran felicita dal padre Hamirez in lspagna, 



CAPO SECONDO 569 

che non solo apprese a leggere e a scrivere, ma fu 
capace di comprendere e seguitare i pensieri più 
astratti, e di Irar sommo profìtto dalle lezioni dello 
storico Tesauro, suo precettore. 

Il padre Domenico di Santa Maria morì addì 27 
d'aprile del 1665; all'indomani fu portato alla se- 
poltura non senza lacrime, e posto disteso sopra 
l'altare che s' alzava fra le tombe de' frati per segno 
di grande affetto e di gran divozione. 

Poco tempo dopo, addì 8 gennaio dell'anno se- 
guente, lo seguitò nel sepolcro un altro gran promo- 
tore della riforma, il padre Ursmaro di S. Rocco. 
Questi, nato in Piccardia, avea fatta professione in 
Fiandra. Venuto poi a Torino, fu deputato confes- 
sore de' forestieri, ed ebbe a suo carico tutta la 
guarnigione nel tempo delle guerre civili. Fu più 
di vent'anni curato, restaurò la chiesa, la ingentilì 
di pitture, l'arricchì di suppellettili, tra cui otto 
candelieri d' argento per parare l'aitar maggiore. 
Egli inoltre fu che fece costrurre la sepoltura dei 
padri. 

Il 12 di giugno 1696 essendo giunto al convento 
di Santa Maria di Piazza il padre don Giovanni 
Feixoo di Villalobos, generale de' Carmelitani , il 
mastro di cerimonie venne a pigliarlo, secondo lo 
stile, con una carrozza di corte senza livrea, e lo 
condusse all' udienza del duca. All' indomani il con- 
trollore di cucina del duca gli mandò il solilo 

Voi. II *2 



570 LIBKO OLINTO 

regalo di viveri, ed egli donò al principe ed alla corte 
un gran numero di corone e medaglie divole (3). 

Passati i Carmelitani nel 1729 al nuovo convento, 
verso porta Susina, ìa chiesa squallida, rovinosa, spo- 
gliata d' ogni suppellettile, fu commessa al teologo 
Gian Andrea Picco di Coazze, che I' avea vinta al 
concorso, e ne pigliò possesso in giugno del 1731. 
Questo curato, svegliando in cuore de' suoi parroc- 
chiani gli slimoli di devozione e di zelo per la casa 
di Dio, raccolse copiose limosine, e potè nel 1751 
rifabbricar la chiesa secondo un vago diségno del- 
l' architetto Bernardo Vittone. 

La tavola dell'Assunta all'aitar maggiore è di 
Pietro Gualla da Casal Monferrato, il quale essendo 
ragionevole pittor di ritratti, passò con un ardire 
assai maggior delle forze ad imprese più grandi. Gli 
angioli ed i puttini che si vedono attorno a questo 
quadro sono d' Ignazio Perrucca. 

Si venera in questa chiesa una imagine della Ma- 
donna delle Grazie, una delle tante che si vogliono 
dipinte da S. Luca, la quale fu portata da Napoli 
nel 1550 da Gaspare Capris, vescovo d'Asti, ed ora- 
tore di Carlo ni, duca di Savoia, a papa Pio iv (4). 

Furono sepolti in questa chiesa molti uomini 
distinti delle famiglie Roero, Losa, Capris, Sandi- 
gliano, Provana, Pastoris, Ripa, Ternengo, Trabucco, 
Piscina. 

Nel J656 vi fu deposto Maurizio Filippa, conte 



CAPO SKCONDO 571 

di Martiniana, primo presidente della K. Camera de' 
conti. Addì 6 settembre del 1659 vi fu recata dai 
palazzo che abitava nella parrocchia di San Marti- 
niano donna Margarita di Savoia, moglie di Fran- 
cesco Filippo de' principi d'Este, marchese eli Lanzo 
e di S. Martino. 11 4 di settembre 1666 fu deposto 
nel sepolcro de' religiosi D. Paolo Terncngo, abate 
di S. Benigno. A' 22 gennaio del 1667 vi fu portato 
in deposito il presidente Gaspare Graneri, padre de' 
poveri ( così il libro), fondatore dell'eremo di Lanzo, 
dove più tardi fu trasferito (5). 

Quasi di fronte alla chiesa di Santa Maria è il 
nobile palazzo de' conti Capris di Cigliè, antica fa- 
miglia torinese; architettura del Planleri. Procedendo 
innanzi per questa medesima via, troviamo la casa 
della compagnia di S. Paolo, allato alla quale, nella 
prima meta del secolo xvn, aprivasi lo spedai mag- 
giore di S. Giovanni. 

Nel 1563 il partito degli Ugonotti aveva in Francia 
il sopravvènto, e i banditori delle nuove dottrine 
cercavano con ogni potere di propagarle in Piemonte, 
quando per conservare in Torino illibata la fede dei 
loro padri, e per dedicarsi all'esercizio delle opere 
buone, insieme s' accolsero sette cittadini di vario 
stato, ma unanimi in tale santa risoluzione, i cui 
nomi meritano di venir rinfrescati nella memoria 
degli uomini. Erano Gian Antonio Albosco, avvocato, 
principal autore della introduzione de' Gesuiti in 



o72 LIBRO QUINTO 

questa città, del quale abbiam già fatta parola; Pietro 
della Rossa, capitano; Battista Gambera, canonico; 
Nicolò Orsino, causidico; Benedetto Valle, mercante; 
Nicolino Bossio, sarto; e Ludovico Nasi, libraio. Or- 
dinossi T eletto drappello nella casa dell' Albosco, 
sotto al titolo di Compagnia della fede cattolica. Addì 
25 di gennaio di quell'anno cominciarono pertanto 
a radunarsi ne' chiostri di San Domenico, e nella 
sala capitolare, avendo per direttore il padre fra 
Pietro da Quinziano, de' predicatori; ed essendo 
quello il giorno della conversione di S. Paolo, lo 
scelsero a protettore. E perchè tornava loro meglio 
di aver casa ed oratorio proprio, tolsero ben presto 
a pigione una casa del priorato di Rivalta, vicino a 
San Benedetto, ed ottennero facoltà d' ufficiar quella 
chiesa, dove poi comparirono, come abbiam detto, 
per la prima volta i Gesuiti; più tardi ebbero ora- 
torio presso la chiesa de' Gesuiti, finché acquistarono 
la casa ov' è stabilito il Monte di Pietà, e dove 
tuttora hanno stanza. 

Nel 1566 Nicolino Bossio fu deputato dalla com- 
pagnia a Roma, a papa Pio v, onde ottenere con- 
ferma de' loro statuti e varii privilegi e grazie spi- 
rituali. E, facendo una lettera del senato amplissima 
testimonianza delle loro sante opere, agevole fu la 
consecuzione di quanto desideravano. 

Prodigiosi possono chiamarsi i frutti che portò 
questo pio instituto; perchè non solo ottenne il 



CAPO SECONDO 573 

primitivo suo scopo di mantenere in Torino V unità e 

la purità della fede, mercè le scuole, i collegi (6), 

le prediche, le missioni de' padri della Compagnia 

di Gesù, e gli esercizi spirituali di Sant'Ignazio; 

non solo raccese il tepido zelo del maggior numero 

de' cittadini nel culto di Dio e nelle opere di carità, 

coli' instituzione della compagnia dell'Annunziata e 

di quella delle Umiliate, il cui povero abito spesso 

vestirono principesse dell'augusta Casa regnante; 

ma restituì nel 1579 il Monte di Pietà già fondato 

fin dal 1519, e poi caduto nelle lunghe guerre di 

quel secolo; fondò nel 1593 la casa del Soccorso delle 

vergini pericolanti; ordinò regolati sussidii ai poveri 

vergognosi ; instituì l'ufficio pio che consiste in messe 

quotidiane, in dotar vergini, vestir povere figlie, 

ricoverare quelle che vengono alla santa fede; in 

tutte le quali pietosissime instituzioni, egregia, e 

sopra ogni dire maravigliosa fu l'opera e il consiglio 

del padre Leonardo Magnano, della Compagnia di 

Gesù, direttore spirituale de' Paolini. Questi inoltre 

potentemente concorsero a stabilire l' Albergo di 

Virtù e lo Spedale di Carità, e il deposito delle 

Convertite, dette le Perracehine dalla dama che 

prima le raccolse e n' ebbe il governo nel 1683 ; ed 

il nuovo ricovero delle Convertite ora mutato in 

prigione di donne, e detto popolarmente Le forzate^ 

dimodoché per quante vie la carità può discendere 

a benefizio de* nostri simili , a ricercarne ed a 



574 LIBRO QUINTO 

sanarne le piaghe, per tante si può dir quasi che 
siasi dalla Compagnia di S. Paolo con prudentissime 
regole praticala (7). 

La Casa del Soccorso e il Deposito di S. Paolo 
sono divenute, coll'andar del tempo, due buone case 
d' educazione per oneste fanciulle, e la compagnia 
di S. Paolo prosegue a governarle; se non che nella 
prima furono teste introdotte le dame del Sacro 
Cuore ; nella seconda continuano governatrici e 
maestre deputate dalla compagnia. 

L'oratorio di S. Paolo è notevole per varie pit- 
ture di qualche pregio. La tavola che è sopra l'al- 
tare rappresenta la Conversione di S. P^aolo, ed è 
lavoro d'Alessandro Ardente, pittore del secolo xvi, 
non si sa bene se pisano o lucchese. De' quadri che 
sono attorno alle pareti, quattro sono del Caravoglia, 
uno d'Andrea Pozzi, V altro di Federigo Zuccheri, 
confratello della compagnia, due di monsù Delfino, 
uno di Pietro Paolo Raggi, genovese. 

Tra gli uomini insigni che in gran numero ed in 
varii tempi furono aggregati alla compagnia di S. 
Paolo, noterò Antonio Monaco di Ceva, uomo in 
sapienza, prudenza e virtù morali eminentissimo. 
Questi, poco dopo la laurea in leggi, ne fu nominato 
lettore in questa università di Torino. Chiamato poi 
dalia repubblica di Lucca per auditore di Rota, fu 
in ufficio due anni,* passò quindi alla medesima ca- 
rica a Firenze, e vi durò tre anni. Da ultimo fu per 



CAl»0 SKCOMM» 575 

cinque anni podestà di Bologna. Tornato in Pie- 
monte, fu collaterale e senatore; ebbe due mogli, la 
prima lo fece padre di due maschi; la seconda, di 
diciotto tra maschi e femmine. Stampò tre opere : 
Tractatus de executione in vestibus, il quale fu ri- 
stampato più volte. — Epitome ad singulas decisio- 
nes Lucenses. — Tractatus de recta feudorum inter- 
pretatione. Morì d' anni settanta il 16 giugno 1640, 
e fu sepolto all' indomani nel sepolcro della congre- 
gazione di S. Paolo, nella chiesa de' Ss. Martiri (8). 

Poche memorie richiama la lunga strada che 
muove dalla cittadella sotto nome di via del Gam- 
bero^ prosegue mutando nomi, e chiamandosi suc- 
cessivamente dei due Bastoni , della Barra di 
ferro, e della Verna, talvolta per siti di sospetta 
onestà, e quindi allato al palazzo Carignano s' in- 
gentilisce, s'allarga, e piglia il nome di strada del 
teatro oV Angennes. 

Nella seconda isola a destra dopo la detta piazza 
è la casa del conte Cesare di Benevello, pittore di 
molto ingegno e di ricca vena di fantasia, beneme- 
rito delle Belle Arti, anche per Y erezione della 
società che le promuove, e che procura annualmente 
la pubblica esposizione e la vendita delle opere di 
pittura e di scoltura che le sono inviate. 

In questo secolo in cui l'architettura civile va 
per lo più penosamente strascinandosi ne'solchi del- 
l' imitazione servile, merita d'esser accennato un 



576 LIBRO QUINTO, CAPO SECONDO 

concettò pieno di novità di questo mio amico, ed 
è un tempio a Dio in forma di globo che rappre- 
senta la macchina mondiale, sostenuta da quattro 
statue colossali degli Evangelisti. 

Sulla possibilità o convenevolezza dell'esecuzione, 
sta agli architetti il dar sentenza. Circa alla poesia 
del pensiero e delle spiegazioni che ne porge l'au- 
tore, dico esservene molta, e non volgare. 

Il teatro d'Angennes chiamavasi nel secolo scorso 
teatro Guglielmone dal nome del suo proprietario, 
ed era stato ornato e dipinto dal pittore Guglielmo 
Levra, piemontese. A' nostri giorni fu restaurato 
più volte. 

Procedendo verso il Po incontrasi poco oltre, a 
destra, il palazzo de' marchesi di Breme, architettura 
del Castelli , ora proprio del marchese Roberto 
d' Azeglio, autore dell' elegante e molto copiosa 
Illustrazione della Pinacoteca torinese, il cui fra- 
tello Massimo salì come pittore e come scrittore 
a chiara fama. 



NOTE 



l) Archivio arcivescovile. 

(2) Vite già citate di dette serenissime Infanti. 

(3) Cerimoniale del conte di Vernone. Archivio di corte. 

(4) Raccolta d'iscrizioni patrie. Archivi di corte. 

(5) Libro de' morti della parrocchia di Santa Maria di cui ebbi comu- 
nicazione dalla cortesia dello zelantissimo signor curato teologo Boggio. 

(6) Il collegio de' nobili convittori di S.Maurizio. V. Tesauro, Storia 
della Compagnia di S. Paolo. 

il) Vedi la bella storia già citata del Tesauro, che contiene particola- 
rità degne di molta considerazione. — V. anche Defendente Sacchi, Insti- 
tuti di beneficenza a Torino. 

(8) Libro de' morti della parrocchia di San Dalmazzo. 



Voi. ti 



CAPO TERZO 



Via di Santa Teresa. — Chiesa di San Giuseppe. Antico monastero 
di Convertite ; poi dei Padri della Buona Morte. Breve storia del 
loro stabilimento a Torino. — Palazzi Provana di Collegno, e dei 
principi d' Este. — Chiesa di Santa Teresa. Carmelitani scalzi ; 
come, e dove si stabilissero dapprima a Torino. Uomini illustri 
che fiorirono in questo convento. Aneddoti. 



La via di Santa Teresa segna l'andamento del muro 
e del bastione meridionale della città antica. 

Move dalla piazza della cittadella, piglia dopo la 
piazza di San Carlo il nome di Strada di San Fi- 
lippo, e dopo la piazza Carlina quello di Strada del 
Soccorso. 

Nella seconda isola a sinistra trovasi la chiesa e 
il convento di San Giuseppe, che fu prima rifugio di 
Convertite, poi monastero di monache ; in ultimo con- 
vento de' Padri ministri degli infermi. 

Abbiamo già accennato come in una casa vicino a 



LIBRO QUINTO, CAPO TERZO 579 

San Martiniano si ricoverassero le Convertite fin dal 
cadere del secolo xvi.Nel 1584, accenna monsignor 
Peruzzi nella sua visita, che era già edificata per loro 
uso una chiesetta di Santa Maria Maddalena, e che si 
fabbricava una casa a forma di monastero. Superiora 
delle Convertite, le quali non aveano ancora regola 
certa, era Maddalena Borromea Ferrera. Ma come 
spesso interviene, e per ben tre volte si vide acca- 
dere a Torino, il rifugio delle Convertite si mutò in 
monastero. Si posero in clausura ed abbracciarono 
la regola di Sant'Agostino (1647) sotto l'immediata 
protezione di Roma (1). Essendo poi cresciute di 
numero, sì che mal agiate si trovavano d'abitazione 
e non aveano d'attorno spazio ad ampliar l'edifìcio, 
murarono un nuovo monastero nell'ingrandimento 
della citta al meriggio della piazza Carlina. Madama 
Reale Maria Giovanna Battista ne pose la prima 
pietra nella state del 1677. (2). Qualche anno dopo 
vi si trasferirono. 

Nel 1599, vivendo ancora S. Camillo de' Lellis, 
ed essendo il Piemonte travagliato da fiero contagio, 
Carlo Emmanuele ì avea domandato a Clemente vili 
otto frati della Buona Morte per sussidio spirituale 
de' suoi sudditi. Mentre il santo medesimo si alle- 
stiva alla partenza, il cessar del contagio e la guerra 
con Francia ne fecero rivocar la domanda. Passa- 
rono molti e molti anni primachè i frati della Buona 
Morte s'accingessero a piantar casa a Torino. Nel 



580 I.IBltO QUINTO 

1677 ebbe tal desiderio il padre Domenico Simondi 
di Revello, che apparteneva alla casa di Genova, ed 
impegnò l'influenza di suor Giovanna Roero, monaca 
Domenicana e del parentado di lei, nonché quella 
di Giambattista Truchi generale delle Finanze (a 
cui recò una lettera di raccomandazione del vescovo 
di Mondovì suo fratello) dell'arcivescovo Beggiamo, 
del padre Malines, Gesuita di gran credito, e del 
padre Bonaventura Lavosini, Carmelitano scalzo, con- 
fessore di Madama Reale. 

Avutane commissione dal generale, stante le buone 
speranze che gli si davano, vennero nel 1678 a 
Torino il padre Simondi e il padre Giuseppe Maria 
Lanci, bolognese, e la prima loro residenza fu in 
quattro camere tolte a pigione in casa del barone 
Chioattero, dove, essendo poverissimi, non aveano 
che un letto solo, e dove nondimeno, nella carestia 
e maligna influenza che allora imperversava, s' ac- 
conciarono in modo di dar ricovero ad un amma- 
lalo. Tanta carità dispose gli animi in loro favore. 
Ad istanza dell'abate di Caraglio vennero assegnate 
ai medesimi cinque camere nello Spedale di Carità, 
colla facoltà di ufficiarne la chiesa. 

In settembre del 1679 ebbero largo sussidio da 
Madama Reale per comprar la chiesa ed il monastero 
del Crocifìsso; acquisto che ricercò lunghe trattative. 
La chiesa delle monache, angusta e disadorna, fu 
da loro quasi per intero rifabbricata, gareggiando 



CAPO TERZO 681 

in sì bell'opera la pietà de' fedeli, che ora, span- 
dendosi, è vero, sopra altri rami di beneficenza, è 
così languida in ciò che concerne la struttura e il 
materiale adornamento delle chiese (3). 

Giovanni Battista Truchi ergeva l'aitar maggiore 
nel 1696, come appare dall'iscrizione. Paolo Vit- 
torio Buschetti ordinava con suo testamento del 
1693 si costruisse l'altare di S. Camillo; ciò veniva 
adempiuto, e se ne poneva lapide commemorativa 
nel 1743. 

Carlo Bianco edificò la cappella di San Carlo ; i 
conti Cauda di Casellette quella della Natività. 

Uno de'più chiari tra i padri che allora fiorirono fu 
Pantaleone Dolera, predicatore e teologo di corte, il 
quale salì al generalato dell'ordine. 

Addì 13 maggio del 1780 i Padri della Buona 
Morte cominciarono la riedificazione del loro col- 
legio, e si ha la descrizione delle solennità osservate 
nel porsi dal conte Provana, a nome del Re, la prima 
pietra. 

La chiesa di San Giuseppe quantunque picciola si 
distingue per buoni dipinti. Il transito di San Giu- 
seppe all'aitar maggiore è di Sebastiano Taricco da 
Cherasco. La tavola di Sant'Antonio da Padova e di 
San Francesco d'Assisi all'altare sotto questo titolo 
è di Carlo Francesco Panfilo milanese, chiamato, per 
la grazia delle sue figure, il Guido della Lombardia. 



582 LIBRO QUINTO 

La facciata fu dipinta da Giovanni Battista Ale- 
roni (4). 

Poco oltre la chiesa di San Giuseppe a sinistra 
sorge uno di que'maestosi e severi edifìzii che si vanno 
diradando, ma che non vorrei scomparissero affatto, 
affinchè Torino, citta italianissima, non s'assomigli ad 
una città svizzera. È il palazzo de' conti Provana di 
Collegno, notabile soprattutto per la nobiltà del ve- 
stibolo. Fu costrutto nel 1698 dal conte Antonio 
Provana sui disegni del padre Guarino Guarini (5). 

Quasi di fronte a destra è il palazzo del signor 
marchese di Romagnano, già Cassotti di Casalgrasso, 
il cui corpo principale s'alza in fondo al cortile. Appar- 
teneva nel 1645 al conte Carlo Provana di Collegno, 
da cui passò ad Antonio Valloni, il quale lo riven- 
dette al marchese del Carretto di Gorzegno nel 1647. 
L'edifizio che di presente si vede debb'essere opera 
di questa illustre famiglia che lo alienò nel 1680 
ad altra più illustre, vale a dire a Sigismondo Fran- 
cesco de'principi d'Este, marchese di Lanzo. Trenta 
anni rimase presso questa altissima stirpe, dalla 
quale nel J710 passò per vendita a' conti di Casal- 
grasso (6). 

Nel secondo isolato a sinistra incontransi la chiesa 
ed il convento di Santa Teresa de'Carmelitani Scalzi. 

Due Carmelitani Scalzi vennero in luglio del 1622 
da Genova a Torino; dimorarono nel convento di 



CAPO TERZO 583 

Santa Maria di Piazza fino al settembre, nel qual 
tempo il duca assegnò loro una casa dello Spedale 
de'Santi Maurizio e Lazzaro, dove in gennaio dell'anno 
seguente aprirono chiesa, e dove in ottobre la cresciuta 
religiosa famiglia die l'abito a Gerolamo Greppo di 
Mondovì, che fu poi mandato al noviziato a Genova. 
In giugno del 1624 i Carmelitani Scalzi acquistarono 
tre case verso la cittadella vicino al Gambero, ed 
in una d'esse case aprirono chiesa (7); ed era quesf 
ultima la casa paterna di Gian Domenico Taddei, 
il quale, come bellamente dice il libro del convento, 
se stesso offerse in vivo tempio di Dio, pigliando 
l'abito carmelitano, e la sua casa in cappella della 
Vergine^ madre di Dio, Morì cinque mesi dopo la 
religiosa professione il 4 dicembre 1626; ed è da 
notare che le fatiche, V abitazione piccola e malsana, 
e i disagi d' ogni maniera otto religiosi spensero 
dal 1623 al 1629, tutti, da uno in fuori, tra gli 
anni ventuno ed i quarantotto. Tre altri ne uccise 
la peste del 1630. 

Frattanto, coli' austerità dei costumi e co' santi 
esempii illuminavano e commoveano non meno i 
grandi che il popolo, perocché in quella età licen- 
ziosa, se di rado s' avea cuore abbastanza forte per 
seguitar il cammino della virtù, s'avea nondimeno 
la lealtà d' amarla e d'onorarla negli altri, e non si 
conosceva gran fatto l'arte malvagia, ne il talento 
maligno di tentar di travestirla in manto d'ipocrisia, 



584 MUKO QUINTO 

celante un meccanismo di venali interessi, d'occulti 
guadagni. 

II più chiaro, per santità di vita, tra questi 
Carmelitani Scalzi che allora fiorirono, fu il padre 
Giovanni della Croce, di cui non so il nome di fa- 
miglia. Nato in Bordeaux, era professo della pro- 
vincia di Parigi. Nel 1624 venne in aiuto del 
nascente convento di Torino, e sebbene forestiero, 
piacque mollo ed ebbe varii uffici in convento e fuori. 
Fu confessore di Maria di Borbone, moglie del prin- 
cipe Tommaso. Essendosi poi la medesima ritirata 
a Parigi, ebbe il medesimo ufficio presso Madama 
Reale Cristina. Rotta la guerra con Francia erasi 
mandato fuori un bando severo che tutti i Francesi 
dovessero sgombrare. Cristina, non volendo privarsi 
d'un direttore spirituale di tanto merito, lo fé' rima- 
nere e lo ricevea segretissimamente. Una volta mentre 
il padre Giovanni della Croce era in camera colla 
principessa, venne alla medesima l'avviso che il duca 
suo marito si recava in quel punto a trovarla. Non 
trovò ella migliore spediente per salvare il confes- 
sore che di farlo calare dentro ad un cesto dal ca- 
stello. Vittorio Amedeo lo riseppe, e dolutosi dolce- 
mente colla moglie e col padre della poca fede che 
aveano avuta in lui, die al padre Giovanni piena 
sicurtà dello stare. 

Una volta la principessa dolevasi d' un grave 
disgusto datole dal padre Monod e protestava di non 



CAPO TERZO 585 

volergli perdonare. Il confessore, dopo d'aver cercato 
inutilmente di rammorbidarla, vedendola ostinata, 
trasse dalla cintura il crocifìsso e le disse risoluta- 
mente: o deponesse ai piedi di Gesù l'affronto rice- 
vuto, o si cercasse un altro confessore. Madama Reale 
pianse e perdonò. 

Il padre Giovanni della Croce morì il 27 di de- 
cembre del 1633 con grande opinione di santità. 
Due anni dopo essendo fracido il muro contro al quale 
era stato sepolto, e dovendosi distruggere, il corpo 
fu trovato intero, coi soli abiti infraciditi. Onde si 
prese consiglio di rivestirlo di nuovo e d'esporlo due 
giorni in chiesa per soddisfare alla divozione di Ma- 
dama Reale e del popolo (8). 

Ma nel 1640 ardendo la guerra intestina, la chiesa 
ed il convento furono distrutti ed il sepolcro di Gio- 
vanni della Croce andò smarrito (9). I Carmelitani 
si trasferirono allora in una casa del generale delle 
poste, Gonteri, vicina a San Pier del Gallo; e poi di 
nuovo nella casa dello spedale de'Santi Maurizio e 
Lazzaro , finche ebbero nel 1642 assegnamento di 
sito nel luogo in cui di presente si trovano ed in 
cui, non ostanti le frequenti liberalità de'principi ed 
i sussidii privati, durarono molti anni a finir l'edi- 
fìzio del convento e della chiesa. 

La prima pietra della chiesa fu posta il 9 giugno 
1642 da Madama Cristina, chiamata ampollosamente 
neir iscrizione di grandi regi figlia, sorella, moglie, 
Poi. ir 7 i 



586 LIBRO QUINTO 

madre e zia; la cui magnificenza per altro fu più 
che regia, avendo alzato il tempio ed il convento di 
San Francesco di Paola, in seguito ad un voto fatto 
per aver prole; la chiesa e il convento di Santa Teresa, 
la chiesa e il monastero di Santa Cristina, e costrutto 
T aitar maggiore, ed ornato di marmi il presbitero e 
la cappella delle Umiliate nella chiesa de'Ss. Martiri 
per ispirito di devozione e di grandezza (10). 
. La chiesa era finita nel 1674, poiché trovo es- 
servisi già seppelliti religiosi. Ad ornarla contribui- 
rono i marmi della vicina porta Marmorea che fu 
demolita. La parte del convento che guardava a 
ponente e che ora è convertita in dogana, erasi 
costrutta a spese di privati, ciascun de'quali avea 
edificata una cella che ne portava il nome, a perenne 
memoria del benefìcio. 

Due uomini insigni che molto contribuirono in 
quei primi tempi ad accrescere stima e splendore 
all'ordine de'Carmelilani Scalzi in questa citta furono 
il padre Andrea Costaguta ed il venerabile padre 
Alessandro Valperga. 

Il primo fu consigliere e teologo di Carlo Emma- 
nuele li; perito anche d'architettura, egli fu che die 
il disegno della vigna di Madama Reale, e verosimil- 
mente egli pur fu che architettò la chiesa di Santa 
Teresa, sebbene nelle memorie del convento se ne 
chiami autore il padre Valperga, che forse non fece 
che soprantendere ai lavori. 



CWO TKKZO 



587 



Comunque sia ilValperga era scudiere di Marga- 
rita di Savoia duchessa di Mantova e poi viceregina 
di Portogallo, quando a un tratto lasciati i vais- 
simi onori cortigianeschi vestì l'abito religioso nel- 
T eremo di Lisbona; in breve, compiuti gli studi, 
cominciò a predicare con molla facondia e con molto 
frutto nelP idioma di quelli nazione. 

Chiamato a Torino ricusò costantemente le mitre 
che gli furono offerte, e fu principal cagione delle 
tante limosine con cui la pietà de'fedeli sovvenne ai 
bisogni del suo convento. Ebbe parte principale nella 
direzione del monastero di Santa Cristina; e perciò 
merito principale nella perfezione di vita che vi ri- 
lusse. Fra le sue penitenti più chiare per santità di 
costumi vuoisi annoverare Margarita Roero, vedova 
d'Amedeo contedi Masino, che pigliò l'abito in quel 
monastero e si chiamò suor Isabella della Croce. 

Narrasi del padre Valperga che, mentre il mar- 
chese Tana facea costrurre di fini marmi il mae- 
stoso aitar maggiore (stato ai dì nostri distrutto e 
rifatto), egli salì un giorno sul ponte più alto; e 
schiodandosi una tavola precipitò da tanta altezza 
sul suolo, senza il menomo danno. "Nel 1680 fu eletto 
defìnilor generale dell'ordine; ma in breve rinunciò 
non solo a quella carica, ma ad ogni voce attiva e 
passiva, e volle viver per sé solo e per le sue monache 
di Santa Cristina ed apparecchiarsi alla morte (11). 

Chiari furono altresì per bontà di costumi, per 



588 LIBRO QUINTO 

prudenza, per dottrina molli altri Carmelitani Scalzi 
di questa casa Torinese. Enrico Provana di Leynì, 
di 14 anni e mezzo pigliò l'abito di Carmelitano scalzo 
coir aiuto d'una fede di battesimo alterata da chi 
sapeva che con tal mezzo si potrebbe più tardi far 
dichiarar nulla la professione. Ma il fervoroso giova- 
netto, saputo ch'egli era libero e che poteva tornar- 
sene a casa sua, rinnovò invece con gran costanza la 
professione. Studiò a Torino, Bologna e Roma, poi 
di soli 24 anni fu professore di filosofia e teologia a 
Malta, dove molto l'adoperarono in gravi incumbenze 
il gran maestro ed i cavalieri. Carlo Emmanuele n 
lo chiamò per suo teologo e molto si giovò della sua 
dottrina e prudenza in segreti maneggi. Andò voce 
a Roma che il padre Provana appoggiasse i sensi della 
Camera contra l'immunità ecclesiastica, onde giunse 
l'ordine a'superiori d'allontanarlo da Torino. Ma il 
duca ne fece così risentita dimostrazione col nunzio 
che 1' ordine fu rivocato. Anzi il nunzio medesimo, 
avuta personale conoscenza del Provana, imparò ad 
amarlo e stimarlo. Fu priore del convento di Torino 
e provinciale, e poi vescovo di Nizza nel 1671. Morì 
il 27 novembre del 1706. 

11 padre Andrea della Concezione (Biava) di 
Traversella, fondò il convento di San Giuseppe di 
Albagna, e morì il 26 giugno 1706, mentre dal ca- 
stello di Masino era portato infermo al convento di 
Albagna. 



CAPO TERZO 



589 



Giovanni Vincenzo Rolfo, di una famiglia di con- 
tadini presso al Mondovì, si rendette Carmelitano 
Scalzo Laico col nome di fra Pietro Antonio di Santo 
Stefano. Fu grande esempio d'amor di Dio, d'umiltà, 
di carità, di pazienza. Morì a Torino con universale 
opinione di santità, il 4 novembre 1710. Accorse il 
popolo con tanta frequenza, che i superiori furono 
obbligati a chiuder la chiesa e ad aspettar le due di 
notte per fargli la sepoltura. Ma anche allora la calca 
fu tale che i religiosi non poterono difendere il morto 
corpo, sicché con divota violenza non fossero tagliati 
a pezzi l'abito e i capelli e rubati come cara reliquia 
d'un uomo, la cui morte era preziosa nel cospetto di 
Dio (12). J 

Fra Angelo Francesco di Santa Teresa era figliuolo 
di Francesco Villioti di Mondovì, medico e scrittore. 
Di quindici anni vestì l'abito de'Carmelitani Scalzi. 
Nato nell'anno santo 1650, nell'anno santo 1675 
partì da Roma per le missioni del Malabar; nell'anno 
santo 1700 fu nominato vescovo di Metopoli (13) e vi- 
cario apostolico. Scrisse un catechismo nell'idioma 
malabarico, patì persecuzioni e carcere dagli Olandesi 
e morì a Verapoli il 17 ottobre 1712. Nelle lettere 
della sacra congregazione di Propaganda mirabili cose 
si narrano di questo prelato : dicendosi che conobbe 
la morte della madre nel momento medesimo in 
cui accadeva a Mondovi nel 1682; che prenunzio 
la propria un anno prima che seguisse ; che al 



590 LIBRO QUINTO 

momento del suo felice passaggio si sentì un' occulta 
armonia, si vide uno splendor subitaneo; che il corpo 
rimase flessibile e con un odor soavissimo, e che 
continuò così molti anni nel sepolcro, sul quale non 
pochi invocavano con frutto la sua intercession 
presso Dio (14). 

Il padre Pietro d'Alcantara (della famiglia Gagna 
di Cherasco), nato nel 1689, vestì nel 1706 l'abito 
de' Carmelitani Scalzi a Mondovì ; fu a Torino agli 
sludii e poi a Roma nel Seminario di S. Pancrazio. 
Fatto il voto di rendersi missionario, partì per l'India 
sul finir del 1717, e tanto si segnalò colle predica- 
zioni e coll'esempio, che nel 1728 fu fatto vescovo 
Arepolitano e vicario apostolico del Mogol. Morì 
nell'isola di Bombayna il 3 novembre del 1744 (15). 

Cesare Giordini, torinese , chiamato in religione 
fra Costanzo di S. Ludovico, nato nel 1642, vestì 
l'abito religioso nel 1671, fu arcivescovo di Sassari 
nel 1727 e morì il 19 novembre 1729. 

Marc' Antonio Piacentini di S. Sebastiano, nato 
nel 1713, prese similmente l'abito di cui parliamo 
a Mondovì nel 1732. Andato a Roma in S. Pancrazio 
fece il quinto voto di recarsi nelle missioni degli in- 
fedeli e fu inviato in Persia nel 1741, dove adoperò 
con tanto frutto e con tanta soddisfazione de' suoi 
superiori, che Benedetto xiv lo creò vescovo di 
Hispahan (16) nel 1751. Nate poi sedizioni in quella 
citta corse pericolo della vita, ma egli ricusava di 



CAPO TERZO 591 

abbandonare il suo gregge} quando il papa lo chiamò 
altrove, deputandolo vicario apostolico del Mogol. 
Mentre s'allestiva a partire morì a Bassora nel 1751. 
Martire vien detto di pazienza e sì agevole di co- 
slumi, che gli stessi eretici lo accompagnarono al 
sepolcro e ne onorarono la memoria. — Arte pre- 
ziosa e santa, insegnar coll'esempio agli infedeli ed 
ai dissidenti che V intolleranza è vizio proprio di 
chi si trincera nell'errore, non di chi crede e parla 
e sparge il vero. 

Dalmazzo Vasco di Mondovì, figliuolo del conte 
Carlo Francesco , nato nel 1675 , fuggì dalla casa 
paterna al convento de' Carmelitani, e pigliò l'abito 
nel 1691. Ne furono i genitori adirati e dolenti, ed 
avuto ricorso a Roma, ottennero che in sito appar- 
tato fosse dal Sant'Ufficio esaminata la vocazione 
di quel giovane. Dopo molte prove, riconosciutosi 
perseverante, potè il Vasco far la sua professione. 
Studiò a Torino, fu lettore, e sostenne tutti gli altri 
più rilevati ufficii dell'ordine. Nel 1727 venne eletto 
vescovo d' Alba. Resse quella diocesi fino all' anno 
1749 in cui morì a* 31 dicembre. Chiamavasi dopo 
la professione religiosa Carlo Francesco di S. Gio- 
vanni della Croce. 

Finalmente uscì da questo convento di S ta Teresa, 
dopo d'esser stato per molti anni curato, il meritis- 
simo vescovo presente di Cuneo, Monsignor Clemente 
Manzini di Sassello. 



502 LIBRO QUINTO 

1 Carmelitani fanno, come si è dello, risalir l'ori- 
gine del loro inslituto ai profeti Elia ed Eliseo che 
chiamano padri loro, il che, come debba sanamente 
intendersi, ed in quali conQni possa essere verosi- 
mile, si è già per noi accennalo. Frattanto soggiun- 
geremo che sulla cima del monte Carmelo, presso 
alla spelonca del profeta Elia eravi un antico con- 
vento di Carmelitani che fu distrutto dai Saracini 
verso il cadere del secolo xni. Rifabbricarono quei 
religiosi un altro convento sulla costa del monte 
sopra ad una meschita chiamata Keder. Nel 1767 i 
Carmelitani Scalzi che la tenevano, v'ammettevano 
leggermente giovinotti europei che di là osservavano 
le donne turche mentre recavansi alla moschea. Gio- 
vanni Battista di Sant' Alessio, laico piemontese, si 
pensò di trar partito dal malcontento che avea de- 
siato ne' Turchi l'imprudenza de' suoi frati per farsi 
dare non solo facoltà , ma precetto di trasferire il 
convento in altro sito, e precisamente dov'erano le 
rovine dell'antico presso alla grolla del profeta Elia. 
N'ebbe gli opportuni decreti da Daer el Omar prin- 
cipe di Galilea, governatore di S. Giovanni d' Acri, 
e del muftì Assan, figliuolo d'Assan. 

E infervorati i fedeli de' dintorni alla riedifica- 
zione del convento col racconto di una sua visione, 
o sogno (che non bene la definiva egli stesso), ed 
avuti ampi sussidii da Abramo Saback , cattolico, 
ministro principal d' esso principe , dopo d' aver 



CAPO TERZO 50.1 

superato non poche difficoltà suscitate da un ne- 
goziante francese (17) stato licenziato dall'ufficio 
di procurator del convento, ne fece porre la prima 
pietra il 15 novembre di detto anno , essendo vi- 
cario fra Filippo di Santa Teresa (18). Questo laico 
piemontese benemerito del Carmelo, pubblicò poi 
colle stampe a Torino una relazione di que* santi 
luoghi (19). 

Nel novero de' frati di questo convento segnalati 
sopra all'ordinario esercizio delle virtù monastiche, 
ricorderò ancora Giovanni Maria Lubato di Carni 
(padre Alessio di S ta Maria), morto in questa citta il 20 
febbraio 1723, autore della vita di Margherita Forni, 
e di molte opere ascetiche, il cui catalogo si può 
vedere nella Bibliotheca Carmelitarum. 

Ai 3 d'aprile del 1801 i Carmelitani Scalzi ven- 
nero dal governo repubblicano congedati. Addì primo 
di maggio del 1817 ricuperarono una parte del con- 
vento, ed in novembre dell'anno medesimo la chiesa 
che continua ad essere parrocchiale (20). 

Bella ed ampia è la chiesa di Santa Teresa, alla 
quale la pietà del cardinale Giambattista Rovero , 
arcivescovo di Torino, aggiunse nel 1764 una bella 
facciata a due ordini di colonne , sul disegno del- 
l' architetto Aliberti. 

Nel terzo altare a destra la tavola di S. Giovanni 
della Croce è opera del cav. Giovanni Peruzzini 

Voi. IT 75 



594 LIBRO QUINTO 

Anconitano, che la segnò; e dipinse altresì i freschi 
delle pareti laterali. 

Nel quarto, Maria Vergine che consegna il Bam- 
bino a S. Giuseppe è di mano del cav. Sebastiano 
Conca , allievo del Solimene , la cui mano era più 
veloce che corretta; e all'aitar maggiore la tavola 
con Maria SS a . , S. Giuseppe ed il fanciullo Gesù 
nelP atto di scoccar una saetta nel cuore di Santa 
Teresa, che ebbra di santo amore , viene sostenuta 
da due angioli, è del Moncalvo. 

L'aitar maggior era stato costrutto di scelti marmi 
con raro splendore da Federigo Tana, governator 
di Torino, con questa iscrizione: 

DIVINI AMORIS VICTIMAE 

FRIDERICVS TANA 

AETERNVM SACRAT 

1681. 

Arduino Tana, nel 1718 restaurava ed ornava la 
cappella della Sacra Famiglia. 

Tornando dall' aitar maggiore, la prima cappella 
dal lato del vangelo è quella di S. Giuseppe, una 
delle più splendide che si vedano in Torino, fatta 
costrurre dal re Carlo Emmanuele ni nel 1725 (21) 
ad istanza, e per voto di Polissena d' Assia sua se- 
conda moglie, sui disegni del Juvara. 



CAPO TERZO 595 

La statua del Santo col Bambino, e le statue della 
Fede e della Carità sono di Simone Martinez, Si- 
ciliano. 

Il fresco della vòlta è di Corrado Giaquinto di 
Molfelta, scolaro del Conca, ma piti scorretto di lui 
nel disegno, di cui sono pure la Fuga in Egitto ed 
il Transito di S. Giuseppe, grandi tavole che ornano 
le pareti laterali. 

La cappella dell'anime purganti è dipinta a fresco 
da Tommaso Aldovrandini bolognese, che nel dipin- 
ger prospettive , architetture , rabeschi , ornati, si 
acquistò gran nome. Le Ggure sono d'Antonio Burini, 
altresì bolognese, molto mediocre pittore. 

Ne' vasti sotterranei di questa chiesa riposano le 
ceneri di Madama Reale Cristina stata qui trasferita, 
come abbiam detto, dalla chiesa delle monache del- 
l'ordine stesso. Vi giacciono pure Margarita Falcom- 
bella, moglie del senator Perrachino, fondatrice del 
Deposito di S. Paolo; monsignor Ignazio della Chiesa, 
vescovo di Casale, morto nel 1758, autore di molte 
aggiunte M' Ampia descrizione del Piemonte del suo 
agnato Francesco Agostino. Ma ora non v'è più in- 
dizio del suo sepolcro. Qui aveano ancora sepolcro 
gentilizio le nobili famiglie Tana (sotto l'aitar mag- 
giore), Orsini , della Chiesa di Cinzano , Asinari di 
Bernezzo, Solaro di Covone e di Breglio , Galeani 
di Canelli, Alfieri di Magliano. Nella chiesa, sotto al 
pavimento, nel sito che risponde al busto ed alla 



òi)G LIBRO gUl.NTO 

iscrizione, è sepolto il cardinale arcivescovo Giani- 
ballista Rovero, morto il 9 di ottobre 1766, e che 
vi fu recato a notte avanzata la sera del 13 (22). 

Nella cappella della Vergine del Carmine e de) 
Crocifìsso è il sepolcro d'Ambrogio Passetto, proto- 
medico, professore di medicina, morto nel 1684. 1 
genii d'ippocrate e Galeno sono del Tantardini. 

Quasi di fronte alla chiesa di Sanla Teresa, nel 
sito ora occupato dalla casa Donaudi , sul canto 
della via di S. Maurizio, vedevasi ancora nel prin- 
cipio del secolo xvii una piazzetta che finiva contro 
al muro della citta, e in mezzo alla quale sorgeva 
la chiesuola di Sant' Eusebio volta verso levante. Era 
chiesa parrocchiale, di patronato della casa della 
Rovere, e la sua giurisdizione stendevasi per circa 
due miglia nel territorio torinese dal lato meri- 
dionale. 

Nel 1584, tempo della visita di monsignor ve- 
scovo di Sarcina, era in pessimo stato e trattavasi di 
demolirla. Il rettore era un cappellano del Duomo, 
il quale non vi dicea messa che la domenica. Avea 
trecento parrocchiani, di cui cento fuor di città. 
Quando si doveva amministrare il Viatico fuor delle 
mura, il curato andava a dir messa ad una cap- 
pella campestre. 

Verso l'angolo sud-est della città alzavasi la chiesa 
di S. Brizio, che nel 1311 era parrocchiale, e che 
dopo la metà del secolo xv era aperta ancora, ma 



CAPO terzo 597 



compresa nella parrocchia di Sant'Eusebio. Non ne 
trovo più memoria nel secolo seguente (23). 

La chiesa di Sant' Eusebio non fu demolita. Nel 
1665 n'era rettore il celebre storico Pier Gioffredo. 
Due anni dopo ne veniva fatta cessione ai padri di 
S. Filippo, i quali, avuto nel 1675, per dono di 
Carlo Emmanuele n, il sito in cui di presente si 
trovano, e costruttovi l'Oratorio, alienarono la chiesa 
di Sant'Eusebio alla confraternita di S. Maurizio, 
che vi rimase fino al 1729, epoca in cui fu unita 
alla confraternita di Santa Croce. 



NOTE 



rino 



(1) Torelli, Memorie estratte dagli Archivi dell'arcivescovado di To- 



(2) Archivio camerale. Registro, Controllo, voI.clxi, fol. 58. 

(3) Soie, Compendio storico, e memorie ms. dell'Archivio di corte. 

(4) Fra le iscrizioni di questa chiesa una recentissima, posta allato alla 
cappella della Natività, è testimonianza d' un grande e giusto dolore, e 
dice così : 

FEDERIGO 

MARCHESE VIVALDA DI CASTELLINO 

ELETTO GIOVANE D'ANNI XVIII 

PIO COSTVMATO GENTILE 

PRECORRENDO L' ETÀ COL GIVDICIO 

NON DI PASSEGGERE VAGHEZZE MA D' VTILI STVDI 

DI VIRTVOSI ESEMPLI COSTANTEMENTE PIACENDOSI 

AI GENITORI CHE DI LVI SI DELIZIAVANO 

RENDENDO AMOR PER AMORE 

FV DEGNO GLI SI ARBREVIASSE DA DIO IL TERMINE 

DEL TERRENO ESIGUO 

MANCÒ IL XXI DI FEBBRAIO DEL MDCCCXLVI 

E QVI RIPOSA 



FILIPPO VIVALDA, ENRICHETTA DI BERNEZZO 

PIANGENDO SECONDO L' VMANA MISERIA IL PROPRIO DANNO 

POSERO AL FIGLIVOLO DOLCISSIMO 

QVESTA MEMORIA 



CAPO TERZO, NOTE 

(5) Archivio de' conti Provana di Collegno. 

(6) Archivio del signor marchese Romagnano di Virle. 

(7) Torelli, Memorie dell' Archivio arcivescovile. — Memorie storiche 
della compagnia del nome di Gesù, mss. già citati. 

(8) Memorie del convento, di cui ebbi cortesissima comunicazione dagli 
egregi padre Priore e padre Curato Revelli. 

(9) Parlando d' un novizio della famiglia Prandi, morto a Torino nel 
1623 (forse dee dire 1624), il cui corpo in segno della sua incontaminata 
purità rimase incorrotto; il libro de' religiosi soggiunge: tamdiu... quam- 
diu anno 1640 dirutum simul cum conventu tormentorum bellicorum vi 
globisque ex arce laxatis fuit et sepulcrum ubi comminuta reliqua, pa- 
riter omnia cecidere cadavera. 

(10) Patenti 28 settembre 1638. Archivi camerali. Controllo, Registro 
cxvi, fol. 42. V. pure i Registri xcii, fol. 37 ; cxxi, 121 ; cxxx, 105'; cxxxi, 

39; CXXXIH, 193'; CXL, 31; CL, 12, ecc. 

Ho sbagliato quando, seguitando una Guida infedele, ho detto che 
l'aitar maggiore de' Ss. Martiri era disegno del Juvara. Vi sono le armi di 
Cristina, che si vedono pure nel presbitero. 
(IT) Memorie del convento. 

(12) Ivi. 

(13) Forse Metellopoli o Metropoli, non essendovi titolo vescovile col 
nome di Metoopoli. 

(14) Molte lettere importanti di questo pio prelato, atte ad illustrar la 
Storia delle missioni, si conservano nelP Archivio di Santa Teresa. 

(15) Forse, invece di vescovo Arepolitano, è da leggersi nelle Memorie 
del convento vescovo Areapolitano, o Jeropolilano, non conoscendosi il 
titolo vescovile d' Arepolis, laddove cinque ve ne hanno di Hieropoli. 

(16) Nel ms. che ho sott' occhio, Liber in quo describuntur nomina 
omnium religiosorum in hoc conventu ( Tour.) defunctorum, è scritto 
Haspalensis, ma si dee intendere, credo, Hispahanensis, non già Hispa- 
lensis che sarebbe Siviglia di Spagna. Diffatto, in altro catalogo in lingua 
volgare è chiamato vescovo d' Aspaan. 

(17) Questo negoziante, chiamato Bonnet, aveva indisposto l' animo del- 
l' ambasciador francese a Costantinopoli, protettore della cristianità in Le- 
vante ; onde furono necessarii appositi viaggi a quella città per serenarlo, 
sicché non ponesse ostacolo al firmano che si domandava al Gran Signore. 

(18) Relazione, copie di lettere e scritture spettanti al sacro monte Car- 
melo. MS. dell' Archivio di Santa Teresa. 



600 CAPO TERZO, NOTE 

(19) Compendio istorico dello stato antico e moderno del Carmelo. 

(20) La provincia di S. Maurizio, de' Carmelitani scalzi, era composta 
de* conventi di Mondovì (fondato nel 1621), Torino (1623), (Ja valle rinag- 
giore (I64'4), Asti (1646), Nizza (1674), Ivrea (1694). V'erano in questa 
provincia due monasteri : di Santa Cristina a Torino, ed un altro a Mon- 
calieri, fondato nel 1703, e che tuttora fiorisce. 

(21) DIVO IOSEPH 

POLIXENA 

EX VOTO 

ANNO 1725. 

(22) Cerimoniale degli arcivescovi. 

(23) Archivio arcivescovile. 



CAPO QUARTO 



Via di San Filippo. — Congregazione dell'Oratorio di Torino. Sua 
fondazione. Varie trasmigrazioni della medesima. — Chiesa di 
San Filippo. Sua costruzione sui disegni del Guarini. Ruina della 
cupola. Ricostrutta su disegno del Juvara. Descrizione della 
chiesa. — Beato Sebastiano Valfrè. Aneddoti. — Gambera, vice- 
curato. — Giambattista Prever. — Anna Maria Buonamici Em- 
manuel i. 



A differenza degli altri religiosi instituti, le case 
dell'Oratorio di San Filippo non hanno legame che 
tra loro le unisca, ne dipendenza da un centro co- 
mune, o da un superior generale. Ma quante sono 
le case, tante sono le congregazioni, ciascuna delle 
quali si regge da per sé, al dettame del suo pre- 
posi to. 

Nel 1648 era nunzio apostolico a Torino monsi- 
gnor Alessandro Crescenzi, di quell'alta famiglia 
romana che fu tanto divota di S. Filippo Neri. 
vai... n 7k 



602 LIBRO QUINTO 

Natogli desiderio di vedere stabilirsi in questa città 
una congregazione di preti dell' Oratorio, infervorò 
di questo medesimo sentimento il teologo Pietro 
Antonio Defera, nato il 21 marzo 1616 in Borgo- 
masino, il quale segnalavasi neh" esercizio dell'apo- 
stolico ministero per esimia prudenza e carità. Ser- 
viva allora il Defera la chiesuola di San Michele, 
dove ebbero in diversi tempi temporaria stanza gli 
Agostiniani scalzi ed i Teatini, e per maggiore spazio 
i Trinitari!. Colà espose il Defera un quadro di 
S. Filippo datogli da monsignor Crescenzi ; e l'aria 
venerabile ad un tempo e piena di santa dolcezza e 
di pia letizia di quel gran servo di Dio, e le infor- 
mazioni che propagava il Defera circa il sublime 
grado di santità cui era pervenuto, eccitarono su- 
bitamente la devozione dei fedeli. Veduto sì buon 
principio, il padre Defera più non indugiò a chie- 
dere all'arcivescovo le necessarie facoltà per fondare 
in Torino la congregazione dell'Oratorio, ed avutele, 
il dì 26 gennaio del 1649 aperse un piccolo ora- 
torio in una bottega della casa Blancardi, che tolse 
a pigione vicino a San Francesco d'Assisi. Gli fu 
compagno in tal impresa il padre Ottaviano Cam- 
biani di Savigliano, il quale, evirato sin dall'infanzia, 
e perciò destinato al canto, era stato ammaestrato 
nel collegio di Sant' Apollinare a Roma, a spese del 
cardinal Maurizio di Savoia, che lo ebbe di poi per 
suo musico di camera. 



CAPO QUARTO 



005 



Avuta notizia del pio disegno del padre Defera, 
il Cambiari, di musico vanarello che era stato fin 
allora, si cambiò in uomo apostolico, e volle ren- 
dersegli compagno in una fondazione che comincia- 
vasi senza danari, senza operai, senza umani soc- 
corsi. Questi due padri furono le pietre angolari 
dell' Oratorio torinese. A predicare e confessare era 
solo il padre Defera. 11 Cambiani orava, facea letture 
spirituali, diceva corone, cantava laudi e mottetti con 
una soavità di paradiso, parava e nettava la chiesa, 
andava per le strade cercando scioperati e fanciulli, 
e conducevali ai divoti esercizi dell'Oratorio. 

Grande fu la frequenza, non del popolo solamente, 
ma di persone di condizion rilevata, agli esercizi 
dell' incipiente Oratorio torinese. Inestimabili perciò 
furono le fatiche del padre Defera, su cui ne ricadeva 
tutto quasi il peso; ed egli soccombendovi 1' 11 di 
settembre del 1650, in età di trentaquattr' anni ren- 
dette lo spirito a Dio. I sei convittori che seco avea 
raccolto l'illustre fondatore, vedutolo morire, e sa- 
pendo che il padre Cambiani non avea dottrina suf- 
ficiente per predicare e confessare, si dispersero, 
giudicando che quell'instituto non potesse più man- 
tenersi. In grandi angustie d'animo, in sommi tra- 
vagli di spirito si trovò il padre Cambiani, ma non 
disperò; e nell'anno seguente Dio ne premiò la fede 
e la perseveranza, poiché nel 1651 entrarono a 
comporre la congregazione Sebastiano Valfrè, allora 



604 LIBRO QUINTO 

suddiacono, che fu massimo ornamento dell' Ora- 
torio torinese ; poi Bonifacio dei conti di Bu- 
ronzo, che ne fu il primo preposito, e i padri 
Ceresia ed Ormea, tutti soci del collegio Teologico 
della nostra università. Un anno dopo Panale Lo- 
renzo Scotto li tolse alle angustie della casa Blan- 
cardi, ed assegnò all'Oratorio torinese una sua casa 
posta nel borgo di Po, a non molta disianza dalla 
porta Castello, sulla linea della chiesa di San Tom- 
maso, allato ed al nord dello Spedale di Carità, e 
così a un dipresso nella casa già Cumiana, ora Colli, 
via Bogino (1). 

V anno vegnente desiderando Madama Reale di 
vedere i preti dell' Oratorio stabiliti entro al recinto 
della città, luogo più conveniente ai loro esercizi, 
operò sì, che il Consiglio civico diede loro ad uffi- 
ciare la chiesa del Corpus Domini. 

A' 4 di dicembre 1653 andarono con gran pompa 
i decurioni a cercare i padri alla loro chiesa del 
Borgo, e posto ciascuno dei padri in mezzo a due 
decurioni, li accompagnarono processionalmente alla 
chiesa del Corpus Domini, dove a rendere più so- 
lenne la cerimonia intervenne Madama Reale col 
giovane duca. 

Ma non era questa la sede che la Provvidenza 
riservava all' Oratorio di S. Filippo; imperocché la 
casa stata loro assegnata era così piccola ed umida, 
che per niun modo i padri vi poteano abitare; onde 



:ai»o quarto 



605 



conveniva che andassero a mangiare e a dormire 
nella casa del borgo. Cola pertanto si risolvettero 
di far ritorno sul fine del 1654; e il dì dell'Epifania 
dell' anno seguente cominciarono ad ufficiare la 
chiesetta che la pietà del principe Maurizio di Sa- 
voia aveva loro edificata. 

Mandava intanto vivi splendori di santità la na- 
scente congregazione, sicché veniva richiesta di 
dedur colonie a Chieri ed a Racconigi. E ne' Tori- 
nesi vieppiù crescea la stima de' padri, e s' accen- 
dea la divozione a S. Filippo, massime per una 
corona eh' ei solea recitare, e che si portava con 
felice successo ai malati, come ancora si porta. 

Desideravano pertanto i Torinesi, non meno che 
i padri, che l'Oratorio di S. Filippo potesse tra- 
sferirsi entro le mura. Rivolsero questi l'animo ad 
ottener la cessione della chiesa parrocchiale di 
Sant'Eusebio. Era la medesima di patronato dei 
signori della Rovere, nobilissima stirpe che allora 
stava per estinguersi nelle persone del marchese 
Carlo, e d' un suo fratello scemo di mente. 

Lunga ed aspra fatica fu ¥ ottenerne il consenso. 
Impossibile d'ottener quello del rettore d'essa par- 
rocchia. Finché uscito il medesimo di vita, e suc- 
cedutovi l'abate Pier Gioffredo di Nizza, illustre 
scrittore, stato poi precettore dei Reali principi (2), 
si mostrò esso tanto amico e condiscendente verso 
i Filippini, quanto ritroso ed avverso erasi mostrato 



606 LIBRO QUINTO 

il predecessore. Onde si potè finalmente conchiuclere 
il negozio nel 1667 (3). 

Era la chiesa parrocchiale di Sant'Eusebio molto 
ristretta e negletta. Neppure un momento indugia- 
rono i Filippini a cominciare lavori d' ampliazione, 
e li spinsero con tale alacrità, che nella settimana 
santa del 1668 poterono cominciarvi i divini uffizi. 
Nella quale occasione il padre Valfrè volle di pien 
giorno portare, coir aiuto d' alcuni novizi, sopra le 
proprie spalle il quadro di S. Filippo dal borgo di 
Po alla chiesa di Sant'Eusebio. 

Ma non era questa ancor la mansione in cui Dio 
voleva collocare i Filippini di Torino. In giugno del 
1675 venne a morte in età ancor verde Carlo Em- 
manuele n , e volle in quel punto l' assistenza dei 
padri Valfrè ed Ormea. Ad essi legò verbalmente 
un sito di due giornate nel nuovo ingrandimento 
di Torino, per costrurvi la chiesa, la casa e Torà- 
torio, il qual dono fu, poco dopo la morte del 
principe, ridotto in forma legale dalla vedova reg- 
gente Madama Maria Giovanna Battista. A' 17 set- 
tembre dell' anno medesimo, cento anni appunto 
dacché S. Filippo aveva incominciato la sua chiesa 
della Vallicella, ne fu posta dalla medesima prin- 
cipessa la prima pietra con questa iscrizione: 



CAPO QUARTO 607 

M. IOANNA BAPTISTA 

ALLOBROGVM DVCISSA CYPRI REGINA 

VICTORII AMEDEI II MATER ET TVTRIX 

CAROLI EMMANVELIS II CONIVG1S AMANTISSIMI 

IMMORTALITATI CONSVLENS ET VOTA PROSEQVENS 

TEMPLVM ET DOMVM CONGREGATIONIS ORATORII PRAESBYTERORVM 

PHSSIME FVNDABAT 

ANNO 1675 DIE 17 SEPTEMBRIS. 

La chiesa di Sant' Eusebio fu poi alienata alla con- 
fraternita di S. Maurizio (1678). Si esaminarono varii 
disegni per la nuova fabbrica, e s' approvò quello 
d'Antonio Bettini, architetto luganese. L'Oratorio e 
la casa che guarda al meriggio furono probabil- 
mente costrutte secondo il piano da esso imaginato. 
L'Oratorio si cominciò ad uffiziare nelP autunno del 
1678. Ma V anno seguente, abbandonato il disegno 
del Bettini, se ne abbracciò un altro sontuosissimo 
del padre Guarino Guarini, che si ha inciso tra i 
suoi disegni, e che si distingueva per una cupola 
maestosa. 

L'impresa era di gran dispendio, e non poteva 
compiersi in breve spazio di tempo. Ma chi mi- 
sura collo spazio della propria vita la dimensione 
delle opere che intraprende, non produrra per lo 
più che pigmei e sconciature. In ogni cosa l' im- 
portanza è di cominciar bene. Chi comincia bene, 
lega alle età che succedono l'obbligo di continuare 



608 LIBRO QUINTO 

e di finire. Che importa che vi vogliano due o più 
generazioni? Gli individui si rinnovano, ma la so- 
cietà rimane; la catena degli esseri non s'inter- 
rompe. L' opera , dirò così , mondiale continua, 
e continuerà sino alla consumazione di quel gran 
fatte, composto di una serie inenarrabile di fatti e 
d' accidenti, che Dio ha prestabilito, a cui ciascuno, 
volente o non volente, ed insciente coopera ; a cui 
i buoni soltanto cooperano regolarmente ed util- 
mente nel senso dell' ordine, che è la sola forse che 
Dio ci abbia rivelata delle leggi arcane, con cui 
l'adorabile sua provvidenza governa questa gran 
macchina dell'universo. 

Ma torniamo ai Filippini. 

Nel 1714 progrediva lentamente e maestosamente 
la fabbrica della chiesa. Era voltata la cupola, la- 
stricato di marmi il Sancta Sanctorum. La fama di 
santità che risplendeva sul sepolcro di Sebastiano 
Valfrè (morto in gennaio del 1710), apriva lutti 
i cuori alla beneficenza, quando, alle ore tredici 
italiane del 26 d' ottobre, dopo quindici giorni di 
pioggia, la gran cupola cadendo rovinò tutta la 
fabbrica, sicché non rimasero intatte che le mura 
del presbitero. 

Adorarono i preti dell'Oratorio la volontà divina 
che li colpiva così crudelmente; ma confidando in 
essa, s' accinsero incontanente a riparare tanta 
rovina; ed avuto un nuovo disegno da don Filippo 



CAPO QUARTO 600 

Juvara, rifabbricarono il sacro tempio (4). Cinquant' 
anni impiegaronvi que' padri ; a' 26 maggio del 1772 
vi si disse la prima messa; dico la prima che si 
dicesse dopo compiuta la fabbrica della chiesa, poi- 
ché fin dal 1722 s' uffiziava il presbitero colle due 
prime cappelle, che un muro separava dalla parte 
che s' andava costruendo. 

La congregazione dell'Oratorio torinese fu di- 
sciolta per decreto del governo repubblicano del 13 
d'aprile 1801, ma ne rimasero alcuni ad uffiziar la 
chiesa. La casa fu destinala più tardi a quartiere 
dei Veliti imperiali. De' primi ad essere congedati, 
furono anche i preti di questa congregazione primi 
ad essere reintegrati; il cavaliere don Pietro Bor- 
ghese, decurione della città di Torino, uomo di 
specchiatissima religione e di somma prudenza, an- 
dando a Genova nel maggio del 1814, a far omaggio 
al re Vittorio Emmanuele, portò seco il memoriale 
de' padri superstiti. Ed il buon re da Alessandria 
ne die favorevol rescritto, a cui fu data esecuzione 
in settembre dell'anno medesimo. 

Nel 1823 i Filippini fecero terminare le due cap- 
pelle di San Lorenzo e di San Filippo, e costrurre 
di marmo 1' altare di quest'ultima. Con grande sol- 
lecitudine e dispendio promossero la causa della 
beatificazione del beato Sebastiano Valfrò, la cui 
festa solenne si celebrò nella Basilica Vaticana il 
31 d' agosto 1834; e in San Filippo a Torino il 30, 
m. ii 77 



610 MURO QUINTO 

51 di maggio, e 1° giugno dell'anno seguente, nella 
qual occasione S. E. il cavaliere Provana di Collegno 
costrusse l'altare marmoreo nella cappella del nuovo 
Beato; il canonico prevosto Enrico Ruffino di Gat- 
tiera die' 1' urna, in cui si collocò il benedetto suo 
corpo; il padre Girò della stessa congregazione del- 
l' Oratorio, sopperì a parte della spesa pel quadro, 
che fu allogato ad un egregio pittor nazionale. 

Frattanto la congregazione, con aiuti dati dal Re 
e dalla Città, e col dono spontaneo di lire 35[m., 
fatto dal banchiere cavaliere Cotta, continuò l'opera 
della facciata, che la pubblica tiepidezza lascia an- 
cora incompiuta; e costrusse al nord della chiesa 
una nuova grandiosa sagrestia; regolando tutti questi 
lavori il cavaliere professore Talucchi, gratuitamente, 
come ha sempre fatto quando fu richiesto di disegni 
o di direzione per pubblici edifìzi. 

L'aitar maggiore di questa chiesa, maestoso sopra 
molti dei più belli d'Italia, e ricco di marmi, è 
frutto della pietà d' Emmanuel Filiberto, principe 
di Carignano, che vi facea lavorare negli ultimi anni 
del secolo xvn ; si terminò nel 1703. La gran 
tavola raffigurante Maria Vergine col Bambino, S. 
Giovanni Battista, Sant' Eusebio, il beato Amedeo, 
la beata Margarita di Savoia, è opera di Carlo Ma- 
ratta, nobile e grazioso pittore, che solo a' suoi 
tempi sostenne l'onor dell' arte a Roma. Le statue 
in legno sono di Carlo Plura. Lavori di mirabile 



CAPO QUARTO 611 

leggiadria sono i puttini intagliati nelle tribune da 
Stefano Maria Clemente. 

Nel terzo altare a destra di chi entra, che s'in- 
titolava a San Lorenzo, eravi un bel quadro del 
Trevisani, trasportato poi nella prima cappella dalla 
medesima parte: ora si denomina dal beato Seba- 
stiano Valfrè, e la tavola che rappresenta questo 
figliuolo deir Oratorio torinese in gloria colla Ver- 
gine Santa, di cui tanto concorse a propagar la di- 
vozione, è del celebre Ferdinando Cavalieri. 

Di questo eroe dell'Oratorio torinese, che primo 
dopo il santo fondatore Filippo meritò ¥ onor degli 
altari, si ha una copiosa vita stampata (5), che va 
per le mani d' ognuno ; e ciò mi dispensa dall'esporre 
in questo luogo le eminenti virtù per cui tanto ri- 
lusse, e così utilmente influì colla parola non meno 
che coir esempio sull'intera citta in fatto di religione 
e di costume. Dirò invece cosa poco nota, ma pur 
verissima; ed è l' apostolica libertà con cui, ricercato 
da Vittorio Amedeo 11, se sapesse indovinare la si- 
gnificazione di queir antico motto della casa di Sa- 
voia FERT, su cui correano tante diverse interpre- 
tazioni, rispose che sì ; ed interpretollo : Femina Erlt 
Buina Tua. 11 principe che aveva in somma venera- 
zione il padre Valfrè, e che ben sapeva dove quelle 
parole andavano a ferire, replicò con maggior con- 
fusione che sdegno: Dunque per me non vi sarà 
salvezza? Sì, soggiunse il padre, ma le converrò 



i)]2 LlbllO OIJINIO 

passare per una grande tribolazione (G). E così ap- 
punto fu. 

Trovandosi poi il Beato in punto di morte, nella 
cameretta ora convertita in cappella, in quella parte 
della casa che guarda al meriggio, nella via di San 
Filippo, ed essendo il duca andato a vederlo, n'ebbe 
esortazione di alleggerire le pubbliche gravezze di- 
venute eccessive per le continue guerre, e di te- 
nersi amico della sede apostolica, centro della cat- 
tolica unità (7). 

L'altare che gli sta di fronte ha una tavola che 
rappresenta S. Filippo in estasi, ed è del Solimene. 
Nell'attigua cappella il S. Giovanni Nepomuceno è 
del cavaliere Conca suo discepolo; ma la Vergine fu 
dipinta dal Giaquinto. Le statue degli Apostoli, di- 
sposte per le cappelle, e le due Virtù della cappella 
della Concezione, sono del Clemente. 

Nell'Oratorio la tavola della Concezione è opera 
di Sebastiano Conca. 11 fresco del vólto, di Gaetano 
Perego. I quattro maggiori quadri delle pareti, l'An- 
nunziata, T Assunta, la Visita a Santa Elisabetta, e 
la Presentazione al tempio, sono dipinti di Giovanni 
Conca, fratello ed aiuto di Sebastiano, egregio in 
trar copie d'antichi maestri. 

L' altare fu rinnovato nel 1796, e consecrato il 
10 settembre di quell' anno da monsignor Mossi (8). 

In una cappella interna allato al presbitero, dal 
lato del Vangelo, si vede effigiato in cera il volto 



CAI»0 QUANTO 615 

di S. Filippo morto, tolto dal vero, lmagine di 
beato riposo, e non di morte è quel caro e vene- 
revol sembiante di chi servì al Signore in santa le- 
tizia ammaestrando, soccorrendo, edificando il pros- 
simo, ma che mentre commendava la pia allegrezza, 
riprovò lo spirito buffonesco, che cercando in ogni 
cosa un lato solo e il men degno per cavarne il riso, 
predispone alla leggerezza, e finisce per falsare il 
criterio. 

Ampli e belli sono i sotterranei della chiesa e del 
chiostro, in una parte de' quali si vedono i sepolcri. 
Fra essi distinguonsi quelli della principessa Anna 
Vittoria di Savoia Soissons, duchessa di Sassonia 
Hildburghausen, nipote del principe Eugenio, morta 
T 11 d' ottobre 1765, d' anni ottanta, e dei padri 
Defera, Ormea e Prever già lodati; non che quelli 
di don Giovanni Tommaso Gambera, vicecurato di 
Sant' Eusebio, e d' una semplice contadina penitente 
del beato Valfrè, illustrata da Dio con grazie spe- 
ciali, Anna Maria Bonamico. 

Giovanni Tommaso Gambera era nato a Fossano 
nel 1707. Venuto a Torino, fu maestro in casa dei 
conti della Villa e Provana di Collegno. Modestissimo 
ufficio che in molti fu scala a sublimi onori. Il 
Gambera visse e morì vicecurato di Sant' Eusebio; 
ma niuna carica più eminente rifulse mai di tanto 
splendore come questa mentre fu dal Gambera eser- 
citata. Egli era tutloa tutti; con sembiante or lieto 



<>14 LIBRO QUINTO 

e modesto, ora velato di tristezza e di compassione, 
entrava nelle case secondo la varia missione che 
avea, assisteva li infermi poveri nelle stalle, nelle 
scuderie, nelle strade, tra il sucidume più schifoso, 
facendoli scopo non solo di carità, ma di tenerezza, 
passando al loro fianco le intere notti. Tutto quello 
che avea, tutto ciò che di limosine poteva raggra- 
nellare ei dava ai poveri. Udiva e soccorreva ogni 
uomo. Portava di notte ai poveri vergognosi pane, 
vino e legna. Toglieva il carico di mantenere intere 
famiglie, di far allattar bambini; forniva gli artigiani 
poveri di stromenti e ordigni del loro mestiere,- non 
guardando mai se fossero della parrocchia o no, 
del paese o forestieri, purché fossero bisognosi. Il 
che pur troppo è virtù rarissima. Zelator sommo 
della castità, avviluppato come in un usbergo nella 
coscienza del proprio dovere, era intrepido contro 
ai seduttori ed agli scandalosi; sicché corse più volte 
pericolo della vita. Serviva il buon sacerdote, mon- 
dava, medicava gli ammalati i più schifosi , anche 
gli affetti da lebbra o da altre malattie cutanee. Egli 
slesso girava di notte a destar medici, a far aprir 
bottega agli speziali. E quest' uomo così caro,, così 
buono, così dolce col prossimo, era altrettanto duro, 
rigido, crudele con se medesimo, poiché mangiava 
e dormiva pochissimo, e maceravasi con rigori con- 
tinui di penitenza. 

Morì l'uomo apostolico il 23 d'aprile 1763 di 



capo qua uro 615 

anni cinquantasetle. Fu riaperta la cassa in dicembre 
dell'anno medesimo, e fu trovato il corpo intero, fles- 
sibile, senza alcun cattivo odore (9). 

Anna Maria Buonamici era nata in Sommariva del 
Bosco in luglio del 1620. Fu per tutta quasi la vita 
di complession debolissima, travagliata da crudeli 
infermità, dipendenti come poi si vide da vizi or- 
ganici e congeniti, a cui s' aggiunsero persecuzioni 
de' parenti, del proprio marito (Emmanueli), nere 
calunnie, maldicenze atroci. Ed ella affinando in quel 
crogiuolo la propria virtù, penetrò tanto avanti nella 
scienza delle cose di Dio, nell'esercizio delle più rare 
perfezioni, che il padre Valfrè, di cui fu lunghi anni 
penitente, e fra le cui braccia morì il 14 novembre 
del 1673, la chiamava la sua maestra di spirito. In 
preda ad anomalie nervose, Anna Maria avea fre- 
quenti visioni spirituali che, ora la consolavano, ora 
la rattristavano, secondo gli oggetti che le compa- 
rivan dinanzi; ma il più delle volte erano tutte ce- 
lesti, e raddoppiavan la brama eh* ella avea di riu- 
nirsi al suo Dio. 

Se fossero vere visioni, od allucinazioni nervose 
che s' improntavano delle imagini solite a destarsi 
nella sua mente, appartiene alla Santa Sede il defi- 
nirlo. Noi noterem solamente che appunto per queste 
visioni il prudentissimo beato Valfrè solea morti- 
ficarla e maltrattarla anche in pubblico, dandole 
sempre a divedere che la teneva in bassissima stima, 



616 LMKtO QUINTO 

ma la ritrovò costantemente figliuola d' umiltà ed 
obbedienza. 

Così universale era la fama di santità di questa 
serva di Dio che il processo di beatificazione fu co- 
minciato fin dal 1678, e che qualche anno dopo mo- 
rendo la marchesa Bevilacqua Villa, dama d'insigne 
pietà, volle esser sepolta appiè d' Anna Maria, le 
cui ossa erano intanto state trasferite dalla chiesa 
di Sant'Eusebio nella nuova chiesa dei padri del- 
l' Oratorio. 

Lo stesso beato Valfrè descrisse le memorie della 
vita della onoranda sua penitente, le quali vennero 
nel 1762 ordinate, ampliate e pubblicate da un 
prete della medesima congregazione. 

11 padre Giambattista Prever, nato nel 1684 in 
Giaveno, era stato prima canonico di quella collegiata, 
poi era entrato nella congregazione dell' Oratorio. 
Scgnalatissimo nell'esercizio delle virtù cristiane, 
banditore zelantissimo della divina parola, fu sin- 
golarmente privilegiato di grazie straordinarie, d'una 
penetrazione sovrumana, d'una piacevolezza insieme 
e d'una efficacia rarissima nel difficile ministero della 
confessione. Con poche parole che avean fattezze di 
argute, ed eran profonde, snodava i cuori più indu- 
rati. Stendea le braccia amorose ai peccatori più 
incalliti nel vizio, più ostinati nel rifiuto de' sagra- 
menti, e li stringeva al petto, e col volto, e cogli 
sguardi, e co' detti in un subito togliea loro ogni 



CAPO QUARTO 



617 



confusione, li ricreava, li confortava, dava l'adito 
alla speranza. Così potente era la sua influenza sui 
cuori, che dai primarii personaggi dello Stato fino 
a quegli sciagurati che espiavano sul patibolo i mi- 
sfatti, tutti voleano confessarsi da lui. Quando correa 
qualche festività, dall'alba al meriggio, dalle prime 
ore pomeridiane fin verso la mezzanotte, egli stava 
confessando in chiesa, in camera, sempre paziente, 
sempre soave, sempre uguale col primo come coll'ul- 
timo, senza precipitazione, senza affanno. Racconta 
lo scrittore della sua vita, testimonio oculare, che 
un giorno dopo d'aver confessalo in chiesa tutta la 
mattina, appena preso poco cibo, fu assediato in 
camera dai penitenti. 

11 corridoio inferiore della casa della congrega- 
zione era pieno di penitenti ; pieno il corridoio su- 
periore. Una gran massa ve ne avea di stipati contro 
la porta della camera ; il padre Prever era obbligato, 
uscendo un penitente, ad accompagnarlo perchè 
potesse trovar la via, e per farne entrar dentro un 
altro. Al suo comparire gridavano molti: miseri- 
cordia ; e per essere preferiti, posposto ogni rossore, 
gridavano: Padre, ascolti me che sono cinque, sette, 
venV anni che non mi son confessato. 

Padre Prever rimandava tutti consolati, e di tutti 
quasi i suoi penitenti sperava V eterna salvezza, 
fuorché d'alcuni che dell'opere spirituali credeano 
farsi velo e scala ad intenti mondani; di costoro, 

Voi. Il 7S 



618 LIBRO QUINTO 

come d'uomini che professavano il sacrilego ed im- 
possibil mestiere di gabbadio, dubitava molto il 
buon padre, e procurava ad ogni potere di spedirsene. 

Abbiamo già indicata la morte di quest' insigne 
Filippino seguita sul pulpito di San Giovanni. 

Eccone ora i particolari. Già nel giorno precedente 
e nella mattina del giorno medesimo avea egli detto 
parole che, se non dinotavano espressamente la sua 
morte, accennavano almeno che qualche caso stra- 
ordinario segnalerebbe quel giorno, anniversario di 
quello in cui era stato laureato ed avea ricevuto 
l'ordine del sacerdozio. Lunedì 8 febbraio 1751, 
alle ore quattro pomeridiane salì tutto lieto nella 
carrozza che gli avea mandato l'arcivescovo, e disse 
ai circostanti con quel suo piglio faceto che gli era 
famigliare : Guardate come la sposa va bene in car- 
rozza. Giunto alla Metropolitana, dov'era parte della 
Real Corte coll'arcivescovo, pigliò la benedizione dal 
prelato, e salì sul pulpito. Proposto il testo di 
S. Paolo opportunissimo per l' apertura del giubileo : 
Adeamus cum fiducia ad thronum gratiae ut mise- 
ricordiam consequamur , parlò proemizzando della 
misericordia di Dio con tanto impeto di carità, che 
egli stesso piangeva e piangevano gli uditori. Finito 
l'esordio, fatta la divisione dell'argomento, cominciò 
la prima parte colle parole: Variis et miris modis 
vocat nos Deus, che pronunziò con voce sì forte, 
che furono udite da tutti gli angoli del vasto edifìzio; 



CAPO QUARTO 019 

l 



arrestossi allora un momento come chi sta sopri 
pensiero, poi si piegò verso il crocifisso, e raccolto 
in braccio da un fratello che il serviva, in tre o 
quattro minuti spirò primachè il popolo n' avesse 
il menomo indizio. Come si seppe, un susurro misto 
di singhiozzi e di lagrime s' udì per la chiesa. Tutti 
gli argomenti dell' arte s' adoperarono sul pulpito 
stesso e nella camera in cui fu trasportato attorno 
al padre Prever; ma tutto indarno; onde posto in 
bussola, fu trasportato con seguito di immensa calca 
di popolo addoloralo e piangente all' Oratorio; dove 
tutto ciò che la divozione, anche indiscreta, può 
imaginare, fu praticato attorno al corpo, al confes- 
sionale, al muro a cui il confessionale s' appoggiava, 
alla camera che abitava, tantoché fu necessaria nu- 
merosa soldatesca ad impedir ulteriori disordini. In 
tanto concetto di santo era tenuto universalmente 
il buon padre Prever (10). 

Rari appresso a noi, giova il ripeterlo, erano an- 
cora que'tali che in ogni abito religioso credono 
veder un mantello all' ombra del quale si goda del 
ben di Dio senza far nulla; a cui nulla giova mo- 
strare i parchi desinari e le parche cene, i digiuni 
e le astinenze, l'alzarsi mattutino e il faticar con- 
tinuo, orando, meditando, insegnando, predicando, 
amministrando i sacramenti, combattendo per la 
fede, sormontando vergogne, calunnie, pericoli, im- 
pegnandosi per guadagnar un' anima, com' altri 



020 LIBRO QUINTO 

farebbe per la conquista d'un regno ; a cui nulla 
giova richiedere qual alta mercè temporale può com- 
pensare que" prodi religiosi degli stenti durati, della 
sanità logorata, de'mondani diletti posti in disparte, 
degli onori ricusali, se non fosse un premio di con- 
solata coscienza pel bene operato, una speranza di 
maggior premio avvenire; d'un premio che li giunga 
a quel punto in cui l'anima libera e abbandonata a 
se stessa comincia a comprendere il gran mistero 
dell'essere, a sciorre il nodo del dramma in cui 
attrice involontaria ha concorso a sostener una parte. 
Nulla persuade cotestoro, che indulgentissimi per 
sé, sono rigidissimi nel giudicare i ministri del san- 
tuario; e da un che manchi precipitano il giudizio a 
crederli tutti colpevoli; e ora vorrebbono (cosa im- 
possibile) che il clero nulla ritraesse del popolo; e 
che indossando V abito religioso, tutta spogliasse 
l'umana fralezza; ora si lagnano che non abbiano 
i religiosi viscere di cittadino,* ora si dolgono di non 
trovarli agevoli* ora di trascuratezza li riprendono 
e di lassa morale, e se un vizio azzeccano in uno, 
non badano che quel vizio sia compensato da molte 
virtù, ma in tutto malvagio lo giudicano ed impo- 
store. Pochi, ben si sa, sono perfetti. Molti sono 
assai men che perfetti. Ma li troverete grandemente 
virtuosi, o rigidi Catoni, quando posta giù ogni 
passione, e considerandone bene addentro i porta- 
menti, scendiate a paragonarli co' vostri. 



CAPO QÙAP.TO 021 

So che queste parole da alcuni mi si apporranno 
a colpa ; ma io, che pur mi confesso minore a troppi 
uomini d'ingegno e di dottrina, io con pochi fo 
professione di dir quel che sento liberamente, come 
uomo che non ha servito e non servirà mai a niuna 
setta; ne usa cortigiania a potenza di grado o di 
opinione, ma solo all' augusta verità. 

Abbiamo già accennato l'ampio spazio soggetto 
alla giurisdizione della chiesa di Sant'Eusebio (S. Fi- 
lippo). Sono staccate dalla medesima in tutto od 
in parte le giurisdizioni delle parrocchie di Santa 
Teresa, di San Carlo, della Madonna degli Angioli, 
di San Francesco di Paola, della Crocetta e del Lin- 
gotto. 

I fratelli dell' Oratorio diretti dai padri si recano 
ogni domenica all' ospedale di S. Giovanni a gover- 
nare i letti degli ammalati ed a pettinarli, impie- 
gandosi in altri bassi uffici di carità, e li forniscono 
ad epoche determinate di biscottini e di fìaschetli 
di buon vino. 

La biblioteca della congregazione ha avuto prin- 
cipal fondamento nella libreria stata alla medesima 
donata nel 1744 dall' abate Ignazio Balbis di Ver- 
none, principe dell'Accademia degli Uniti, del quale 
ivi si conserva, in segno di gratitudine, il ritratto. 

Notabili sono in via di S. Filippo varii palazzi: 
prima quello del marchese di S. Marzano, posto di 
fronte alla chiesa, architettura del capitano Garoe, 



622 LIBRO QUINTO, CAPO QUARTO 

con variazioni ed abbellimenti del conte Alfieri e 
dell'architetto Martinez. In questo palazzo, la sera 
del 18 d' aprile 1842 il principe Felice Schwarzem- 
berg, inviato straordinario e ministro plenipoten- 
ziario di S. M. P Imperator d' Austria, dava uno 
splendido ballo onde onorare le auguste nozze di 
S. A. R. Vittorio Emmanijele, duca di Savoia, prin- 
cipe ereditario, colla serenissima imperiale arcidu- 
chessa Maria Adelaide (11). 

L'architettura del palazzo dei principi della 
Cisterna è opera del conte Dellala di Beinasco. 

Il palazzo che già appartenne ai conti di Carpe- 
netto presso piazza Carlina, era stato restaurato dal 
Bonvicini. 



— =* 



NOTE 



(1) V. Theatrum Statuum ducis Sabaudiae. 

(2) Pier Gioffredo, d' Antonio, nacque in Nizza il 16 d'agosto 1629. Fu 
ordinalo sacerdote il 20 settembre 1653; nel 1658 pubblicò l'opera Nicaea 
civitas sacris monumenlis illustrata, che gli procacciò gran nome. 

Il 20 marzo 1663 fu nominato istoriografo del duca di Savoia. Due 
anni dopo fu eletto rettore di Sant'Eusebio in Torino. Nel 1673 fu no- 
minato sotto precettore ed elemosiniere di Vittorio Amedeo u. Precettori 
erano l'abate Tesauro e il padre Giuglaris, gesuita. Ma pare che il peso 
principale fosse del Gioffredi. E difl'atlo ne' titoli posteriori è sempre chia- 
mato, non sotto precettore, ma precettore. 11 31 dicembre 1674, essendo pol- 
la morte del protomedico conte Tonini, rimasta vacante la carica di bi- 
bliotecario ducale, venne la medesima conferita similmente al Gioffredi. Ai 
16 di maggio del 1679 venne egli decorato della croce de' Ss. Maurizio e 
Lazzaro. Nel 1677 il Gioffredi era stato aggregato alla cittadinanza Tori- 
nese. Si dice nel diploma eh' egli stava per pubblicare la Relazione delle 
moderne parti più ragguardevoli di questa metropoli. Questo lavoro non 
è stato pubblicato, ed io non so se il ms. ne sia a noi pervenuto. Da tal 
diploma appare ancora che il Gioffredi era dottore d'ambe leggi e canonico 
della Trinità. La sua infievolita salute e la grand' opera che stava scrivendo 
col titolo di Storia dell' Alpi marittime, lo fecero risolvere di ricondursi 
alla mite sua patria. Colà gli giunsero nuovi segni del regio favore, es- 
sendogli nel 1688 stata conferita la badia di S. Giovanni d'Aulps, che per- 
mutò nel 1689 con quella di S. Ponzio. Morì a Nizza 1' Il novembre 1692, 
e fu sepolto nella chiesa di San Ponzio. V. Gazzera, Notizie dell'abate 
Pier Gioffredo.— Rist. patriae monumenta. 



624 CAPO QUARTO, NOTE 

(3) Breve del 14 settembre 1667. 

(4) V. Agliaudo di Tavigliano, Modello della chiesa di San Filippo per 
li padri dell' Oratorio di Torino, inventato e disegnato dall' abate e ca- 
valiere don Filippo Juvara. 

(5) Pubblicata dal padre Marini dell'Oratorio nel 1748. Se ne conserva 
anche una vita ms. del Gallizia. 

(6) Da memorie sincrone nell'Archivio del conte Balbo. 

(7) Storia della congregazione dell'Oratorio di Torino, ms. presso 
l'egregio padre Angelo Girò, .preposito di detta congregazione. 

(8) Nota del Vernazza, ms. nella Guida di Torino. 

(9) Boschis, Ragguaglio della vita e della morte del prete don Giovanni 
Tommaso Gambero, vicecurato di Sant'Eusebio. Torino 1764. — Della 
comunicazione di questo libro, non che d'altri libri e ms. riguardanti l'O- 
ratorio di S. Filippo, rendo il giusto merito alla cortesia del padre curalo 
Derossi, e del padre preposito Girò. 

(10) V. la sua vita scritta da un padre dell'Oratorio di Torino^ suo con- 
fidente (presso i padri di detto Oratorio). Diverge questo racconto in qual- 
che minuta particolarità da quello da noi registrato a pag. 388, sulla scorta 
del Diario del Carmine ; ma questo del biografo Filippino merita mag- 
gior fede/ 

(11) Le feste Torinesi dell' aprile mdcccxlii. 



-«**&^©5s 



CAPO QUINTO 



Piazza Carlina. — Chiesa e monastero di Santa Croce. — Albergo 
di Virtù. — Rifugio delle Convertite delle valli di Lucerna. — 
Soccorso delle Vergini. — Palazzo de' marchesi di S. Tommaso. 

— Chiesa e monastero delle Cappuccine. — Palazzo Perrone. — 
Palazzo Canelli, ora Gatino. — Palazzo Morozzo, ora d' Agliano. 

— Monastero del Crocifisso, ora delle Dame del Sacro Cuore. — 
Spedale di S. Giovanni. — Opera della Maternità. 



Abbiamo già accennato l'epoca in cui fu costrutta 
la piazza Carlina (1678); abbiam parlato delle quattro 
tettoie sotto alle quali doveano tenersi i mercati, e 
particolarmente quello del vino, e che ora ridotte a 
piccoli edifizi servono piuttosto d' ingombro che di 
ornamento. 

Su questa piazza s 1 alza la chiesa delle mo- 
nache di Santa Croce, la quale manca tuttora di 
facciata. D' esse monache si è discorso parlando 
dell'antico loro monastero della Misericordia. Si 
ha da un' iscrizione che la loro traslazione dal 

Voi. Il 7y 



62G LIBRO QUINTO 

monastero antico a ponente a questo nuovo avvenne 
nel 1691 (1). Soggiungeremo solamente che queste 
canonichesse Lalcranensi, soppresse per decreto della 
Commissione esecutiva del Piemonte del 22 di no- 
vembre 1800, furono ristabilite dopo la restaura- 
zione della monarchia, e che la nobiltà de' natali 
non è più condizione indispensabile per chi vuol 
prendervi il velo. 

La chiesa di forma ovale, piccola, ma graziosa ed 
ornala di colonne di marmo, è disegno del Juvara. 
Il campanile fu innalzato da Giambattista Borra, 
architetto torinese. 

Ha tre altari. Nel primo a destra, la tavola colla 
Nascita di Gesù è di Giovanni Battista Bram- 
billa, scolaro di monsù Delfino che fioriva verso 
il 1670. 

All'aitar maggiore la Deposizione dalla Croce è 
del cavaliere Beaumonl. Nell'altro altare il S. Pietro 
in cattedra, in abiti papali, è del Moncalvo. 

In fondo alla piazza levasi a mano manca l'antico 
palazzo de' conti di Guarene, la cui facciata è di- 
segno del Juvara. A destra l'Albergo di Virtù, ove 
si ricevono e si ammaestrano in varie arti fanciulli 
poveri, o scarsi de' beni di fortuna. 

Abbiamo già narrato come negli ultimi anni di 
Emmanuele Filiberto alcuni soci della Compagnia di 
S. Paolo, ed altri virtuosi cittadini si fossero posto 
in cuore di sbandir l'ozio e la mendicità formando 



CAPO Ql IMO 6-' 



una compagnia delta della Carila per ricoverare 
i poveri inabili al lavoro ed insegnare agli altri 
r esercizio d' un'arte; ed abbiamo similmente ram- 
mentato come, difettando i mezzi, questa ultima 
parte solamente dell' impresa potessero avviare, che 
pigliò nome d'Albergo di Virtù (2). Malletto, vicario; 
Degiorgis, sindaco della città ; Chiaretta ; Fornelli, 
professore nell'università di Torino; Famiglia, teso- 
riere della medesima, e due ricchi mercatanti mi- 
lanesi, pratici dell'arte della lana, Fontanella e Poi- 
liago, furono i principali autori e promotori di questa 
opera insigne, alla quale so da documenti sicuri che 
non fu straniero il duca Emmanuele Filiberto. Carlo 
Emmanuele i, figliuolo di lui, poco dopo la morte 
del padre (dicembre 1580) assegnò all'Albergo di 
Virtù un censo annuo di scudi 600 d'oro. Sei anni 
dopo lo dotò di beni posti nel territorio di Lucento, 
del valsente di scudi d' oro 3,000. 

Nel 1587 scorgendo il buon principe che il di- 
spendio che necessitava quell'instituto era superiore 
di molto alle forze private, consentì a pigliarne egli 
stesso con molto affetto la cura, a far sua l'impresa, 
e trasferì l'Albergo di Virtù dalla casa in cui era 
presso al sito ove ora sono le Rosine, nella casa di 
campagna di don Amedeo di Savoia (ora ospedale 
di Carità) (3), donde dopo il 1682 venne trasferito 
in piazza Carlina. 

Crebbe sotto gli auspizi del principe 1* Albergo 



028 MURO QUANTO 

con giusto e ben auspicato nome, intitolato dalla 
Virtù, e senza riandarne tutti i successi diremo che 
in febbraio del 1663 vi fu aggiunta un'altra opera, 
ed era il Rifugio delle povere convertite delle valli 
protestanti del Piemonte, che nel 1746 fu traspor- 
tato a Pinerolo. 

Viva ed onorata qui splende ancor la memoria del 
teologo collegiato Giovanni Bricco d' Ala, nella valle 
di Lanzo, dotto e pio ecclesiastico, il quale fu lungo 
tempo rettore di quest'Albergo, e morendo instituì 
varie opere di beneficenza, e legò la sua ricca e 
scelta biblioteca al Seminario. 

Segue la via che piglia nome dalla casa del Soc- 
corso delle vergini, fondata, come già abbiam detto 
dalla Compagnia di S. Paolo nel 1593, dove si rice- 
vono figlie civili in educazione. 

Ricominciandole nostre corse a ponente, a destra 
della via di Santa Teresa, incontrasi la strada di 
S. Carlo, nella quale il primo palazzo a mano destra 
apparteneva ai marchesi Carron di S. Tommaso, fa- 
miglia segnalatissima per aver retto per tre succes- 
sive generazioni il ministero riunito degli affari 
esteri ed interni. Questo palazzo fu fabbricato nel 
1665 dal conte Giambatista Beggiamo, da cui passò 
in eredità a Michele, arcivescovo di Torino^ suo 
fratello. Nel 1724 era posseduto dalla marchesa 
Gabriella Caterina Marolles di Caluso, che lo ven- 
dette al marchese Giuseppe Gaetano Carron di 



CAPO QUINTO 6 2t * 



S. Tommaso (4). Primo architetto di questa fabbrica 
era stato il conte Amedeo di Castellamonte; ma dopo 
la metà del secolo scorso fu ampliata e restaurata 
sui disegni del conte Dellala di Beinasco. L' ultima 
discendente della linea primogenita de' marchesi di 
S. Tommaso, Giuseppina, avea sposato il marchese 
Agostino Lascaris, erudito e gentil cavaliere, gran 
fautore delle scienze e delle arti, la cui unica figlia 
Adele finì ne' marchesi Benso di Cavour. 

Il vestibolo, lo scalone, la sala di questo palazzo 
sono degni di osservazione. Quest' ultima fu dipinta 
a fresco da Stefano Maria Legnani. 

In principio della seconda isola a destra, vedevasi 
la chiesa ed il convento delle monache Cappuccine, 
fondato nel 1624 da Carlo Emmanuele i, ad istanza 
della infante Margarita, sua figliuola (5), prima in 
una casa fuor di porta Castello, poi nel 1658, nel 
sito di cui ora parliamo, dov'era la casa d'Antonio 
Carello (6). In questa chiesa era sepolto il celebre 
presidente delle Finanze Giambatista Truchi, in- 
sieme con Maddalena Quadro, sua moglie. Qui pure 
aveano i conti delle Lanze il loro sepolcro genti- 
lizio, e qui si leggeva un' iscrizione in onore del 
buon cardinale di tal nome, morto in gennaio del 
1784 (7). 

Eranvi in questa chiesa alcune tele di buona mano: 
una di Giovanni Claret, fiammingo, da lui segnata, 
in cui era effigiato Sant' Antonio di Padova con 



650 LIBRO QUINTO 

altri santi; e due di Camillo Procaccini, rappre- 
sentanti l'Annunziata; la tavola della Vergine del 
Suffragio all'aitar maggiore era di Nicolò Torniolo 
da Siena, celebre per aver trovato 1' arte di colorire 
i marmi. 

Ora la chiesa e il monastero vennero ridotti ad 
usi profani; e le Cappuccine furono ristabilite nel 
monastero prima occupato dalle monache di Santa 
Maria Maddalena. 

Vicino a questa chiesa s' alza il bel palazzo dei 
conti Perrone di S. Martino, architettura di Giam- 
battista Borra. E nobilitato da più memorie. Impe- 
rocché ivi abitava il già lodato cardinal delle Lanze, 
ed ivi morì Diodata Saluzzo-Roero, dama degna di 
alto onore non meno pe' generosi suoi carmi e per 
la molta e varia dottrina, che per l'indole sua tutta 
schiettezza, tutta bontà. 

11 palazzo che sta di fronte a quello dei conti Per- 
rone fu costrutto verso il 1663 da Antonio Maurizio 
Valperga, ingegnere di S. A.R. Nel 1719 dal barone 
Giuseppe Antonio Valperga fu venduto al conte Gian 
Gerolamo Galleani di Canelli ; questa famiglia lo fé' 
abbellir di pitture a fresco da Cesare Mazzoni ; e 
nel 1781 volle che fosse interamente restaurato ed 
ampliato secondo i disegni dell'architetto Luigi Bar- 
beris (8). 

Da alcuni anni è passato in proprietà dell'avvo- 
cato Antonio Gal ino, il cui appartamento è ricco di 



CAPO QUINTO ^51 



preziosi dipinti delle migliori scuole; accennerò sol- 
tanto i principali, che sono : Un interno di taverna 
con molte figure di grandezza naturale di Gherardo 
delle notti (Hontost); — L'interno d'una chiesa go- 
tica di Peter Neefs, che ha per riscontro l'interno 
di San Lorenzo in Milano, del Migliara; — Un Amore 
in riva al mare, di Guido Reni; — Un cesto di fiori 
con frutta, di Giovanni Van Huysum; — Una Ma- 
donna con angeli, di grandezza naturale su tavola, 
di Gaudenzio Ferrari; — Santa Margarita e Santa 
Rosa, riscontri dello stesso quadro, coi ritratti dei 
donatori; — Cadmo che uccide il drago, dipinto da 
Salvator Rosa;— Due gran quadri d'animali di Gio- 
vanni Enrico Roos; — Una mezza figura di Ribera, 
detto lo Spagnolette-, — V Adorazione de' pastori e 
la Presentazione al tempio di Giovanni Iordans, al- 
lievo di Rubens; — Un paese, attribuito a Cornelio 
Poelemburg; — Un paese su tavola, di Giovanni Breu- 
ghel, detto di Velours, con molte figure di Van-Balen; 
— Una battaglia su tavola, attribuita a Polidoro da 
Caravaggio. — Ma i sorrisi dell'arte non hanno poter 
di consolare d' una recente e grande e non riparabil 
disgrazia V angosciato cuore d' un padre e d' una 
madre che ridomandano un figlio, un unico figlio 
morto (9). 

Dopo la piazza di S. Carlo la via muta nome, e 
ti intitola dallo Spedale di S. Giovanni. Nella quale, 



652 LIBKO QUINTO 

in fine della sesta isola a destra, incontrasi uno dei 
più notabili palazzi di Torino, che apparteneva una 
volta ai marchesi Morozzo di Bianzè, ed ora è pro- 
prietà dei conti d' Agliano. 

Il disegno del medesimo è del capitano Garoe, 
ma fu perfezionato dal conte Alfieri. 

L'isola che segue comprendeva il nuovo monastero 
in cui si trasferirono, come abbiam detto, le monache 
Agostiniane del Crocifìsso, prima allogate presso la 
chiesa di San Martiniano. 

Dopo la soppressione degli ordini religiosi vi fu 
trasferito il Collegio Reale delle Province, che prima 
era in piazza Carlina. Ora da varii anni è stato de- 
stinato a casa d' educazione femminile, sotto al go- 
verno delle Dame del Sacro Cuore. 

La tavola dell' aliar maggiore della chiesa col 
Cristo in croce, è del Molineri da Savigliano. 

In questa chiesa fu sepolto Ferdinando Strozzi, 
arcivescovo di Tarso, nunzio apostolico, morto il 13 
maggio 1695; in aprile del 1701 vi fu deposto tem- 
porariamente un altro nunzio, monsignor Alessandro 
Sforza. 

L'isola che segue è occupata tutta intera dallo 
Spedale di S. Giovanni, del quale nel primo volume 
di quest'opera abbiamo già narrato brevemente la 
storia (10). 

Questo magnifico edilìzio è architettura del conte 



CAPO QUINTO 



(555 



Amedeo di Castellamonte. V appalto ne fu dato .l'I 1 
aprile 1680 (11). Stupenda è ¥ iscrizione che si legge 
sovra la porta d'ingresso: 

PAVPERVM SALVTl TEMPORALI 

D1VITVM AETERNAE 

APERTVM. 

Allo Spedale di S. Giovanni s'aggiunsero nel 1676 
varii letti per gli incurabili. Nel 1730 vi fu isti- 
tuita P opera delle partorienti, chiamata della Ma- 
ternità, che poi ne venne separata in gennaio del 
1801, ed allogala nel convento di S. Michele già 
de' Trinitarii Scalzi della Redenzion degli schiavi 
sul fine della medesima via. 

La cappella circolare di questo spedale è disegno 
dell' architetto Castelli, e frutto della liberalità del 
marchese Argenteri di Bagnasco. 

Lo Spedale di S. Giovanni è servito dalle pietose 
e di vote suore di S. Vincenzo de' Paoli. 

Fra i molti benefattori de 5 quali rendono testi- 
monianza le statue e le iscrizioni, ricorderò sola- 
mente la marchesa Villa nata Bevilacqua, parente 
per via di madre di S. Gaetano Tiene, già da noi 
mentovato, la quale fondò dieci letti di ciascun sesso 
onde raffermar in salute i convalescenti prima di 
congedarli, ed in breve lutto il suo avere convertì 

Val. Il 80 



034 LIBRO QUINTO, CAPO QUINTO 

e in vita e morendo in opere di beneficenza a Mou- 
dovì, a Torino, a Ferrara. Uno de' suoi esecutori te- 
stamentarii fu il beato Sebastiano Valfrè. Mancò 
verso il 1690. 

Nell'isola che succede v'ha la chiesa e il convento 
di San Michele (ora ospizio della Maternità), di cui 
abbiam già parlalo. 



èmme 



NOTE 



(I) VIATOR SISTE ET VENERARE 

SANCTVARIVM ENIM EST 

SANCT1MON1ALIVM TITVLI S. CRVCIS 

CONGR. CAN. LATERAN. 

SANCTITATE NON MINVS QVAM SANGVINE ILLVSTRIVM 

SOLEMNITER HIC TRANSLATAE 

1691. 

(2) L'altra parte si ordinò poi separatamente, e formò lo Spedale della 

Carità. 

Nel n39, nello Spedale di Carila trovo il mantenimento d un povero 

notato come segue, per ciascun giorno : 

L. S. D. 



Una libbra e mezza di pane a I soldo la libbra . L. 
Tre quarti d'un boccale di vino puro a L. 60 la carrata 
Oncie sei di carne a soldi 2 , 4 la libbra 
Minestra di riso, erbaggi, paste, ecc. . . 

Vestimenta L. 9 all'anno 

Lingeria bianca e letti L. 6 all'anno 
Medicinali L. 3 all'anno 



Spesa totale d'un giorno L. o. 



5. 3. 



Onde la spesa totale per un anno per una bocca di povero ascende- 
rebbe a lire antiche di Piemonte 91, 19. I. 



636 CAPO QUINTO, NOTE 

Fin d'allora si rappresentavano al principe gli inconvenienti del me- 
scolare vecchi, adulti e ragazzi; i gracili e i robusti; l'operoso e l' inabile, 
statuendo a tutti lo stesso orario, dando a tutti la stessa tavola. Eranvi 
a quel tempo 2|m. poveri. 

(3) Patenti 5 ed 8 luglio 1587. Archivio camerale.— Serie cronologica 
dei titoli e delle dotazioni del R. Albergo di Virtù, ms. presso il signor 
Rettore. 

(4) Notizie tolte dall' Archivio de' marchesi di Cavour, statemi comu- 
nicate per cortesia dal chiarissimo signor marchese Gustavo. 

(5) MARGARITA CVIVS CONSILIO ET 1MPVLSV AVSPICATVM OPVS 

Così nell'iscrizione della pietra fondamentale. 

(6) Archivio camerale. Registro Contratti, num.LXxxvn, fol. 83. 

(7) Torelli, op. cit. e Iscrizioni patrie. 

(8) Da titoli autentici né\V Archivio dell'avvocato Gatino. 

(9) L'avvocato Teofilo Gatino, giovine d'indole egregia, di tratto gentile, 
di belle speranze, d'aurei costumi, morto il 19 di marzo 1846. 

(10) Storia di Torino, i, 382. 

(11) Archivio arcivescovile, Proloc. n. cxliv. 



CAPO SESTO 



Via dell' Arcivescovado. — Arsenale. — Arcivescovado. — Chiesa della 
Visitazione. — Opera della Provvidenza. — Palazzo de' marchesi 
di Cavour. — Palazzo dei conti Piossasco diRivalta, ora dei mar- 
chesi Lucerna di Rorà. — Monache adoratrici del Santissimo Sa- 
cramento. Breve storia del loro instituto. 



In fine della piazza che s' intitola dal Mercato delle 
Legna, presso agli olmi annosi che ombreggiano la 
passeggiata della cittadella, comincia una terza via, 
quella dell' Arcivescovado. 

A destra levasi l'ampia mole dell'Arsenale, insigne 
fra molte. La fonderia de' cannoni era in piazza 
Castello, nei casamenti che ingombravano la piazza 
Reale. Carlo Emmanuele n la trasferì nel sito di 
cui parliamo, e cominciò la fabbrica; Vittorio Ame- 
deo il la continuò; Carlo Emmanuele in la riformò 
sul disegno del commendator De-Vincenti, capo del 



()58 LIBRO QUINTO 

Corpo Reale d' Artiglieria. Fu proseguita ai tempi di 
Vittorio Amedeo ni e di Carlo Felice. Manca tut- 
tavia la porta di cui abbiam veduto un bel progetto 
di S. A. R. Ferdinando, duca di Genova. 

A' tempi di Vittorio Amedeo in il conte di Bor- 
garo ha fatto formare una magnifica sala d'armi 
antiche, e in disuso, pittorescamente aggruppate, se- 
condo i disegni di Bernardino Galliari. 

L' Arsenale è uno di quegli edilìzi la cui minuta 
descrizione ricercherebbe un libro intiero, e però 
noi staremo contenti allo averne accennato l'origine, 
ed al ricordare il laboratorio chimico metallurgico 
fondato nel 1757 dal cavaliere Nicolis di Robilant, 
ed il monumento di bronzo, fuso dal Conterio, statovi 
non son molti anni eretto in onore di Pietro Micca(l). 

Neil' isola che sta di fronte all' Arsenale è l' ar- 
civescovado, che fu già casa de' preti della Missione, 
e venne nel 1776 dal re Vittorio Amedeo ih ceduto 
agli arcivescovi prò tempore* Abbiamo già notato 
siccome dopoché Emmanuele Filiberto occupò il 
palazzo degli arcivescovi, questi non aveano avuta 
più sede fissa. 

Monsignor di Rorà, al tempo del quale si fé' detta 
cessione, abitava nel palazzo dei conti Perrone, e 
primo a pigliare stanza nella casa della Missione fu 
monsignor Costa d'Arignano, poi cardinale (2). 

Sul fine della seconda isola sono il monastero e 
la chiesa della Visitazione. 11 monaslero fu fondato 



CAPO SESTO 659 

I 5 anno 1638 per cura di donna Matilde di Savoia 
da Santa Giovanna Francesca Fremiot di Chantal (3). 

La chiesa fu costrutta nel 1661 sui disegni del 
Lanfranchi (4). Quando cominciarono i lavori era 
superiora Maria Teresa Valperga; mancala la mede- 
sima di vita, si compì l' opera sotto al governo di 
Maddalena Elisabetta di Lucinge. Giovanni d'Aran- 
thon, vescovo di Ginevra, pose la prima pietra. 

La chiesa è piccola, ma graziosa, con tre altari; 
ed è da notarsi come il Lanfranchi servisse assai 
meno degli altri al gusto del secolo nemico delle 
semplici e non ricercate bellezze, come appare dalle 
tre chiese da lui edificate a Torino ( San Rocco, la 
Basilica, la Visitazione) (5). 

Sotto all' aitar maggiore di questa chiesa è una 
cameretta dove giacciono le spoglie mortali di donna 
Matilde di Savoia e de' suoi discendenti marchesi 
di Simiana e di Pianezza. 

La chiesa della Visitazione, chiusa ne' primi anni 
del governo francese, fu riaperta solennemente il 
giorno dell'Ascensione del 1804. 

Ora le monache di S. Francesco di Sales sono al- 
logate nel monastero di Santa Chiara, e l'antica loro 
stanza è posseduta dai preti della Missione, de'quali 
terremo discorso quando si parlerà della loro chiesa 
della Concezione. 

In faccia alla chiesa della Visitazione s' apre il 
ritiro della Provvidenza; Augusto Renalo Birago, 



640 LIBRO QUINTO 

conte di Borgaro, die' grosse somme onde acquistar 
questa casa e adattarla all'educazione delle fan- 
ciulle. Epperò nel 1746 gli fu posta nella cappella 
un'iscrizione che ricorda il benefìcio. Un'altra iscri- 
zione rammenta le beneficenze d'Emmanuele dei 
principi Valguarnera. 

L'Opera della Provvidenza ebbe principio privato, 
come lo ebbero le migliori instituzioni di questo 
genere nel secolo xvu. Nel 1735 Carlo Emma- 
nuele ni V accolse sotto la sua special protezione. 
Nel 1752 fu ricostrutto T edificio co' disegni dei 
conte Alfieri, ampliato poi nel 1826 coi disegni del 
cavaliere Talucchi. 

Nella quinta isola a destra s'incontra il palazzo 
de' marchesi di Cavour; fu costrutto nel 1729, sul 
disegno dell'architetto Planteri, dal marchese Mi- 
chele Antonio, il quale riportò poscia alla battaglia 
di Guastalla una gloriosa ferita, e giunse al supremo 
onore di cavaliere dell'Annunziata. 

Sul fine dell'isola che gli sta di fronte a sinistra 
si trova il bel palazzo de' marchesi di Rorà stato 
edificato negli anni 1779-80-81 dal conte Baldas- 
sarre Piossasco di Rivalla (6) sul disegno del conte 
Alfieri (7). 

Continua questa via allato alla Madonna degli An- 
gioli, e poi lungo il giardino pubblico passa dinanzi 
allo stupendo Anfiteatro anatomico, varca la piazza 
dell' Esagono, e trova quindi a destra la chiesuola 



CAPO SESTO 641 

delle Adoratrici perpetue del Santissimo Sagra- 
merito, delle quali ci converrà addurre qualche breve 
notizia (8). 

Gli oltraggi che si fanno a Gesù sotto le specie 
dell' Eucaristico Sacramento non solo dagli eretici, 
ma più ancora dai cattivi cristiani, fecero nascere 
ab antiquo il pensiero destituire solenni espiazioni 
di tali misfatti. Fin dal secolo xm fu stabilita* per- 
tanto la festa del Sacramento, di cui S. Tommaso 
d'Aquino compose l'ufficio; e verso gli stessi tempi 
altre feste particolari d'espiazione e riparazione per 
ammenda di scandali più clamorosi vennero intro- 
dotte in alcune parrocchie di Parigi. 

Il medesimo pio pensiero governò la fondazione 
d'un monastero d'Agostiniane a Marsiglia, fatta da 
un padre Domenicano, e quella della congregazione 
delle Benedittine dell' adorazione perpetua del San- 
tissimo Sacramento, opera di Caterina Bard; ambe- 
due nel secolo xvn. 

Le Adoratrici perpetue di cui ci facciamo a par- 
lare non hanno di comune colle antiche da noi men- 
tovate fuorché la santa intenzione di rendere al 
divin Sacramento un culto perenne di lode e di 
adorazione diurno e noi turno. 

Instituivale suor Maria Maddalena dell' Incarna- 
zione ( Caterina Sordini ), nata a Porto Santo Ste- 
fano, badessa del monastero dei Ss. Filippo e Giacomo 
in Ischia ( ducato di Castro ), del terz' ordine di 

Voi. 11 81 



(542 LIBRO QUINTO 

S. Francesco; instiluivale in Roma nel 1807, epoca 
in cui la miscredenza avea fatto maggiori progressi, 
in cui perciò era quanto opportuno, altrettanto dif- 
ficile e pericoloso di stabilire una nuova comunità 
religiosa col fine speciale di riparare con vergi- 
nale continuo tributo d' amore ed ossequio ai di- 
sprezzi fatti ai Sagramento. E quella Provvidenza 
che inspira la mente e infiamma il cuore de' suoi 
eletti, fin di Spagna e di Portogallo trasse le gravi 
somme necessarie a fondare quel religioso insti - 
tuto, a cui non mancò per affinarlo il fuoco delle 
tribolazioni. 

Diedero le Adoratrici principio ai divoti loro eser- 
cizi nel convento dei Ss. Giovacchino ed Anna, alle 
quattro fontane. Cacciate poco dopo da Napoleone, 
vi tornarono e vi fecero solenne professione nel 
1818. Nel 1839 si trasferirono al monastero di Sani' 
Anna al Quirinale. 

Intanto la fondatrice era passata di vita con grande 
opinione di santità il 29 novembre 1834; ma il suo 
spirito si mantenne fervoroso tra le divote sue figlie, 
onde l'istituto non tardò a propagarsi. Già nel 1839 
alcune pie dame torinesi, dirette dal teologo Rondo, 
aveano in pensiero d' ordinare in quest'augusta città 
una società per T adorazione del Santissimo Sacra- 
mento. Il conte e la contessa Solaro della Margarita 
avendo conosciuto ed apprezzato in Roma le Ado- 
ratrici perpetue^ consigliarono che si deducesse in 



CAPO SESTO 



843 



questa capitalo una colonia di quelle sacre vergini. 
Fu gradito il pensiero, il quale per liberalità del Re, 
e co'sussidii che mai qui non mancano della pietà 
privata, e massime della signora marchesa di Barolo, 
potè sollecitamente recarsi ad effetto; in ottobre del- 
l'anno medesimo qui giunsero suor Cherubina della 
Incarnazione, superiora delle Adoratrici, con tre 
compagne e col confessore, e furono poco dopo 
seguitate da altre cinque. 

Nel giorno dell' Epifania del 1840 si die principio 
alla solenne esposizione del Sacramento ed all'os- 
servanza religiosa. Ora la prima angusta sede si è 
per notabili ingrandimenti ampliata; ed un tempio 
assai più degno della maestà del Dio che dee ricever 
omaggio di perenne culto da stuolo di vergini elette, 
è stato costrutto al sud di quest'isola stessa col 
disegno dell' architetto cavaliere Alfonso Dupuy (9). 

La via che chiamano dei Carrozzai riesce ai giar- 
dini pubblici. Al di la de' giardini pubblici, ora 
rinfrescati da una fontana, ingentiliti da una rotonda 
che serve ad uso di caffè, bel pensiero architetto- 
nico del signor Panizza, move in sul finir della piazza 
del Mercato la via di S. Lazzaro, nella quale è il 
prospetto della nuova chiesa del Sacramento, e che 
procede parallela alle vie dei Tintori (prolungamento 
di quella del Soccorso), dello Spedale e dell' Esa- 
gono, fino al viale Lungo Po. 

Della chiesa di San Lazzaro, già cimitero, ed ora 



644 LIBRO QUINTO, CAPO SESTO 

succursale della Madonna degli Angioli, che si trova 
sul finire di questa via, abbiamo già fatto parola. 

Ultima verso il meriggio delle vie che scendono 
fino al Po è quella di Borgo Nuovo, che comincia 
all'ultima isola della via de' Conciatori ; sebbene 
non tarderà a diventare una vera strada anche il 
viale che si chiama Strada del Re, che da un lato 
già vede levarsi un filare di case più o meno gen- 
tili. Nella via di Borgo Nuovo, in fine della seconda 
isola si è costrutto un bello e capace teatro dal 
signor cavaliere Odoardo Della-Marmora. 

Lo spazio compreso fra i giardini pubblici, la 
Strada del Re ed il Po forma propriamente il Borgo 
Nuovo, che è come una nuova città sorta durante il 
felice regno di Carlo Alberto. Se non può ador- 
narsi ancora di memorie storiche, è tanto più gen- 
tile pe' varii graziosi aspetti de' casamenti e dei 
giardini, che interrompono gradevolmente l'unifor- 
mità delle fabbriche, rinfrescano 1' aria, riposano 
l'occhio, e che pure a poco a poco s' andrebbero, 
col crescere della popolazione, diradando, come è 
accaduto nella città antica, se una cerchia di mura 
e di bastioni impedisse tuttavia l' allargarsi nella 
bella pianura che ci si stende dinanzi. 



IN T E 



(1) V. maggiori particolarità sulla condizione presente di questo magni- 
fico stabilimento nella Descrizione di Torino, del chiarissimo cavaliere 
Davide Bertolotti. 

(2) Morto il 16 di maggio del 1796. Avea vietato, come il suo predeces- 
sore monsignor di Rorà, che si conciasse con balsami il suo corpo. Non fu 
obbedito perchè non si lesse subito il testamento. — Cerimoniale degli 
arcivescovi. 

(3) Saccarelli, Vita di Giovanna Francesca Fremiot di Chantal, 288. 

(4) Nota del Vernazza, che cita la Descrizione, stampata contempo- 
ranea, dei funerali del gran cancelliere Morozzo. 

(5) Nella chiesa della Visitazione si conserva una pietra scritta su cinque 
lati, uguale a quella che fu posta nei fondamenti, e dice così: 

d. o. M. 

IESV C. DEI FILM» 

MARIAE V. DEI MATRI 

IOSEPHO VIRG. SPONSO 

ET 

B. FRANCISCO DE SALES 

PATRI OPTINO 



010 CAPO SESTO 



VISITAT. B. V. TEMPLO 

SVB MARIA TERESIA VALPERGA 

1NCOEPTO 

MAGDALENA ELISABETH DELVSINGE 

PRIMVM ET VLTIMVM LAPIDE»! P. 

ANNO I). MDCLXI ALEX. VII A. VII 



AVSPICIIS 

MAGNAE CHRISTIANAE FRANC 

MATRIS 

FELICISSIME REGNANTE 

CAROLO EMAN. Il 
SAR. DVCE CYPRI REGE 



DOMINVS 
FIRMAMENTVM MEVM 



PONEBAT 

IOANNES DE ARANTHON 

DAEALEX 

EP1SC. GEBENN. ET PRINC. 

(6) Notizia favoritami dalla cortesia del signor marchese Lucerna di Rorà. 

(7) Guida di Torino del 178 1. 

(8) La nuova chiesa che si sta costruendo sull'angolo delle due vie di S. 
Lazzaro e del Belvedere, è dedicata a San Francesco di Sales, e più par- 
ticolarmente destinata al culto delle RR. Madri dell'Adorazione perpetua 
del Santissimo Sacramento. 

Forma esteriormente un gran corpo rettangolo d'ordine corinzio,, su 
cui si leva un basamento ottagono che sorregge il tamburo del tempio, e 
quindi la grande cupola terminata da elegante lucernario. La facciala ha 
un pronao di sei colonne appoggiate ad una gradinala larga quanto il pro- 
nao stesso, e sormontala da un frontone decorato di bassorilievi.il flanco 
ripete euritmicamente, ma a semplici pilastri, le decorazioni della facciata, 
soslitituito al frontone un semplice parapetto a balaustri. 

L' aspetto n'è pertanto vario, ed insieme armonico e piramidale. 



MOTE (i47 

L'interno mostra una rotonda intersecata da una croce, ai quattro capi 
della quale s' alzano quattro grandi ai coni sorreggenti la cupola. 

L'arcone che s'apre di fronte alla porta d'entrata costituisce I' aper- 
tura del santuario o presbiterio, dietro il quale il gran coro delle monache, 
elevato all'altezza dell' interno basamento, di forma elittica, sostenuto da 
colonne, coperto d'una semicupola con particolare lucernario; i due arconi 
laterali formano due grandi cappelle. 

Fra i quattro arconi corrono diagonalmente quattro aperture a piatta- 
banda, terminanti con piccole absidi, illuminale da particolari piccoli lu 
cernarii. Una di esse dà l'accesso alle sagrestie, e ad una porta sussidiaria 
di uscita; l'altra serve agli usi della vestizione delle monacande, che si fa 
al cospetto del pubblico; le altre due formano due cappellette. 

Il grande lucernario della cupola maggiore, e gli altri delle cinque 
absidi, oltre due finestre semicircolari sugli altari laterali, ed alcune altre 
del coro assicurano un'abbondanza di luce di un effetto assai vago. 

La decorazione ricca, come conviensi all'ordine corinzio stalo prescelto, 
ed alla maestà del cullo cui è il tempio destinato, è a fondo bianco e or- 
nati d'oro, a colonne scanalate (che sono più di 50), la più parte isolate, 
ed è uniforme ed unica per tutto il tempio co' suoi accessorii, cioè coro e 
absidi minori. Le colonne sono sostenute da ampio basamento; la tra- 
beazione sostiene otto gruppi d'angeli rappresentanti varii atti dell'adora- 
zione; la cupola è a cassettoni, o lacunari ottagoni. 

Sotto il coro v'ha una cappella scura, accessibile al pubblico, e attorno 
alla quale possono assistere ai divini uffici le monache, non vedute, in 
appositi corridoi. 

Non facile era di combinare in ristrettissimo spazio tutti i comodi delle 
l'unzioni e del servizio pubblico colle severe prescrizioni della rigorosa clau- 
sura, e colle regole particolari del culto delle Adoratrici; il valente archi- 
tetto ha superato felicemente ogni difficoltà, ed ha tanto maggior merito, 
inquantochè ha studiato la decorazione architettonica e la distribuzione 
delle parti in modo, da lasciar libero il campo a soddisfare un desiderio 
del secolo e del paese, dando luogo ai prodotti della scoltura eh' ivi potrà 
aver sede e trionfo per la natura dei combinati giuochi di luce, e pel fa- 
cile, anzi opportuno collocamento di numerose statue e bassirilievi. 

La liberalità della piissima regina Maria Cristina molto si segnalò in 
favore delle monache Adoratrici; è da sperare che ulteriori prove di Regia e 
di privata beneficenza permetteranno di compiere questo bel tempio se- 
condo l'originario concetto senza sagrificare, come spesso, anzi quasi sem- 
pre accade, le convenienze dell'arte a gretti pensieri di economia. 

(9) Vita della serva di Dio suor Maria Maddalena dell' Incarna 
zionc. 



LIBRO VI. 



Voi. U 



82 



LIBRO SESTO 



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CAPO PRIMO 



Vie traverse a destra di Dora Grossa.— Palazzi de' conti di Verrua 
e di Vallesa, e del marchese della Morra.— Chiesa di San Fran- 
cesco. —Frati minori. — Come avessero partecipazione negli af- 
fari del Comune e nello studio. — Archivio del Comune, consulto 
di savi, lauree nel loro convento. — Santissimo Sudario conser- 
vato in San Francesco.— Chièsa a quattro navate nel secolo xvi. 
— Varie ricostruzioni.— Facciata di Bernardo Vittone.— Dono del 
cardinal Ganganelli. — Morte improvvisa del cardinal Ghilini.— 
Convitto del teologo Guala.— -Case del maresciallo diBellegarde e 
dei marchesi di Romagnano. — Casa de' marchesi di Crescentino, 
culla dell'Accademia Reale delle Scienze. — Casa de' marchesi 
Pallavicino. 



Incominciamo V ultima parte di questa lunga e dura 
fatica, visitando le vie traverse che s' incontrano a 



652 LIBRO SESTO 

destra di Dora Grossa, di piazza Castello, e della 
via di Po. 

Le quattro prime brevissime, che mettono sui 
viali della Cittadella, non hanno, ch'io sappia, 
memoria degna d' essere conservata, avendo già par- 
lato del deposito di S. Paolo. Lo stesso dirò della 
quinta, che riesce alla Misericordia. 

Nella sesta, che chiamasi via di S. Dalmazzo, altro 
non v J ha di notabile che il palazzo de* conti di Val- 
lesa. Nella settima (via degli Stampatori) ricorde- 
remo l'antico palazzo de' conti di Verrua, ora dei 
conti S. Martino della Motta. Neil' ottava ( via del 
Fieno), di fronte al fianco del palazzo dei conti di 
Cigliò, è quello che fu de' marchesi S. Martino della 
Motta, architettura del barone Valperga. 

A maggiori particolarità ci chiama la via di 
S. Francesco, che prima dSl 1720 chiamavasi via 
dello Studio. Abbiamo già parlato della chiesa di 
San Rocco, la quale prima qui s' incontra a sinistra. 
Abbiam accennato similmente come la casa che 
la fronteggia e il vicolo che varcato il portone si 
inoltra inver ponente fosser la sede della Univer- 
sità di Torino prima del 1720. In principio della 
seconda isola troviam la chiesa ed il convento dei 
Francescani. 

Vuoisi che da S. Francesco medesimo, o almeno 
da uno de' suoi compagni o discepoli, tragga origine 
la chiesa de' Frati minori di Torino, di cui s'hanno 



CAPO PRIMO 653 

memorie sicure della seconda meta del secolo xm (1). 
Appo questi frati custodivansi la cassa e l'archivio 
del comune. Nel loro refettorio s'adunavano spesso 
i savi del Consiglio. Più tardi fu quello eziandio il 
luogo in cui s' addottoravano i legisti (2). Infine i 
Frati minori co' Domenicani furono per molto tempo 
i soli che mantenessero in fiore le discipline teolo- 
giche, le quali poco dagli altri ordini religiosi, e 
meno ancora dal clero secolare si coltivavano. 

Innanzi alla chiesa de' Frati minori si radunava 
ai tempi di mezzo la salmeria del comune quando 
s' andava in oste. E nel secolo xvn s' occupò varie 
volte il refettorio de' frati per deporvi le munizioni 
da guerra. Tanta scarsità era in Torino di sale di 
sufficiente capacita. 

Nel 1526 i Francescani di Torino ebbero da Carlo 
il Buono cortese aiuto a riparare il coro, e per mercè 
di quello si obbligarono di recitare ogni giorno dopo 
il vespro una Salve secondo l' intenzione del duca, 
avanti all'altare della Concezione. 

Durante la quaresima del 1580 la preziosa reli- 
quia del Santo Sudario fu conservata nella chiesa 
di San Francesco. Quattr'anni dopo avea luogo la 
visita di monsignor Angelo Peruzzi, vescovo di Sar- 
tina, dalla quale impariamo che la chiesa de' Fran- 
cescani avea quattro navi. L' aitar maggiore era di 
patronato de'Borgesi, una delle quattro famiglie del 
Baldacchino. Della cappella della Concezione avea 



654 LIBRO SESTO 

cura una compagnia di laici; indecente era Y altare 
de' Ss. Vittore, Modesto e Crescenzio, fondato dalla 
famiglia della Rovere, che il prelato mandò distrursi 
anche perchè innanzi a quello pendevano le corde 
delle campane. V'erano ancora gli altari di San 
Giovanni Battista; di Sant' Antonio da Padova; di 
San Giorgio; di Sant'Antonio abate; della Circonci- 
sione; delP Annunziata, o dei quattro Evangelisti (di 
patronato dei causidici); di San Martino (dei Vignati 
di S. Gillio); di Santa Barbara; di San Sebastiano 
(degli scolari oltramontani dai quali si celebravano 
le feste di S. Nicolò e di S. Sebastiano); del Santo 
Sepolcro, di patronato dei Bechi, formato di statue 
di creta in gran parte mutilate; della Natività del 
Signore. 

Oltre queste dodici cappelle eranvi ancora varii 
altari addossati ai pilastri della chiesa che monsignor 
di Sarcina mandò distrursi per essere troppo disa- 
dorni, ed erano quelli di S. Bonaventura; di Sant' 
Anna; di Santa Lucia; della Madonna del Parto; 
chiamata la Madonna di mezzanotte, e di S. Lorenzo. 

Due anni dopo si restauravano gli edilìzi rovinosi 
del convento. Si ripigliava la fabbrica del convento 
e della chiesa nel 1602, e continuavasi ancora nel 
1608, ed argomento che in quest'epoca siensi ri- 
dotte a tre le quattro navi antiche, e sostituito l'arco 
tondo all'acuto (3). 

Nel 1673 il conte ed abate Francesco S. Martino 



CAPO PRIMO 655 

<T Agliè rifabbricò di marmi V aitar maggiore, e ne 
acquistò per tal modo il patronato che prima ap- 
parteneva all'estinta famiglia dei Borgesi, ed ebbe 
eziandio sotto al coro un famigliare sepolcro. 

Nel 1761 fu di nuovo restaurata la chiesa, e 
ingentilita di maestosa facciata corinzia, disegno di 
Bernardo Vittone. 

In una delle restaurazioni teste accennate, nello 
scavarsi una sepoltura si scoprì una mezza colonna 
con iscrizione relativa a Giuliano apostata, che fu 
portata all' Università. 

Addì 16 d'agosto del 1777 un furioso colpo di 
vento abbattè la cima del campanile di questa 
chiesa ; le campane cadendo ruppero il vòlto della 
cappella di San Pietro (4). 

Le memorie di questo convento che sarebbero 
state di grande interesse per la Storia di Torino, 
sia per l'entratura che ebbero i Frati minori negli 
affari del comune, sia per quella ancor più grande 
che ebbero per lunghi anni nell'Università, e come 
lettori e come soci del collegio teologico; queste 
memorie andarono tutte disperse nella bufera rivo- 
luzionaria. 

Noterò solamente che nell'anno 1765 il cardinale 
Ganganelli domandò al papa la facoltà d' estrarre 
un corpo santo dalle catacombe, e di donarlo a' suoi 
conventuali di Torino; e che avutala, inviò loro 
il corpo di Sant'Innocenzo martire, d' anni xvii, 



656 LIBRO SKSTO 

affidandolo ad un frate di questa famiglia che tor- 
nava da Roma a Torino. Questa reliquia, memoranda 
anche per la persona del donatore, fu riposta sotto 
F aitar maggiore. 

Il 21 di marzo 1787 giunse a Torino il cardinale 
Tommaso Ghilini d'Alessandria, e pigliò stanza nel 
convento de* Francescani. La sera del 3 d' aprile 
andò a letto dopo d'aver avvertito il cameriere che 
lo svegliasse la mattina per tempo, dovendo recarsi 
in Alessandria a far le funzioni della settimana santa. 
Verso un' ora dopo la mezzanotte chiamò il came- 
riere; accorse, e credendosi che pigliasse inganno 
intorno all'ora, gli disse : Eminenza, la sbaglia. Non 
sbagliava. Era la morte che chiamava il porporato 
ad un viaggio che non ha ritorno. Diffatti, dopo molti 
inutili soccorsi, in presenza di tutta la religiosa comu- 
nità spirò alle due ed un quarto. Il suo corpo riposa 
nel sepolcro della famiglia S. Martino di S. Germano 
sotto al coro, ed è strano che niuno de' suoi atti- 
nenti abbia pensato di ricordare in una lapide il 
nome di questo principe della Chiesa, che fu il tren- 
tanovesimo cardinale degli Stati del Re (esclusa la 
Sardegna e Genova) (5). 

Uomini di molta fama vennero sepolti in questa 
chiesa, ma le pietre che ne facean memoria sono 
state coli' usata negligenza rimosse in occasione 
di restaurazioni; ricorderò Cristoforo Nigello, che 
fu quarantadue anni professore di leggi, e poi 



CAPO PRIMO 057 

presidente, morto in settembre del 1482 ; Aleramo 
Beccuti^ il celebre introduttor de' Gesuiti, morto in 
ottobre del 1574; Giovanni Tarino, professor di 
leggi poi senatore, il quale sostenne nella sua gio- 
vanile età una pubblica difesa che durò otto giorni 
e morì nel 1666. Infine nella sagrestia si conserva il 
busto coll'iscrizione di Bernardino Vivaldo, profes- 
sore di leggi prima a Mondovì, poi a Torino, morto 
nel 1570 in età di soli trentasei anni. 

Dopo la soppressione rimase il padre Monti con 
alcuni conventuali ad ufficiar la chiesa; nel 1801 fu 
permesso alla congregazione degli artisti, già esi- 
stente nella casa professa de' Gesuiti, di tenere prov- 
visoriamente le loro religiose adunanze nel coro di 
questa chiesa, secondo i concerti da prendersi col 
rettore. Nel 1808 fu nominato rettore di San Fran- 
cesco il teologo collegiato Luigi Guala, il quale con- 
siderando essere importantissima cosa che il giovane 
clero, compiuto il tirocinio del seminario, prima di 
entrare nelP esercizio del sacro suo ministero at- 
tenda per qualche tempo all'acquisto della scienza 
morale pratica, indispensabile per li spinosi uf- 
fici della confessione e della predicazione, comin- 
ciò ad esercitare nel suo piccolo appartamento 
alcuni nuovi sacerdoti in conferenze morali. Nel 
1817, abbandonato dalla soldatesca il terzo piano 
del convento , egli lo prese a pigione e v' ordinò 
un convitto di giovani preti desiderosi d' inslruirsi 

Voi. Il 83 



658 MITRO SESTO 

in queste parli così vitali della loro evangelica 
missione. 

11 regolamento compilato dal teologo Guala fu ap- 
provato nel 1819. Nel 1822 il re Carlo Felice de- 
stinò la parte invenduta del convento di San Fran- 
cesco al convitto fondato da questo degno ecclesia- 
stico, e con patenti del 7 di gennaio del 1823 ne 
dichiarò I? esistenza legale. Un novello regolamento 
fu allora compilato, ed il re l'approvò commendando 
meritamente siffatta istituzione come utilissima al- 
l' avanzamento de' giovani sacerdoti sì nella pietà, 
che nella scienza. — Questo convitto conta sessan- 
tadue ecclesiastici provenienti da varie diocesi. 

Passiamo ora alla descrizione della chiesa. 

Il primo altare a destra entrando, dedicato alla 
Annunziata, è patronato dei causidici. I marmi che 
l'adornano furono tolti all'altare della Vergine delle 
Grazie, che era addossato al secondo pilastro a si- 
nistra, dove ancor se ne vede l'imagine miracolosa. 
Essa era anticamente in molta fama e divozione. L'8 
d'aprile 1645 il giovinetto duca Carlo Emmanuele il 
fece solenne entrata in Torino sotto ad un baldac- 
chino di raso bianco, portato da quattro decurioni 
della città. Questo baldacchino, secondo l'antica os- 
servanza, diventava proprietà del grande scudiere, 
marchese di S. Germano, che precedeva il duca colla 
spada sguainata. Il marchese ne fé' dono alla Vergine 
delle Grazie, venerata in San Francesco (6). 



CAl'O PRIMO 659 



Nella cappella di cui parliamo i due quadri late- 
rali sono di Gian Antonio Molineri da Savigliano, 
allievo di Luigi Caracci, e perciò detto il Camerino, 
la cui nota valentia mi fa meravigliare che se ne 
ometta il nome anche nei più recenti e più compiuti 
dizionarii di belle arti (7). 

Nella seconda cappella Timagine del Crocifisso fu 
scolpita dal Plùra, e gli angeli sono opera del Cle- 
mente. 

La cappella dell' Assunta è patronato della nobile 
famiglia Nomis o Nomio, .originaria di Susa, che 
aveva sue case nella via detta de' Guardinfanti, una 
nella parrocchia di San Gregorio, l'altra in quella 
di San Simone (8). Nel 1627 rinnovarono i Nomis 
il sepolcro gentilizio che aveano innanzi a questa 
cappella (9). L' altare ornavasi d'un quadro antico 
dipinto su tavola a tre scompartimenti, che ora si 
conserva ne' chiostri, ed a cui la congregazione degli 
artisti che si vale a titolo precario di detta cap- 
pella, surrogò un quadro moderno. 

La tavola dell'aitar di San Biagio fu dipinta 
da Isabella Maria Dal Pozzo (10) nel 1666; opera 
assai bella, e la sola per cui sia conosciuto il nome 

di lei. 

La cappella della Concezione- è ricca di marmi. 
Alcune scolture sono del Bernero. Antichissima è in 
questa cappella la consortia che ne piglia il nome. 
La cappella di Sant'Omobono appartiene all'arte dei 



660 LIBRO SESTO 

sartori. La Javola sull' aliare è di Francesco Meiler, 
tedesco. 

La cupola è architettura di Bernardo Vittone. La 
cappella di S. Pietro appartiene air arte de' mastri 
serraglieri, la quale ne ha dato un saggio del suo 
valore nel cancello elegante che la chiude. 11 quadro 
è opera giovanile del cavaliere Beaumont. 

La cappella dell'Angelo custode, dì fronte a quella 
della Concezione, patronato dei Turinetti, è ornata 
d'un quadro d' Ayres. La compagnia dell'Angelo 
custode che ne piglia il nome, era anticamente stala 
eretta nella chiesa di San Michele, e nel 1626 venne 
aggregata all' arciconfraternita dello stesso titolo a 
Roma, della quale era allora protettore il cardinale 
Maurizio di Savoia. Ma nel 1654 era già stala tra- 
sferita a San Francesco (11), Questa cappella serve 
ancora air uso dei Terziarii di S. Francesco che vi 
recitano ogni domenica i sette salmi penitenziali. 

La cappella di Santa Lucia, ornata di marmi, ap- 
partiene ai conti Fontanella di Baldissero, d'origine 
milanese; come appare da due iscrizioni del prin- 
cipio del secolo xvn. 

Graziosa e ricca è la cappella di Sant'Antonio di 
Padova, architettura del Vittone. Gli angioli furono 
scolpiti in legno dal Clemente. 

La cappella di Sant' Anna è ornata d'un quadro 
di Federigo Zuccheri. Le due pareti laterali erano 
dipinte a fresco da Giovanni Andrea Casella. Gli 



CAPO PRIMO 



stuccatori Luganesi che ¥ hanno testé ristorata 
ed ingentilita , vi posero due quadri di Borra , 
la Presentazione al Tempio, e lo Sposalizio di 
Maria. 

L' ultima cappella de' Ss. Cosimo e Damiano ha 
un quadro del cavaliere Peruzzini, stato già più 
volte restaurato. Appartiene la medesima al collegio 
degli speziali. 

Uno studio curioso si potrebbe fare sul modo con 
cui generalmente si scomparle per le varie chiese 
la divozione del popolo. Vedrebbesi con poche ec- 
cezioni la gente minuta accorrere in maggior numero 
alle chiese de' Francescani, dei Domenicani e degli 
altri ordini mendicanti, siccome quelli che più spe- 
cialmente alle classi inferiori »■ indirizzavano, onde 
promuovere ne' fondamenti medesimi della società il 
miglioramento sociale. 

Le chiese de' Gesuiti, di San Dalmazzo, di San 
Filippo, di San Carlo, di Santa Teresa, di San Fran- 
cesco di Paola sono più particolarmente frequentate 
da persone appartenenti alle classi medie e supe- 
riori; il che si vuol ripetere da mólte cause, ed in 
parte anche dalla topografica situazione e dalla ca- 
pacità* d' esse chiese. 

Presso alla chiesa di San Francesco avean casa i 
Loth, originarii di Fiandra, i quali italianizzarono 
poscia il loro nome in Lodi, e salirono col tempo ad 
alti gradi ed a signoria feudale (12). 



662 LIBRO SESTO 

Dopo la chiesa ed il convento di San Francesco 
vedevansi nel secolo xvi dalla medesima parte le 
case ed i giardini del maresciallo di Francia Rug- 
gero di Bellegarde, da cui furono venduto l'8 d' ot- 
tobre 1578 al duca Emmanuele Filiberto. Erano 
ancora in possesso del duca, e doveano essere assai 
onorevoli queste case nel 1608, poiché vi fu segnato 
il trattato di matrimonio dell'infanta donna Marga- 
rita col principe di Mantova. 

Passarono quindi in podestà de' marchesi S. Mar- 
tino d' Agliè e di S. Germano; i quali confinavano 
al sud colla casa de' marchesi Tizzoni di Crescen- 
tino, dov'ebbe culla la società fondata dai celebri 
Saluzzo, Cigna e Lagrange, che si mutò poscia in 
Accademia Reale delle Scienze. 

Di fronte al palazzo di Bellegarde s'alzava la casa 
del marchese di Romagnano, dove ora il signor conte 
d'Arrache ha raccolto una splendida galleria di 
quadri antichi e moderni, dei quali sarebbe troppo 
lungo tessere in questo luogo il catalogo. 

Neil' isola che segue, a destra, è il palazzo dei 
marchesi Pallavicini delle Frabose, che niente com- 
pare esteriormrnte, ma che dentro non manca di 
belle linee e di proporzioni signorili. I marchesi 
Pallavicino abitavano ancora al principio del secolo 
xvn sulla piazza di San Giovanni. Avendo poscia 
comprato e ricostrutle varie case in quest' isola, qui 
ebbero ferma stanza (15). 



CAPO PRIMO 663 

Non conto i gran ciambellani, i viceré, i primi 
presidenti che qui lasciarono onorata memoria del 
nome Pallavicino. Rammenterò solamente che in una 
delle sale di questo palazzo tenne per qualche tempo 
le sue adunanze la Società Agraria, ora Accademia 
Reale d'Agricoltura, per cortesia del suo presidente il 
marchese Alberto Pallavicino, vicario di Torino (14). 



NOTE 



(1) Conti dei chiavarti di Torino. 

(2) Archivi della città. 

(3) Archivi camerali. Registri del Controllo xlix, 51 ; lxv, 124; lxix, 

290; LXX, XXXVH. 

(4) Iscrizioni patrie, ras. già citato. 

(5) Cerimoniale degli arcivescovi di Torino. 

11 corpo del cardinale Ghilini è rinchiuso in una cassa di noce coperta 
di velluto, senza iscrizione. Nella stessa cameretta sepolcrale giace S. E. la 
marchesa donna Maria Cristina di San Germano, nata Ferrerò Fieschi dei 
principi di Masserano, dama d'onore morta il 17 dicembre del 1766; ac- 
canto alla medesima v'ha il marito don Giuseppe Francesco S. Martino di 
Agliè, marchese di S. Germano, ministro di Stato e cavaliere dell' ordine, 
morto in gennaio del 1764. Del cardinale Ghilini leggesi un curioso elogio 
stampato, del padre Della Valle. 

(6) Le pompe torinesi descritte dall'abate Valeriano Castiglione 

(7) Da non confondersi con Gian Domenico Molinari, allievo del Beau- 
mont. 

(8) Nella chiesa di San Gregorio fu sepolto il 14 aprile 1626 il presidente 
Cesare Nomis. 

(9) NOMIAflA FAM1LIA SEPVLCHRVM EX VETERI FORMA 

REST1TVIT 1637. 

Così neh" iscrizione che si leggeva sopra la lapide che lo copriva. 

(10) A Puteo, dunque Dal Pozzo, o Del Pozzo, non Pozzi come ha il 
Ticozzi. 



CAPO PKIMO, NOTE 665 

(li) Da carie autentiche presso il piissimo signor teologo Guala. 

(12) Libri de' morti di San Giorgio e di Santa Maria di Piazza. 

(13) Ebbi queste notizie dalla cortese benevolenza dell'ottimo conte Carlo 
Balbo Bertone di Sambuy, ministro plenipotenziario di S. M. presso la corte 
di Vienna, del quale non m'aspettava di dover cosi presto lamentare l'im- 
maturo ed improvviso fine. 

(14) ALBERTO PALLAVICINO, ECC. 

QVOD SOCIETATI ACRARIAE 

PRAESES II 

SPLEINDIDIOREM O.VOAD VIVAT AEDIVM PARTEM 

COMITIAL1BVS DIEBVS ASSIGNAVERIT 

GRATA SOCIETAS 



Voi. Il 8f 



CAPO SECONDO 



Cliiesa di San Martiniano o Martoriano. — Confraternita del Nome 
di Gesù: breve storia della medesima. — Come fosse prolifica. — 
Varie riedificazioni della chiesa. — Bizzarra origine d'un quadro. 
— Pellegrinaggi della confraternita a Vico, ad Avigliana, a Vercelli. 
— Sepolcro d' Antonio Sola. 



Antichissima è in Torino la chiesa di San Mar- 
tiniano o Martiriano, una di quelle che si chiamavano 
basiliche cardinali, perchè incardinate ad uno dei 
canonici della cattedrale. 

iNel 950 la basilica cardinale di San Martiniano 
era tenuta da Pietro, arciprete della chiesa Torinese. 
Il canonico cantore era preposto a quella dei Santi 
Filippo e Giacomo (Sant'Agostino), e l'arcidiacono 
a quella di Santo Stefano protomartire. 

A malgrado del pomposo vocabolo di basilica^ cre- 
diamo che la chiesa di San Martiniano non fosse in 
realtà altro che una povera chiesuola, come lo era 
la massima parie delle chiese di Torino. Certo è che 



LIBRO SESTO, CAPO SECONDO 



G6] 



in principio del secolo xvi la sua capacità non ar- 
rivava ad un quarto della presente (1), che ci par già 
tanto modesta. Posta ad un'estremità della città, 
presso alla porta che si chiamava allora Nuova, e 
che si apriva allo sbocco della strada che percor- 
riamo, circondata da poveri abituri, era nondimeno 
chiesa curata; ma il suo popolo componevasi di soli 
quattrocento parrocchiani. 

Nel 1545 la chiesa minacciava ruina; Matteo e 
Pietro fratelli de Petra che n'erano rettori non avean 
modo di ristorarla, ricavando dalla scarsa prebenda 
e dai proventi di stola appena di che sostentarsi, 
quando venne ad ufficiarla, con molta loro allegrezza, 
la compagnia del nome di Gesù. 

Dal secolo xm al xvi molte compagnie laicali, o con- 
fraternite, avean fiorito in Torino, e fra le altre trovo 
memoria anche della confratria di S. Martiniano, 
come di quella di S.Vito, di Sant'Andrea, di S. Teo- 
doro, di S ta Brigida, di S. Michele, di S. Brizio, ecc. 
Ma tutte nella prima metà del secolo xvi erano scom- 
parse, e de' loro beni s'era cresciuta la dote allo 
spedale ; tutte diciamo , fuorché una sola , la con- 
fraternita di S ta Croce e del Gonfalone, che ufficiava 
la chiesa di San Paolo, e la quale, dopo la morie di 
San Bernardino da Siena , aveva aggiunto alle an- 
tiche sue insegne la figura del santo col monogramma 
radiante del nome di Gesù in mano. La caduta delle 
altre confraternite rendette più numerosa quella di 



068 



.IBRO SESTO 



S ta Croce, e tanto numerosa che nel 1545 eralo 
divenuta soverchiamente ; epperò con lieto animo 
udì il pensiero manifestato da maestro Ambrogio 
Luciano di derivare dal proprio seno una nuova con- 
fraternita da denominarsi del Nome di Gesù, la quale 
si cercasse pe' suoi divoti esercizii un'altra chiesa. 

Così fu fatto. I fratelli de Petra addì 3 di marzo 
di quell'anno accettarono nella loro chiesa la con- 
fraternita del Gesù, concedendo alla medesima le 
solite facoltà in quanto al congregarsi , ai divini 
ufficii ed alle sepolture, ed oltre a ciò quella di ri- 
fabbricare, d'ampliare la Chiesa, e di levarla a mag- 
giore altezza , nella quale potranno fare (dice l'atto) 
i loro cenacoli y oratori^ ed altre abitazioni per loro 
uso. La parola cenacoli accenna forse all' antica 
usanza di terminare ne' giorni festivi gli esercizii 
di pietà con un pasto in comune. 

In quel giorno medesimo, che era giorno di do- 
menica, avuta l'approvazione dell'Arcivescovo e della 
Città, la confraternita di S ta Croce, preceduta dal 
Gonfalone, venne processionalmente innanzi al pa- 
lazzo del comune dove si trovavano radunati i sindaci 
ed i decurioni. Là sostando il Rettore, fece un breve 
discorso intorno alle cause che aveano determinato 
la fondazione della nuova compagnia, il cui fine era 
di resistere agli errori dei pretesi riformati, d'aste- 
nersi da ogni bestemmia, esercitarsi nelle virtù cri- 
sliane, frequentare i Sacramenti: ed esortò quelli 



CAPO SECONDO 6G9 

che intendessero far parte della confraternita del 
nome di Gesù ad entrar nel palazzo. Luciano, Ret- 
tore della nuova confraternita, uscì il primo e fu 
seguito da altri tredici; i quali inalberando croce 
propria, s'avviarono, accompagnati dalla confrater- 
nita di S ta Croce, a San Martiniano, dove, ricevuti 
dai Rettori della chiesa, appena ebbero rese grazie 
a Dio, descrissero ventidue onorati cittadini che si 
presentarono a farvisi aggregare. 

Sebbene avesse a patire non poche contrarietà 
dagli Ugonotti francesi e dagli ufficiali del re di 
Francia che li favorivano, la confraternita di S. Mar- 
tiniano fece molti progressi. Nel 1547 ebbe Tap- 
provazion pontificia ; nel 1564 ottenne da Pio ìv 
un'indulgenza plenaria in forma di giubileo da lu- 
crarsi il dì della circoncisione , festa principale da 
lei celebrata. In aprile del 1574 due dame d'alto 
grado e per più rispetti famose, Antonia Montafìa, 
moglie del gran cancelliere Langosco , Beatrice sua 
figlia , vedova del conte di Vesme, e poi moglie in 
seconde nozze del conte Martinengo , fondarono le 
consorelle del Gesù, col consenso de* confratelli , e 
colle debite approvazioni. 

Infine nel giro di pochi anni da questa confrater- 
nita, come da un vivaio d' uomini religiosi e zelanti, 
si diramarono le confraternite dello Spirito Santo , 
della Misericordia e della Annunziata; le due prime 
invero, senza sua partecipazione, vennero fondate 



f>70 LIBRO SKSTO 



da alcuni de' suoi confratelli. Ma quella dell' An- 
nunziata fu una vera colonia dedotta, come abbiam 
veduto nel 1580, con pieno gradimento della con- 
fraternita madre. 

Nel 1575 essendo rettore della chiesa Bartolomeo 
Ghisolfì, venne la medesima ricostrutta; ne posero 
la prima pietra il duca Emmanuel Filiberto, e l'ar- 
civescovo Gerolamo della Rovere a' 24 di giugno. 
Finche durò l'opera i confratelli si radunarono 
nei chiostri di S. Domenico, nella camera che poi 
fu convertita in cappella dell'Annunziata, e che ora 
serve ad uso di sagrestia. 

Nel 1592 l'aitar maggiore s'adornò d'una bella 
tavola dipinta da Alessandro Ardente. 

Tre anni dopo i confratelli recaronsi pellegri- 
nando VS di settembre al Santuario di Vico. Nella 
peste del 1599, dal maggio al novembre, cessò l'uf- 
ficiatura; mancarono di vita 60 confratelli. 

Nel 1634 una quistione insorta tra due confra- 
telli fu causa che si dipingesse dal cav. Cairo per 
la chiesa di San Martiniano il quadro del Crocifisso. 
Un mercatante di nome Capponi, uscendo dall'ora- 
torio, disse ad un altro mercatante d'aver esami- 
nato diligentemente i libri di negozio e d'essersi 
trovato suo debitore di cento ducatoni. Negò l'altro 
d'essere creditore di somma alcuna. Ripigliò il Cap- 
poni esser certo il debito, risultando dalle ragioni 
scritte ne' suoi libri. Persisteva l'altro a dire che 



CAPO SECONDO 



071 



qualunque l'osse il risultamento de' libri del Capponi, 
egli sapea di certo di non essere creditore di somma 
alcuna. 11 Capponi s' adirò , quasi fosse rivocata in 
dubbio la regolarità de' suoi registri; l'avversario 
non cedeva; i sangui s'accesero, vi furono torte pa- 
role, e per poco non si venne ai fatti ; ostinandosi 
il Capponi a voler pagare cento ducatoni, ostinandosi 
l'altro a non volerli ricevere. S' interpose un consi- 
glio di pace. Spendesse il Capponi i cento ducatoni 
a far dipingere il quadro del crocifisso. Fu approvalo 
il pensiero , e subito se ne diede la commissione. 

A' 7 d'aprile del 1668 la compagnia portò un voto 
d'argento alla Madonna d' Avigliana per la salute 
del principe di Piemonte (Vittorio Amedeo u). 

Dieci anni dopo die principio a nuova ricostru- 
zione della chiesa sui disegni del conte di Castel - 
lamonte , e con larghi sussidii dell' arcivescovo Mi- 
chele Beggiamo e del barone Adalberto Pallavicino, 
suo priore, il quale fé' eseguire a proprie spese tutte 
le opere di stucchi; Negroni, Martino e Boschetti, 
confratelli, pigliarono a costrurre ed ornare tre delle 
quattro cappelle , di cui ebbero il patronato. 

Nel 1684 la confraternita del Nome di Gesù comin- 
ciò (e in questa città fu forse la prima) a celebrare 
il solenne oltavario pei morti. Nel 1699, in seguito 
alla nascila del primogenito lungamente aspettato di 
Vittorio Amedeo n, si recò a Vercelli ad offerire al 
beato Amedeo un voto d'un bambino d'argento. 



672 LIBRO SESTO 

Partirono da Torino, avendo alla testa S. E. il 
marchese Pallavicino loro rettore, addì 6 giugno. 
Entrarono processionalmente in Vercelli in numero di 
oltre 200, e furono incontrati dalla confraternita del 
nome di Gesù , che ufìziava la chiesa di San Ber- 
nardo. Tornando poi in Torino, e rientrando, come 
erano partiti, processionalmente , la real Duchessa 
s'affacciò alla finestra col bambino in braccio, in 
segno di gratitudine e d'affetto. 

Nel 1722 s'atterrò il campanile antico e ruinoso, 
e si posero le fondamenta del nuovo. Finalmente ai 
29 di settembre del 1749 la chiesa fu consecrata 
dall'arcivescovo Giovanni Battista Bovero (2). 

Cervetti, Milocco, Persenda, Mari ed altri di non 
maggior fama ebbero ed hanno opere di pittura in 
questa chiesa. Ma la tavola d'Alessandro Ardente 
più non si trova. 

In questa chiesa e nella sua cappella della Tri- 
nità, fu sepolto nel 1590 Antonio Sola, senatore, 
che fé' i commenti ai decreti antichi e nuovi dei 
nostri duchi. Di questo chiaro giurisconsulto vedesi 
ancora il busto con un elogio latino, appiè del quale 
furono aggiunte queste parole che non s' accordano 
bene colle precedenti: 



ACQUISTATO DALLI CONSIGLIERI DE LAUORANTI CALSSOLAI 

L'ANNO 1830 (3). 



capo SECONDO 675 

11 che vuol dire che i calzolai acquistarono, non 
già il monumento, ma la cappella. 

Un mio amico e parente, il cui discorso è una 
perpetua ruota di lepidezze, non sempre argute, 
spiega a suo modo perchè abbian voluto che la 
notizia del loro acquisto facesse corpo col funebre 
elogio del Sola. La cappella della Trinità si è cam- 
biata in cappella de' Ss. Crispino e Crispiniano. 

Seppellivansi similmente nei primi anni del se- 
colo xvn in San Martiniano le Convertite che aveano 
lì vicino una casa che poi si mutò, come abbiamo 
veduto, in monastero (del Crocifìsso). 

Riposano pure in questa chiesa molti delle fami- 
glie Claretti, Cacherano e Ranza. 

I conti Provana di Collegno, quantunque abitas- 
sero in questo popolo, seppellivansi ora in San Tom- 
maso, ora in San Domenico. 

La via che abbiamo percorsa finisce in quella di 
Santa Teresa. 



Voi. li 85 



NOTE 



(i) Era lunga tre trabucchi, larga due. 

(2) Queste notizie ho potuto desumere dai Libri degli Ordinati, e dalle 
Memorie storiche, ms. della confraternita, per cortesia dell' egregio signor 
Rettore della chiesa D. Ferma, che in giovane età mostra un notabile 
esempio di carità, di maturità e di prudenza veramente sacerdotale. 

(3) Questa data indica l'anno in cui l'arte de' calzolai pose questa iscri- 
zione, non quello in cui fé' l'acquisto; nella Guida di Torino del 1781, 
s'accenna già essere detta cappella di patronato de' lavoranti calzolai. 



>^§i^®*?==n^ 



CAPO TERZO 



Chiesa di San Tommaso. — Minori Osservanti, quando introdotti a 
Torino.— Chiesa della Madonna degli Angeli nel borgo di Dora. 
— Quando trasferiti a San Tommaso. — Fabbrica della chiesa. 

Rossignoli, pittore, e Tasniere, incisore di chiara fama, sepolti 

a San Tommaso. Cadavere momificato. — Lucia Bocchino Rayna, 
morta con opinione di santità. 



Nella via de' Mercanti possono citarsi le case del 
barone di S. Secondo, colla porta sull'angolo reciso 
nord-est, e del conte di Sordevolo, architettura quest' 
ultima di Bernardo Vittone. Più famosa è l'altra che 
chiamasi degli Argentieri, ed una volta dicevasi degli 
Ebrei, e del Gamelotto, che piglia poscia il nome di 
strada S. Tommaso, e finisce con quello di strada 
dell'Arsenale. 

Nella prima isola a sinistra era il palagio de' mar- 
chesi della Chiesa di Rodi e Cinzano , architettura 
del conte di Castellamonle , la cui facciata fu ri- 
fatta modernamente. In questa via abitavano già 



67G LIBRO SESTO 

nel 1531; e vicino ad essi i Vagnoni ed i Cambiarli 
di Ruffia. 

I lettori non hanno dimenticato che la strada, di 
cui parliamo, la quale conducea verso il sud a Porta 
Marmorea, verso il nord a Porta Palazzo, era dopo 
quella di Dora Grossa la principale di Torino. 

La chiesa di San Tommaso, che s'incontra al prin- 
cipio della terza isola a sinistra, è chiesa parroc- 
chiale antichissima, ufficiata da tre secoli circa dai 
frati Minori Osservanti. 

II Duca e la Città li avean chiamati , come ab- 
biam veduto (pag. 27), nel 1461, col pensiero di 
dismetter loro la chiesa ed il convento di San Solu- 
tore minore. Ma o non v'entrarono, o v'ebbero 
stanza assai corta ; nel 1469 già aveano chiesa e 
convento nel borgo di Dora presso ai molini della 
città. La chiesa era dedicata alla Madonna degli 
Angioli. Distrutta la medesima nel 1536, furono tra- 
sferiti in città, e sei anni dopo il comune deliberò 
di commetter loro la chiesa parrocchiale di San 
Tommaso, della quale nondimeno non ebbero il pos- 
sesso fuorché in agosto del 1576, in seguito a ri- 
nunzia di Guglielmo Novarroto che n'era rettore (1). 

Era chiesa di gran divozione, e nel 1584 contava 
più di duemila parrocchiani. Slava allora sul de- 
molirsi, e già si scavavano i fondamenti d'una chiesa 
più ampia. Carlo Emmanuel i ne collocò la prima 
pietra il 19 di giugno di quell'anno medesimo (2). 



CAPO TttHZO 



077 



Le spese di questa ricostruzione furono sostenute 
dalla pietà dei privali. Nel 1657 s'aggiunsero la vòlta, 
la cupola e la facciala. Nel 1743 fu di nuovo restau- 
ralo il sagro tempio, come dall'iscrizione che si 
legge sulla facciata : 

Nicolò Coardo, conte di Rivalba, Quarto e Por- 
tacomaro, generale delle Finanze, costrusse nel 1600 
la cappella dell'Annunziata, e vi fu sepolto nel 1623 
colla moglie Anna Elia. 

Augusto Manfredo Scaglia, conte di Verrua, edificò 
l'aitar maggiore nel 1629. 

La chiesa fu consecrata nel 1621 da Marc' Antonio 
Vilia vescovo di Vercelli. 

Tra i morti illustri che qui riposano ricordiamo 
Giacomo Rossignoli, di Livorno, pittore d'Emmanuel 
Filiberto e di Carlo Emmanuel i, a cui la pietà del 
medico Settimio suo figliuolo pose un'iscrizione nel 
1604 a sinistra della porta che mette in sagristia; 
ed il marchese Cristoforo de' Zoppi gran cancelliere, 
morto in febbraio del 1740 , ed un giovane viag- 
giatore di ventitré anni , a cui la morte fé' comin- 
ciare un altro viaggio in marzo del 1689, Claudio, 
libero barone di Canon e di Rup. Ne' sotterranei 
giace Giorgio Tasniere, di Besanzone in Borgogna, 
uno dei tre di questo nome che qui fiorirono sul de- 
clinare del secolo xvn e sul principio del seguente, 
e che pervennero a molto sottil magistero nell'arte 
dell'incisione. Mori 111 di settembre del 1704, ed 



({78 LIBRO SESTO 

avea una iscrizione (3), che ho cercata invano ira 
sepolcri quasi lutti sconvolti o distrutti. 

Ho trovato bensì fra i sepolcri dei banchieri Mar- 
tini una tomba aperta, dentro alla quale si vede un 
cadavere momificato col braccio prosteso fuori della 
cassa; e confesso che mi è corso un brivido per le 
vene al solo sospetto che potesse esser quello uno 
dei non rari esempii d'un sepolto vivo. Perchè non 
si pone oggimai per regola invariabile di non sep- 
pellire i corpi umani finche non sieno sviluppati i 
primi sintomi sicuri della corruzione? Ma si predica 
al deserto. Nelle grandi città s'usa qualche cautela, 
sebbene spesso insufficiente. Nelle terre e ne' vil- 
laggi i cadaveri non son visitati da niuna persona 
dell'arte; non si lasciano sopra la terra nemmeno 
ventiquattr'ore. Si continua a fare come si faceva 
quando si faceva male; come non si cessa di suonar 
le campane quando il fulmine guizza tra i nembi 
procellosi. E gracchino a loro posta le circolari 
delle pubbliche podestà. V'ha forse cosa più forte, 
e piti tenace deli' ignoranza ? 

Sotto al campanile è sepolta la serva di Dio An- 
gela Caterina Lucia Bocchino , vedova Rayna , del 
terz'ordine di S. Francesco, nata il 9 gennaio 1737, 
morta in età di trentun anno, in concetto di santa. 

Lucia perdette in tenera età quasi ad un tempo 
ambedue i genitori. Aveva uno di que' sembianti di 
pura, dilicata, verginal bellezza, sotto ai quali i 



CAPO TEKZO 



679 



pittori del medio evo soleano raffigurare gli abitatori 
del cielo ; ma essa, modesta e pudica, delle egregie 
sue forme perpetuamente si doleva come d'incentivi 
a libidine pe' mondani, per cui, essendo in povero 
stato, le toccò sostenere fieri assalti, che superò 
con gran cuore , ora respingendo con indegnazione 
il seduttore, ora stando immobile cogli occhi a 
terra, umile e disdegnosa, senza degnare d'un 
guardo o d'una parola chi l'assaliva. 

Fu maritata con Ignazio Rayna, padrone battiloro, 
giovane scapestrato che mandò a male ogni cosa, 
ond'essa colle due figlie fu ridotta alla miseria. Per 
giunta il Rayna era mattamente e bestialmente ge- 
loso, onde le conveniva sopportare strapazzi e per- 
cosse. Quando morì non v' era di che pagare la se- 
poltura. Lucia colla sua dote aprì una botteguccia 
di mercerie, e visse poveramente, ma onoratamente. 
Perdette le due figlie, l'una d'otto, l'altra di nove 
anni, le quali in sì egregia scuola tanto aveano pro- 
fittato, che passarono cantando una il Regina coeli, 
F altra il Salve regina. Lucia si può dir che cam- 
passe d'orazioni, di letture spirituali, di limosine, 
digiuni, flagellazioni, e d'altre buone opere, piucchè 
di cibo perpetuamente misero e scarso. S'addormentò 
nel Signore a due ore dopo mezzogiorno del 10 
maggio 1768, e volle essere seppellita in ora bru- 
ciata, sicché non vi fosse concorso. Fu obbedita, né si 
die segno di campana. Vestita dell'abito francescano, 



680 LIBRO SESTO, CAPO TERZO 

adagiala nella bara dei Terziarii fu portata in chiesa, 
ma il concorso fu grande, e tra que' che v'accor- 
sero si contò che il figliuolo di Margherita Payro- 
leri, d'anni otto, cieco dal vaiuolo, raccomandatosi 
per volontà della madre air intercession di Lucia, 
ricuperò a un tratto la vista. 

Si ha la vita stampata di questa serva di Dio (4), 
ed i Padri di S. Tommaso ne conservano nel guarda - 
mobili il ritratto. 

Varii bei dipinti distinguono la chiesa di San 
Tommaso. 

Sono di mano del Moncalvo i quadri delle cap- 
pelle di S. Diego (patronato dei conti Provana di 
Collegno), del Crocifìsso, e di S. Francesco che ri- 
ceve le stimmate (patronato dei marchesi Fauzone 
di Montalto). 

Martino Cignaroli, da Verona, padre di Scipione, 
che fu pittor di paesi, dipinse la tavola che è sul- 
l'altare della cappella dell'Annunziata. Camillo Pro- 
caccini dipinse nella cappella vicina alla porta della 
sagrestia l'ovato con Maria Vergine, il Bambino e 
S. Carlo Borromeo; di Domenico Olivieri sono i sei 
quadri della sagrestia che rappresentano i miracoli 
di S.Antonio; finalmente Gio. Battista Pozzi, mila- 
nese, dipinse i freschi delle lunette nel chiostro, in 
uno de' quali è raffigurata la chiesa della Madonna 
degli Angioli, in faccia alla porta Palatina, dov'ebbero 
la loro prima residenza i Francescani dell'osservanza. 



NOTE 



(1) Ordinali della città.— Guida di Torino.— Iscrizioni patrie.— 
Non è esatta a pag. 27 di questo volume la frase di cui pigliarono pos- 
sesso nel 1542; questa data è quella dell'ordinato del consiglio civico, il 
quale indugiò molto a ricevere esecuzione. 

(2) SANCTISSIMAE TRÌNITATI 

ET IN HONOREM BEATAE MABIAE ANGELORVM 
DIVORVMQVE THOMAE APOSTOLI ET SERAPHICI PATRIS NOSTRI FRANCISCI ECC. 

(3) GEORGIVS TASNIERE 
BISVNTII IN BVRGONDIA NATVS 

ANIMI INTEGRIATE SPECTABILIS 

INGENII VIVACITATE CLARISSIMVS 

SCVLPEND1 SVBTIL1TATE SINGVLARIS 

TANTI VIRI VIRIBVS INDIGNATA PARCA 

DVM QVOT HEROES AB IPSA SVRLAT1 

TOT EIVS OPE TABVLIS AENEIS REV1VISCERENT 

AR VN1VERSAE 1TALIAE DOCTIORIBVS 

VTI GRAPHICARVM COLVMEN 

COLLACR1MATVM ABSTVLIT 

ANNO MDCCIV DIE li OCTOBRIS AETATIS ..... 

Iscrizioni patrie. 

(4) Vita e virtù della serva di Dio suor Angela Catterina Lucia Boc- 
chino, vedova Ragna, raccolte dal padre Pier Vittorio Dogli di Mondovì, 
dell'ordine de' Minori della regolare osservanza. Milano 1769. 

Voi. II 86 



CAPO QUARTO 



Via dell'Arsenale.— Marchese d' Ormea. — Palazzo de conti di Ma- 
sino. Abate di Caluso. La santa Contessa. — Preti della Missione. 
Storia della loro fondazione. 11 marchese di Pianezza. Lettere 
inedite di S. Vincenzo de' Paoli. — Biblioteca. — Giovanni Maino. 
Michel Antonio Vacchetta. 



Al di la della via di Santa Teresa s'alza a destra il 
palazzo de' conti Balbiano di Viale, la cui facciata, 
modernamente rifatta, mostra l'intenzione d'imitare 
lo stile severo ed il bugnato del palazzo de' Pitti. 

In questo palazzo abitava e qui morì nel 1745 il 
marchese Carlo Ferrerò d'Ormea, della nobile schiatta 
dei Ferrerò di Roascio, di Mondovì, uno de' più abili 
negoziatori di cui s'onori la storia della nostra di- 
plomazia. Fornito di alto ingegno e di somma pene- 
trazione, lungamente esercitato nel maneggio degli 
affari i più spinosi, in ambasciate e ministeri, avendo 
pronto, facile, dignitoso, abbondante il magistero 
della parola, egli rifuggiva dall' appigliarsi all'arte 



LIBUO SESTO, CAPO QUARTO 683 

troppo comune di abbassar gli occhi, e di parlar 
poco e cupo, quando era invitato a discussioni nelle 
quali il suo segreto pericolava; anzi avea l'aria di 
rispondere con lieto animo, senza riserva, con ab- 
bandono ad ogni inchiesta, fosse pur dilicata ed 
importante ; ma mentre la lingua correva ed il suo 
interlocutore si maravigliava di trovarlo così agevole 
e copioso, il segreto era chiuso nel suo petto sotto 
triplici porte di ferro, e solo dopo d'aver preso con- 
gedo e ricapitolato la sostanza della conversazione, 
accorgevasi il diplomatico straniero di non avere 
scoperto cosa alcuna. In colali giostre di lingua e 
d'ingegno il marchese d'Ormea era d'un valor so- 
vrano. 

Dopo d' essere dal modesto ufficio di giudice di 
Carmagnola pervenuto ai sommi onori di gran can- 
celliere, di cavaliere dell'Annunziata, e di ministro 
degli affari esteri e degli affari interni , declinando 
poi , com' è da credersi, coll'eta anche il vigor del 
giudicio, dicesi che mostrasse desiderio d'esser fatto 
cardinale, e che Carlo Emmanuele in gli rispondesse, 
ch'egli non voleva né un Richelieu, né un Mazza- 
rino, né un Alberoni. 

Nel palazzo de' conti Viale si diede nel 1831 
una splendida festa per le nozze della principessa 
Carolina Marianna di Savoia, ora imperatrice e regina, 
con Ferdinando, re apostolico d'Ungheria e principe 
imperiale ereditario d'Austria. 



684 LIBKO SKSTO 



Attiguo al palazzo di cui parliamo s' alza quello 
de' conti Valperga di Masino. 11 conte Carlo Fran- 
cesco lo comprò nel 1780 dal maresciallo duca di 
Broglia, e die tosto mano a restaurarlo ed ampliarlo 
sui disegni dell'architetto Filippo Castelli. Pietro 
Casella fé' i graziosi intagli che si vedono sugli sti- 
piti della porta. Bernardino Galliari, Angelo Vacca, 
Carlo Bellora, Carlo Randone ne dipinsero le ma- 
gnifiche stanze. 

Questo palazzo che fu l'ultima sede del lato più 
potente e famoso della stirpe dei Valperga, s'ab- 
bella d'illustri memorie; di quella cioè dell'abate 
Tommaso Valperga di Caluso, amabile per la bontà 
de'costumi e per la gentilezza dell'indole, reverendo 
per l'ampio corredo del più gaio sapere come delle 
più severe e più recondite dottrine; e di quella di 
Emilia Doria di Dolceacqua, contessa di Masino sua 
madre, vissuta e morta con tal concetto di cristiana 
virtù , che gli abitanti del contado di Masino usa- 
vano ed usano chiamarla la santa Contessa. 

In queste splendide sale, prima che due morti 
acerbe su vi stendessero un lugubre velo, accoglieva 
la contessa Eufrasia Valperga di Masino col fior 
deir aristocrazia anche il fior degli ingegni; e nel 
1831 vi fondava una sala d' asilo o scuola infantile 
che ora, affidata alle monache Rosminiane della 
Provvidenza, novera centotrentacinque fanciulli di 
ambo i sessi. 



CAPO QUARTO 685 

Alla meta dell'isola che segue a destra, è la chiesa 
della Concezione, che ora è cappella arcivescovile, 
ma che prima appartenne ai preti della Missione 
insieme col palazzo e col giardino attiguo. 

I preti della Missione furono chiamati a Torino da 
Carlo Emmanuele Filiberto Giacinto di Simiane, mar- 
chese di Pianezza, figliuolo di donna Matilde di Sa- 
voia, generale d'infanteria e gran ciambellano. Piuc- 
chè gli alti natali e le cariche occupate lo rendettero 
insigne le molte sue virtù , ed il grado sublime a 
cui pervenne nella spiritualità. Onde i' avere pode- 
rosamente aiutata la fondazione del monastero della 
Visitazione, e l'aver fondato a Torino la casa della 
Missione, a Pianezza il convento di S. Pancrazio 
degli Agostiniani Scalzi , fu in lui naturai conse- 
guenza d'una vita pia e religiosa, e del desiderio di 
promuoverla ne' suoi simili, non espiazione di azioni 
malvagie o restituzione di sostanza furtiva. Il mar- 
chese di Pianezza domandò nel 1655 al grande S. 
Vincenzo de' Paoli alcuni de' suoi preziosi Missio- 
narii, ed egli, consolandone il pio desiderio, gli 
mandò quattro sacerdoti e due coadiutori che giun- 
sero a Torino il 10 novembre di quell'anno mede- 
simo. Dopo qualche riposo cominciarono a dar una 
missione a Pianezza, della quale il Marchese provò 
tanta soddisfazione, che ai 10 di gennaio 1656 as- 
segnò loro la dote di seimila scudi. 



686 LIBRO SESTO 

La seconda missione fu a Scalenghe. E qui convien 
ricordare che il fine principale dell'institulo di questi 
degni figliuoli di S. Vincenzo, era appunto di spar- 
gere il seme della Divina Parola e il procurar la 
riforma de' costumi tra i contadini, i quali erano a 
que' tempi, piucchè non si possa credere, ignari della 
legge evangelica e in preda ad ogni maniera di vizi. 
Un altro loro scopo era quello di pigliar cura de' 
giovani ecclesiastici , mercè un convitto stabilito 
presso di loro; ed anche in varii altri modi si ren- 
dettero benemeriti della Chiesa e dello Stato. 

Molto sollecito si dimostrava S. Vincenzo di questa 
colonia de' signori della Missione; frequenti lettere 
piene di celesti consigli indirizzava al sig. Martin 
che n' era capo ; e perchè si veda quant' alto pog- 
giasse e da qual fonte derivasse la sua prudenza , 
e come si differenzi la filosofìa degli uomini da quella 
che ha la sua radice nel cielo, riferirò alcuni brani 
di queste lettere, non che quella con cui il Santo 
indirizzava al Marchese i suoi Missionari!'. 

Al Marchese scrivea : 



Parigi, 15 ottobre 1655, 



Monsignore. 



« Secondo il suo ordine le mandiamo quattro 
de' nostri preti : Sono tali che colla grazia di Dio 



CAPO QUA uro 687 

potranno rendere qualche piccolo servigio al Signore 
rispetto al povero popolo della campagna, e dell'or- 
dine ecclesiastico. 

« Ella troverà molti difetti in questi poveri Mis- 
sionarii ; Lo prego umilissimamente, Monsignore, di 
sopportarli, di avvertirli de' loro mancamenti, e di 
correggerli come adopera un buon padre co' propri 
figliuoli. Trasferisco perciò in Lei il potere che No- 
stro Signore mi ha dato in questa parte. Piacesse 
a Dio che fossi in luogo tale da potermi anch'io 
prevalere del vantaggio che avranno di vederla, 
Monsignore, di profittare delle parole di vita eterna 
che escono dalla sua bocca, e di tanti buoni esempi 
che la vita di lei mostra a tutto il mondo. Ne spe- 
rerei qualche ajuto per emendar la mia, e divenire 
con miglior titolo » 

Suo umilissimo servitore 
Vincenzo de' Paoli 

indegno prete della Missione (1). 



Al sig. Martin scrivea : 



Di Parigi 26 novembre 1655. 



(( La grazia di N. S. sia con voi sempre. Ho rice- 
vuto la vostra prima lettera da Torino, e dal buon 



688 LIBKO SKSTO 

Dio una grande consolazione dello avervi costì tanto 
felicemente condotti e fatti così benignamente ac- 
cogliere per bontà di Monsignore il vostro fonda- 
tore, di monsignor Arcivescovo e di monsignor Nun- 
zio, lo lo ringrazio di tutto cuore. Egli ha voluto 
prevenirvi con queste grazie per disporvi ad altre 
maggiori. E queste graziose accoglienze degli uomini 
indicano l'aspettazione che fondano sulla Compagnia. 
Spero che la medesima si farà tutta di Dio atìin di 
rispondere a'suoi disegni:... Sono imbarazzato a dirvi 
come vi dovete regolare; se non che v'esorto a 
cominciare con qualche piccola missione che non 
richieda grande apparecchio ; ma per ciò fare è 
necessario d'aver l'amore della propria abbiezione, 
voi potrete fare l'azione del mattino, e il sig. Emery 
il catechismo. Vi parrà forse duro di cominciare 
così meschinamente ; poiché per salire in istima , 
sembra che converrebbe comparire con una missione 
intiera e splendida, che ponesse subito in mostra 
i frutti dello spirito della Compagnia. Dio ci guardi 
dallo entrare in tal desiderio; conviene invece alla 
nostra miseria ed allo spirito del Cristianesimo 
quello di fuggir simili ostentazioni a fin d'occultarci; 
quello di cercare il disprezzo e la confusione come 
Gesù Cristo ha fatto; e quando sarete in questo 
a lui somiglianti, egli faticherà con voi. Il defunto 
monsignor di Ginevra (S. Francesco di Sales) in- 
tendeva ottimamente questo principio. La prima 



CAPO QUARTO 



680 



volla che predicò a Parigi nell'ultimo viaggio che 
vi fece, vi fu gran concorso da ogni parte della 
città. V'era la corte. Nulla mancava di ciò che po- 
teva render l'udienza degna di sì celebre predica- 
tore. Ciascuno s'aspettava un sermone uguale alla 
forza del suo ingegno , uso a rapir tutti i cuori. 
Ma che fece quel grand' uomo di Dio? Egli narrò 
con tutta semplicità la vita di S. Martino a bello 
studio d'umiliarsi in faccia a tanti illustri personaggi 
che avrebbero gonfiato il cuore d'un altro. Egli fu 
il primo a trar profitto dalla sua predica con quest' 
atto eroico d'umiltà. Ecco, o Signore, come i Santi 
hanno saputo reprimere la natura che ama il mon- 
dano rumore e la pubblica stima ; e così convien 
pure che noi facciamo preferendo i bassi uffici a 
que' di maggior comparsa , l' abbiezione all' onore. 
Spero sicuramente che voi porrete i fondamenti di 
questa santa pratica insieme con quelli dello stabi- 
limento affinchè l'edilìzio sia fondato sulla pietra, 
e non sulla mobile sabbia. Monsignor il Marchese 
capirà facilmente questo modo di procedere... Ab- 
braccio la vostra piccola e cara famiglia con tutta 
la tenerezza del mio cuore, e sono in N. S. » 

Vostro untiliss. servo 
Vincenzo de' Paoli 

ìndenno prete della Missione. 
PÒI. U 87 



69*J LI1IKO SKSTO 

In un'altra lettera scritta l'ultimo giorno dell'anno 
cominciava S. Vincenzo con un augurio, di cui non 
ho veduti altri esempli. 

« Prego N. S. che l'anno in cui entriamo vi serva 
di gradino per salire all'eternità fortunata.... Dopo 
la raccomandazione che vi ho fatta di camminar con 
semplicità, in questa bisogna vi fo quella di non abu- 
sare della vostra sanità e d'aver cura di quella de' 
vostri subordinati. Monsignor il Marchese ama tanto 
la giustizia, che non gli increscerà quanto vi dico. 
Ed in proposito di questo buon signore, ciò che voi 
mi dite intorno alla sua esattezza nel far il ritiro 
spirituale e al modo di comportatisi, mi serve ad 
un tempo di grande edificazione e confusione. Io 
prego Dio che conservi ai grandi del secolo un tale 
esempio di virtù, e che gli dia la pienezza del suo 
spirito pel felice successo di tutte le sue intraprese. » 

In lettera del 23 giugno 1656 egli scrivea : 

« La vostra lettera del 30 di maggio ci ha recala 
una consolazione indicibile e nuova occasione di 
lodar Dio delle vostre imprese e delle vostre fatiche, 
perchè le benedizioni di Dio sono tanto evidenti che 
non si può desiderare di più. Il suo santo nome sia 
dunque sempre adoralo e ringraziato. A ciò ho esor- 
lato la compagnia dopo d' averle esposto le varie 



LAPO QUARTO 691 

missioni da voi fatte , ed il felice successo ottenuto 
anche in riguardo agli eretici. Se v'hanno uomini 
al mondo che tengano maggior obbligo d'umiliarsi , 
voi ed io siamo quelli, e con voi intendo i vostri 
collaboratori. Io per li miei peccati, e voi per li 
beni che piace a Dio d'operare per vostro mezzo; io 
perchè mi vedo fuor del caso d'assister le anime, e 
voi per essere stati scelti per contribuire alla santi- 
ficazione di tanti, e per poterlo fare con tanto frutto. 
Bisogna una grande umiltà per non trarre diletto da 
tali progressi e dal plauso del pubblico. Ne bisogna 
una grande ma troppo necessaria per riferir a Dio 
tutta la gloria delle vostre fatiche. Sì, o signore, 
voi avete mestieri d'una umiltà ferma e vigorosa per 
portar il peso di tante grazie di Dio, e concepire 
un gran sentimento di gratitudine onde riconoscerne 
l'autore. Io prego il Signore che la conceda a tutti 
voi quanti siete... Non dubito che la grazia che ac- 
compagna monsignor il Marchese vostro fondatore 
v'abbia attirato le grazie spirituali e temporali che 
il Signore vi concede ; e che bisogna attribuire al 
merito di lui tutte quelle che Dio vi prepara. » 

Vedendo le buone opere e i lieti successi dei 
Missionarii, la calunnia avea soffiato contr' essi i 
suoi veleni. Aveali accusati di persuadere al popolo 
di non pagare i tributi. S. Vincenzo scrivea al signor 
Martin il 7 luglio del 1656. 



092 



LIBRO SESTO 



« Voi avete considerate sotto al vero loro punto 
di vista le querele date al parlamento (alla Camera) 
contro di voi, pigliando cotesta calunnia come un 
contrappeso che Dio ha voluto dare al buon successo 
delle vostre missioni. Poiché in realtà la sua sa- 
pienza ha così bene ordinate le cose di questo mondo, 
che le notti succedono ai giorni, la tristezza alla 
gioia, le contraddizioni agli applausi, affinchè il no- 
stro spirito non si fermi che nel solo Iddio, supe- 
riore a tutti questi mutamenti. Voi avete fatto bene 
a far intendere il vero a codesti signori, a cui s'era 
detto che i Missionari]' dissuadevano al popolo di 
pagar le taglie; e farete ancor meglio di non parlar 
mai di queste cose. N. S. non ha disapprovalo i 
tributi. Anzi egli medesimo vi si è assoggettato. Bi- 
sogna che tutti noi ci prepariamo a soffrire ora d'un 
modo, ora d'un altro; perchè diversamente noi non 
saremmo i discepoli di quel divin maestro che fu 
calunniosamente accusato per la medesima eausa, e 
che ha voluto per tal modo cominciare ad esercitare 
la vostra virtù. Considerate come una benedizione 
d'essere trattati com' egli fu, e procurale di segui- 
tare il suo esempio nelle virtù che ha praticate 
quando fu maltrattato. 

« Io ringrazio la sua divina bontà delle benedi- 
zioni che ha conceduto a tutte le missioni, ed in 
particolare all' ultima. 11 che si dee attribuire piut- 
tosto alla buona disposizione del popolo, per non 



CAVO QUA uro 



695 



dire alla novità dell' opera, che al merito degli 
operai, sebbene io sappia che le vostre preghiere, 
il vostro zelo e la purità delle vostre intenzioni vi 
contribuiscono notabilmente. 

a Ciò che mi ha molto consolato, è la concordia 
importante che avete stabilita in codesto luogo dove 
regnava da così lungo tempo la divisione, causa di 
tanti omicidii, sorgente infetta che distillava il suo 
veleno nel cuore della maggior parte degli abitanti. 
Dio voglia confermar questa concordia e rendere 
perpetua la pace e l'unione che voi vi avete lasciata. 
« Prego Nostro Signore che vi doni l'ampiezza del 
suo spirito per la missione che dovete fare nella 
piccola citta di Lucerna, e che gli piaccia di muover 
gli eretici al desiderio d'instruirsi e di convertirsi. 
a Signor mio, se piacesse alla sua divina bontà 
di servirsi di voi per quest' opera, che gran bene 
sarebbe, e con qual cuore gli offriremmo le nostre 

preghiere con questa intenzione ! (2). » 

Ma è tempo che ripigliamo la storia dello sta- 
bilimento de' Preti della Missione in Torino. Abbiam 
veduto che giunsero il 10 novembre 1655, e che 
nel gennaio seguente il pio marchese di Pianezza 
assegnò loro la dote di 6|m. scudi, alla quale ag- 
giunse più tardi la rendita di due cappellanie. 

Nel 1662 il priore Marc' Aurelio Rorengo dei conti 
di Lucerna, curato de' Ss. Stefano e Gregorio, si pose 
in cuore di far sopprimere quella parrocchia, ed 



*™^ MURO SESTO 

applicamo le rendile ai Missionari!, aftinché cre- 
sciuti di numero potessero dividersi in due squa- 
dre, e moltiplicar le missioni. Il suo pensiero gradì 
alla Santa Sede; e con breve del 31 d'ottobre del- 
l'anno medesimo Alessandro vii vi die' intera ese- 
cuzione. Se non che la parrocchia venne fra non 
molto ristabilita, ma con nuova dote, e ad istanza 
de. Disciplinanti di S. Rocco. Il priore Rorengo ri- 
tirossi a vivere coi Preti della Missione, fra i quali 
morì a' 15 d'aprile del 1676, pieno d'anni e di 
opere buone. 

Nel 1663 si comprò una parte del giardino dal 
conte Rroglia per fabbricarvi la casa. Il marchese 
pose la prima pietra della parte dell'edifìzio in cui 
doveva essere la cappella. Duemila ducatoni die' 
perciò di limosina Madama Reale Maria Cristina; 
ugual somma v'aggiunse egli stesso; ed appena fab- 
bricata la casa (1667), vi venne ad abitare con abito 
e trattamento di fratello coadiutore. Nel 1674 vo- 
lendo allontanarsi sempre più dai rumori del secolo 
si ritirò nel convento di S. Pancrazio, vicino a Pia- 
nezza, con abito e trattamento di novizio, dove salì 
a miglior vita il 3 giugno 1677. 

I Missionari! aveano casa e cappella interna, ma 
non aveano chiesa quando Carlo Emmanuele n nel 
1673 recossi un giorno all' improvviso alla congre- 
gazione all'ora del desinare, e postosi a tavola coi 
padri, volle pranzar con loro. 



f,.U»0 QUAKTO 605 

Visitata poi tutta la casa, avendo veduto che man- 
cavano di chiesa, ordinò che si desse tosto principio 
alla medesima, dicendo che voleva egli solo soste- 
nerne la spesa. Questo principe somministrò qualche 
fondo, ed avrebbe secondo la promessa sopperito a 
quant'era necessario per terminarla, se non usciva 
immaturamente di vita in giugno del 1675. Ma sot- 
tentrarono privati benefattori, fra i quali 1' abate 
Ignazio Carroccio, la principessa di Francavilla, Ga- 
briella di Mesme di Marolle, Scaglia di Verrua, mar- 
chese di Caluso, ed altri, coll'aiuto de' quali si ri- 
pigliò la fabbrica imperfetta nel 1695, e si finì nel 
1697, nel qual anno a' 19 di settembre fu conse- 
crata da monsignor Alessandro Sforza, nunzio apo- 
stolico. Anzi la marchesa di Caluso predetta costrusse 
in questa chiesa l'altare di S. Pietro, innanzi al quale 
fu poi seppellita j fondò una cappellania di messa 
quotidiana; donò un ostensorio d'argento guernito di 
diamanti e di rubini del valore di L. 15,000 antiche 
di Piemonte, ed inslituì la casa della Missione di 
Torino in sua erede universale. 

11 signor Giovanni Domenico Amosso, sacerdote 
di questa congregazione, donò alla medesima in due 
volte la somma di lire lOpn., da impiegarsi in fondi 
fruttiferi, onde col provento acquistare ogni anno 
libri scelti ed utili sopra tutte le materie, finché 
fosse compiuto il numero di 16jm. volumi, oltre 
quelli che già possedevano (1750); ed il barone 
Scipione Valesa, ministro dell'imperatore presso la 



6!)() MURO SESTO 

corte di Torino, legò nel 1743 alla casa della Mis- 
sione la sua libreria e parte del mobile che pos- 
sedeva (3). 

L' umiltà di cui i Padri della Missione fanno spe- 
cialissima professione, secondo lo spirito del santo 
loro fondatore, fino al punto che la regola non per- 
mette loro di difendere la propria congregazione 
quando fosse in loro presenza ingiustamente accu- 
sata o vilipesa, nascose con molto studio alla mon- 
dana celebrità molti uomini degnissimi d'ottenerla. 
Due soli pertanto ricorderò : V uno è Giovanni Maino, 
il quale occupavasi un giorno in giardino, quando 
venne a cercarlo il re Vittorio Amedeo n, e saputo 
dov'era, non volle che lo chiamassero, ma andò 
egli stesso a trovarlo, e domandatolo che cosa fa- 
cesse: Maestà, rispose il missionario, attendo alla 
coltura d'alcune pianticelle. Lasciatele , replicò il 
re, ch'io voglio darvene a coltivare altre di maggior 
importanza, e sono i miei figli. Nò solo il volle Vit- 
torio Amedeo n educatore de' principi reali, ma lo 
fé' suo consigliere e confessore, e quando alcuni anni 
dopo, morto il signor Maino, egli si trovò avvilup- 
pato in gravi domestiche traversìe : Ahimè, fu udito 
esclamare, se il mio Maino fosse vissuto, avrebbe co' 
salutari suoi consigli prevenuto tante avversità (4)* 
L'altro è Michel Antonio Vacchetta, illustre esem- 
pio di santa ed operosa vita, del quale si ha la 
storia stampata. 

La chiesa della Concezione è disegno del padre 



CAPO QUARTO 697 

Guarino Guarini. La tavola con Anania che libera 
S. Paolo dalla cecità è di Sebastiano Taricco. Gli 
angeli dipinti a fresco nel vólto appartengono al 
Crosato, veneziano. 

I Missionarii occupano adesso, come abbiam detto, 
la chiesa e il monastero della Visitazione. 

L' ultima delle vie traverse a destra di Dora 
Grossa chiamasi da principio della Rosa Rossa, poi 
sino alla strada di Santa Teresa via di San Mau- 
rizio, infine via della Provvidenza. 

II nome di via di San Maurizio le venne dopoché 
la confraternita di questo nome, fondata aliato a San 
Simone, venne trasferita nella chiesa di Sant' Eu- 
sebio, che alzavasi in mezzo ad una piccola piazza 
sul finire di questa strada. La parte di essa che 
continua sotto il nome di via della Provvidenza 
ehiamavasi anticamente via del trincetto Grondana. 



*#$$$$$**>- 



Voi. TI 88 



NOTE 



(1) Da una raccolta di lettere fatta in Parigi nel 1845. 

(2) Da una raccolta di 651 lettera di S. Vincenzo de' Paoli, molle scritte 
interamente dal santo, le altre segnate da lui presso i cortesissimi signori 
della Missione di Torino. Questa raccolta che contiene preziosi documenti 
di spiritualità, ed anche notizie curiose di storia ecclesiastica, sarebbe pur 
degna d'esser fatta pubblica colle stampe. — È degna pure d'esser veduta 
l'opera francese intitolata: S. Vincent de Paul peint par ses écrits. 

(3) Memoria perpetua del fondatore e benefattori di questa casa di To- 
rino. Neil' Archivio de' Preti della Missione. 

(4) Regulae seu Constitutiones communes congrcgationis Missionis. 
Lisbonae 1743, prologus, e. cxv. 



CAPO QUINTO 



Piazza, palazzo e teatro Carignano. — Gioseffina di Lorena, princi- 
pessa di Carignano, avola del re C\rlo Alberto. — Collegio dei 
Nobili costrutto dai Gesuiti; varie fasi del medesimo. — Accade- 
mia Reale delle Scienze. — Musei. — Via dei Conciatori. — La- 
grange. — Luigi Ornato. 



Due strade s' aprono a diritta di piazza Castello. 
L'uria, via Nuova, principalissima, di cui già ab- 
biamo parlato; l'altra dell'Accademia delle Scienze, 
che muta presto questo bel nome nell'altro ben vol- 
gare di strada de' Conciatori, che non ha più da gran 
tempo niun senso ragionevole, non trovandosi in 
quella strada un solo conciatore di pelli. 

Dopo la prima isola della strada di cui parliamo, 
si stende la piazza Carignano, che ha da un lato il 
palazzo, dall'altro il teatro di questo nome. Segue 
l'antico collegio dei Nobili, ora palazzo della Reale 
Accademia delle Scienze e dei R. Musei. Tutto il 



700 LIBRO SESTO 

sito compreso fra piazza Castello e il caffè di S. Fi- 
lippo apparteneva ai Gesuiti. In aprile del 1678 
avendo essi offerto a Madama Reale Maria Giovanna 
Battista di costrurre a proprie spese un collegio de' 
Nobili, affinchè i giovani patrizi non fossero più 
obbligati di cercare educazione nel collegio di Parma 
od in altri luogi fuori Stato; quella principessa gradi 
tale offerta, e fé' loro dono d'un sito di tavole 309 
nel nuovo ingrandimento, in un angolo appartato 
della città, coll'obbligo d'edificarvi un collegio per 
l'educazione della nobiltà, scuole pubbliche, ed una 
chiesa in onore di S. Giovanni Battista; poi in gen- 
naio dell'anno seguente, considerando che il sito 
donato alla compagnia era troppo rimoto, pensò di 
assegnargliene un altro più concentrico, che fu ap- 
punto la parte de' fossi già donata al marchese- di 
Agliè, in cui si dovesse fabbricar la chiesa ( casa 
dell'Economato); i siti già donali al marchese di 
S.Maurizio, conte Cagnollo, conte e presidente Tru- 
chi, tramediati dalle strade dell'Anitra (del Giardino) 
e del Putetto (della Verna); tutto ciò mediante il 
pagamento del giusto prezzo da farsi mercè la ven- 
dita del sito loro donato nel 1678 (1). 

Cominciavano i Gesuiti le grandiose fabbriche, le 
quali non erano ancor terminate nel 1688; e nel 
medesimo tempo il principe Emmanuele Filiberto di 
Carignano alzava il suo magnifico palazzo, adope- 
rando il medesimo architetto padre Guarino Guarnii, 



CAPO QUINTO 



701 



e comprava nel 1G83 dalla compagnia il sito per 
formare una piccola piazza innanzi al palazzo. Ma 
i padri non si diedero pensiero di fabbricar la chiesa 
nel sito stato loro prescritto in piazza Castello. Pare 
che invece intendesser costrurla dove poi fu fab- 
bricato il teatro; ma anche questo disegno rimase 
ineseguito. 

Negli annali del collegio de' Nobili convien di- 
stinguere tre periodi. Nel primo l'insegnamento era 
interno e indipendente. Nel secondo, cominciato 
negli ultimi tempi del regno di Vittorio Amedeo n 
quando già era declinato il favor de'Gesuiti, e che 
il re colla restaurazione della Università, e colla 
fondazione del collegio delle Provincie aveva am- 
piamente provveduto all'istruzione de' suoi popoli, 
e specialmente all'unità ed alla purezza dell'inse- 
gnamento teologico, i convittori del collegio dovean 
recarsi alle scuole dell'Università; nel terzo erano 
sottentrati ai padri della Compagnia direttori se- 
colari. 

Più tardi, soppresso il collegio, il vasto palazzo 
accolse V Accademia Reale delle Scienze, i musei 
di storia naturale, e quel museo egiziano che c'invi- 
diano Londra e Parigi, e i musei d' antichità, di 
anatomia, di patologia, e il medagliere Lavy. 

Troppo nota è la fondazione dell'Accademia delle 
Scienze verso la metà del secolo scorso per opera 
dei celebralissimi Saluzzo, Cigna e Lagrange, perchè 



702 



LIBRO SESTO 



noi qui la raccontiamo. Rimandiamo chi fosse curioso 
di leggerne i particolari all'opera che scrisse sulle 
accademie del Piemonte il chiarissimo professore 
Tommaso Vallauri. 

Il teatro Carignano fu rifatto dal principe Luigi 
di Savoia Carignano, nel 1752, ed ornato di facciata 
sui disegni dell' architetto Borra. 

Il palazzo che appartenne ai principi di Carignano 
ora è demaniale, ed è sede del Consiglio di Stato, 
e dell' Amministrazione delle poste. È notabile per 
più rispetti, e quelli che non hanno un odio for- 
sennato per la linea curva, vedranno volontieri e 
l'atrio, e gli scaloni, e la gran sala a cui riescono. 
Lunga serie di principi nobilitò questo palazzo, 
vieppiù ora nobilitato dallo splendore della corona 
reale posta sul capo di Carlo Alberto, ultimo suo 
abitatore; dalle aite opere di lui, parte compiute, 
parte incominciate; dalla fondata speranza che con- 
tinuando a reggere ed avviare i suoi popoli per le 
vie d'un giusto e considerato, ma incessante e sicuro 
progresso, secondo il debito di Re cristiano e di 
Re Italiano, rendendo sempre più amabile, tran- 
quillo, amico a libertà, seguace di miti consigli, 
promovitor del commercio e dell'industria, fautore 
dell'arti e delle lettere il suo governo, farà gloriosa 
e beata questa nobil parte d'Italia, ed avrà potente 
influenza sulle sorti future dell'intera penisola. 
Una illustre memoria di questo palazzo, che 



CAPO QUINTO 



703 



sarebbe troppo gran peccato lasciare in dimenticanza, 
quella si è della principessa Giuseppina Teresa di 
Lorena Armagnac, avola dei Re, la quale, bellissima 
di sembianti, bellissima d'ingegno, dell'arti e delle 
lettere singolarmente si dilettava, e ai loro cultori 
altrettanto benigna porgevasi, men protettrice che 
amica, quanto suol fare il Re suo nipote; se non che 
morte troppo presto la giunse, e dopo molti mesi 
d'un morbo de' più crudeli, la spense il 9 di feb- 
braio 1797 alle 3 Ij4 del mattino. Morì in età di 
quarantaquattro anni, assistita dal padre Germano, 
teatino, suo confessore, e dal teologo Tardi, vicario 
di corte, visitata del continuo, e con celesti parole 
confortata dalla venerabile regina Clotilde. INon volle 
essere imbalsamata, ma ordinò che il suo corpo 
fosse vestito del sacco delle Umiliate, fra le quali 
era descritta, e sepolto senza alcuna pompa allato a 
quello del marito. 

Lo stile dell'antica corte, e probabilmente di molte 
corti era questo, che quando il male dell' augusto 
ammalato era disperatissimo, si pagava l'onorario 
de' medici e chirurghi sì ordinarli che consulenti, 
primachè fosse passato di vita, e che da un fatto 
irrevocabile e funesto le loro fatiche fossero dichia- 
rate infruttuose (2). 

Nella terza isola della via de' Conciatori, a sini- 
stra, la casa che ora appartiene ai conti di Costi- 
gliole apparteneva una volta al tesoriere Lagrange, 



704 LIBRO SESTO 

ed è quella in cui nacque ed abitò V immortale ma- 
tematico di questo nome. 

L'ultima casa che fa lato alla piazza di Carlo Fe- 
lice, sebbene di nuova costruzione (casa Cardone) 
merita un pietoso ricordo. Qui moriva Luigi Ornato, 
uno di quegli ingegni che hanno potenza di operar 
cose grandi, che nulla dal loro canto trascurano per 
far fruttificare quel talento che dal maestro evan- 
gelico hanno ricevuto, ai quali nondimeno la sorte 
contraria, la vita sbattuta da disgrazie, fatta amara 
dalla perdita della salute, e quel che è peggio, degli 
occhi, ricide il mezzo d'acquistar quella fama che 
tanti conseguono così leggermente. Ho avuto la sorte 
di conoscere Luigi Ornato, e d'apprezzarne l'ingegno 
e il sapere, e ciò che in lui non era punto men 
bello, il cuore; ed ora mi nacque desiderio di ri- 
mediare, per quanto può la povera mia penna, agli 
oltraggi della fortuna, illustrandone la memoria. E 
però io pregava il mio amico e collega cavaliere 
Luigi Proyana del Sabbione, compagno ed amico di 
Ornato, a comunicarmi quant' egli ne sapeva. Il che 
cortesemente eseguì colla lettera che segue, e che 
qui inserisco: 

« Luigi Ornalo nacque in Caramagna il 13 di 
aprile 1787 da Paolo Ornato e da Teresa Cappelli, 
onesti, civili ed agiati proprietarii di quel borgo. — 
Nel 1792 uno de' suoi zii materni, D. Felice Cappelli, 



CAPO QUINTO 705 

professore nelle scuole comunali d'Orbassano, e 
quindi d'umanità e rettorica in Carignano, prese 
a curare l'educazione del fanciullo Luigi, il quale 
in queir età di cinque anni già era in caso di spie- 
gare lodevolmente la prosa di Cicerone, e possedeva 
la lingua francese. — Dieci anni dopo incirca, fu 
chiamato a Torino da un altro suo zio, V avvocato 
Cappelli, e venne ammesso ad una scuola di mate- 
matica tenuta gratuitamente in casa sua dal conte 
M. S. Provana del Sabbione. Parimenti il conte Pro- 
spero Balbo ed il conte Filippo Grimaldi lo invi- 
tarono alle lezioni che spiegavano ad una brigata 
di giovani studiosi, quegli di scelta letteratura, 
questi di fisica esperimentale. In tutte queste riu- 
nioni Luigi Ornato ebbe sempre da' suoi condisce- 
poli la palma di primo. Ed era giusta la lode: 
perciocché quando egli giunse in Torino, era sor- 
prendente il tesoro di cognizioni che già pos- 
sedeva: che oltre alla lingua nativa ch'egli maneg- 
giava in prosa ed in versi con una squisitezza da 
dilettarne i più severi maestri^ oltre allo scrivere 
lodevolmente nella latina e nella francese, era già 
avviato in quella de' Greci, ed aveva da se compiuto 
un primo corso di algebra fino al calcolo differenziale. 
A questi studi aggiungansi la cognizione della parte 
scientifica della musica, e l'ornamento della calli- 
grafia. 

« All'età di ventanni incirca, Luigi fu nominato 

Voi. Il 89 



70G LIBItO SESTO 

professore e vice ispettore de' paggi imperiali in 
Torino, carica che gli fu procacciata dallo stesso M. 
S. Provana, e ch'egli ritenne fino alla caduta di 
Napoleone nel 1814. Allora il conte Prospero Balbo, 
che singolarmente amava ed apprezzava Luigi Or- 
nato, lo nominò vice bibliotecario della Regia Acca- 
demia delle Scienze, della quale egli era presidente, 
persuaso, com' egli soleva dire, che i lavori intra- 
presi dal giovine Luigi non penerebbero ad aprirgli 
nell'Accademia istessa un posto maggiormente ele- 
vato. Ma le vicende politiche dell'anno 1821 attra- 
versarono questi disegni. Luigi Ornalo, fattosi vo- 
lontario compagno d'esiglio del conte Santorre Santa 
Rosa, portò, dopo molte peregrinazioni, il suo do- 
micilio in Parigi. Quivi, abbracciato con soverchia 
alacrità lo studio della lingua greca e della filosofia 
platonica, egli non tardò a provare le conseguenze 
di uno studio eccessivo. Assalito da una malattia 
d' occhi che i maestri dichiararono fotofobia, s' ar- 
rese àgli impulsi del proprio cuore ed agli inviti 
che da ogni parte riceveva di tornare in patria per 
curarvi la propria salute. Tornò infatti nel 1832 
recando seco molti lavori incominciati, e quasi tutti 
stati interrotti dalla violenza del male: ma i progressi 
di questo resero vani tutti gli sforzi dell'arte per 
vincere quella ripugnanza della luce che gli occhi 
suoi avevano fin dal primo insulto provala. Visse 
nondimeno, o per dir meglio trascinò penosamente 



capo quinto 707 

per altri dieci anni la sua esistenza ; penosa- 
mente dico, perciocché sebbene egli conservasse 
sempre la stessa lucidità di mente, e che talvolta 
in qualche momento di calma egli potesse rimettersi 
allo studio, facendosi leggere le memorie radunate, 
mai non si riebbe a segno di poter riprendere i 
suoi lavori, e condurli a compimento. Fu Ornato 
uomo di vita illibatissima, e professava alta e sin- 
cerissima religione. 

« Morì inopinatamente, compianto da' molti antichi 
e nuovi amici, addì 29 ottobre 1842; e mentre al- 
cuni mesi di miglioramento facevano sperare a' poco 
veggenti ed a lui stesso una impossibile guarigione. 

« Le opere sue giovanili sono: Molte poesie, al- 
cune bernesche.— Saggio di poesie tratte in volgare 
dal greco (stampate in Torino 1817). — Una tradu- 
zione di Plauto, in versi (non compiuta, ma molto 
stimata dal conte Prospero Balbo). — Lavori prepa- 
ratore, e saggio di un primo libro della Storia della 
lega Lombarda. — Molti lavori staccati di cose ma- 
tematiche, tra gli altri Tavole sovra le probabilità, 
della vita, opera eseguita a richiesta della Civica 
Amministrazione di Torino. 

« Le opere posteriori all'anno 1821 sono : Marco 
Aurelio Antonino lib. xii (i sei primi sono pronti 
per la stampa : agli altri sei desiderava aggiungere 
nuove correzioni). — 11 Crizia di Platone, non ter- 
minato, e promesso dall' autore all' abate Claudio 



708 LIBRO SESTO, CAPO QUINTO 

Dalmazzo. — Versione di un trattato del Jacobi sopra 
il sistema dello Spinoza. — Un commento sovra un 
passo matematico del Mennone di Platone, ms. che 
Luigi Ornato pochi giorni prima di morire volle 
consegnare al professore Bertini, il che non potè 
eseguire. — Versione del trattato del Jacobi, inti- 
tolato: Delle cose divine, ms. pronto per la stampa 
con note del traduttore. Sta presso il principe Della 
Cisterna. — Molte carte sparse : forse presso la so- 
rella di Luigi Ornato. » 



NOTE 



(1) Archivi camerali. Contratti, voi. cvm, 320. 

(2) Cerimoniale degli arcivescovi. 



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CAPO SESTO 



Via Carlo Alberto, via della Madonna degli Angioli.— Palazzo de' 
conti di Borgaro.— Chiesa e monastero dell' Annunciata.— Chiesa 
e convento della Madonna degli Angioli.— Francescani -dell'Osser- 
vanza riformati, o zoccolanti. — Introduzione della riforma in 
Piemonte, e breve storia del convento. — Il venerabile fra Lo- 
renzo da Revello e Margarita di Roussillon di Chatelard, marchesa 
di Riva, madre di D. Maurizio di Savoia. — Uomini illustri se- 
polti in questa chiesa. — Monsignor del Verme, altra vittima del 
commendator Pasero. — Missioni di Lucerna e d' Angrogna, rette 
da questi padri. 



La prima via che s' apre a destra della grande strada 
di Po, e che ora s' intitola dal nome del re Carlo 
Alberto, era interrotta dal giardino de' principi di 
Carignano, per mezzo al quale, son pochi anni, fu 
condotta a raggiungere quella delia Madonna degli 
Angioli. 

La quarta isola a destra è nobilitata dal palazzo 
dei conti Birago di Borgaro, architettura del Juvara. 



LIBRO SESTO, CAPO SESTO 711 

Qui ebbe stanza il primo ambasciadore del re Luigi 
Filippo presso la nostra corte, barone di Barante, 
di cui volontieri fo memoria in questo luogo, come 
d'uomo amabile e dotto, e come di fondatore d'una 
novella scuola storica, e autore d'opere celebrale. 

Il principio dell'isola che segue, a sinistra, con- 
serva ancora la forma della facciata d' una chiesa. 
Era diffatto quella delle monache Turchine, archi- 
tettura del Lanfranchi, nella quale vedevansi due 
statue di Carlo Plura di Lugano (morto verso il 
1735), dodici statue degli Apostoli del Borelli, una 
tavola dell' Annunziata, e dodici quadretti della vita 
di Maria Santissima, del Molineri da Savigliano. 

Vittorio Amedeo i onde render grazie a Dio della 
fecondità conceduta a Cristina di Francia, sua mo- 
glie, chiamava nel 1632 sei monache Turchine dalla 
Borgogna, assegnando alle medesime dote sufficiente 
per mantenersi. Le monache costrussero poscia a 
loro spese questa nuova Gerusalemme, come dicea 
l'iscrizione posta nel 1682 sopra la porta del mo- 
nastero (1). 

Sul canto dell'isola seguente, dalla medesima 
parte, si vede la chiesa della Madonna degli Angioli 
che ricerca più lungo commento. 

Questa chiesa è ufficiala dai Zoccolanti. 

La grande tribù di S. Francesco, illustre sposo 
della povertà, si suddivise coll'andar del lempo in 
Ire principali famiglie. 



712 LIBKO SESTO 

L'una chiamata de' Minori conventuali, ha, con 
dispensa de' sommi pontefici, rimesso assai de' rigori 
prescritti dal santo fondatore, onde renderne la re- 
gola più adattata all'umana fralezza. 

L'altra, chiamata de' Francescani dell' osservanza, 
seguitava le primiere discipline; ma perchè parve 
ad alcuni più zelanti che in qualche punto se ne 
dilungasse, nacque tra questi frati dell' osservanza 
una riforma, alla quale aderirono quelli che voleano 
camminare tra i più perfetti; senza lasciar per altro 
di formare un solo ordine ed una sola regola. Ma 
acciocché gli uni non servissero d' impedimento agli 
altri, Clemente vii ed altri pontefici prescrissero 
che i non riformati assegnassero in ogni provincia 
ai riformati qualche convento in cui potessero pra- 
ticare a loro piacimento le maggiori austerità, mercè 
le quali si pensavano d' imitar meglio il glorioso 
loro patriarca. 

Questi erano i tre rami della tribù Francescana, 
senza contare i Cappuccini, nuova riforma ordinata 
collo stesso pio pensiero di riprodurre l'esempio 
della vita religiosa, quale venne da S. Francesco 
instituita e praticata. 

Prima del 1595 i Frali dell'osservanza di Genova, 
dello Stato di Milano, di Monferrato e di Piemonte 
formavano una sola vasta provincia, chiamata di 
Genova. Poi si divise in due, mercè la creazione 
di una nuova provincia chiamata di S. Diego. Nel 



CAPO SESTO 715 

1622 volendo Carlo Emmanuele 1 1' unità, non solo 
politica ma anche religiosa del suo Stato, fé' istanza 
si creasse una nuova provincia composta unicamente 
de' conventi posti ne'paesi di suo dominio,* il papa 
vi aderì, e la nuova provincia si chiamò di S. Tom- 
maso. Ma non avendo monsignor nunzio Costa, a cui 
erasi commessa V esecuzione del breve, assegnato 
contemporaneamente alcuni conventi ai Frati del- 
l' osservanza riformati, ne seguirono richiami e con- 
testazioni, e discordie, le quali penossi alquanto a 
risolvere (2). 

Il vero è che nello Stato di Piemonte non v'erano 
ancora riformati, sebbene vi fossero sudditi pie- 
montesi riformati in conventi d'estero dominio, i 
quali, creata una provincia Piemontese, chiedeano 
d'esservi trasferiti. Carlo Emmanuele i, che nel suo 
viaggio al monte di Varallo avea ritrailo grande edi- 
ficazione da questi frati della riforma, desiderava 
introdurli in Piemonte; il che essendo venuto a no- 
tizia de' superiori dell'ordine, dier precetto al padre 
Giovanni Francesco Blancardi di Sospello, riformato 
della provincia di Genova che si trovava in Torino, 
ed avea dedicato a S. Altezza alcuni discorsi sul 
Santo Sudario, d'introdurre questa pratica. Il padre 
Blancardi ebbe per aiutatori il padre Filippo del 
Maro, ed il venerabile fra Lorenzo di Revello, del 
convento di Pavia. 

Infiniti furono i contrasti che la gelosia di alcuni 

Voi. II 90 



714 LIBRO SESTO 

fra i non riformati venne loro suscitando: mentre 
s'adoperavano ad ogni potere di vincer l'impresa, 
aveano stabilito un ospizio provvisorio nella casa che 
il senatore Blancardi, fratello del padre già nomi- 
nato, tenea a pigione dai fratelli Alessandretti nella 
parrocchia di Sant' Agostino; colà venne a morte il 
18 febbraio del 1623 in età d' anni quarantatre il 
venerabile fra Lorenzo, il quale solo nei due ultimi 
mesi di sua vita ebbe il conforto di veder superati 
gli ostacoli, e tracciato con fossi l'ambito che do- 
veva occupare il convento nel sito comprato con 
danari dati in elemosina da Margarita di Roussillon 
di Chatelard, marchesa di Riva, per segno di grati- 
tudine dell'essere stato D. Maurizio di Savoia, suo 
figliuolo, liberato dalla morte per intercessione di 
fra Lorenzo. 

In tal occasione dovea piantarsi la croce con 
grande solennità. Il duca, i principi, le infanti do- 
veano onorare di loro presenza la sacra funzione. 
Ma quel giorno mai non giungeva. Ora un impedi- 
mento ora un altro s' attraversavano al pio disegno. 
Accortosi il padre Blancardi che tutto ciò procedeva 
dalle arti de' nemici della riforma, un bel dì, mes- 
sosi la cotta e la stola, procedette egli stesso assi- 
stito da due de' suoi padri a piantar la croce, e 
rimosse col suo fatto ogni difficoltà ed ogni indugio 
ulteriore (2 maggio 1625). 

Abbandonato poi 1' ospizio di casa Blancardi, 



CAPO SESTO 715 

appigionarono una casa in citta nuova vicino al 
sito dove s'avea da fabbricare il convento; ed avuta 
dal sig. Ottavio Baronis una copia dell'imagine della 
Madonna di Trapani, posero quel quadro in una bot- 
tega di detta casa che convertirono in cappella, dove 
traeva molto concorso di popolo, e dove è fama che 
molte grazie ad intercession della Vergine si operas- 
sero. Frattanto, mentre alcuni giovani stavan giuo- 
cando in un prato in faccia al bastion verde, dove un 
secolo prima sorgeva il convento della Madonna degli 
Angioli, accadde che trovassero il sigillo antico di 
quel convento, che era una Madonna portata in 
cielo dagli angioli. Questo sigillo essendo stato re- 
cato al duca, egli lo mandò ai padri dell' osservanza 
riformali , facendo loro intendere esser volontà di 
Dio che denominassero il loro convento dalla Ma- 
donna degli Angioli. 

Cominciarono quindi i padri ad edificare il con- 
vento e la chiesa , con soccorsi de' principi e divoti 
cittadini. Il convento era costrutto con sì aperta 
professione di povertà, che le celle aveano sembianza 
di sepolture piucchè d' abitazioni di vivi. 

La prima pietra della chiesa fu posta il 13 luglio 
1631 da monsignor Giovanni Ferrerò Ponziglione 
referendario d' ambe le segnature , prelato dome- 
stico, ed uditor generale del cardinale Maurizio di 
Savoia, a nome d'esso cardinale. 

11 coro fu edificato dalla marchesa d'Este di Lanzo. 



7\(i LIBRO SESTO 

L'aitar maggiore coli' elegante ornato in legno è do 
vuto alla magnificenza della duchessa Cristina (3). 

La cappella di Sant'Antonio venne costruita dai 
signori Carelli, ma poi arricchita di marmi e dotata 
di lampada perpetua dalla medesima duchessa (4). 
Quella di Santa Elisabetta regina di Portogallo fu 
eretta per voto fatto dalle serenissime infanti di 
Savoia Maria ed Isabella, affinchè procurasse sicurtà 
dai pericoli della guerra a Carlo Emmanuele loro 
padre; quella della visitazione dal senatore Pastoris; 
la cappella di San Pietro d'Alcantara dalla signora 
Maria di Geneva contessa di Masino e marchesa di 
Pancalieri, della quale fu erede Madama Reale Maria 
Giovanna Battista. Il padronato d'essa cappella passò 
più lardi ai marchesi Gonteri di Cavaglià. 

Neil' anno 1641 V ambasciadore di Francia co- 
strusse a proprie spese V infermeria , la quale fu 
poi ridotta ad abitazione dei religiosi quando Ma- 
dama Reale Maria Giovanna Battista ne edificò una 
migliore e più capace. 

Terminata la chiesa , vi venne trasferito il corpo 
del venerabile fra Lorenzo stato prima deposto in 
San Martiniano, e fu allogato nella cappella di San 
Stefano, ora chiamata della Concezione; ma ricevendo 
in quel sito dalla devozione de'popoli onori che pre- 
corrano il giudicio della Santa Sede, ne fu rimosso 
e collocato in coro dietro V aitar maggiore , dove 
tuttora si vede il suo deposito (5). 



CAPO SESTO 717 

Nel 1724 questo convento annoverava settanta- 
cinque religiosi. Molli insigni personaggi dormono 
in questa chiesa il sonno eterno. 

Il primo che vi fu portato il 15 <T ottobre del 1637 
fu monsignor Onofrio Del Verme, vescovo Ravalense e 
di Scalea; questo prelato era uomo d'ingegno molto 
acuto, di gran parentado, di gran pratica negli af- 
fari politici, e di grande attrattiva, per cui subito si 
conciliava le altrui inclinazioni. Vittorio Amedeo i, il 
cui Stato si trovava in difficili condizioni e che aveva 
avuto qualche corrispondenza con lui per causa del 
testamento del principe Filiberto Emmanuele di 
Savoia, lo avea fatto venir di Sicilia onde giovarsi 
de' suoi consigli. Il commendatore Pasero, della cui 
nequizia si è già in altro luogo abbondantemente 
discorso, vedendo il vescovo Del Verme salito in gran 
favore , tocco da gelosia, studiò il mezzo di farlo 
partire. 

Era accaduto in que' dì a Roma che papa Ur- 
bano vin trovandosi assediato dall'importunità di 
alcuni vescovi spagnuoli, che chiedevano con perti- 
naci istanze ciò che non poteva o non volea concedere, 
avea, per liberarsene, richiamato con decreto di molto 
rigore all' osservanza della residenza i vescovi che 
abbandonavano la loro diocesi. 

Pasero colse il destro, e denunciò al papa il ve- 
scovo Scalense che invece di pascere il gregge alle 
sue cure affidato, occupavasi in affari temporali 



718 LIBRO SESTO 

all'altra estremità d'Italia. 11 papa ordinò pertanto a 
monsignor Del Verme di restituirsi alla propria sede. 
Il duca di ciò informato, sentì ottimamente donde 
veniva il colpo, e ne scrisse al Santo Padre, onde gli 
fosse permesso di ritenere appresso di sé un consi- 
gliere di cui avea sperimentato non meno la fede, che 
la prudenza e la sagacità. Ma non potè ottener altro 
che dilazioni, spirate le quali, il vescovo che non avea 
ubbidito, fu punito colle censure ecclesiastiche. 

Poco dopo monsignor Del Verme infermò, e venne 
a morte. Recato con magnifica pompa alla Madonna 
degli Angioli, vi fu tumulato avanti air altare del 
Salvatore, e il duca gli eresse un nobile monumento, 
che fu levato qualche anno dopo , quando cessato 
il bollor degli animi , il nunzio potè far intendere 
la sconvenevolezza di quella perenne dimostrazione 
d' onore per un vescovo, morto in disgrazia della 
Santa Sede (6). 

A' 28 luglio del 1639 fu sepolto innanzi all'aitar 
di S. Diego monsù di Santena, cav. dell'ordine, e go- 
vernatore di Torino. 

Gian Giacomo della Barthe di Guascogna col fi- 
gliuolo Francesco, il primo di 42 anni, il secondo 
d'anni 17, morirono combattendo presso Ivrea pel 
duca di Savoia nel 1641 , ed ebbero in questa chiesa 
sepolcro e memoria del glorioso loro fine; fu ucciso 
nella medesima occasione, e qui fu similmente por- 
tato, il nobile Carlo di San Martino. Un distico latino 



CAPO SESTO 719 



scolpilo sopra la tomba, scherza con scipita ricer- 
catezza sulla parola saxum. Era soldato, dice, morì 
iV un colpo di pietra ciò che ora la pietra ricuopre, 
nulla che non sia petrigno splende nella fortezza di 

Marte. 

A' 10 di settembre del 1644 don Maurizio di Sa- 
voia , figliuolo della marchesa di Riva, fu tumulato 
nella cappella di San Pietro d'Alcantara. 

A' 5 di gennaio del 1665 Carlo Morelli ingegnere 
di S. A. 

L'8 d'ottobre del 1672 il cav. Azarini di Genova. 
Il 5 gennaio del 1681, Simone Boucheron, mastro 
della fonderia di S. A. di cui abbiam già parlato, 
furono pure sepolti in questa chiesa. 

Addì 14 di giugno dell'anno medesimo fu depo- 
sta nella sua cappella di San Pier d'Alcantara Maria 
di Geneva contessa di Masino e marchesa di Pan- 
calieri. 

Addì 24 novembre 1700 fu sepolto nella sepol- 
tura dei conti Fecia di Cossato , Onorato Ghibert in- 
gegnere generale di S. A. 

« 1703 25 luglio a hore 24 morì ¥ eccell. m ° si- 
te gnor marchese Carlo Filiberto d'Este di Dronero 
u e fu sepolto in questa nostra chiesa alli 26 nella 
« sepoltura de' religiosi comune alla casa d' Este , 
« come appare dalle patenti ( sotto al coro che la 
« casa d'Este avea costrutto), e per essere principe 
u del sangue è sialo imbalsamato e riposto in una 



7^0 LIBKO SKSTO 



« cassa di legno coperta di panno negro, ed il suo 
« cuore con le interiora sono state mandate al Monte, 
« convento de'MM. RR. padri Cappuccini, avendo que- 
« sti fatta grande istanza alla signora marchesa di 
« Dronero per avere qualche memoria del medesimo 
« signore nella sua chiesa per essere stato loro be- 
« nefattore particolare, come lo fu della nostra Se- 
« rafìca provincia (7). » 

Teresa de Mesme vedova di questo principe gli 
pose iscrizione in lapide di marmo nero con busto 
nel 1704; morì nel 1741 , in abito di carmelitana 
scalza, e fu sepolta ne' sotterranei di Santa Teresa, 
dove se ne vede la tomba. 

A' 13 luglio del 1708 fu sepolto il conte e pro- 
tomedico Bartolomeo Torrini. 

Aveva egli acquistato il feudo di Quincinetto. E 
noto che 1' ufficio di protomedico di corte serviva 
ordinariamente di scala all' acquisto d' un feudo , 
od anche del titolo comitale senza feudo, e che la 
medesima prerogativa aveano i gradi più rilevati di 
senatore, di senator camerlengo, ora collaterale e di 
mastro uditore ; talché scarsissimo era il numero di 
quelli che dopo qualche anno d'esercizio di dette 
cariche non avessero conseguito alcun titolo di no- 
biltà. Ha quest' origine togata , epperciò tanto più 
illustre, perchè procede dall'ingegno, la nobiltà di 
molte e molte famiglie principali di Torino. 

A' 27 luglio del 1726, venne a riposare in questa 



CAPO 9*8*0 721 

chiesa Gerolamo Mota, di nazione Turco, condotto 
da giovane in questa citta, tesoriere dello spedale 
di Carità, agente del gran principe Eugenio. Egli 
instituì in erede universale della cospicua sua so- 
stanza lo stesso spedale di Carità. 

In febbraio del 1730 vi fu recato il marchese Ni- 
colò Pensabene, di Palermo, primo presidente e capo 
del Magistrato della Riforma, al quale tiene obblighi 
infiniti la restaurata università, uno di que' Siciliani 
che l'occhio altoveggente di Vittorio Amedeo n scelse 
quando fu coronato re di quell'isola, e de' quali si 
valse poderosamente per far rifiorire in Piemonte le 
scienze e le lettere o intormentite, o assiderate, o 
neglette. Giace presso l'altare della Concezione, ed 
ha monumento. 

Nel 1764 qui fu deposto V abaie Giovanni Antonio 
Palazzi economo generale, e bibliotecario dell'uni- 
versità: sei anni dopo lo seguì Giuseppe Luca Pa- 
sini di Padova, prevosto del Moncenisio, e professore 
d'ebraico e di Sacra Scrittura. 

Infine, allato alla balaustra dell'aitar maggiore, dal 
lato del vangelo, è una lapide leggiadramente lavo- 
rata a bassi rilievi di stile gotico, lavoro di mada- 
migella Fauveau, memoria del sepolcro della contessa 
Luisa di Psenft-Pilsach, figliuola dell'inviato d'Au- 
stria a Torino, la quale ai nostri giorni vi fu tu- 
mulata. 

Fin dall'anno 1627 questi Francescani riformati, 

Voi. II 91 



72 2 LIBRO SESTO, CAPO SESTO 

per invito del priore Marc' Aurelio Rorengo Lu- 
cerna di Rorà, pigliarono V impresa delle missioni 
nelle valli di Lucerna e d'Angrogna, che i Gesuiti 
aveano abbandonata; e molte furono le abiure che 
ottennero, come si può veder dalle note che in di- 
versi tempi ne hanno stampate, e dalla storia ms. 
del padre Giovanni Battista da Saorgio che presso 
a loro si conserva. 

In fine dell'isola che segue, a destra , v'è il pa- 
lazzo de'marchesi di Parella , ora Chiusano, restau- 
rato dal conte Dellala , con un salone dipinto da 
Bernardino Galliari. 



NOTE 



(1) VITTORIO AMEDEO I PEDEMONTIVM PRINCIPE 

OB CHRISTIANAE CONIVGI REGIAE 

DATA CAELITVS PROLE 

SEX BVRGONDAE VIRGINES 

QVASl QVADRATI SELECTI LAPIDES 

NOVAM HANC FVNDARVNT HIERVSALEM 

A. 1632 

EARVMDEM VIVENTES GRATISS1MAE FILIAE 

HOC MEMORIALE PERPETVVM POSVERVNT 

1682. 

Iscrizioni patrie. Archivi di corte. 

(2) Vedi il Consulto latino stampato di Domenico Anfossi, canonico 
di Pavia. 

(3) Archivi camerali, Registri del Controllo, cxvi, 38; cxvn, 21, 151; 

CXIX, 100, 232; CXX, 83; CXXII, II, ecc. 

(4) Dichiarazione del custode della riforma e padri del convento della 
Madonna degli Angioli del 5 dicembre 1628. — Relatione della intro- 
dutdone della riforma in Piemonte, ed altre carte autentiche dell' Ar- 
chivio del convento della Madonna de<jli Angioli. 

(5) Vita del venerabile fra Lorenzo da Revello, de' Minori riformati 
di S. Francesco. Torino 1759. 

(6) Memorie sovra alle calunnie nere ed esecrabili contro alli presi- 
denti Cauda, Muffino, etc, ms. già citato. 

(7) Libro de' morti della Madonna degli Angioli, che ho, con molte 
altre carte dell'archivio di quel convento, potuto consultare per cortesia di 
quei M.M. RR. Padri. 



CAPO SETTIMO 



Via Bogino e via degli Ambasciadori. — Palazzo Graneri. — Famiglia 
Graneri. — Nobile fermezza del presidente Maurizio Ignazio Gra- 
neri. — Aneddoti sul conte Bogino. — 11 conte Prospero Balbo.— 
L'imperatore Giuseppe n a Torino nel 1769. 



La seconda via a destra della strada di Po chiamasi 
da principio via Bogino, dal nome del gran ministro 
che vi abitava ; sul fine piglia il nome di via degli 
Ambasciadori. 

Sul principio della strada che percorriamo, a si- 
nistra, attragge lo sguardo lo stupendo palagio dei 
marchesi Graneri della Roccia, costrutto nel 1683 
e negli anni seguenti, sui disegni dell'ingegnere 
Gianfrancesco Baroncelli, da Marc'Antonio Graneri, 
abbate d'Entremont e primo elemosiniere del Duca 
di Savoja. 

Il salone, che è forse tra i privati il più vasto 
che sia in Torino, fu abbellito nel 1781 sul disegno 



LIBRO SESTO, CAPO SETTIMO 725 

ilei conte Dellala di Beinasco, ed ornato di scolture 
dei fratelli Collini. 

La famiglia Graneri è originaria di Ceres nella 
valle di Lanzo; in principio del secolo xvi era già 
chiara per antica civiltà, quando uno de' suoi mem- 
bri condusse in moglie la figliuola del sig. di Pin- 
gon, segretario ducale. 

Nel secolo seguente pervenne a più grandi onori. 
Gaspare, morto nel 1667, fu presidente della Sa- 
voja, meritò il titolo assai più bello di padre dei 
poveri, e fondò l'eremo di Lanzo. Carlo Emmanuele 
fu conte di Mercenasco e marchese della Roccia , 
ed ebbe in eredità il bel palazzo costrutto dall' abate 
d'Entremont suo zio (1). Il conte Maurizio Ignazio, 
presidente del Senato di Piemonte, fratello di lui, 
segnalò la sua virtuosa fermezza in un difficile in- 
contro che mi fo a narrare. 

Sul finire del secolo xvu l'ordine e la tranquillità 
pubblica non aveano ancor fatto in molte parti del 
Piemonte sufficienti progressi. In ogni terra v'erano 
sette. I signorotti feudali invece di procurar l' im- 
pero della giustizia, armavano a servizio delle pro- 
prie passioni quel pessimo genere di sgherri chia- 
mati bravi, gente perduta, senza fede e senza legge, 
a cui era un gioco intinger la mano nel sangue e 
levar la vita al fratello. Per ovviare a tanti mali, 
Vittorio Amedeo n nel 1699 vietò sotto severissima 
pena il porto d'armi, e vegliò perchè la legge fosse 



7 2ti LIBRO SKSTO 



eseguita con lutto il rigore. Santo fu il pensiero, 
benedetta l'opera. 

Nel 1722 fu preso per porto d'armi Carlo Fran- 
cesco Revello, fiscale di Monastero di Vasco, e con- 
dotto nelle carceri senatorie. Il Re, invece di ab- 
bandonare, come dovea, alla giustizia del Senato la 
causa, sollecitava con molta premura la condanna; 
ed avendo presentilo che il Senato dubitava che il 
divieto del porto d'armi non s'estendesse ai fiscali, 
gli fé' dire che sua mente era stata di non escludere 
quegli uffiziali, e che badasse a non fare falsa ap- 
plicazion della legge. 

Vittorio Amedeo, principe grande, ma principe 
di voglie assolute, s'altri mai fu, dimenticava che 
r indipendenza de' magistrati è la guarentigia del 
trono: che la delegazione ai medesimi fatta d'am- 
ministrare la giustizia in nome e luogo del sovrano, 
non può più ammettere restrizioni circa alla pie- 
nissima liberta del voto; che un consiglio diretto o 
indiretto è già un oltraggio alla coscienza del giu- 
dice ed alla illibatezza della giustizia; che pubbli- 
cata una volta una legge , debbe il giudice inter- 
pretarla secondo il senso naturale delle parole, non 
secondo l'intenzione, qualunque sia stata, del legi- 
slatore, finche questi non si faccia ei medesimo a di- 
chiararla nelle forme prescritte dalle leggi fonda- 
mentali dello Stato. 

Ma il Senato non dimenticò esso già i proprii 



CAPO SETTIMO 727 

doveri; e non ostanti i replicati comandi del Re, 
pronunziò sentenza assolutoria. 

Grandissima alterazione ne pigliò Vittorio Amedeo; 
che rilegò il presidente Graneri alla sua villa di 
Carpenetto , e sospese d' ufficio i senatori. A chi 
l'informava dello sdegno del Re, e della severità 
di cui intendeva far prova, rispose con gran dignità 
il Presidente: « Ch'egli aveva tutto il rincrescimento 
« di vedere che S. M. si mostrava risentita per la 
a sentenza renduta;ma che il suo maggior dolore con- 
ce sisteva nel conoscere che il Senato avea ragione, 
« e che non potea dipartirsi dal suo sentimento 
« senza lesione dell' onore e della coscienza (2). » 
Questo è veramente il caso di dire che chi resiste 
sostiene. 

Ma per quanto fosse Vittorio Amedeo, come tutti 
i principi guerrieri , conquistatori , e riformatori , 
usato a non sopportar contrasti, la maggior colpa di 
tale errore noi crediamo doversi ascrivere a quei 
ministri cortigiani , che per rendersi necessarii al 
principe usano d'adularne le passioni, e invece di 
temperare con rispettosi consigli le ire tanto peri- 
colose di chi può ciò che vuole, e indugiar l'esecu- 
zione de' partiti violenti, e dar tempo al tempo, u- 
sano all'incontro inasprirne la fierezza, armarne di 
più velenose punte gli sdegni. Costoro si studiano 
di render sospetti tutti quelli, che, zelanti della vera 
gloria del principe, non considerano come volontà. 



728 LIBRO SESTO 

di lui fuorché ciò che s'accorda colla giustizia, e 
non concedono valor di legge all'impulso momenta- 
neo d'una passione. Costoro in ogni più legittima 
rimostranza travedono un principio di sedizione ; 
interpretano a loro modo i discorsi, interpretano il 
silenzio; dalle amicizie, e ciò che è più strano, dai 
parentadi, traggono talvolta materia d'accuse; a un 
principe di poco giudizio persuadono che la stampa fu 
un' invenzione diabolica, che le lettere e le scienze 
covano macchine fatali ai regnatori , e si fanno apo- 
stoli dell'ignoranza : a un principe debole empiono 
il capo di paure, il cuor di sospetti, e facendolo 
temere lo fanno per necessaria conseguenza incru- 
delire, e mentre si danno l'aria d'essere i più saldi 
sostegni del trono , quelli sono invece che ne pic- 
chiano , e ne addentano con maggiore stoltezza e 
pertinacia la base: imperocché la paura fa i tiranni, 
e la tirannia le rivoluzioni. 

A' 7 di settembre del 1706, dopo la sconfìtta dei 
Francesi e la liberazion di Torino, v'ebbe nel pa- 
lazzo Graneri, dove abitava il vecchio generale Daun, 
una suntuosissima cena, a cui intervennero Vittorio 
Amedeo n, il gran principe Eugenio, i principi di 
Saxe-Gotha e d'Anhalt, e gli altri principali dell'e- 
sercito Austro-Sardo. 

Nella seconda isola a destra, dietro al palazzo 
del principe di Carignano, sorge ora, per muni- 
ficenza del re Carlo Alberto, il nuovo Collegio 



CAPO SETTIMO 729 

delle Provincie, sui disegni del professore Alessandro 
Antonelli, celebre architetto dell'aitar maggiore del 
Duomo di Novara. 

In principio della seconda isola a sinistra era la 
chiesa del B. Amedeo collo spedale della carità. 
Fu ufficiata alcun tempo dai Somaschi, i quali prima 
ebbero casa a destra di Porla Nuova. V'ebbe sede 
eziandio, come abbiam veduto, la compagnia della 
Misericordia. Ora v'abitano gli ebrei. 

Nella terza isola a destra la prima casa è nobi- 
litata dalle memorie dei conti Gian Lorenzo Bogino 
e Prospero Balbo. 

Bogino, a dir vero, morì nella casa Alliaudi di Ta- 
vigliano (ora San Giorgio) che è l'ultima della via 
degli Ambasciadori ; ma questa di cui parliamo fu 
sua propria, avendola avuta nel modo che raccon- 
teremo da un suo zio prete, e lasciata con altra 
parte notabile di sua eredità al conte Prospero 
Balbo, di cui avea sposato l' avola Paola Benzo, e 
che educò ed amò sempre qual figliuolo. 

Bogino era figliuolo d'un notaio. Ottenuta la laurea, 
erasi dato all' avvocazione, e sebbene giovanissimo, 
levava già chiara fama di se.— Vittorio Amedeo n, 
quando nel 1719 volendo ristorar le finanze molto 
assottigliate dalle passate guerre, richiamò al de- 
manio tutti i feudi e beni feudali, tassi, pedaggi 
che n' erano stati in qualunque tempo dispiccati per 
titolo non oneroso, conoscendo benissimo che tale 



Voi. n 



02 



750 



LIBRO SESTO 



provvedimento sapea di violenza, o almeno di troppo 
rigorosa giustizia, e che egli avrebbe addosso quasi 
tutta la nobiltà dello Stato, la cui sostanza pericolava; 
creò dapprima un magistrato straordinario, solito 
mezzo d'ottener giustizie straordinarie; poi congedò 
l'intero magistrato della Camera, e ne creò con novelli 
ordini e giudici, per la gran parte nuovi, un altro, a 
cui abbandonò la cognizione di quelle cause, che già 
di sua natura gli apparteneva; e volendo minorare agli 
avversarii i mezzi di difesa, pigliò uno de'più famosi 
tra gli avvocati provetti del foro torinese, Cotti, e 
lo nominò avvocato generale; uno dei più distinti 
fra gli avvocati giovani, Bogino, e lo deputò sosti- 
tuito del suo procurator generale. Bogino servì varii 
anni in tale ufficio, e corrispose pienamente alla 
aspettazione del Re, il quale rivolgendo già nel- 
l'animo il pensiero d'abdicar la corona, e di riti- 
rarsi a far vita privata, e volendo, prima che ciò 
seguisse, deputare ottimi ufficiali alle prime cariche 
dello Stato, chiamò a sé l'avvocato Bogino, e gli 
disse che era contento di lui, e che per dargliene 
una prova lo avea nominato consigliere di Stato e 
referendario; e volendo Bogino ringraziare, S. M. gli 
accennò di tacere, e ripigliò: Primo consigliere di 
Stato e primo referendario. Gli disse quindi che 
continuando a regolarsi bene perverrebbe col tempo 
alla carica di ministro; ma che la convenienza 
richiedeva che un ministro avesse una discreta 



CAPO SETTIMO 751 

sostanza, e che per dargli mezzo di acquistarla one- 
stamente, essendo allora vacante l'ufficio di guarda- 
sigilli, gli affidava la custodia de' sigilli, e gliene 
lasciava i proventi. Stimò quanto valeano annual- 
mente tali proventi, quanti anni si ricercavano per 
raggranellare un capitale di qualche riguardo ; poi 
soggiunse: Non imaginatevi dopo ciò di diventare 
guardasigilli o gran cancelliere. Passato questo tempo, 
mio figlio vi darà un impiego di due migliaia di lire. 
Bogino molte volte s' era inchinato ed aveva aperto 
bocca per ringraziare il Re di tanta bontà. Ma questi 
gli avea sempre imposto silenzio. Continuò Sua Maestà 
dicendo, parergli conveniente che un ministro avesse 
casa in Torino; ricordarsi che Bogino aveva uno zio 
prete, che possedeva una casa, e che bisognava che 
lo zio cedesse la casa al nipote. Rispose Bogino che 
credeva che fosse intenzione dello zio di lasciargli, 
quando morisse, la casa. Non basta, non basta, disse 
il Re, voglio che ve la ceda subito-, e suonato il cam- 
panello, mandò a chiamare il prete. Venne il mede- 
simo, e il Re accarezzandolo gli disse : Voi avete un 
nipote che fa grande onore alla famiglia-, io V ho 
fatto primo consigliere di Stato e primo referendario, 
e mio figlio lo farà ministro. Ma conviene che anche 
i parenti facciano qualche cosa per lui. Voi sapete 
bene che vostro nipote non ha patrimonio. Vorrei 
che almeno si potesse dire che ha casa in Torino. 
Non intendiamo certamente che vi spogliate , come si 



732 LIBRO SESTO 

dice, prima cT andar a dormire. Riservatevene l'usu- 
frutto finché vivrete, ma fategliene donazione, affinchè 
si possa dire che la casa è sua. È una questione di 
parole che muta la sua condizione agli occhi del 
mondo. Il prete non seppe che dire, e fece quello 
che al Re piacque. Intanto S. M. conchiuse col Bo- 
gino il suo discorso in questo modo : So che voi la- 
vorate molto, anzi troppo; badate a curar la salute, 
a darvi qualche ricreamento. Comprate una vigna 
sulla collina; andatevi a dormir la sera, tornate in 
città la mattina. Un po' d'aria pura e il moto ba- 
stano a mantenervi in ben essere. Fate queste gite 
a cavallo. Il cavalcare giova grandemente alla sanità. 
Spenderete la tal somma in un cavallo. Tanto per 
fieno e biada. Tanto per fornimenti. Colla provvi- 
gione che avete potete farlo (3). 

Niun mercatante intendeva meglio V economia e 
il prezzo delle cose che Vittorio Amedeo n. 

La profezia del Re s'avverò. Bogino fu ministro, 
ed ebbe gran parte in tutti i provvedimenti che 
onorarono il regno di Carlo Emmanuele in, e mas- 
sime in quelli mercè i quali la Sardegna fu tolta 
alle tenebre dell'ignoranza, e di spagnuola che era, 
restituita all'Italia. 

Il conte Bogino beneficò anche dopo morte lo 
Stato, lasciando nel conte Prospero Balbo, suo fi- 
gliuolo d' adozione, chi degnamente lo rappresen- 
tava. Imperocché non meno altamente di Bogino egli 



CAPO SETTIMO 



735 



sentiva nelle dottrine politiche; non era punto men 
nobile e dilicata, scevra di rispetti umani e costante 
l'indole sua; ed avea di più maggior dolcezza di 
modi e copia di dottrina, senza comparazione, mag- 
giore. 

Ma la prepotenza dei tempi non permise che tale 
e tanto ingegno portasse frutti corrispondenti alla 
sua virtù; sebbene l'opera sua ed il suo consiglio 
abbiano giovato assai; e quando ambasciadore presso 
al direttorio ritardò (altro non potendo) la caduta 
della monarchia; e quando, rettore dell'università di 
Torino, prepose all'insegnamento uomini scelti tra i 
migliori per dottrina e per bontà di costumi, e riaperse 
con gran coraggio l'insegnamento teologico, mentre 
ancora passeggiavano trionfanti per le strade 1' em- 
pietà e l'ateismo; e ricompensò molti di quelli che 
poco prima erano perseguitati e carcerati per la fede e 
la devozione ai loro legittimi re; e riaprì la cappella 
dell'università e vi deputò un sacro oratore (Sineo), 
dalle cui labbra pura ed eloquente, e piena di dolci 
attrattive scendea la sposizion del Vangelo; e quando, 
presidente capo di questa stessa università che ben 
poteva chiamar sua figlia, di nuove cattedre l'otte- 
neva decorata d'Economia pubblica, d' Antichità, di 
Paleografia; e ne celebrava la centenaria fondazione 
con una esposizione di belle arti non mai qui per 
r addietro veduta; e quando, ministro dell'interno, in 
men di due anni di ministero, preparava la riforma 
della legislazione, secondo il disegno di que' codici 



734 



LIBRO SFSTO 



francesi, che mutando un centinaio d'articoli, e un 
altro centinaio aggiungendone, avrebbero potuto e do- 
vuto conservarsi nel 1814 e adattarsi ai nostri biso- 
gni, alle migliori condizioni della scienza idraulica in 
Italia, ai maggiori progressi della civiltà; e quando 
cominciando dalla parte che avrebbe veramente do- 
vuto precedere ad ogni altra , faceva approvar dal 
re Vittorio Emmanuele la legge organica e le basi 
di tutta la legislazione, che sarebbe stata pubblicala 
sol che fosse stata ritardata di pochi giorni la rivolu- 
zione puerile ed imbelle del marzo 1821 , seppure 
può chiamarsi rivoluzione; e quando, presiedendo una 
sezione del Consiglio di Stato, continuava a procla- 
mare i più giusti principii economici, alla luce dei 
quali appena adesso si comincia ad aprir l'occhio; 
e quando e come privato , e come Presidente del- 
l'Accademia delle scienze, e com'uomo pubblico, in 
tutta l'operosissima sua vita, si faceva agli amici, 
ai discepoli, ai giovani, che davano qualche indizio 
di virtù, insegnatore, propagatore degli ottimi prin- 
cipii. morali e politici, di pensieri generosi e libe- 
rali, d'un santo ardor di giustizia, d'affetti caldi di 
patrio amore, lontani da ogni grettezza, da ogni in- 
tolleranza, da ogni spirito di setta, riputando tutlc 
perniciose le società segrete anche instiluite a fin 
di bene, poiché in quanto a religione ogni slro- 
mento di perfezione e di progresso trovasi nella 
Chiesa cattolica romana ; e in quanto a governo ; 
in niuno teneva potersi più facilmente conciliare la 



CAPO SETTIMO 735 

giusta e tranquilla libertà coli* esercizio del potere, 
il ben essere materiale col sentimento d'onore e di 
amor patrio, come nelle monarchie temperate. Il 
bene pensava egli doversi pocurare per vie aperte, 
colla persuasione e non colla forza, perchè la ve- 
rità è tal diva, che il suo culto più s'abbella e più 
cresce, quanto più è palese, ed ha per degna lampa 
il sole; e perchè ogni nazione ha un centinaio o un 
migliaio d'uomini, la cui opinione, quando sia ben 
ferma, e altamente professata, trae seco le opinioni 
di tutti, dico di quelli che sono in grado d'averne. 
E quel centinaio o migliaio di cittadini sa distin- 
guere il vero bene dall'apparenza del bene, e quando 
l'opinione dei principali e più virtuosi e più esperti 
cittadini si presenti densa, uniforme, costante agli 
occhi dell'autorità, intorno ad un miglioramento da 
introdurre, ad un male da schivare, un governo che 
non sia cieco, non indugia troppo a dare a questa 
opinione la sanzione di legge. Quest'uomo sommo che 
io venero come padre , e che pel corso di quindici 
anni mi fu quasi quotidianamente amorevole guida 
e maestro, morì il 14 marzo del 1837; ma di lui 
rimane per conforto di tanta perdita e per onor 
delle lettere Italiane, il mio amico e collega conte 
Cesare Balbo. 

Il palazzo de' marchesi San Giorgio, rifatto dal 
conte Ignazio Alliaudi Baronis di Tavigliano che fu 
discepolo del Juvara, e recentemente ornato di' fac- 
ciala, è memorabile, come abbiam detto, perchè ivi 



756 LIBRO SKSTO, CAPO SETTIMO 

ebbe dimora e mancò di vita il conte Bogino. Ri- 
chiama esso ancora un' altra memoria > poiché fu 
stanza di Giuseppe ji , quando venuto nel 1769 a 
Torino , destò la pubblica curiosità non solo per 
l'altissimo suo principato , ma per la singolarità di 
sua persona, andando attorno in abito dimesso, coi 
proprii capelli appena impolverali , mentre tutti 
usavano coprirsi d'enormi parrucche incipriate, e 
vestir abiti pomposi. 11 Re suo zio fé' aprire in onor 
suo il gran teatro, gli mostrò privatamente la S. Sin- 
done, gli fé' veder soldati e fortezze. 

I due principi erano ambedue riformatori; ma 
Carlo Emmanuele era un riformatore misurato e 
lento , che adattava le riforme ai bisogni ed ai de- 
siderii della nazione. Giuseppe n , un riformatore 
precipitoso che precorreva d'assai tempo l'opinione 
pubblica, non si curava d'andar a salti, dal proprio 
cervello, e non dai desiderii de' popoli misuravane 
l'opportunità, ed infliggeva le sue riforme allo Stato 
collo stesso vigore con cui avrebbe inflitto un ga- 
stigoj nondimeno principe di gran mente, e d'ottime 
intenzioni, che era persuaso di poter educare il po- 
polo con una legge , di abbatterne l'ignoranza con 
un rescritto ; senza pensare che 1' educazione dei 
popoli è lenta, e che la pubblica opinione si può 
qualche volta ed anche si dee prevenire dai legi- 
slatori, quando appena comincia a formarsi, ma non 
si può creare ad un tratto per virtù d' un decreto 
imperiale. 



NOTE 



(1) Notizie favoritemi dalla molta cortesia delleccellentissimo sig. conte 
di Sonnaz,gran mastro della Real Casa, vedovo d'Enrichetta Graneri, ul- 
tima di quella stirpe. 

(2) Archivi di corte. Materie criminali. 

(3) Questa conversazione mi fu più volte minutamente raccontata dal 
conte Prospero Balbo, di venerala e cara memoria, quale egli Pavea rac- 
colta dalle labbra del conte Bogino. 



Val. Il 93 



CAPO OTTAVO 



Vie di San Francesco di Paola, della Posta, di Santa Pelagia, delle 
Rosine. — Spedale del S. Sudario de' padri di S. Giovanni di Dio. 
— Rosa Govona, fondatrice delle Rosine. Aneddoti che la riguar- 
dano; e sua lettera al cavaliere Ferraris. 



iNella strada di S. Francesco di Paola non accade 
di ricordare fuorché il collegio Universitario pei 
giovani Novaresi, fondato dai nobili Caccia. 

Nella strada della Posta s'erge l'Accademia Al- 
bertina di belle arti, dove è da notarsi la S. Anna, 
cartone di Leonardo da Vinci , restaurato dal pro- 
fessore Volpato; una raccolta di cartoni d'altri egregi 
autori dei secoli xvi e xvn ; e la pinacoteca legata 
all' Accademia da monsignor Mossi di Morano. 

La via del Cannone d'oro non ha memorie. 

La via di Santa Pelagia s* intitola dalla chiesa di 
questo nome, costrutta nel 1770 sui disegni del 
conte di Robilanl. Vi era annesso un monastero di 
Agostiniane , fondato dalla pietà di alcuni cittadini 
nel secolo xvn. 



LIBRO SESTO, CAPO OTTAVO 759 

Quando cessò d' essere uftiziata la chiesa di Sant' 
Antonio , fu allogata in Santa Pelagia l'opera della 
Mendicità instruita, il fine della quale si è : 

1° Di dare ai poveri la religiosa istruzione, sov- 
venendoli contemporaneamente con danaro e pane. 
2° D'ammaestrarli con apposite scuole ne' primi 
erudimenti delle lettere. 

3° Di far loro apprendere quell'arte per cui 
mostrano particolare attitudine ed inclinazione. 

A Santa Pelagia conveniva il fior di Torino ad udir 
le prediche in dialetto piemontese del già lodato 
teologo Sineo, che qui abitava e qui morì. 

Vicino a questa chiesa vennero , non ha molto , 
collocate le suore di S. Giuseppe, che si consacrano 
alPeducazion femminile. 

Nel sito dove ora sono le Rosine vedevasi lo spe- 
dale amministrato dai frati di S. Giovanni di Dio , 
chiamato ospizio del Santo Sudario. 

Questi padri erano venuti da Milano ad offerirsi 
nel 1597 , quarantasette anni dopo la morte del 
santo loro fondatore. La città li aveva accolti , ed 
avea fondato lo spedale. Doveva, secondo la regola 
di S. Pio v , esservi un solo sacerdote in ciascuno 
spedale, onde i frati potessero meglio attendere al 
pietoso uffizio d'infermiere. Molti di loro acquista- 
vano eziandio profonde cognizioni mediche e chirur- 
giche, e si rendeano per più titoli benemeriti del- 
l'umanità languente. Neil' isola di Sardegna i frati 



740 LIBRO SESTO 

di S. Giovanni di Dio fondarono quasi lutti gli spe- 
dali , e conservarono Io spirito del loro instituto. 
A Torino pare che dopo la metà del secolo xvm il 
loro ministero più non riuscisse di pubblica soddi- 
sfazione, poiché Carlo Emmanuele hi li congedò, 
abolì lo spedale, e die la casa che occupavano a 
Rosa Govona. 

Era questa una povera fanciulla di Mondovì, che 
ispirata dal Signore, e regolata dai consigli del ve- 
nerabile padre Trona dell'Oratorio, avea nel 1742 
ritirato in certe poche camere, in cui abitava, alcune 
figlie orfane, o nate di genitori che più non avean 
modo di nudrirle e di custodirle, indirizzandole nella 
via della pietà, e facendole applicare sì le une che le 
altre ai lavori, ai quali le conosceva più abili. Campa- 
vano le poverelle del prodotto di que' lavori, giunto 
ad alcune poche limosine, che il detto padre Trona 
alle medesime procurava. Andossi mantenendo quel- 
l'opera così lodevolmente, che d'anno in anno creb- 
bero le limosine, e crebbe il numero delle ricoverate 
a segno, che Rosa appigionò nel piano di Breo una 
casa capace di un gran numero di figlie, e nel 1752 
cominciò a ritirare non solo fanciulle pericolanti, 
ma anche fanciulle già sviate e donne di cattiva 
fama , tenendole per altro in tre appartamenti se- 
parati (1). 

Rosa era agitata dal desiderio di propagare al- 
trove un instituto, del quale avea colla sperienza di 



CAPO OTTAVO 74Ì 

molti anni conosciuta l'utilità; onde venne in To- 
rino nel 1755, ed ebbe ricovero in poche camere 
dai padri di S. Filippo. Ma il re già dal 1753 avea 
pigliato informazioni sub 1 ' opera delle Rosine, onde 
un anno dopo donò a Rosa Govona le case che aveano 
appartenuto ai frati di S. Giovanni di Dio. La prima 
parola che avea detto Rosa alla prima fanciulla che 
avea raccolta era questa: Mangerai del lavoro delle 
tue mani. Questo fondamentale precetto fu allora ed 
è sempre osservato, contenendo ogni casa di Rosine 
una o più manifatture ed opificii , comprendendo 
l'intero lavorio dallo sbozzare della materia prima 
fino all'opera perfetta. 

Corse poi Rosa varie provincie, ed a Novara (2) , 
a Fossano, a Savigliano, a Saluzzo, a Chieri, a S. 
Damiano d'Asti fondò simili instituti che tutti di- 
pendono da quello di Torino, come da casa madre, 
e con esso corrispondono. 

Non mancò a Rosa, per affinarne la virtù, il fuoco 
delle tribolazioni. Aveva essa un'indole alquanto 
risentita e sollecita che la spingeva continuamente 
all'operare; credevasi d'avere una missione da Dio, 
ed avea fede nella sua missione, e si credeva obbli- 
gata a compirla. E come potea non averla vedendo 
i frutti che la Divina Provvidenza avea per mini- 
stero di lei quasi miracolosamente prodotti , di lei 
meschina fanciulla, che ricca non d'altro che di santo 
zelo pel servizio di Dio, bisognosa di protezione, s'era 



742 



LIBRO SESTO 



fatta con tanto zelo guida e protettrice delle altre? 

Quest'indole tumultuosa, quest'inquieta bramosia 
d'agire, questo avere sempre l' occhio e l'animo in- 
tento a cose nuove, dispiacquero al cavaliere Ferraris, 
segretario di gabinetto del Re, uomo onestissimo, e 
da principio tanto suo parziale, che Rosa andava 
tutti i venerdì a trovarlo, e stava a pranzo con lui. 
Ma era il Ferraris uno di quegli uomini di sangue 
freddo, che adoperano in ogni cosa la squadra; che 
seguono senza deviar d'un passo il solco che la buro- 
crazia ha tracciato, quand'anche rovini il mondo; 
che non conoscono in ogni problema che una sola 
formola per risolverlo; che non sanno capire che le 
cose straordinarie si fanno per vie straordinarie e 
provvidenziali, non soggette al calcolo degli statisti; e 
che avrebbe pure dovuto comprendere, che se l'insti- 
tuto di Rosa Govona si fosse dapprima intavolato a 
quel modo, non si sarebbe, come tanti altri della me- 
desima specie, mai più compiuto, perchè l'operazione 
preliminare sarebbe stata quella di por mano ad un 
milione di lire, se si procedeva con mezzi umani. 

La veemenza di Rosa Govona era ingrata ai nervi 
tranquilli del cavaliere Ferraris, il quale avrebbe 
voluto che Rosa, giunta a Torino, si contentasse 
di ciò che avea fatto, si sottoponesse a tutte le 
regole che i burocratici volevano imporle, né più, 
né meno, come se si fosse trattato dell'ispettor del 
Lotto, o del direttore della Dogana. 



CAPO OTTAVO 743 

JNon voglio dire con ciò che Uosa non avesse tra 
le molte sue virtù anche gravi difetti troppo con- 
sueti all'umana fralezza; ma dopoché nel 1759 que- 
sta fanciulla vedendosi por divieto d'accettar nel 
ritiro la contessa Pensa, nata S. Martino, virtuosa 
dama in cui sperava trovar chi le succedesse, ne 
fece risentimento col cav. Ferraris, questi non volle 
più vederla, non rispose più alle sue lettere, per- 
severò in una biasimevole durezza, pose in dubbio 
se fosse vero spirito di Dio quello che in lei parlava, 
affermando che la pace e la dolcezza del cuore e 
la perseveranza ne erano, secondo S. Francesco di 
Sales, i contrassegni: quasiché lo spirito di Dio non 
si fosse nei più gran santi in diversi modi, secondo 
la diversa tempera degli individui, manifestato, e 
quasiché il bene procurato in diciassette anni da una 
povera fanciulla senza mezzi non rivelasse abba- 
stanza qual era lo spirito che in lei operasse. 

Ma qual fosse il cuore di Rosa Govona lo mani- 
festerà la lettera che scrisse il 4 dicembre 1759 al 
cav. Ferraris, e che rimase, come le altre, senza 
risposta. 

Eccola : 

Viva Gesù e Maria. 



« Ero di sentimento di non più ricorrere da veruno, 
ma siccome mi sento come soffocata, finalmente ho 



744 1JBI10 SESTO 

risolto di dire a lui la mia tribolazione, perchè so 
che lui ha sempre lo stesso buon cuore che Iddio li 
ha dato per l'opera a ciò mi aiuti nelle tribolazioni in 
cui mi trovo, la maggior tribolazione che abbia mai 
avuto in diciassette anni che travaglio per i poveri. Io 
da me non voglio lasciare, perchè mi sono impegnata 
a Dio con voto; eppure non posso andare inanzi per- 
chè sono impedita: a restarmene così è un stato 
così violento che vedo che non la posso durare : io 
credo di averlo altre volte detto a lui che il mio fine 
non è di solamente operare, ma di amare. La vista 
dell'amore fu la causa del mio operare. Conosco che 
fin ora non ho fatto niente e dinanzi a Dio vedo e 
sento quel molto che egli vorrebbe e che io devo fare 
e potrei fare per suo servizio. Ma se non posso ope- 
rare secondo il disegno che Iddio mi ha inspirato e 
servendomi dei mezzi che la sua amorosissima prov- 
videnza mi mette in mano, io mi sento come a tirar 
fuori de la strada in cui Iddio mi ha messa e sono 
come una figlia che è messa a fare il bindello che 
se li tagliano i fili della trama, allora non puole più 
andare inanzi nel suo lavoro; così sono io già che 
non posso servirmi delle persone che il Signore li ha 
dato lo spirito dell'opera per aiutarmi: resto inde- 
bolita di spiriti e non mi posso promettere di fare 
quello che ho promesso di fare perchè mi sono levali 
i mezzi disposti dalla provvidenza per poterlo fare: 
voglio dire, che per fare quello che Iddio mi ha 



CAPO OTTAVO 745 

mostralo che vuole da me devo andare in tutto se- 
condo Dio; e se non posso andare in tutto secondo 
Dio non posso più fare quello che Iddio voleva da 
me; per un altra parte mi sento nel core che Iddio 
vuole anche adesso la stessa cosa. Mi dicono che in 
questo sono ingannata e che devo levarmi dalla testa 
che tutte queste cose vengano da Dio, Ma se sono 
ingannata adesso dunque lo sono sempre stata perchè 
da principio sino a quest'ora ho sempre avuto il 
medesimo sentimento; eppure lui sa quante volte che 
temevo di essere ingannata mi ha assicurata e mi ha 
fallo coraggio a operare così: se allora non ero in- 
gannala ne meno lo sono adesso. Mi sono consultata 
per assicurarmi e per non mancare alla mia con- 
scienza con altre persone che credo illuminate da Dio 
e tutti mi dicono come mi diceva lui. Ora veda come 
posso levarmi dal mio sentimento senza andare con- 
tro Dio. Posso lasciar di fare; e se così vogliono asso- 
lutamente, quanto al non fare di più, io sono contenta 
e tranquilla mentre mi pare di essere sicura di non 
aver in questo nessuno impegno mio naturale. Ma 
se posso lasciar di fare, come ho già lasciato di fatti 
non posso però lasciar di vedere e di sentire quello 
che vedo e sento : sento che Iddio lo vuole e potrei 
fare di più e vedo che tutto quello che mi hanno per- 
messo con la -gratta di Dio tutto è riuscito: se dopo 
aver fatti esaminare i miei sentimenti da persone di 



Voi- II 



91 



746 LIBRO SESTO 

Dio non fosero trovati secondo Dio io sarci pron- 
tissima a deporti subito e non pensarvi mai più ; 
anzi se senza aver mancato io, mi leuassero da tutto 
come possono di autorità assoluta e così non potessi 
più far niente del tutto io son prontissima a lasciare 
in un momento tutti i ritiri e tutte le creature; e as- 
sicurata che Iddio non volia più servirsi di me o Dio 
caro Signor cavaliere allora sì che la povera Rosa 
giubilerebbe di potersi dar tutta sola a Dio solo e al 
solo suo amore! Ma sentirmi come mi sento e fare 
quello che faccio o Dio che martirio! Io non mi la- 
mento ma mi sfogo un poco con lui che può inten- 
dere la mia pena. Ora per ubbidire io mi vado re- 
stringendo e per far luogo alle esposte che vengono 
devo mandarne via di quelle che avevo preso abban- 
donate: le esposte anderanno crescendo benché non 
sieno secondo la mia prima idea; cosa ho da fare, 
me lo dica per carità; se io potessi far tutto io mi 
sento coraggio come prima per tutte e vedo che di 
fatto il Signore mi aiuta perchè avendone di quattro 
classi nel ritiro, delle pericolanti, delle cadute, delle 
esposte, e delle civili tutte riescono e prendono spi- 
rito; ma se vogliono che mi restringa a una cosa sola 
cosa ho mai da fare e quali ho da prendere? Le po- 
vere che sono abbandonate io non le posso lasciare 
e così mi terrò a queste sole e farò quel che posso 
fin che vivo e non penserò più al avvenire. Ne patirò 



CAPO OTTAVO 747 

ma pazienza: forse il Signore mi farà finire più presto; 
basta che se le cose non vanno innanzi e non si sta- 
biliscono io non abbia da rendere conto a Dio non 
sia stato per mia colpa se non è fatto quel bene che 
sicuramente si può fare. Chi ha da pensare vi pensi, 
perchè questa non è causa mia ma dei poveri e di 
Gesù Christoj ma intanto bisognerà che pensino a 
dare qualche provvedimento : io sono pronta ugual- 
mente e a lasciar tutto e a far tutto perchè quello che 
veramente voglio niuno non me lo può impedire; 
perchè non voglio altro che croce e amore. Fin che 
posso voglio sacrificarmi alla croce; quando non possi 
più mi sacrificherò all'amore; vorrei tutto insieme ma 
luno o laltro non può mancarmi. Viva Gesù Croci- 
fìsso. Lui io lo guardo sempre come quando abbiamo 
uniti i nostri cuori per la sua gloria e al suo amore 
e lo prego sempre che li dica al cuore quelo che 
io non saprò dirli bene per farli intendere il mio 
afflittissimo cuore che è tutto croce ma non è ancora 
amore; lo lascio nelle santissime piaghe di Gesù. » 

Sua indegna serva 
Rosa Govona (5). 



Questa illustre e pia donna, benefattrice singoiar 
del Piemonte, morì d'anni 60 addì 28 di febbraio 



748 LIBRO SESTO, CAPO OTTAVO 

del 1770, ed è sepolta nella chiesa delle Rosine ac- 
canto all'altare (4). 

Le strade che seguono e che s aprono a destra e 
sinistra della piazza Vittorio Emmanuele, non hanno 
ancora memoria per cui sien degne d'essere qui ri- 
cordate. 



NOTE 



(1) Lettera del prefetto del Mondovì del 1753. Archivio di corte. 

(2) Quello di Novara più non esiste. 

(3) Dall' Archivio di corte. 

(4) Una mano maestra ha descritto la vita di questa benefattrice della 
umanità negli annali della società francese Monthiou e Franklin. 



■&*?'**=r 



CAPO ULTIMO 



Varii giudizi di viaggiatori intorno alla città di Torino ne' secoli 
xvi, xvii e xvm. — Impertinenze di scrittori trasvolanti, e di 
scrittori che viaggiano stando a Parigi.— Ponte di Dora.— Strade 
di ferro. 



Le nazioni come gli individui hanno l' eia delle spe- 
ranze e dei sogni dorati , V età del senno e delle 
forti opere. Se non che a differenza dell 1 individuo 
la nazion non perisce, e dopo lunghi anni di torpore 
si sveglia e ritrova i giorni accettcvoli , e ripiglia 
V antica fortezza , e torna a quelle imprese , nelle 
quali la gagliardia morale, l'unità e la costanza dei 
voleri vincono qualunque fortuna e misurano V o- 
slacolo perchè son certi di sormontarlo. 

Uscite dal lungo sminuzzamento del Medio Evo, 
le varie genti del Piemonte appena nella seconda 
metà del secolo xvi cominciarono a ordinarsi in una 
sola nazione, la quale s' andò via via accrescendo 



LIBRO SESTO, CAPO ULTIMO 751 

a misura che altre genti Italiane entrarono a far parte 
della nova e vasta famiglia. 

Allora solamente la citta di Torino ne fu vera- 
mente la capitale, ed è mirabile vedere, come se- 
guendo il fato della Monarchia, da tenue principio 
salisse rapidamente a notabil grandezza. 

Imperocché dopo i tempi in cui la capitale deTau- 
rini, gente guerriera e conquistatrice, avea gloriosa- 
mente resistito ad Annibale, dopo il breve comparire 
che fé' come parte della Lega Lombarda , e il non 
lungo periodo d'una oscura indipendenza, la sua 
fama non era molto cresciuta; e certo era citta assai 
piccola intorno alla metà del secolo xvi quella che 
aveva da 1400 passi di giro, e un popolo di circa 
diecimila anime. 

Ma sebbene d'allora in poi il Piemonte sostenesse 
pressoché continue guerre contro la prepotenza stra- 
niera, comunque si battezzasse o dall' Ebro o dalla 
Senna o dal Reno, veloce fu l'ingrandirsi e l'or- 
narsi di questa città, veloce l'assumer che fece il 
popolo tempera fortemente e veracemente Italiana. 
Ne' primi capi di questo volume abbiam parlalo 
delle ampliazioni di Torino. Esaminiamo adesso le 
impressioni, per dirla con un vocabolo alla moda, 
che fece in diversi tempi ai viaggiatori. 

Facciamo capo dal celebre Michele di Montaigne, 
il quale parlando di Turino, scrive nel suo viaggio 
d'Italia fatto negli anni 1580, 1581: « Piccola città, 



7ii2 LIBUO SESTO 

u in un sito molto acquoso, non molto ben edilì- 
u cala, nò piacevole con questo che per mezzo delle 
u vie corra un fiumicello per nettarla dalle lordure... 
« Qui si parla ordinariamente francese e paiono 
« tutti mollo divoti alla Francia. La lingua popò- 
« lesca e una lingua che non ha quasi altro che la 
« pronuncia italiana. II restante sono parole delle 
« nostre (1) >,. 

Riducendo il fiumicello alle proporzioni d'un pic- 
colo rivo, e la stessa diminuzione introducendo nella 
divozione alla Francia (2); notando che il dialetto 
Piemontese è ricco di vocaboli Italiani, e che alquanti 
ne ha derivati dal latino, dal greco, dallo spagnuolo, 
e da radici teutoniche, il giudicio di Montaigne 
non era tanto fallace. 

Verso i medesimi tempi Giulio Cesare Scaligero 
chiamava i Torinesi gente lieta, festiva, data alle 
danze, che non si piglia pensier del domani ; d' in- 
gegno naturalmente acuto , ma neghittoso, magnifica 
ne'' suoi concetti piucchè le forze noi consentano; fe- 
lice pel novello Marte, e pei progressi guerrieri (3). 
Pietro Le Monnier, notaio e borghese della città di 
Lilla, vi venne nel 1609. Egli ne dice assai poco : 
« nella quale città è la corte e residenza ordinaria 
del duca di Savoia principe del detto paese che ha 
il suo palazzo mollo superbo (il palazzo vecchio, ar- 
< hiteltura del Viltozzi) accanto alla bella chiesa dj 
San Giovanni che è la principale della città, e di 



CAPO ULTIMO 755 

prospetto a quello un altro palazzo che occupava 
allora per grazia del duca il cardinale Aldobrandino 
nipote di papa Clemente vra; il qual palazzo del 
duca s'attiene a un bello e grande castello di di- 
fesa fatto all'antica con bellissime alte torri di molto 
bella apparenza poco lungi dalla piazza ». 

Loda poi la cittadella fatta a somiglianza di quella 
d' Anversa e la buona guardia che si fa alle porte, 
non consentendosi ad uno straniero l' ingresso e 
lo stare più di tre giorni senza licenza del gover- 
natore (4). 

Jouvin nel suo viaggio d'Europa (1672) comincia 
a celebrare la nostra città. Parlando della chiesa 
di San Carlo ( ch'egli crede per errore uffìziala dai 
Domenicani) dice che era frequentatissima e che ha 
veduto più volte alla porta della medesima più di 
cento carrozze ricchissime. Ed essendo note le am- 
pie dimensioni delle carrozze d'allora, queste cento 
carrozze doveano occupare tutta la piazza, se pure 
Jouvin non v' ha comprese le bussole che erano an- 
che molto in uso (5). 

In marzo del 1677 P abate Pacichelli, napolitano, 
scrivea con abbondanza di encomio intorno alle gran- 
dezze Torinesi. Magnifici diceva i palazzi, comode 
le case; la piazza grande innanzi al real palazzo, 
vedersi spesso folta di carrozze ; lodava la stupenda 
galleria d' arti e di storia naturale creata da Carlo 
Emmanuele ì, dove trasse particolarmente la sua 

Voi. II 95 



754 LIBRO SESTO 

attenzione « un piccolo carro d' oro con sei cavalli 
gioiellati della stessa materia, ed un castello con 
le sue forlifìcationi artiglierie ed altre armi da fuoco 
le quali con molto ingegno si sparano... ha ammi- 
rato la splendidezza della corte nella qualità, e nel 
numero de' cavalieri e titolati riccamente vestiti, un 
treno di molti servidori di livrea disposti con tal sim- 
metria nell' esercizio delle loro cariche e neir ac- 
compagnamento che forse non ha simile in tutta 
1- Europa». 

All'abate Pacichelli la chiesa di San Carlo parve 
la meglio adorna; afferma egli di nuovo che il ser- 
vizio della corte ed i Magistrati hanno qui vera- 
mente del Reale e possono paragonarsi co' primi 
Sovrani d'Europa. Più di 300 cavalli erano nelle 
scuderie del Duca. La cappella noverava dodici musici 
e più di trenta suonatori. La guardia del Duca era 
composta di cinque compagnie; una d'arcieri Sa- 
voiardi; una di corazze e tre d'archibugieri, tutti a 
cava